Segnalazione Quelsi

by Redazione

ALFANO ANTIMAFIAC’era una volta l’antimafia. O meglio, c’erano una volta presunte icone antimafia: politiche, giornalistiche, giudiziarie e «movimentiste», che agivano come una «grande famiglia» convinti di stare dalla parte della verità e della giustizia. Ma ora quell’antimafia pare sia sulla via dell’implosione. Prendiamo, ad esempio, quella «giudiziaria». I pm di Palermo, con la loro insistenza nel voler sentire come testimone nel processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, hanno provocato il primo, inquietante, «effetto collaterale». Il 28 ottobre, infatti, giorno in cui i magistrati palermitani si recheranno al Quirinale per porre le loro domande al presidente della Repubblica, potrebbero essere presenti, in videoconferenza, anche Totò Riina e Leoluca Bagarella. I due mafiosi, infatti, hanno chiesto di prendere parte all’udienza.

Sarebbe una prima assoluta: due capimafia «entrano» al Quirinale per sentire cos’ha da dire un Capo dello Stato in merito a dei fatti di cui ha già dichiarato di non sapere nulla. Ora spetta al giudice decidere se accogliere o meno la loro richiesta, così Riina e Bagarella potranno «soffiare sul collo» al presidente, quasi fosse lui a doversi giustificare di fronte a due stragisti. La fase declinante di un certo tipo di antimafia è provata da altri due episodi che hanno per protagonista Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ammazzato dalla mafia il 19 luglio 1992. Pochi giorni fa Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe, ammazzato da Cosa Nostra 21 anni fa, ha rivelato che Riina, dal carcere, l’ha minacciata di morte. La Alfano è, o meglio, era, in buoni rapporti con Salvatore Borsellino. Con lui ha partecipato a più manifestazioni delle Agende Rosse, il movimento che chiede la verità (la loro verità) sulle stragi di mafia.

Ma quando un attivista di questa organizzazione, Antonio Cancilla, ha chiesto a Borsellino di esprimere la sua solidarietà alla Alfano per le minacce di Riina, Borsellino gli ha riposto che non ci pensa nemmeno, non lo ha fatto e non lo farà. Motivo? Quando Borsellino ha abbracciato Massimo Ciancimino, figlio del boss don Vito, imputato nel processo sulla Trattativa, la Alfano ha manifestato tutta la sua contrarietà. Borsellino, evidentemente, non l’ha digerito, e ora si rifiuta di darle una metaforica pacca sulla spalla. Qualche settimana fa, inoltre, è stato lo stesso fratello del magistrato ucciso a rendersi protagonista di un’altra incredibile uscita pubblica. Lo ha fatto su Facebook, quando, intervenendo sulla bacheca di un suo amico, ha scritto: «Pippo, ma quann’è ca t’insigni a futtiritinni di ‘sti pezzi di merda?». Tradotto: «Pippo, ma quando imparerai a fottertene di questi pezzi di merda». Ma quello che Borsellino definisce «pezzo di merda» è Giovanni Paparcuri, un caro amico del fratello Paolo, l’uomo che ha «informatizzato» il maxiprocesso alla mafia, un poliziotto, impiegato amministrativo, ammirato da Giovanni Falcone e dallo stesso Borsellino, un uomo che porta sulla sua pelle i segni della lotta alla mafia.

Paparcuri, infatti, il 29 luglio del 1983, era alla guida della Alfetta che doveva portare in ufficio il giudice Rocco Chinnici, quando una Fiat 126, imbottita di tritolo e parcheggiata sotto casa del magistrato, esplode ammazzando Chinnici e lasciando vivo, per miracolo, Paparcuri. Il quale, di fronte alle parole di Borsellino, replica: «Questa “merda” non abbraccia pregiudicati figli di mafiosi, questa “merda” ha diviso con suo fratello il più bel periodo della sua vita. Mi consolo sapendo che la pianta che ho regalato a Paolo tanti anni fa è ancora viva perché gliel’ho donata col cuore».

Fonte: Il Tempo
Foto tratta da Sonialfano.it

Redazione | ottobre 3, 2014 alle 7:07 pm | Etichette: antimafiamafianapolitanopaparcuri,salvatore borsellinosonia alfano | Categorie: Giustizia e Società | URL:http://wp.me/p3RTK9-5yh