Segnalazione Quelsi

 

by Eugenio Cipolla

 

PERTINIQuando l’8 maggio 1980 si chinò sulla bara di Josip Broz Tito per rendergli omaggio, nonostante tutto il male che questi aveva fatto al popolo italiano negli anni delle foibe, nessuno osò attaccarlo. D’altronde allora, Sandro Pertini, era presidente della Repubblica in carica. Negli anni quell’episodio è stato completamente dimenticato, riposto nell’archivio degli episodi giustificabili per uno della sua caratura. Beppe Grillo, ad esempio, ne ha fatto un martire politico, nominandolo addirittura a furor di popolo (il suo, quello della “rete”) miglior presidente della Repubblica di sempre. Così ogni tanto, assieme ai suoi parlamentari, può citarlo per fini politici come fulgido esempio di onesta, correttezza e nobiltà d’animo.

Per strada e i per i social la situazione non cambia. Se provaste a chiedere all’italiano medio un parere sulla sua figura, è molto probabile che riceverete un coro di risposte positive. “Grande presidente!”, “mitico Pertini”, “è stato l’unico politico onesto”, “ci vorrebbe uno come lui al governo”. Stupefacente. Se non altro perché uno che si inchina sulla bara del dittatore delle Foibe dovrebbe essere condannato alla damnatio memoriae. E non è certo un’esagerazione.

C’è un altro episodio nella lunga carriera politica di Pertini che i suoi “agiografi” tendono a nascondere sotto il tappeto ed è datato 1956, ai tempi dell’invasione sovietica di Budapest. Di quella tragedia i fatti sono abbastanza noti, ma vale la pena ricordarli sinteticamente. Dopo il XX congresso del PCUS molto paesi dell’est Europa cominciarono a reclamare più libertà e democrazia. Tra questi c’era l’Ungheria. Il 23 ottobre del 1956 a Budapest si tenne una grande manifestazione, che vide la partecipazione di studenti, operai e contadini. Così l’Urss mise al governo il comunista riformatore Imre Nagy, il quale, però, una volta al governo provò a resistere alle pressioni di Mosca.

I nuovi progetti di democratizzazione preoccuparono talmente tanto i russi che il 4 novembre l’Armata Rossa entrò nella capitale ungherese con i suoi carri armati con l’obiettivo di deporre Nagy (che verrà giustiziato due anni dopo). Come è noto il Pci appoggiò in pieno quella che fu una vera e propria invasione. Da Togliatti a Pajetta, passando per Ingrao, a Botteghe Oscure nessuno provò a obiettare alcunché. Il giovane Giorgio Napolitano, allora poco più che trentenne, disse:«L’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».

Se il Pci fece quadrato attorno alla linea togliattiana di fedeltà assoluta alla madrepatria politica, ossia l’Urss, nel Psi si aprirono più fronti. Tra i socialisti Nenni fu certamente il più duro contro quell’invasione e per questo fu accusato di aver tradito gli ideali ai quali si stava dedicando da una vita. Pertini, al contrario, e anche un po’ a sorpresa, si schierò a favore dei carri armati sovietici, giustificando quella grave violazione territoriale e abbracciando le tesi (false) del Pci e dei suoi organi di informazione, impegnati a diffondere notizie mendaci sullo stato delle cose nella capitale ungherese.

Nel suo libro “Budapest 1956. La macchina del fango. La stampa del PCI e la rivoluzione ungherese”, Alessandro Frigerio riporta alcuni passaggi dell’intervento di Pertini in quell’occasione:«Se tacessimo considerando questa bestiale reazione una logica conseguenza delle responsabilità dei dirigenti comunisti da noi tempestivamente denunciate, cesseremmo di essere socialisti, e diverremmo, sia pure inconsapevolmente, complici della reazione che in Ungheria tenta di riaffermare il suo antico potere». Non solo, perché secondo Pertini «al di sopra di queste responsabilità della nostra critica, ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione. Forze politiche si vanno ricostruendo sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando ogni riforma. Non si vuole, dunque, avviare il socialismo sulla strada della democrazia e delle libertà. […] Perciò noi oggi siamo spiritualmente al fianco dei compagni comunisti ungheresi vittime della bestiale reazione. Questo noi affermiamo, spinti soprattutto da quella solidarietà di classe che ogni socialista deve sentire in ogni circostanza, ma in modo particolare quando sulla classe operaria sovrasta la tempesta, perché è troppo agevole essere con la classe operaria soltanto nelle giornate di sole». Parole poco degne per uno che vent’anni dopo verrà eletto presidente della Repubblica.

Eugenio Cipolla | settembre 3, 2014 alle 12:33 pm | Categorie: Politica ed Economia | URL:http://wp.me/p3RTK9-5md