Obama e le confraternite della guerra permanente

 

Segnalazione Quelsi

 

by Stefania Elena Carnemolla

 

obama & friendsBarack Obama, il più dilettantesco presidente degli Stati Uniti dopo Jimmy Carter, democratico come lui, può vantare molti record: di fallimenti. Strategici, politici, economici. Da quando è arrivato alla Casa Bianca, la politica estera americana fa un tutt’uno con la confusione, il disordine, l’incompetenza. Amico dei Fratelli Musulmani, che in Egitto, quand’era al potere Morsi, foraggiava di dollari, estimatore del peggio che oggi imputridisce territori e paesi a colpi di violenze, Obama fu, ai tempi, stimato da Andrew J. Bacevich, un conservatore che dovette subito ricredersi sulla reale natura dell’ex senatore di Chicago. L’attacco alla Siria sembrava imminente quando nel settembre 2013 abbiamo intervistato Bacevich, ex militare oggi professore di Storia e Relazioni Internazionali alla Boston University. Con lui avevamo parlato del fallimento della strategia di Obama, un fallimento ora sotto gli occhi di tutti. Riproponiamo pertanto, alla luce dell’oggi, il nostro articolo, con intervista, del 12 settembre 2013.

Noi siamo gli Stati Uniti d’America, dice Obama, con i satrapi del potere di Washington felici d’aver trovato una nuova minaccia e un nuovo nemico cui costruire tutt’intorno la storia del tiranno oppressore, che ha ora i baffetti di Bashar al Assad, colpevole di essere il presidente della Siria, un ostacolo per Obama folgorato sulla via di Damasco sognando l’Iran. Una trama a quattro mani con i ribelli siriani, addestrati dalla Cia e non solo dalla Cia, armati e nutriti a dollari.
Washington, dove c’è la regia della crisi siriana, è il simbolo del potere politico intrecciato al potere militare. Così come di quella diplomazia che da tempo ha ceduto il passo alle armi, facendo della politica estera americana una politica estera militarizzata. È qui, a Washington, che la guerra ha il suo tempio. Un tempio di cui Obama è oggi il nuovo gran sacerdote. È da Washington che sono partite le “crociate” per “liberare il mondo” secondo il credo, così Andrew J. Bacevich, ex militare, oggi professore a Boston, strombazzato dagli americani sin dalla presidenza Truman e secondo cui loro e solo loro devono poter “guidare, salvare, liberare, e infine trasformare il mondo”.

Crociate creature di quella che Bacevich in Washington Rules: America’s Path to Permanent War, suo libro del 2010, chiama la Sacra Trinità, imperniata su tre “verità indiscusse”: che “pace e ordine internazionale richiedano la presenza militare globale degli Stati Uniti”, che la loro forza sia “configurata per una proiezione di potere globale, quindi che solo un “interventismo globale” possa “sconfiggere, anche anticipandole, le minacce esistenti”. Per Bacevich è Washington la Roma di questa religione universale, con il Pentagono Santa Sede del super potere militare. Se ciò, dice Bacevich, poteva avere senso nel 1945, non oggi, con risultati catastrofici per l’America ormai costretta a vivere in una “condizione di crisi permanente della sicurezza nazionale.
Una condizione che fa comodo a molti. Washington, così Bacevich, non è solo il governo federale, ma anche quella congrega che da questo “perpetuo stato d’emergenza” ricava potere, denaro, prestigio, e quindi i contractors del Pentagono, le società, le grandi banche, i think tanks, i gruppi d’interesse, le università, i network televisivi, il New York Times. Un sistema d’interessi che ruota intorno al concetto di belligeranza globale che piace sia a repubblicani che a mocratici. Chiunque si ponga al di fuori di questa “visione monolitica” è subito liquidato come “pazzo”.

Andrew J. Bacevich è un ex militare, nato nel 1947 a Normal, nell’Illinois, un passato nella US Army fra Vietnam, Germania e Golfo Persico e congedatosi dall’esercito americano con il grado di colonnello. Studi alla United States Military Academy di West Point e a Princeton, Bacevich, che è uno specialista di storia militare e diplomatica americana, politica estera statunitense e di studi sulla sicurezza, oggi insegna Storia e Relazioni Internazionali alla Boston University.
Critico dell’ortodossia militarista di Washington, da cui si allontanerà ancor prima del congedo, Bacevich è famoso per Washington Rules, polemica contro circa sessant’anni di militarismo americano. Conservatore, critico di Bush figlio e della sua dottrina di guerra preventiva, bollata come immorale, illecita e imprudente, passato all’opposizione, pur rimanendo conservatore, dopo la decisione di Bush di lanciare nel 2003 l’operazione Iraqi Freedom contro Saddam, quando Obama si candidò alla Casa Bianca, deluso dalla politica conservatrice, propose che non solo lui ma che anche altri conservatori votassero per il giovane senatore di Chicago, certo che avrebbe archiviato il “ruolo di combattente degli Stati Uniti in Iraq”. 
Su Obama dovette ricredersi dopo la sua decisione di incrementare le truppe di occupazione in Afghanistan. Nel 2010, Bacevich, che riconoscerà a Bush di essere ostinato nell’errore ma sincero, rimproverando a Obama di essere un sostenitore della guerra in Afghanistan, cui non credeva, ma che pure sosteneva per cinismo e tornaconto politico, si chiederà: “Chi bisogna disprezzare di più, il comandante in capo che manda giovani americani a morire per una causa, anche se sbagliata, in cui egli crede sinceramente? O il comandante in capo che manda giovani americani a morire per una causa in cui egli manifestamente non crede e che pure si rifiuta di abbandonare?”.
E intervistato da Jake Whitney per Guernica che gli aveva ricordato come eppure s’era fidato di Obama ai tempi della sua corsa alla Casa Bianca: “Ma io aveva interpretato la retorica elettorale di Obama sull’Afghanistan come un tentativo di difendersi dall’accusa di essere un codardo in materia di sicurezza nazionale, ma la sua decisione per una escalation non era quello che i suoi elettori gli avevano chiesto a gran voce”.
Per Bacevich repubblicani e democratici sono i responsabili di quella politica militarista, simbolo dell’ortodossia imperante, fatta di interventismo e politica estera militarizzata. Una politica che danneggia i veri interessi del popolo americano, costringendolo, suo malgrado, a vivere in una condizione di guerra permanente, quella di cui Obama, nuovo simbolo della vanagloria militarista americana, è colonna e pilastro.

Le critiche di Bacevich riguardano anche le modalità con cui le dottrine militari hanno influenzato la politica di Washington, dalla “shock and awe” e guerra lampo di Rumsfeld alla strategia della counterinsurgency del generale David H. Petraeus, poi a capo della Cia e ora tornato agli onori della cronaca per il suo appoggio alla decisione di Obama di attaccare la Siria. Quel Petraeus, uomo dell’ortodossia, che Bacevich chiama il “prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede di Washington”.
Se la prima fase del conflitto globale era stata gestita da Rumsfeld e la seconda da Petraeus, l’uomo simbolo della terza fase è Michael G. Vickers, già uomo di Bush, con un passato nelle forze speciali dell’esercito americano e nella Cia. Oggi, spiega Bacevich, a Washington le regole si modificano, s’infrangono, si reinventano a tutto vantaggio degli Stati Uniti. La Casa Bianca non manda più “grandi eserciti per invadere e occupare paesi”, preferendo piuttosto “missili sparati da droni” e attacchi “mordi e fuggi” per “eliminare” chiunque il presidente americano “decida di eliminare”, con gli Stati Uniti che ormai si riservano, cioè, il diritto di “attaccare chiunque considerino una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale” e con il “presidente” che può esercitare questo “presunto diritto” senza “autorizzazione del Congresso, senza consultare nessuno” tranne “Vickers e pochi altri membri dell’apparato di sicurezza nazionale”.

Stefania E. Carnemolla – L’intervento americano contro la Siria con la perdita dell’appoggio della Gran Bretagna, sua storica alleata e dopo il disimpegno della Nato, è la prova del dilettantismo militare, politico e strategico di Obama, così diversi analisti. Professor Bacevich, qual è la sua opinione?
Andrew J. Bacevich – Non so se sia una prova di dilettantismo, sicuramente rappresenta un fraintendimento, una cattiva lettura della politica britannica. Certo, l’abbaglio di David Cameron è stato ben più spettacolare di quello del presidente Obama.
Stefania E. Carnemolla – Molti concordano nel dire che dopo il suo discorso retorico sulla linea rossa e a causa del fatto che lo scenario prebellico non è quello che sperava, Obama ora interverrà giusto per “salvare la faccia”. È d’accordo con questa analisi?
Andrew J. Bacevich – Il presidente ha fatto un errore enorme con la sua enfasi sulla linea rossa. Quando Assad ha capito che il suo era un bluff, Obama ha capito che nessuna delle sue opzioni militari era attraente. Non sta cercando di salvare la faccia, sta solo tentando di trascinare il Congresso nella condivisione dell’impiccio.
Stefania E. Carnemolla – Non pensa che la linea rossa, che Obama pensava fosse il suo punto di forza, sia diventata per ironia della sorte il suo boomerang?
Andrew J. Bacevich – Assolutamente sì, proprio così.
Stefania E. Carnemolla – Possiamo immaginare o anche pensare che Obama è un presidente che non ha imparato nulla dalla lezione irachena e quella afghana?
Andrew J. Bacevich – Ha imparato che invadere e occupare i paesi con la prospettiva di trasformarli è un obiettivo da sciocchi. Ecco perché è fermamente convinto che non ci saranno truppe di terra inviate in Siria.
Stefania E. Carnemolla – Col passare del tempo sembra che l’unica cosa cui Obama aspiri sia un atto di guerra contro la Siria. L’ex professore di Diritto Costituzionale che viola la costituzione e la legge internazionale.
Andrew J. Bacevich – Obama è come qualsiasi altro leader mondiale. Rispetta le leggi internazionali quando le leggi servono ai suoi scopi. Le aggira quando sono un ostacolo ai suoi scopi.
Stefania E. Carnemolla – Quali pensa saranno le chances militari americane?
Andrew J. Bacevich – Non c’è dubbio che gli Stati Uniti possano distruggere targets. Molto più dubbio se così facendo la cosa sarà utile a un qualche obiettivo politico.
Stefania E. Carnemolla – A Obama manca una strategia militare. Il rischio è che la Siria possa diventare il nuovo pantano delle Forze Armate americane.
Andrew J. Bacevich – Penso che lei abbia ragione, che a Obama manchi, cioè, una strategia. Ma il fallimento non è solo il suo. Negli ultimi tre decenni gli Stati Uniti non hanno mai avuto nel mondo islamico un approccio di principio alla politica.
Stefania E. Carnemolla – Da quando Morsi, il suo grande alleato egiziano è stato deposto dal potere militare, Obama è nervosissimo, così come lo è da quando la Fratellanza Musulmana, simbolo del fallimento dell’Islam politico, è finita nella polvere. Il ruzzolone dei suoi ex alleati è stato per lui uno shock. Con il loro capitombolo, Obama ha perso uno dei suoi perni nella sua offensiva contro la Siria.
Andrew J. Bacevich – Gli eventi in Egitto testimoniano la più grande irrilevanza del potere degli Sati Uniti. Non abbiamo nessuna abilità né di anticipare il cambiamento né di incidere su di esso quando questo avviene.
Stefania E. Carnemolla – La Siria sembrerebbe l’ultimo atto della tragicommedia del potere di Washington. Non pensa che per gli Stati Uniti sia arrivato il momento di una svolta?
Andrew J. Bacevich – Non vedo la Siria come una svolta. Penso che ormai sia chiaro e non da oggi come la politica americana nel mondo islamico abbia fallito. Intervenire in Siria perpetuerà semplicemente questo fallimento.

Stefania Elena Carnemolla | settembre 17, 2014 alle 9:18 pm | Etichette: bacevichguerra,obamausa | Categorie: MondoPolitica ed Economia | URL: http://wp.me/p3RTK9-5sd

 

 

Una Risposta

  • Obama, altro che Nobel per la pace, ci ha rovinato l’estate, con i suoi malvagi desideri di distruggere la Siria, finanziare il terrorismo, e colpire la Russia. Comunque gli analisti dicono che Obama è sfinito, sarebbe un burattino nelle mani delle potenze delle tenebre, che lo spingono ad agire in questo modo aggressivo e criminale!

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