I tedeschi hanno deciso e la Pace, a Roma, chiude

Segnalazione Quelsi

by Giuseppe Mele

BANDIERA GERMANICA

L’Agcom e la Consob hanno sede in palazzi di proprietà di frati. Gli uffici comunali di Via Barberini, e non solo, sono affittati dal Pontificio Collegio Germanico. Per cui non c’è da meravigliarsi se dietro piazza Navona, in via della Pace, un intero isolato sia di proprietà del Pontificio Istituto Teutonico di Santa Maria dell’Anima, convitto culturale e in genere occupato da una ventina di studiosi e alunni sacerdoti, retto da remoto da un rettore austriaco, Don Horting di Graz e da un consigliere olandese Monsignore Kasteel di Utrecht. Anche se il convitto data al 1959, in realtà il Collegio risale a 6 secoli fa quando venne fondato per dare ospitalità ai pellegrini tedeschi. Nel 1990 Papa Wojtyla salutava così i “sacerdoti carissimi del Collegio dell’Anima”: “rafforzati dal vostro soggiorno a Roma, tornerete in patria per mettervi in una maniera speciale al servizio dei vostri Vescovi”.

Tornati in patria, non tutti si sono sentiti così rafforzati, forse perché in un angolo della proprietà, si è sviluppato un pezzo della contemporanea moderna dolce vita romana. Sotto un tendone naturale di edera in caduta libera si è sviluppata a partire dal lontano 1891 l’oasi molto laica del noto Caffè della Pace. Nell’accumulazione di marmi e fioriere e strati temporali di barocco, liberty e stile impero, i decenni sono passati tra aperitivi, baciamani, raduni freak, incontri postmoderni, solipsismi poetici e soprattutto turisti, turisti e ancora turisti disseminati nei tavolinetti tondi all’aperto ad invadere la via tra lo slargo che si apre venendo da piazza Navona ed il Criosto del Bramante.

Qui giravano democristiani in una folla di freak multicolori, barboni e artisti tutti confondibili, passavano i potenti degli anni ’80 verso il vicino Hotel Raphael; qui i giornalisti descamisados delle monetine cominciavano l’ascesa al potere. In punto di nostalgia giovanile Woody Allen è venuto a girarci una scena del film “To Rome with Love”. Per molti fu terreno di caccia di giovani turiste come di scenografia adatta a farle dire sì. Poi i tempi del connubio tra turisti americani e sorcini locali sono passati. Un locale da 240mila euro d’affitto annuo deve darsi da fare ed il Caffè della Pace è divenuto una macchina da soldi, lontana come gran parte degli ex quartieri popolari romani dalla massa dei romani. Presi forse da un rigurgito luterano, nel 2009 i prelati germanici hanno dato lo sfratto alla famiglia Serafini (mamma Daniela ed i figli Alessandro e Ilaria), gestore degli ultimi 40 anni nei quali si è premunita di registrare marchio e stigliature del locale, lounge bar ante litteram. Municipio, commercianti del centro e vari nomi celebri a metà tra arte e mondanità hanno fatto la faccia feroce. In vari appelli e incontri istituzionali, tutti hanno ribadito che il Caffè della Pace può essere solo se stesso e degli attuali conduttori e che non può divenire un anonimo bar. Dopo un inutile incontro nel 2010, pazienti i teutonici hanno atteso; hanno tollerato l’indennità di occupazione, si sono appellati all’extraterritorialità del quartiere regolato tra i beni vaticani nei patti del 1929; hanno resistito alla raccolta firme di massa ed a due flash mob dove anche il Caffè della Pace è divenuto un bene comune; non si sono fatti commuovere nemmeno dalla sorte dei 25 barman e camerieri del locale. Anche perché tutto l’edificio, restaurato totalmente, diventerà un hotel di superlusso e gli acquirenti\affittuari avrebbero versato in un colpo una decina di milioni, a corrispettivo di 30 anni di affitto.

Col che l’originaria intenzione di assistere i tedeschi poveri si riduce ad una nulla di fatto. Ad un anno dalla sentenza conclusiva non appellabile del febbraio scorso, ora il Caffè aspetta rassegnato lo sfratto esecutivo. Molti protestano per lo smantellamento progressivo dei luoghi commerciali della tradizione e si chiedono se Parigi tollererebbe lo snaturamento di SaintGermain o del quartiere latino. E’ la stessa Roma che indifferente ascolta l’idea dell’interramento dei Fori Imperiali o guarda alla chiusura senza fine della Domus Aurea. La chiusura di librerie può desolare ma anche la trasformazione di un locale in altra destinazione di lusso è un problema culturale? Fatto è che al posto di firme ed appelli, la mondanità romana non ha i soldi per decidere su di sé.

Non resta che rimestare nel passato, ricordandosi di quel vescovo Hudal, già rettore dell’ Istituto Teutonico, che aiutando i prigionieri di guerra teschi per incarico del Segretariato di Stato vaticano nel ’44, sembra abbia aiutato diversi nazisti a scappare. O voltare le spalle alla Chiesa di Santa Maria dell’Anima dove i gestori del Caffè si sono sposati e battezzati. O appellarsi ad uno degli incontri tra Renzi e la Canzellerin in nome della Kultur. Nell’idea nuova di rilancio museale potrebbe riscattare il marchio della Pace e chiedendo agli habitues di un tempo Paladino, Cucchi, Chia, Pacino e le Loren, Bellucci, Madonna, Naomi, Fendi, Orsini, Canevari e Sipione con Spike Lee, Pintaldi, Gibson, Bonito Oliva, Gallo, il re dei paparazzi Barillari e la bella cameriera Gippy di dedicare qualche ora settimanale per fare la statua di se stessi, in primis quella ovviamente dello scomparso Bartolo Cuomo. In omaggio ai turisti ovviamente.

Giuseppe Mele | gennaio 8, 2015 alle 1:52 pm | Categorie: Dall’Italia | URL:http://wp.me/p3RTK9-6eU

 

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