Tradizione e Sacramento dell’Ordine

Mons_Lefebvre_Ordina_14x10x72di Frà Leone da Bagnoregio

TRADIZIONE E SACRAMENTI

«De cette union adultère ne peut venir que des bâtards. Et qui sont ces bâtards? Ce sont nos rites. Le rite de la nouvelle messe est un rite bâtard. Les sacrements sont des sacrements bâtards. Nous ne savons plus si ce sont des sacrements qui donnent la grâce ou qui ne la donnent pas. Nous ne savons plus si cette messe nous donne le Corps et le Sang de Notre-Seigneur Jésus-Christ ou si elle ne les donne pas». (…) «Les prêtres qui sortent des séminaires sont des prêtres bâtards. Ils ne savent pas ce qu’ils sont. Ils ne savent pas qu’ils sont faits pour monter à l’Autel, pour offrir le Sacrifice de Notre-Seigneur Jésus-Christ, et pour donner Jésus-Christ aux âmes, et appeler les âmes à Jésus-Christ. Voilà ce que c’est qu’un prêtre, et nos jeunes qui sont ici le comprennent bien. Toute leur vie va être consacrée à cela, à aimer, à adorer, à servir Notre-Seigneur Jésus-Christ dans la Sainte Eucharistie, parce qu’ils y croient, à la présence de Notre-Seigneur dans la Sainte Eucharistie! » (…) «C’est cette volonté de dialogue avec les protestants qui nous a valu cette messe bâtarde, et ces rites bâtards». (S. E. Rev. Mons. Marcel Lefebvre Omelia di Lilla 29 agosto 1976)[1]

Alcune settimane orsono sono apparsi tutta una serie articoli, a firma di Augustinus e di don Curzio Nitoglia, che probabilmente sono la stessa persona, sulla questione relativa alla validità delle nuove ordinazioni sacerdotali e consacrazioni episcopali ed in generale sui nuovi sacramenti.

A nostro avviso tale dissertazione pecca di troppa superficialità, sarà oggetto di ulteriore indagine vagliare la validità degli altri sacramenti, ci soffermeremo per ora solo sul sacramento dell’Ordine ed in particolare sulla validità della nuova forma per l’ordinazione dei vescovi.

Vorrei tralasciare, altresì, la questione del sedevacantismo più volte discussa in questa sede e trattarla solo marginalmente, vorrei invece soffermarmi sulla questione della validità delle nuove ordinazioni sacerdotali ed episcopali.

Si vuol precisare già in partenza che il presente breve studio non ha nessun intento polemico e non vuole entrare in conflitto con qualsivoglia persona, ma si vuole dare ad ognuno il suo, al servizio della verità e della giustizia. É necessario non assicurare, ma mettere in guardia i sacerdoti ordinati con il nuovo rito al fine di salvaguardare il sacerdozio cattolico o perlomeno ciò che rimane di esso.

Il nuovo Pontificale riformato fu promulgato da Paolo VI il 18 giugno 1968, con la Costituzione Apostolica“Pontificalis Romani” a seguito delle riforme volute dalla Costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium”.

Questo documento rivoluziona sostanzialmente le forme della consacrazione episcopale e dell’ordinazione diaconale, mentre lascia più o meno inalterata la formula di ordinazione sacerdotale.

Per fare una corretta disamina sull’argomento è necessario innanzi tutto esaminare cosa pensano i modernisti riguardo ai sacramenti, sempre considerando che i novatori artefici del nuovo Pontificale Romano siano da intendersi come affetti da modernismo, come si era espresso Mons. Marcel Lefebvre e altri vescovi oppure no, nel secondo caso tutte le argomentazioni divengono inutili.

Così si esprime Ludovico Ott: «Il modernismo nega l’istituzione immediata dei sacramenti da parte di Cristo e li considera come puri simboli aventi col sentimento religioso la stessa relazione che hanno le parole rispetto alle idee».[2] Tale definizione trae origine dal decreto del Santo Uffizio “Lamentabili” del 3 luglio 1907.[3]

Altro argomento che si ritrova in tutta la mutazione avvenuta per opera di Paolo VI è l’influsso dell’ecumenismo, non si vuole con i nuovi riti approvati dispiacere o dare fastidio ai Protestanti alla loro teologia in materia di sacramenti.

L’analisi proposta da Augustinus sostiene, portando valevoli argomenti inerenti alla validità dei sacramenti amministrati da ministri eretici, scisamtici o addirittura supposti aderenti alla massoneria. Questo è vero, perché i sacramenti hanno efficacia come insegna la teologia scolastica “ex opere operato” prescindendo da qualsiasi intenzione occulta o peccato, scisma o eresia del ministro del sacramento, purché abbia intenzione di voler fare ciò che fa la Chiesa e questa intenzione si manifesta quando il ministro utilizza un rito approvato dalla Chiesa stessa. Bisogna nondimeno, fare una distinzione tra eretico e scismatico ed eretico che nega la validità di alcuni sacramenti, infatti, nessun teologo ha mai sostenuto e può sostenere che i sacramenti amministrati ad esempio dai Protestanti come l’Eucarestia o l’Ordine siano validi! I Protestanti, infatti, negano la presenza reale nell’Eucarestia e la sacramentalità dell’Ordine.

La Chiesa ha persino, più volte amministrato nuovamente sub conditione  sacramenti come il Battesimo, se impartito da ministri Protestanti, appartenenti a strane congregazioni come ad esempio la Battista, perché non avevano l’intenzione di fare ciò che vuole la Chiesa. É scontato che i sacramenti amministrati dagli eretici e scismatici orientali devono essere considerati validi, perché hanno sempre utilizzato un rito approvato dalla Chiesa ancor prima dello scisma, come i riti di San Basilio o di San Giovanni Crisostomo, oppure di altre chiese orientali un tempo unite con Roma. Come sono validi i sacramenti amministrati da ministri in stato di peccato mortale oppure da ministri anche massoni, purché abbiano utilizzato un rito approvato dalla Chiesa e non abbiano dichiarato pubblicamente che non intendevano fare ciò che vuole la Chiesa conferendo quel determinato sacramento, ponendo così un “obex” alla validità del medesimo. Nessuno, in realtà, ha mai messo in discussione la validità dei sacramenti conferiti ai vescovi giurati (filo rivoluzionari), durante la Rivoluzione Francese  e consacrati in stato di scisma nel 1791 da Mons. Charles Maurice de Talleyrand vescovo di Autun, aderente alla massoneria[4].

L’argomento principe sollevato a giusto titolo da Augustinus  sta nel fatto che i nuovi riti di ordinazione devono essere validi, perché promulgati dalla suprema Autorità Apostolica. Il papa, infatti, è perlomeno sentenza certa, cioè con il consenso unanime di tutti i teologi, che sia infallibile nella promulgazione dei riti (leggi liturgiche universali) della Chiesa, e tali riti, non solamente devono essere validi, ma anche leciti e ci si dovrebbe conformare a quanto da essi stabilito, questo secondo punto Augustinus pare però ignoralo!

Va, inoltre, premesso che la Chiesa e il papa non hanno un potere assoluto sui sacramenti, bensì limitato, in quanto possono mutare solo gli accidenti degli stessi, “salva illorum substantia”, cioè non possono cambiare la sostanza o essenza del sacramento, ad esempio nessun papa può arrogarsi di dichiarare che il sacramento del Battesimo è solo un rito iniziatico della Chiesa Cattolica e non un lavacro che elimina il peccato originale e dona la grazia santificante a chi lo riceve e mutare il rito in questo senso: il sacramento sarebbe nullo. L’autore dei sacramenti è, e rimane Nostro Signore Gesù Cristo.

Vi è poi un’affermazione apodittica secondo la quale Augustinus dichiara che le nuove forme del sacramento dell’Ordine sono altresì valide perché approvate dal Cardinale Ottaviani sicura autorità in materia perché cardinale segretario del Sant’Uffizio. Va altresì detto che anche le nuove anafore del “Novus Ordo Missae” furono approvate dall’allora Prefetto della Dottrina della Fede Cardinale Alfredo Ottaviani, peccato che poco dopo sottoscrisse il “Breve esame critico del Novus Ordo Missae” che critica proprio l’introduzione nella Messa di quelle anafore! É evidente che il Cardinale Ottaviani per ceca obbedienza approvò tutto quanto era stato emanato dall’Autorità Pontificia, come approvò la Dignatis humane personae del Vaticano II, anche se in contrasto con gli insegnamenti pontifici precedenti. Neppure durante il dibattito conciliare ebbe il coraggio di alzarsi e di dire chiaramente che la questione era già stata definita da Pio IX ed era chiusa e non poteva, quindi, essere oggetto di discussione conciliare e nel caso si fosse protratta il dibattito i padri conciliari in dissenso avrebbero dovuto essere considerati eretici. Il Cardinale Ottaviani, purtroppo, su questo argomento, non può essere considerato come fonte attendibile attestante la validità dei sacramenti.

A nostro avviso è necessario prendere in considerazione relativamente al nostro caso anche la Costituzione Apostolica di Leone XIII “Apostolicae curae et caritatis” del 13 settembre 1896 che dichiarò invalide le ordinazioni anglicane.

Passiamo, quindi, ad esaminare le fonti delle due forme di consacrazione episcopale, quella precedente, e quella nuova. La forma che si rinveniva nel Pontificale Romano preconciliare, approvata come tale con la Costituzione Apostolica“Sacramentum Ordinis” del 30 novembre 1947 di Pio XII “ad validitatem”, è tratta dal “Sacramentario Leoniano”, libro liturgico in uso nella Chiesa Latina dal tempo di papa Celestino anni 422 – 432;[5] quella del nuovo Pontificale approvato da Paolo VI dalla “Traditio Apostolica” attribuita a Sant’Ippolito anni 217 – 235.

Ecco la formula del Pontificale Romano per la consacrazione dei vescovi in uso nella Chiesa Cattolica di rito latino, prima della riforma: «Comple in sacerdote tuo ministerii tui summan, et ornamentis totius glorificationis instructum coelestis rore sanctifica» – Compi (o completa) nel tuo sacerdote la perfezione (o pienezza) del tuo ministero e dopo averlo rivestito di tutti gli ornamenti della gloria, santificalo con la rugiada della celeste unzione».

Ecco invece la forma essenziale per l’ordinazione dei vescovi tratta dalla “Traditio Apostolica” di Sant’Ippolito: «Et nunc effeunde super hunc electum ea, virtutemm quae a te est, Spiritum principalem, quem dedisti dilecto Filio tuo Iesus Christo, quem ipse donavit sanctis apostolis, qui constituerunt Ecclesiam per singula loca, ut sanctuarium tuum, in gloriam et laudem indeficientem nominis tui». – «Effondi ora, la potenza che solo da te può venire, lo Spirito sovrano che tu hai dato al tuo diletto figlio Gesù Cristo e questi ai santi apostoli, i quali fondarono in ogni luogo la Chiesa come tuo santuario, a gloria e lode del tuo nome»[6]

Innanzi tutto va detto che la “Traditio Apostolica” è un documento composito di dubbia origine, non vi è, infatti, alcuna testimonianza documentale che sia servita come sacramentario per ordinare sacerdoti e vescovi cattolici.

Ippolito è uno strano personaggio. Nacque intorno al 160 d.C., diventò sacerdote durante il pontificato di papa Zeferino, fu discepolo di Sant’Ireneo. Per divergenze dottrinali dovette abbandonare l’Urbe. Alla morte di papa Zeferino, quando Callisto fu eletto pontefice, in contrasto con lui, fondò una comunità scismatica, è, invero, annoverato tra gli antipapi, probabilmente in quel periodo elaborò la “Traditio Apostolica” forse ad uso della sua comunità scismatica[7]. Durante la persecuzione dell’Imperatore Massimino, Ippolito fu arrestato e tradotto nelle miniere in Sardegna con l’allora pontefice Ponziano. Subì in quel luogo il martirio con papa Ponziano (settembre 235), anche lui prigioniero nelle miniere sarde, si riconciliò prima del martirio con il papa ed è inserito nel Martirologio con papa Ponziano come martire. Lo scisma di Ippolito terminò con la morte dello stesso.

Paolo VI è il primo ad aver accordato ad Ippolito un’autorità che non ha mai avuto nella Chiesa fino a quel momento, forse per il rigorismo della sua setta, si presunse che egli avesse conservato l’integrità dei riti in uso nella Chiesa del suo tempo.[8]

Ippolito scriveva però in greco, nella Chiesa romana, invece, fu adottato l’uso quasi esclusivo del latino, le sue opere caddero in oblio in Occidente. «È Nel 1691 che furono scoperte, in Etiopia, da Job Ludolf . Nel 1848 grazie a degli studi di documenti copti, un’altra versione venne alla luce. Successivamente fu trovata una versione sahidica e verso il 1900 si scoprì una versione latina del testo greco del VI secolo». Nessuna di queste versioni è però completa e gli studiosi sono stati obbligati a mettere insieme le differenti parti per tentare di ricostruire un documento relativamente coerente. Secondo il Prof. Burton Easton dell’Università di Cambridge, ecco come si può riassumere ciò che si conosce su quest’argomento:

«Ad eccezione di piccoli frammenti, non si è mai trovata l’originale greco della Traditio Apostolica. In generale, si può fidare del testo latino, ma è incompleto. La sola altra prima versione la sahidica, è pure incompleta, ed i risultati della capacità media del suo traduttore sono stati resi ancora più confusi dalla trascrizione che né è stata fatta.

Il testo arabo è un scritto secondario che presenta poche cose che la versione sahidica non contiene. L’unica versione quasi completa l’etiopica è terziaria; è quindi poco attendibile. Queste quatto versioni, presuppongono un comune originale greco, nel quale due testi diversi sono stati fusi insieme. Le altre fonti, Le Costituzioni Apostoliche, il Testamento del Signore e i Canoni, sono delle buone revisioni, nelle quali l’originale non è riconoscibile, quando non è contraddetto. In queste condizioni, è manifestamente impossibile restituire il testo con certezza» [9].

Secondo ultime ricerche è emerso che la “Traditio Apostolica” non sarebbe neppure riferibile ad Ippolito romano, bensì ad un suo omonimo sacerdote alessandrino morto verso il 253, oppure ad un vescovo orientale di sede sconosciuta attivo tra la fine del secondo secolo e l’inizio del terzo [10].  La Traditio Apostolica pertanto, risulta di autore ignoto ed il suo autore viene ora definito dagli studiosi lo pseudo Ippolito.

Da queste precisazioni fornite da alcuni specialisti in materia, si comprende che è assolutamente impossibile pretendere di avere la minima idea delle parole che Ippolito o chi per esso, considerava come essenziali nella forma del sacramento dell’Ordine.

Nell’introduzione del Pontificale romano, promulgato da Paolo VI, viene tuttavia assicurato che la formula derivante dalla “Traditio Apostolica” è «ancora in uso nella liturgia dell’ordinazione presso i Copti e i Siro Occidentali» Possediamo solo, una traduzione ufficiale del Pontificale in uso presso i Siro Occidentali e una ufficiosa del Pontificale Copto, non approvata ufficialmente e da verificare accuratamente, ma da quello che traspare non compare la forma tratta dalla “Traditio Apostolica”, invero si trovano elementi fondanti dove viene espresso molto bene l’ufficio del Vescovo.[11]

Ecco la versione ufficiale del Pontificale in uso presso i Siro Occidentali: «O Dio, che hai fatto tutte le cose con la tua potenza e hai creato l’universo con la tua volontà del Tuo unico Figlio. Il quale ci ha rivelato gratuitamente la conoscenza della verità e ci ha fatto conoscere il Tuo amore santo ed eccellente.

Tu ci hai donato, come pastore e medico delle nostre anime, il Tuo amato Figlio e unico, il Verbo Gesù Cristo, il Signore di gloria. Con il suo prezioso sangue, hai fondato la tua Chiesa e hai costituito in essa tutti gli Ordini del sacerdozio, ci ha donato le guide perché piacciamo a Te con la conoscenza del nome del Tuo Cristo, che si è diffusa e sparsa in tutto l’universo.

Invia sul tuo servitore qui presente il soffio spirituale dello Spirito Santo, perché custodisca e serva la Tua Chiesa a lui affidata: perché unga i sacerdoti, ordini i diaconi, consacri gli altari e le chiese, benedica le case, elevi invocazioni efficaci, guarisca, giudichi, salvi e liberi; sciolga e leghi, rivesta e spogli, accolga e scomunichi.

Donagli anche il potere dei tuoi santi, il potere che hai dato agli Apostoli del Tuo unico Figlio. Che egli sia un vescovo glorioso con l’onore di Mosé, l’Ordine di Aronne, la dignità di Giacobbe, sul trono dei Patriarchi. (Il coraggio dei tuoi discepoli, le opere del Santo Giacomo e la sede dei primi Padri); e che il tuo popolo e le pecorelle della tua eredità siano confermate da questo tuo servitore.

Donagli la saggezza e la prudenza (intelligenza) affinché sappia riconoscere la volontà della tua maestà, discernere il peccato e conoscere le norme della giustizia e delle sentenze; sappia risolvere i  problemi difficili e sciogliere da tutti i legami del male (dell’iniquità)»

Alla fine di questa preghiera recitata a voce bassa, il vescovo consacrante si volge verso l’est e continua a voce alta:

«Signore che Sei il Dispensatore di ogni cosa buona, Diffusore della Saggezza e dei doni divini. Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, Ti lodiamo e ti rendiamo grazie, ora e sempre nei secoli. Amen».[12]

Ecco invece la traduzione ufficiosa del Pontificale Copto: «Padre Onnipotente concedigli per mezzo di Cristo Nostro Signore l’unità dello Spirito Santo, perché abbia il potere di rimettere i peccati secondo la promessa del tuo unico Figlio; Perché insedi ed ordini, con la sua autorità, i sacerdoti nei santuari.

Sciolga il legame ecclesiastico, trasformi in chiesa i nuovi edifici da adibire al culto e consacri gli altari».

È chiaro che anche qualora si dovessero pure rinvenire, ad un’ancora più attenta traduzione ed esame, del testo, non di facile traduzione, alcune parole che possano dirsi tratte dalla “Traditio Apostolica”, le parole qui espresse, già sono fondanti e sufficienti per esprimere chiaramente la funzione del vescovo.

Al momento è palese che quanto affermato nella prefazione del nuovo Pontificale, non corrisponda a verità!

Soffermiamoci adesso sul termine “Spiritum principalem” che si rinviene all’interno nella nuova forma di consacrazione episcopale. Questo termine si rinviene in ambito liturgico esclusivamente all’interno del salmo 50 al versetto 14: «Redde mihi laetitiam salutaris tui et spiritu principali confirma me». Nella versione fornita dal Bea così compare: «Redde mihi laetitiam salutis tuae, et spiritu generoso confirma me». Il biblista Giuseppe Ricciotti la traduce in questo modo: «Rendimi la gioia della tua salvazione e con nobile [e generoso] spirito confortami» La traduzione fornita dalla CEI è invece la seguente: «Rendimi la gioia di essere salvato sostieni in me un animo generoso».[13]

Il nuovo dizionario latino – italiano Luigi Castiglioni  – Scevola Mariotti indica cinque significati possibili: 1) primo o primitivo; 2) principale, più importante; 3) del principe, principesco, imperiale; 4) che riguarda i principi, i soldati di seconda fila; 5) principale che riguarda i principia del campo militare. Il dizionario latino francese Cassell da invece tre significati possibili: 1) primo nel tempo originale, primo o capo; 2) di un principe; 3) si dice del posto che occupa il comandante in campo militare romano. Il dizionario latino – francese di Harper da un altro senso: sorvegliante.

Quest’ultima traduzione risulta interessante, di fatto, questa interpretazione del termine “principalis” può non dispiacere ai Protestanti, ascoltiamo ciò che dicono i vescovi inglesi nella «Difesa della Bolla Apostolicae curae» documento emesso dai vescovi inglesi in difesa della “Costituzione Apostolicae Curae et Caritatis” di Leone XIII contro gli attacchi dei vescovi anglicani: «Il fatto che gli anglicani abbiano aggiunto il termine vescovo alla loro forma non è servito a renderla valida, perché secondo la loro dottrina, non considerano il vescovo come fruente l’Ordine di un grado superiore a quello di un sacerdote; effettivamente, è considerato come un sorvegliante piuttosto che colui che detiene la pienezza del sacerdozio». Gli stessi liturgisti e teologi post conciliari ammettono che vi è difficoltà a tradurre convenientemente l’espressione “principalem” in lingua corrente. Padre Bernard Botte O.S.B. uno dei principali collaboratori di Mons, Annibale Bugnini grande artefice di tutta la riforma liturgica così si esprime: «Per il cristiano del III secolo (l’epoca d’Ippolito), quest’espressione ha un significato teologico che non ha nulla in comune con il pensiero del Re di Giuda (Davide) che viveva dodici secoli prima. Ma pur supponendo che principalis sia una traduzione inesatta, quivi non ha alcuna importanza. Ciò che conta, è di sapere quale senso intendeva dare l’autore della preghiera, vale a dire Ippolito» [14]. Padre Botte effettivamente ammette, che non si è certi del termine principalis, ma che la parola non può anche rendere esattamente ciò che intendeva il re Davide quando ispirato scriveva il salmo 50. Afferma inoltre, che questo vocabolo, non proviene dalle parole di Nostro signore Gesù Cristo, né da quelle degli Apostoli, ma ci informa a sette secoli di distanza, ciò che Ippolito avrebbe voluto esprimere con questa parola: «La soluzione deve ricercarsi in due direzioni: il contesto della preghiera e l’impiego di hegemonikos nel linguaggio cristiano del III sec. (hegemonikos è l’equivalente di principalis). È chiaro che lo Spirito designa la persona dello Spirito Santo. Tutto il contesto lo indica; tutti mantengono il silenzio affinché lo Spirito discenda. La vera questione è dunque: perché tra gli altri aggettivi è stato scelto principalis? Bisogna ampliare le ricerche». Padre Botte ci da una nuova interpretazione teologica per le funzioni differenti dei membri della gerarchia negli ordini come espressa nel nuovo rito: «I tre gradi, ricevono il dono dello Spirito, ma non è lo stesso per ciascuno di loro. Per il vescovo è lo Spiritus principalis; per i sacerdoti che sono i consiglieri dei vescovi lo Spiritus consilii; per i diaconi che sono il braccio destro del vescovo, è lo Spiritus zeli et sollecitudinis. É evidente che queste distinzioni sono fatte secondo le funzioni dei ministri di ciascun grado. É dunque, chiaro che (nella formula d’Ippolito) principalis deve essere compreso come in rapporto con la funzione specifica del vescovo. E’ sufficiente rileggere la preghiera per convincersi … Dio non ha mai lasciato il suo popolo senza il capo, né il suo santuario senza ministri … Il vescovo è il capo della Chiesa. La scelta del termine hegemonikos si spiega per se stessa; É il dono dello Spirito che appartiene al capo. La migliore traduzione sembrerebbe essere Spirito d’autorità».

La nuova forma richiede anche che questo Spirito sovrano o d’autorità che è dato all’ordinando sia lo stesso che fu elargito agli Apostoli. Prima di tutto è necessario chiarire che una tale richiesta non afferma per nulla che gli ordinandi siano elevati al rango degli Apostoli. Tranquillamente si potrebbe, per absurdum chiedere a Dio di donare a tutti i laici cattolici, lo stesso Spirito Santo che fu dato agli Apostoli. È evidente che una simile richiesta non afferma per niente che sia chiesto in questo momento per gli ordinandi, come sarebbe normale domandarlo, che siano elevati alla dignità degli Apostoli. Si comprende perché Leone XIII nella Costituzione Apostolica “Apostolicae Curae et Caritatis” afferma a proposito dell’Ordinale Anglicano «Le parole … «ricevi lo Spirito Santo», non significano affatto in modo determinato l’Ordine del sacerdozio, o la sua grazia o la potestà». Così, ancorché, riconoscessimo, in questo Spirito direttore o principale oppure sovrano od invero d’autorità, lo Spirito Santo, la forma non significa né il potere, né la grazia dell’episcopato.

La stessa forma del rito di Paolo VI può, per contro, apparire con la scelta dei termini, singolarmente prossima a quella del rito protestante. Qui Augustinus può citare anche impropriamente Mons. Antonio Piolanti e altri teologi, l’invocazione dello Spirito Santo sugli eletti deve significare chiaramente ed in modo inequivocabile il conferimento della grazia sacerdotale per un sacerdozio di grado superiore e non in maniera aleatoria o equivoca.

Esaminiamo ancora un ultimo problema, che sorge osservando il nuovo rito: la “significatio ex adiunctis”, con questa frase si possono identificare l’insieme delle cerimonie che non sono essenziali per la validità del sacramento, ma lo identificano in un contesto cattolico. Leone XIII, sempre nella più volte citata Costituzione Apostolica, ci insegna che la forma degli ordini anglicani riformata 1662[15], tra le altre ragioni è invalida perché le parole di sacerdote e vescovo utilizzate dagli anglicani significano per loro cose molto diverse da ciò che significano per i cattolici. Questo è reso assolutamente chiaro dalle parti di questo rito riformato, nelle quali si sono soppresse di proposito tutti i riferimenti alla natura sacrificale delle funzioni elevate.

Prestiamo attenzione a ciò che dice a questo proposito Leone XIII nella citata Lettera apostolica “postolicae curae et caritatis”: Per questo, in tutto l’Ordinale, non solo non c’è nessuna chiara menzione del sacrificio, della consacrazione e della potestà del sacerdote di consacrare e di offrire il sacrificio; ma anzi, cosa di cui sopra ci siamo occupati, sono state deliberatamente eliminate e distrutte tutte le tracce di queste cose che fossero rimaste nelle preghiere non completamente rifiutate nel rito cattolico».

In questo passaggio il Pontefice, allude a ciò che nella collazione del Sacramento dell’Ordine, si chiama «significatio ex adiunctis». Cioè il significato del segno esplicitato dalle cerimonie che sono state aggiunte per questo scopo. Una forma valida, ancorché inserita in un contesto rituale acattolico, non rende forzatamente questo o quel sacramento valido, questo vuol far intendere Papa Pecci nel suo documento.

Verifichiamo il nuovo rito promulgato da Paolo VI.

CIÒ CHE È STATO AGGIUNTO

Sono state aggiunte soprattutto delle concessioni; al punto che si può affermare che nella Chiesa post conciliare ci sono tante significatio ex adiunctis quante cerimonie d’ordinazione episcopale. Si giudichi dal testo estratto dal Pontificale approvato dalla Commissione internazionale per i paesi francofoni.

III Apertura della celebrazione

Uno dei sacerdoti s’indirizza al consacratore principale in questi termini:

Reverendo Padre la Chiesa di N. (ola Santa Madre Chiesa nostra Madre) ci domanda di ordinare N. sacerdote, per l’incarico dell’episcopato.

Si può altrimenti fare precedere a questa domanda da qualche breve intervento di membri del popolo cristiano che esprimono le aspettative della diocesi nei riguardi del nuovo vescovo[16] oppure con la presentazione dei nuovi diocesani all’ordinando[17] ecc. (simili concessioni sono già in uso anche in Italia – n.d.r.). Tutti alla fine dicono: rendiamo grazia a Dio o secondo l’uso ed il costume della regione si può impiegare un’altra formula.

IV Liturgia della Parola

Dopo il Vangelo, il consacratore principale fa l’omelia nella quale commenta la parola di Dio e spiega la funzione del vescovo. Può ispirarsi ad un testo che si propone[18].

V Ordinazione

[19]Il consacratore principale interroga l’Ordinando non sugli articoli del Credo o sulla sua professione di fede, ma è cambiata in senso conciliare con chiari riferimenti alla collegialità episcopale.[20] L’Ordinando risponde “lo voglio” (ma) la risposta può essere data in altri termini equivalenti.

Dopo la consegna del pastorale sino alla fine dell’Ordinazione si può cantare il salmo 95 con l’antifona: Andate nel mondo alleluia ecc. oppure un altro canto.

VI Conclusione.

Al posto dell’abituale benedizione, si può dire quella seguente: “Deus qui populis tuis indulgendo consulis et amore dominaris da Spiritum sapientiae quibus tradidisti regimen disciplinae ut de profectu sanctuarium ovium fiant gaudia aeterna pastorum” Tutti dicono Amen. Seguono altre due preci, prima che il vescovo impartisca la benedizione[21].

Benedizione delle insegne dell’Ufficio episcopale

La benedizione dell’anello, del pastorale e della mitra, che ha luogo abitualmente prima dell’ordinazione del vescovo a tempo opportuno, può essere fatta nel seguente modo[22]. Il che sottintende che non è d’obbligo benedire le insegne con una propria benedizione. Si può infine, aspergere con l’acqua benedetta le insegne dell’incarico episcopale.

Ciò che è stato soppresso

Ciò che la riforma paolina ha soppresso del rito tradizionale è molto più importante di ciò che è stato conservato e, nel contesto ecumenico del dopo Vaticani II, anche molto più significativo.

A causa della lunghezza di questo rito, si parlerà solo di ciò che può avere un’influenza sulla validità in virtù della “significatio ex adiunctis”.

All’inizio della cerimonia tradizionale, l’eletto all’episcopato in ginocchio davanti al consacratore, pronuncia, le mani poste sui Vangeli, una lunga forma di giuramento: promette a Dio «di promuovere i diritti, gli onori, i privilegi dell’autorità della Santa Chiesa Romana (…) di osservare con tutte le sue forze e di far osservare dagli altri, le leggi dei Santi padri, i decreti e le ordinanze e le riserve ed i mandati apostolici (…) di combattere e di perseguire secondo il suo potere: gli eretici, gli scismatici e i ribelli contro il Santo Padre il papa ed i suoi successori ». Questo giuramento è stato soppresso.

Dopo viene «l’Esame del candidato», che esordisce così: «L’antica dottrina dei Santi Padri, insegna ed ordina che colui che è eletto all’episcopato sia prima esaminato attentamente con tutta la carità circa la sua fede sulla SS. Trinità».

Nel nuovo rito l’esame è molto rapido e le domande poste per confermare i singoli articoli del Credo sono state soppresse. Come d’altro canto quelle che chiedevano di «anatemizzare tutte le eresie che si potesse levare contro questa Santa Chiesa Cattolica» Nel clima ecumenico del post Concilio questa soppressione è significativa, perché si tratta di una delle principali funzioni del vescovo.

Nel rito tradizionale, il consacratore istruiva il vescovo eletto in questi termini: «Il vescovo deve giudicare, interpretare, consacrare, ordinare, offrire il sacrificio, battezzare e confermare». Quest’istruzione, che mostra il potere dell’episcopato cattolico è stata soppressa. Quest’istruzione era molto importante al fine della significatio ex adiunctis; la sua soppressione nel nuovo rito è pregiudizievole perché in nessun’altra parte del nuovo rito sono menzionate le funzioni episcopali di giudicare (legare e slegare), consacrare, ordinare, e confermare.

Nel rito tradizionale, dopo la preghiera del prefazio consacratorio le funzioni del vescovo sono nuovamente ribadite: «Donate a lui, o Signore, le chiavi del Regno dei Cieli (…) Affinché tutto ciò che lui legherà sulla terra sia ugualmente legato nel Cielo, e che ciò che slegherà sulla terra lo sia parimenti anche nel Cielo. Che i peccati che egli riterrà siano ritenuti, e rimettere o Signore, i peccati che egli rimetterà (…) Che non faccia delle tenebre la luce, né la luce tenebre. Che non chiami bene il male, né il male bene (…) Stabilite lui, o Signore, nella sua cattedra episcopale, per governare la vostra Chiesa ed il popolo che gli è stato confidato (…)». Questa preghiera è stata soppressa.

Sono state infine:

– Accorciate e modificate tutte le litanie dei Santi;

– Soppresse buona parte delle preghiere e delle cerimonie dell’unzione con il Sacro Crisma;

– Soppressa l’orazione propria della benedizione del pastorale;

– Soppresse le orazioni per la benedizione e per l’imposizione della mitra[23];

– Soppresse le orazioni per la benedizione e la stessa imposizione delle chiroteche (guanti);

– Soppressa la cerimonia e le genuflessioni “ad multos annos” fatte verso il consacratore.

– La Benedizione delle insegne pontificali anello, pastorale mitra hanno un’unica orazione.

Anche quando certe orazioni sono state mantenute, queste rispetto a quelle previste dal precedente Pontificale Romano, sono state accorciate, mutate e sminuite, sempre nel rispetto ecumenico delle altre religioni cristiane. Il concetto di verità e di difesa della verità è totalmente scomparso, ed al suo posto si è inserita una terminologia pastorale verso un fantomatico popolo di Dio, come è quasi totalmente scomparso tutto l’aspetto sacrificale che è la parte più importante dell’onere episcopale, non parliamo poi dell’aspetto giuridico che è stato ridotto all’osso.

Tutta la liturgia afferente, le nuove ordinazioni dovrebbe essere vagliata punto per punto, questo studio già complesso diventerebbe troppo lungo per lo scopo che si è prefisso.

Dopo questo esame seppur sommario del nuovo rito per la consacrazione dei vescovi, non ci resta che esprimere un dubbio positivo sulla validità della nuova forma per la consacrazione dei vescovi e si badi non vogliamo addentrarci nei vari abusi liturgici che sono stati compiuti in questi anni e continuano a compiersi ripetutamente e particolarmente nei Paesi del Nord Europa.

L’unico argomento probante di Augustinus rimane quello “ex auctoritate” che abbiamo sviluppato all’inizio dello studio, cioè che un rito promulgato e/o approvato dall’Autorità Apostolica è sicuramente valido. A nostro avviso ci sono invece, probanti argomenti che mettono o metterebbero in dubbio la legittimità della promulgazione per carenza di autorità del legislatore, come abbiamo dimostrato in un precedente scritto[24], ma pur seguendo la teoria illogica di Augustinus, non si comprende perché un papa debba sicuramente promulgare un rito valido (sebbene illecito), e poi secondo la stessa teoria, si afferma, senza troppe reticenze, che un papa legittimo possa promulgare delle canonizzazioni invalide e false (come è avvenuto), francamente qui non si riesce più a seguire un benché minimo criterio di logica elementare! Siamo quasi ad una “nouvelle theologie” in campo tradizionalista.

Considerato, tuttavia, che sui sacramenti la dottrina cattolica, pretende la certezza, ed in caso di dubbio positivo va reiterata l’amministrazione del sacramento. Non ci resta che consigliare vivamente i sacerdoti ordinati da vescovi a loro volta ordinati con il nuovo rito di procedere ad una nuova ordinazione“sub conditione”, sicuramente da farsi con le dovute cautele e non pubblicamente, particolarmente se vogliono e pretendono di voler continuare il sacerdozio cattolico e il vero sacramento dell’altare.

Allo stesso modo dovrebbero riflettere i sacerdoti ordinati con il nuovo rito da vescovi ancora consacrati con il Pontificale Romano precedente la riforma, in quanto i riti e la celebrazione che circondano il conferimento del sacramento dell’Ordine pongono seri dubbi di come i modernisti autori di questi riti vogliano intendere il sacerdozio cattolico.

Mons. Marcel Lefebvre ha sempre riordinato “sub conditione” in privato i sacerdoti che volevano collaborare con la F.S.S.P.X. che erano stati ordinati con il nuovo rito, al fine di preservare intatto e senza macchia o dubbio il Santo Sacrificio dell’Altare.

Ultimo avvertimento per i fedeli che ricevono i sacramenti da ministri ordinati con il nuovo rito che potrebbero incorrere il rischio di ricevere sacramenti invalidi.

La Vergine ci aiuti e ci dia la forza per continuare la lotta per la difesa della fede, preservando immacolato il Santo Sacrificio dell’Altare oblazione monda offerta a Dio.

7 ottobre 2014

Festa di Nostra Signora del Santo Rosario


[1] «Da questa unione adulterina non possono che venire dei bastardi. E chi sono questi bastardi? Sono i nostri riti. Il rito della nuova Messa è un rito bastardo. I sacramenti sono dei sacramenti bastardi. Non sappiamo più se sono dei sacramenti che donano la grazia oppure non la donano. Non sappiamo più se questa messa ci da il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo oppure no.  (…) I sacerdoti che escono dai seminari sono dei preti bastardi. Non sanno più che sono stati fatti per salire l’altare, per offrire il Santo Sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo e per dare Gesù Cristo alle anime e per portare le anime a Gesù Cristo. Ecco cosa è un prete, e i nostri giovani che sono qui lo capiscono bene. Tutta la loro vita è consacrata a questo, ad amare, ad adorare e a servire Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia, perché loro credono alla presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia (…) E’ questa volontà di dialogo con i Protestanti che ci ha portato a questa messa bastarda ed a questi riti bastardi»

[2] Ludovico OTT, Compendio di teologia dogmatica, Torino –Roma 1955, p. 538.

[3] Si confronti su questo argomento DS. 3439 – 3451.

[4] Cfr. Il Breve di papa Pio VI Charitas que del 13 aprile 1791.

[5] Dom Prosper GUERANGER, Institutions Liturgiques

[6] Testo in lingua italiana del nuovo Pontificale Romano, Ordinazione del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi, Ed. CEI 1992.

[7] Dom Poulet, Histoire du Christianisme fasc. I, p. 124.

[8] Nella sua costituzione apostolica Pontificalis Romani che pubblicò i nuovi riti d’ordinazione, Paolo VI dichiara che il fine della revisione del Pontificale romano è stato quello di «migliorare e di precisare l’espressione in più punti importanti della dottrina… che si trovano già inclusi nel rito della consacrazione episcopale… Nella revisione del rito, è stato necessario aggiungere, di sopprimere o di cambiare certe cose, sia per ristabilire i testi nella loro integrità originaria, sia per rendere le espressioni più chiare, sia per meglio esprimere gli effetti del sacramento … Per pervenirvi in modo corretto , si è pensato bene di riscorrere tra le antiche fonti, alla preghiera consacratoria che si trova nel documento chiamato Tradizione apostolica d’Ippolito di Roma, scritta all’inizio del III secolo , e che in gran parte è ancora in uso nella liturgia delle ordinazioni presso i Copti e Siro occidentali».

[9] Easton Burton Scott, The Apostolic Tradition of Hipplytus, con introduzione e note, Cambridge University Press 1934; studio riedito ed aggiornato da Arcnon Books Agleterre, 1962.

[10] J.M. Hanssens, La liturgie d’Hippolyte. Ses documents son titulaire, ses origines et son caractère, in Orientalia Christiana Analecta, 155, Roma 1965, p. 501; AA.VV. Ricerche su Ippolito, (Studia Ephemeridis «Augustinianum» 13, Roma 1977, p. 153.

[11] Il Pontificale Copto: pimerosm massnaut nte pi eucologion è rinvenibile presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma in una versione bilingue greco bizantina e araba.

[12] Traduzione ufficiale del Pontificale dei Siri d’Antiochia 2ª parte p. 204 – 205, edito nel 1952 Charfe Libano con l’Imprimatur di S.E.R. Gabriele Card. Tappuni, Patriarca Siro Occidentale d’Antiochia.

[13]La Sacra Bibbia Edizione Ufficiale della CEI, giugno 1974.

[14] Bernard Botte O.S.B., Spiritus Principalis, Formula dell’ordinazione episcopale. Studia in Notitiae, Vol. X 1974, p. 410, 411.

[15] É rintrodotta dagli anglicani nuovamente la forma prevista dal Sacramentale Leoniano.

[16] Cosa esige il popolo cristiano di una diocesi, un vescovo incaricato d’ordinare dei sacerdoti e di operare per la santificazione dei suoi fedeli, oppure che intende ben altro che la santificazione delle anime, considerato che non esiste più il concetto di peccato tra i fedeli modernisti!

[17] L’ordinando che viene presentato è raccomandato per le sue qualità sacerdotali e per altro? Il vescovo viene istituito, per custodire le tradizioni, oppure per compiacere i fedeli e il clero che dovrebbe invece dirigere? Chi ci garantisce l’ortodossia di queste domande e raccomandazioni, quando il nuovo rito prevede la libertà d’espressione? Ciononostante, tutto questo fa parte della «significatio ex adiunctis» del nuovo rito.

[18] Una volta ancora, chi ci garantisce al fine della «significatio ex adiunctis» l’ortodossia dell’omelia, quando questa si può ispirare ad un testo proposto (non si sa da chi)? Si può ovviamente porsi la stessa domanda relativamente a tutte le libertà che sono state concesse dal legislatore.

[19] Corrisponde all’esame del candidato del rito tradizionale.

[20] «Vis corpus Christi, Ecclesiam eius, edificare et in eius unitate cum ordine Episcoporum, sub auctoritate successoribus beati Petri Apostoli permanere?»

[21] «Et qui dierum nostro rum numerum temporumque mensuras maiestatis tuae potestate dispensas propitius  ad humilitatis nostrae respice servitutem et pacis tuae abundatiam temporibus nostris praetende perfectam». Amen.

«Colatis quoque in me gratiam tuam propiziare muneribus et quem fecisti gradu episcopali sublimen, fac operum perfectione tibi placetem atque in eum affectum dirige cor plebis et presuli, ut nec pastori obediantia gregi desit umquam cura pastoris». Amen.

[22] «Omnipotens sempiterne Deus, benedic haec (hoc) muneris pastorali et pontificalis honoris insigna (insigne), ut qui ea (id) gestaverit, premium dispensationis sibi creditae cum Christo, summo sacerdote et bono Pastore, in aeterna vita percipiat. Per Christum Dominum nostrum».

[23] Ecco come era prevista nel Pontificale Romano ante riforma l’orazione per l’imposizione della mitra episcopale: «Imponimus, Domine, capiti huius Antistiti set agonistae tui galeam munitionis et salutis, quatenus decorata facie, et armato capite, cornibus utriusque Teatamenti terribilis appareat adversariis veritatis; et, te ei largiente gratiam impugnator eorum robustus exsistat, qui Moysi famuli tui faciem ex tui sermonis consortio decoratam, lucidissimis tuae claritatis ac veritatis cornibus insignisti: et capiti Aaron Pontificis tui tiaram imponi jussisti. Per Chistum Dominum Nostrum». Tutta l’orazione è un monumento liturgico, in cui si uniscono descrizioni del nuovo e vecchio Testamento come la Lettera di San Paolo agli Efesini e il libro dell’Esodo per la tutela e la preservazione della verità della fede cattolica contro le eresie.

[24] L’Infallibilità della Chiesa e del Papa.

Una Risposta

  • Da quanto sopra ci si fa una sola e semplice domanda:
    Perche’ Montini ha voluto fare questo cambiamento, che rende piu’ difficile l’interpretazione delle parole e modifica quanto e’ stato promulgato per secoli ?
    Ovvero, perche’ queste modifiche? Dove erano necessarie ?
    Ora lo sappiamo, a posteriori:
    1 Bugnini era massone e doveva distruggere la ritualita’ e con essa la sacramentalita’.
    2 Montini voleva compiacere i protestanti.
    3 Montini, come Woityla, come Ratzinger ed il seguente ammazza-colombe, intendono dare la loro personalissima impronta ad una chiesa che non essendo piu’ cattolica, puo’ evolvere e modificarsi secondo il vento moderno.

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