Democratici su Marte

Segnalazione Quelsi

by Giuseppe Mele

marteRoma è divenuta un deserto politico. Un panorama di mitiche architetture, di siti divini, di magnifiche sedi, tutti svuotati e popolati solo dai fantasmi di diverse epoche e dai sogni lontane epopee, che a occhi chiusi non vogliono svegliarsi e aprire gli occhi all’incubo quotidiano. In questo deserto gli uomini e le donne titolati non sanno che farsene della propria autorità, anzi la temono. Mormorano fra sé oppure viceversa urlano biascicate oscenità e sproloqui senza senso. Tra urla e sospiri accusano e si accusano l’uno con l’altro. I grandi siti culturali inaugurati da pochi anni vivacchiano. L’Eur è fallita e la Nuvola si avvia verso il relitto storico di se stessa. Procede la piccola guerra a mercatini e tavolini da bar all’aperto mentre prosegue quella grande dell’Auditorium per divenire monopolio teatrale. Non un distretto industriale è in piedi e l’industria si sta confondendo con il commercio. I ministeri parchi di idee mollano danari solo se vedono sangue. A Roma non c’è più nessuno e nessuno ci sta più con la testa. A destra la diaspora è tale che i più si chiedono come abbiano potuto convivere. Felice, la destra d’antan riscopre il piacere di un suo ghetto sicuro e inoffensivo, dove nessuno mette in discussione nessuno. Moltissimi dai più diversi lati scoprono insospettate liason con il partito di maggioranza e citano felicemente l’anticomunismo di Veltroni. A sinistra, tra fughe, ripensamenti ed Europa, c’è il presidente Pd Orfini, un romano del quartiere Prati, cresciuto tra cinematografia e informazione patinata di sinistra, da dicembre commissario del partito romano, per il quale ha rinunciato a farsi un’istruzione. Nel solco del leader D’Alema alla cui corte, fondazione e corrente è cresciuto, già da segretario di una sezione romana. Promosso alle popolari primarie, chi più di Orfini potrebbe conoscere meglio la sua città? Lo dice anche la fisionomia da romano medio che ricorda lo stempiato di Ecce Bombo ed il Venditti liceale davanti alla scuola. Invece appena sbarcato tra i 100 circoli e gli 8mila iscritti, il 13% del tesseramento nazionale, gli è sembrato di essere su Marte. Su una terra nemica, brulla e fangosa, da radere al suolo, “ ricostruire” e portare di nuovo all’altezza del ruolo di Capitale”. Da quando però Roma non è più degna di questo ruolo? Nel retro pensiero orfiniano, probabilmente da quando la Città Eterna è entrata a pieno titolo nella Costituzione e dovunque si scrive Roma Capitale.

“Roma deve tornare nella modernità” e da quando ne è uscita? Forse da quando Orfini andava a passeggio con le romane Madia e Mogherini per farsi stringere il cuore a Botteghe Oscure o davanti alla sezione di Campo de’ Fiori, sempre ornata di falce e martello in stile liberty e sottotitolo Pci. Insomma il romano de’Roma, cresciuto nei suoi licei e sezioni è tornato (senza essersene mai mosso) alla sua città come fosse un Taddei, un Ghiro, un Colaninno, un Lotti qualunque, uno dei tanti para leghisti nordani imbucatisi nel suo partito che non hanno mai dubitato, fra sé e gli amici, della natura di Roma che è di per sè ladrona. Contro natura, si è trovato con l’altra romana de’ Roma, ma più altolocata, a sparlare delle brutte abitudini di correnti, clan e amiconi sui quali però si sono fondate le relative carriere politiche. E’ d’altronde l’abitudine. In diversi cambi di strada e leader, i giovani turchi scalatori hanno coltivato odio e demagogia contro tutti, il pubblico impiego ed i suoi precari, i cooperativi e gli arroganti cooperandi di S.Egidio, i vigili ed i taxi, i trasportatori, i netturbini e quelli delle discariche, le imprese che a Roma lavorano solo per l’edilizia, per lo Stato e per il cinema sovvenzionato. Incolpavano, come i loro nonni, il governo centrale. Oggi però non si può più. Il commissario sarebbe venuto per il Comune, assediato dalle inchieste, se non fosse stato grave danno al leader del partito; allora nello spirito dei nuovi tempi ha sacrificato il partito stesso. Quasi archeologo ha resuscitato il grand commis di Stato Barca, già ministro nel governo Monti, che iscrittosi al Pd ad aprile ne fondò subito la sede parigina. Valutata la conseguente competenza in capitali, Barca ed il suo team hanno preso, per modesti 50mila euro, senza gara ma con garanzia sponsorile, a scavare nel profondo di idee ed ideali del partito.

La richiesta di aiuto agli iscritti è apparsa subito un appello alla delazione reciproca nel miglior spirito antimafia. Le prime telefonate hanno trovato molti iscritti ignari di esserlo, o forse solo prudenti. Anche questo servirà alla Roma Pd per essere “più equa”, assomigliando nei difetti alle accuse fatte per anni contro gli avversari. Colpa del partito liquido voluto nel 2007 da Veltroni, avrà pensato il giovane turco che sognava il ritorno del partito togliattiano. Come un fantasma, ha vagato per rimediare allo sputtanamento degli ex compagni accusati conscio di poter essere stato al loro posto e viceversa. Non si è chiesto chi abbia distrutto Roma; sa bene che fisiologicamente la Capitale perde 2 miliardi l’anno, malgrado le tasse locali, tra le più alte. Non si possono però incolpare i santi sindaci Petroselli, Argan, Rutelli, Veltroni; nemmeno uno come Marino. I santi sindaci parlavano di centralità della classe operaia e hanno reso l’industria romana, un fatto residuale. Non resta che scaricare la colpa sugli altri, come ieri sull’ex sindaco Darida, perseguitato e poi innocente; oppure oggi su un Alemanno, da tempo isolato nella diaspora destra. Anche se gli altri su 38 anni hanno governato per nemmeno un decennio, un lustro in 21 anni. Restano solo, per giovani e vecchi, i rigurgiti d’antifascismo che nel profondo attestano l’odio per l’Urbe ed i suoi simboli autoritari, sacrali, imperiali e religiosi, tenuti per decenni sotto due pollici di polvere, con buona pace del turismo. Finisce che per i ragazzi gli eroi sono quelli della Magliana ed i calciatori con parentele equivoche. L’unica azzeccata è l’esercizio di satira bonaria alla Trilussa, la pasquinata su Marino ed il governatore Zingaretti fatti passare da martiri di mafia. Proprio alla fine dell’anno alle 4 di mattina la Regione per un pelo non ha fatto fallimento. Spada di damocle sotto cui soffre ancora il Comune. Poco importa se Roma è un deserto politico, dove anche Letta ed Abete non sono più quelli di un tempo. Anzi meglio così per la futura conquista elettorale, pensa il romano estraneo a Roma.

Giuseppe Mele | gennaio 5, 2015 alle 5:59 pm | Etichette: democraticimarte | Categorie: Italia,Politica ed Economia | URL: http://wp.me/p3RTK9-6bg

 

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