Alcuni peccati dimenticati

Segnalazione di Luciano Gallina

CATECHISMO

Da effedieffe Andrea Cavalleri 14 Febbraio 2015

Nel Catechismo Maggiore del Papa san Pio X sono riportati i seguenti quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio:

  1. Omicidio volontario
  2. Peccato impuro contro natura
  3. Oppressione dei poveri
  4. Defraudare la giusta mercede a chi lavora

In ambito cattolico, molto si parla, e con giusta ragione, dei primi due: l’omicidio volontario, soprattutto se perpetrato contro vittime innocenti e indifese (vedi l’aborto) e il peccato dei sodomiti, che gli avvenimenti attuali pongono al centro dell’attenzione. Invece del terzo e del quarto si parla ben poco, troppo poco.

Proponiamo innanzitutto i brani della Scrittura che richiamano l’oppressione dei poveri e il defraudamento della mercede, e notiamo come si menziona espressamente il grido degli offesi che viene ascoltato da Dio.

(Es 3, 7,9) Il Signore disse: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto loppressione con cui gli Egiziani li tormentano

Esempi di fatti che non sono indifferenti a Dio.

(Es 22, 20-26) Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese dEgitto. Non maltratterai la vedova o lorfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me laiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, allindigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando invocherà da me laiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso.

In questo brano si diffida l’uomo a prevaricare sul debole e si stabiliscono due conseguenze economiche di tale principio: prestito a interesse considerato sempre peccaminoso (equivalente all’usura) e prestito su pegno che non deve diventare ricattatorio, laddove la perdita del pegno mini l’integrità personale.

(Dt 24, 14-15) Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nel tuo paese, nelle tue città; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato.

Si raccomanda il saldo immediato delle scadenze nei confronti dei poveri e dei lavoratori in generale, i quali spenderanno quasi subito i loro compensi per vivere. Tale norma ha evidentemente anche un benefico significato economico in quanto stimola la circolazione monetaria.

(Gc 5,4) Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti.

Simile al precedente.

Bisogna anche ricordare come tali peccati attirino gravi castighi: le dieci piaghe d’Egitto oppure la deportazione a Babilonia; per quest’ultima si può vedere ad esempio il profeta Geremia al ventunesimo capitolo, quando preannuncia la punizione divina e la motiva così:

(Ger 21, 12) Casa di Davide, così dice il Signore:

Amministrate la giustizia ogni mattina e liberate l’oppresso dalla mano dell’oppressore, se no la mia ira divamperà come fuoco, si accenderà e nessuno potrà spegnerla, a causa della malvagità delle vostre azioni.

Fatto il primo passo, cioè quello di ricordare e illustrare la gravità dei peccati di oppressione e sfruttamento economico, occorre fare il secondo, ovvero che queste malefatte non si possono ridurre a una mera questione privata.

Riguardo all’aborto o alle unioni omosessuali, i cattolici (e con essi ogni persona di retta ragione) sostengono la necessità di avere buone leggi. I motivi sono essenzialmente due: che i comportamenti in questione hanno grandi implicazioni sociali, quindi non possono essere trascurati dalla regolamentazione politica, e che le leggi hanno una funzione «pedagogica», in quanto possono incentivare o meno certi comportamenti e creare mentalità in materia (è noto che ciò che viene sancito come «legale» da una generazione, viene percepito come «morale» dalla generazione successiva).

Ma ciò che vale in linea di principio per alcuni campi della morale, vale per tutti gli altri. Anche le relazioni economiche hanno grandi implicazioni sociali e conseguenze importanti nella vita delle persone, anch’esse necessitano dunque di una buona regolamentazione. Anche le leggi in materia economica hanno funzione pedagogica e creano mentalità.

Invece, per qualche strana ragione, parlando di mercede negata ai lavoratori, si pensa a qualche industrialotto che lesina sulle paghe e l’oppressione dei poveri è come se non ci fosse, tutt’al più sarebbe praticata da qualche dittatore africano. Insomma, si pensa a eventi particolari, che dipendono da comportamenti soggettivi e privati. Invece esistono delle questioni assolutamente sistemiche che determinano la situazione e che non di rado producono l’oppressione dei poveri e il defraudamento dei loro salari.

Ciò che sembra completamente assente, in ambito cattolico, è una riflessione sulla struttura della nostra economia. È etico ciò che facciamo, è etico il nostro sistema di regole, è etico ciò che insegniamo all’università? Bisogna notare che la domanda «è etico», riferita ad una attività umana, coincide col chiedersi se questa attività e il modo di svolgerla, servano veramente alla persona.

Una prima risposta possiamo darla in modo del tutto generale: se esistono i lavoratori, esistono le necessità operative, esistono tecnologia e materiali, eppure c’è disoccupazione forzata, significa che qualcosa nel sistema è sbagliato e va corretto. Un sistema economico che permette alle persone di essere superflue e marginalizzate o è inefficiente, oppure ha dei fini antiumani. Altro caso: se c’è il cibo (persino in eccesso, dato che, non raramente, lo si distrugge), c’è l’affamato, eppure questi muore di fame, non per mancanza di cibo, ma per mancanza di un foglietto di carta (il denaro, che non costa nulla a chi lo produce), questo è un altro argomento che attesta che c’è qualcosa che non funziona.

Per finire, quando percentuali minuscole della popolazione detengono abnormi quantità di ricchezza e risulta tendenza ineluttabile che questi pochi arricchiscano sempre più mentre i molti diventano sempre più poveri, è altro sintomo di squilibrio strutturale, che ci fa dubitare della buona impostazione della nostra economia.

Dobbiamo fare una premessa immediata per confutare la prevedibile obiezione di coloro che protesteranno che il sistema è valido ed è solo a causa di taluni comportamenti viziosi che si producono esiti negativi. La validità (ed eticità) di un sistema economico può essere sostenuta da ragioni teoriche, ma non può prescindere dai risultati. Infatti le leggi dell’economia, se così si possono chiamare, non hanno nulla a che vedere con i teoremi matematici o con le leggi della fisica, ineluttabilmente contenute nella natura e scopribili dalla ricerca umana. L’economia è un metodo per regolare certe libere relazioni e attività umane, stabilito creativamente da politici e giuristi e affermato per convenzione. Dunque, come si fa una legge economica, la si può disfare, e la sua bontà non la si può affermare dogmaticamente, come sta invece diventando disdicevole uso nelle nostre università. Pertanto, se un sistema produce ricorrentemente esiti negativi, è più che lecito metterne in discussione l’impostazione.

Ebbene abbiamo fatto tre esempi, gravissimi, di prodotti immorali del sistema: disoccupazione forzata, fame e sperequazione selvaggia. Quali sono le cause che li generano?

Per rispondere occorre illustrare brevemente alcuni meccanismi di base dell’economia, partendo dal principio.

Finché ciascuno pensa solo a provvedere ai propri bisogni si vive di stenti, poiché il singolo dovrebbe provvedere a cibarsi, vestire, ripararsi etc. Dato che al singolo necessitano molte cose diverse, ma in quantità minima, non provvederà neppure a fabbricarsi dei mezzi di produzione efficienti e tutto il suo tempo sarà assorbito dal soddisfacimento delle necessità primarie.

Nel momento in cui la comunità umana comincia a cooperare, suddividendo e specializzando il lavoro, nasce la prosperità. La resa del lavoro migliora enormemente, si costruiscono mezzi di produzione industriale, nasce di conseguenza anche il tempo libero, grazie a cui ci si può dedicare allo studio e alla ricerca, migliorando la tecnologia e incrementando ulteriormente la produzione.

Il tempo a disposizione aumenta ed è possibile dedicarsi anche all’arte e alle cure della persona.

Riassumendo in un unico concetto, si può dire che la divisione del lavoro sia alla base non solo della prosperità, ma addirittura della civiltà.

Naturalmente i frutti del lavoro vanno messi in comune, suddivisi, o scambiati. Se in un sistema organizzato una persona produce un bene, ad esempio patate, ne produrrà tantissimo e solo quello, mentre a lui per vivere serve tutto. Anche gli altri saranno nella stessa condizione e solo grazie allo scambio dei frutti del lavoro di tutti, che tutti avranno il necessario. Ciò che permette questo scambio è la fiducia di cooperare e di appropriarsi di una frazione del tutto. Questa fiducia viene espressa simbolicamente con un oggetto, di metallo o di carta o altro ancora, che è il denaro.

Sottolineiamo questo passaggio cruciale: il denaro è un bene simbolico e convenzionale che esprime fiducia collaborativa. Quindi il denaro non è ricchezza, ma rappresenta la ricchezza, che è prodotta solo ed unicamente dal lavoro e precisamente dal lavoro suddiviso e organizzato.

Da quanto espresso si capisce facilmente che il denaro, essendo un bene spirituale (fiducia) non ha un costo se non quello modestissimo dell’oggetto simbolico. E si capisce anche che il denaro ha un fine meramente strumentale per il funzionamento dell’economia. In teoria la sua importanza dovrebbe essere quasi irrisoria, dato che se ne può produrre a volontà secondo i fabbisogni della comunità e senza fatica.

Ma la realtà che osserviamo è proprio questa?

Un’analisi anche semplicemente superficiale della situazione contemporanea, mostra immediatamente una situazione ben diversa.

Interi settori dell’attività umana, soprattutto quelli più concretamente fisici, volti a procacciarsi le materie prime da utilizzare in lavorazioni successive, sono penalizzati con una retribuzione misera e indegna, che tanto più contrasta con il gravoso impegno che comportano: è il caso delle attività estrattive minerarie, ma sovente anche della coltivazione e della pesca. Spesso intere nazioni sono immiserite dallo sfruttamento delle risorse naturali presenti sul proprio territorio, a causa della guerra che gravita attorno alla pretesa di vari soggetti di controllare dette risorse, a causa di una retribuzione insufficiente delle masse operaie e a causa della corruzione delle classi dirigenti che permettono tutto questo.

Quando ci si sposta alle attività industriali che comportano un certo livello di tecnologia o di arte realizzativa, la situazione migliora leggermente, ma non può sfuggire che i lavoratori di questi settori costituiscano la classe meno abbiente delle rispettive nazioni, soprattutto in certe zone del mondo ove sono soggetti a uno stato di semi schiavitù.

La remunerazione del lavoro cambia decisamente quando ci si sposta alle attività di vendita (si parla di vendita diretta, non ovviamente di operatori di cassa in negozio) che permettono sovente una posizione agiata a chi le conduce.

Ma un trattamento privilegiato spetta a chi si occupa solo del denaro, banchieri e operatori finanziari. Questi godono di remunerazioni esagerate, soprattutto considerando il fatto che quasi sempre prescindono dall’esito delle loro azioni: non è raro che il dirigente bancario o il gestore di investimenti guadagnino fino a mille volte tanto l’uomo delle pulizie, anche se i primi magari causano disastri e il secondo svolge perfettamente e indefessamente il ruolo che gli è assegnato.

Da questa rapida panoramica emerge chiaramente un fatto: che tanto più si lavora vicini al denaro, tanto più si è premiati, il che potrebbe essere giustificato solo se il denaro costituisse il perno dell’economia e il fulcro della prosperità, al contrario di ciò che dovrebbe essere, ovvero uno strumento umile e totalmente accessorio alla costituzione della vera ricchezza.

Perché mai accade questo?

La ragione risiede non tanto nel denaro, quanto nella sua mancanza, che può essere usata come arma di ricatto. Infatti senza il mezzo di scambio, che è la moneta, la massima parte del lavoro che uno svolge gli è totalmente inutile. E ogni contrattazione, tutto ciò che viene genericamente denominato «mercato», si svolge all’ombra di questo ricatto, esplicito o implicito.

Questa situazione non solo si propone a livello individuale, ma risulta chiaramente anche a livello collettivo: infatti, quando in una società il denaro scarseggia, i consumi diminuiscono (dato che la gente non ha soldi da spendere), in conseguenza le aziende lavorano meno e perciò licenziano il personale, il quale a sua volta avrà meno da spendere e così via. Si innesca allora un terribile circolo vizioso che, in mancanza di provvedimenti forti governativi, si conclude solo con la distruzione di tutto il tessuto produttivo e riporta quella nazione al livello delle società patriarcali primitive.

Il passo successivo consiste nel chiedersi come sia possibile che in uno Stato si verifichi rarefazione monetaria, dato che la produzione del denaro non costa praticamente nulla.

Il problema, ed è facile capirlo, non nasce dalla scarsezza della massa monetaria totale, ma dal fatto che il denaro sia un oggetto atto a essere accumulato e tesaurizzato, concentrandosi nelle mani di pochi (che ne spendono solo una minima parte) e mancando dalle tasche di molti. Stando fermo, il denaro non assolve alla sua funzione di agevolare gli scambi, riducendosi a strumento inutilizzato la cui inoperosità inceppa tutta l’economia.

Dobbiamo ora porci l’ultima domanda: qual è la ragione per cui sia possibile la concentrazione finanziaria, ovvero perché pochi detengano la disponibilità di tantissimo denaro.

Purtroppo le ragioni non hanno nulla a che vedere con la quantità o la qualità del lavoro grazie a cui qualcuno si è arricchito. Si tratta invece di meccanismi che costituiscono delle autentiche rendite di posizione e questi meccanismi, profondamente interconnessi, sono sostanzialmente due: il prestito a interesse e la creazione del denaro.

Un primo rilievo va fatto sul prestito a interesse. È chiaro che chi presta può farlo perché ha più soldi di quanti gliene servano, mentre chi si indebita ne ha meno. Possiamo schematizzare il fatto dicendo che, in relazione ai bisogni, i ricchi prestano ai poveri. Ma se questi ultimi devono restituire più di quanto hanno ricevuto, significa che i poveri, pagando interessi, trasferiscono progressivamente la propria ricchezza ai più abbienti.

Ora si potrebbe obiettare che i poveri normalmente non prendono soldi a prestito e quindi non pagano interessi. Niente di più falso. Infatti le aziende produttive sfruttano abbondantemente il sistema creditizio, tramite mutui su immobili e macchinari o anche usufruendo di anticipi fatture.

Gli imprenditori non possono fare altro che scaricare questi costi sul prezzo del prodotto finito, cosicché, quando un cittadino va a fare la spesa paga gli interessi per conto dell’imprenditore.

Nella Germania degli anni ’90 fu fatta un’analisi di quanto incidessero gli interessi sui prezzi al consumo dei beni di uso più comune, quelli che la gente si compra per vivere: ebbene risultò che la quota interessi rappresentava in media circa il 50% del prezzo totale! Non solo, risultò anche, nel bilancio tra interessi pagati e interessi incassati, che il 80% della gente perdeva, il 10% andava in pari e il 10% guadagnava il doppio di quello che pagava. In realtà, un controllo più dettagliato su quel 10% che guadagnava grazie agli interessi, mostrava un’ulteriore suddivisione dei profitti per cui un 1% introitava quindici volte tanto e uno 0,1% oltre duemila volte tanto.

Se non bastasse il ragionamento, questa analisi rappresenta la prova empirica di come il prestito a interesse sia la causa principale che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Prima di procedere, occorre presentare un ultimo meccanismo, il più iniquo, capace di produrre concentrazione finanziaria e di gravare oppressivamente sul popolo.

Forse la gente non si domanda abitualmente da dove provenga il denaro, tutt’al più qualcuno sa che esistono degli enti più o meno istituzionali, detti Banche Centrali (anche se la maggior Banca Centrale del pianeta, la FED americana è una privatissima S.p.A.), che lo fabbricano. In realtà, il 90% del denaro viene prodotto dalle banche commerciali, enti privati a scopo di lucro. La banca infatti non è una sorta di magazzino di denaro, ma è principalmente un insieme di regole che definiscono l’operatività di questo soggetto. E la regola fondamentale della banca consiste nel fatto che può prestare molto più denaro di quello che ha effettivamente in cassa (le banche europee hanno un rapporto tra capitale prestato e capitale in deposito che va da dieci a cinquanta volte tanto).

Quando un privato chiede un prestito, ad esempio un mutuo, la banca emette una scrittura in cui afferma di dargli i soldi (che invece non ha) poi, però, il privato deve restituire tutta la somma, interessi compresi, altrimenti la banca gli pignora la casa. Questo comportamento costituisce di fatto una creazione di denaro dal nulla, di cui la banca si impossessa all’atto dell’emissione. Anche se i banchieri descrivono queste operazioni con altri nomi fantasiosi (ad esempio «gestione del rischio») resta il fatto, lo ribadiamo, che la banca opera una creazione di denaro, né più né meno come fanno i falsari, su cui lucra gli interessi.

Quindi, mentre tutta la società civile crea vera ricchezza col proprio lavoro, la banca si limita ad impossessarsi del potere d’acquisto del mezzo di scambio, il denaro, di cui è monopolista.

Quando la banca eroga un prestito segna al passivo la somma emessa, anche se quei soldi non li aveva, per cui si indebita con se stessa e presta i propri debiti. Alla restituzione il capitale svanisce, andando a coprire il passivo della banca, mentre gli interessi restano nelle tasche dei banchieri privati, che in realtà non hanno prestato nulla. Questa prassi risulta particolarmente iniqua nella prima emissione di denaro da parte delle Banche Centrali, che, inventando un passivo pari a tutto il denaro creato, imputano alla società un debito superiore alla totalità della moneta esistente.

Se infatti il 100% del denaro creato è prestato, dato che non esistono altre forme di immissione di liquidità nel mercato, la società deve restituire il 105% del denaro esistente, il che è impossibile per definizione. La società deve quindi re-indebitarsi per pagare gli interessi e si trascina in una condizione debitoria aritmeticamente inestinguibile.

Grazie a questa contabilità fuorviante (ma in uso da secoli) il sistema bancario dapprima indebita illecitamente la società civile e poi ha il coraggio di redarguire gli attori dell’economia reale per la loro mancanza di parsimonia.

Il risultato di questa prassi è una carenza ciclica della massa monetaria che grava sulla classe lavoratrice a vantaggio dei gestori della ricchezza, o, per meglio dire, dei gestori del simbolo della ricchezza, che tale è la moneta. E questa rarefazione monetaria viene chiamata «crisi», come se piovesse dal cielo e non fosse il preciso risultato di un sistema di regole.

Il trasferimento di denaro nelle tasche di pochi proprietari di banche e fondi, si traduce poi in un trasferimento di ricchezza vera e propria perché, nei periodi della cosiddetta crisi, i banchieri acquistano a prezzo di saldo le attività produttive, realizzate con duro lavoro dagli operatori dell’economia reale.

È vero che anche la banca presta un servizio e che gli operatori bancari meritano uno stipendio, ma il denaro nuovo, creato dal nulla, non può essere di proprietà di chi lo contabilizza: se infatti il denaro è essenzialmente fiducia, esso deve nascere come proprietà collettiva (che tale è la fiducia) e non proprietà privata di qualcuno. Per comprendere meglio la questione si pensi ad altri beni comuni, ad esempio l’acqua, i cui gestori generalmente si contentano di una remunerazione per il lavoro di distribuzione, senza sognarsi di iscrivere a propria proprietà privata il prezioso liquido. E tanto meno la società dell’acqua potabile segna al passivo un presunto valore dell’acqua erogata!

In modo analogo, con logica perfettamente identica, dovrebbe essere gestito il denaro.

La distorsione del sistema monetario attualmente in vigore mostra i suoi frutti evidenti col fatto che gli azionisti della banca arricchiscono senza fare assolutamente nulla e, per consolidare tale rendita di posizione, gratificano i dipendenti, soprattutto la dirigenza, con emolumenti assolutamente spropositati ed enormemente superiori a qualunque merito. Inoltre, essendo la banca dispensatrice del credito, può determinare a proprio arbitrio il successo o l’insuccesso di determinate imprese commerciali. Per finire la banca assume un potere sull’intera società attraverso l’indebitamento dello Stato, cosicché i cittadini pagano gli interessi alla banca tramite le tasse. Questo potere al giorno d’oggi è talmente grande da assumere un inopportuno significato politico, che corrode la sovranità popolare e lo Stato di diritto.

Anche se la Chiesa ne parla poco, tuttavia si è autorevolmente pronunciata sull’argomento della gestione/creazione del denaro nell’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI, ai paragrafi 105-109 che citiamo per esteso.

  1. E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma laccumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento.

Si riconosce qui il meccanismo bancario in cui il banchiere adopera i depositi come fossero capitale suo proprio e tramite cui genera un credito ben più ampio, grazie al moltiplicatore monetario, che gestisce a proprio assoluto arbitrio.

  1. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive lorganismo economico, e hanno in mano, per così dire, lanima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.

In questo punto il Papa sottolinea la funzione strumentale e distributiva del denaro (attraverso il paragone col sangue nel vivente) e mostra la funzione ricattatoria della rarefazione monetaria, quale l’abbiamo esposta sopra.

  1. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza.

Qui si lamenta la perdita della nozione della divisione del lavoro come fonte di prosperità, suddivisione fruttuosa fintanto che la società mantiene la coscienza collettiva di dover collaborare. Quando l’individualismo spinge alla ricerca del successo personale fino alla prevaricazione, il meccanismo si incrina e si ritorna dalla prosperità alla povertà.

  1. A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni.

Pio XI denuncia anche l’usurpazione delle prerogative politiche da parte dei potentati economici. Cosicché è la ricchezza (cioè una forma di forza) e non la sapienza che si esprime attraverso il diritto a governare la società.

  1. Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta leconomia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele. A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dellautorità pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, labbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento al solo bene comune e alla giustizia. Nellordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche limperialismo economico; dallaltra non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene.

Paragrafo chiaroveggente in cui si denuncia come, in nome della concorrenza e del libero mercato, si siano affermati in realtà cartelli monopolistici ed egemonie economiche; come, in nome della separazione dei poteri, la finanza abbia preteso un’autonomia dalla politica che non le spetta e, grazie alla quale, ha condotto una guerra occulta (inesorabile e crudele) che l’ha portata a conquistare di fatto il potere politico, svincolandolo da ogni istanza morale, dato che la egemonica finanza protesta di dover obbedire alle proprie leggi e alle proprie tecniche. Poco ci manca che il Pontefice citi la frase di Ezra Pound: «I politici sono diventati i camerieri dei banchieri»,

Nel terminare questo excursus su alcuni concetti fondanti dell’economia, ne riassumiamo i punti basilari: la fame dipende essenzialmente dalla disoccupazione, la disoccupazione dalla rarefazione monetaria e questa dalla concentrazione finanziaria. Pertanto, eliminate le cause della concentrazione finanziaria, saranno debellate in massima parte anche quelle della disoccupazione e della fame. Ma abbiamo visto che la causa prima della concentrazione finanziaria sono i profitti da capitale, nella duplice forma della creazione del denaro come proprietà privata e nel prestito a interesse dello stesso, cosicché si può concludere che il primo nemico di un’economia etica sono i profitti da capitale.

Alla luce di queste considerazioni, diventa di somma importanza chiedersi cosa dice la Chiesa e cosa ha sempre insegnato il Magistero a riguardo dei profitti di capitale.

Senza volersi addentrare in un’erudita quanto inutile storia dei pronunciamenti in materia, vogliamo riassumere, addentrandoci nel merito degli argomenti, le posizioni e le ragioni del pensiero cristiano.

Innanzitutto va detto che la Chiesa ha sempre condannato l’usura, però questo termine ha assunto sfumature di significato piuttosto differenti con l’andar del tempo. Fino alle soglie del 1300 per usura si intese qualunque prestito che comportasse una restituzione superiore alla somma ricevuta. Quindi qualunque prestito ad interesse era considerato peccaminoso.

La base scritturale di tale posizione si ritrova in brani del Pentateuco: Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, allindigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. (Esodo 22,24), e nel Salmo 14, 5 in cui si cita espressamente come onesto il prestito senza interesse. Va oltre il Vangelo (Lc 6, 35) affermando che il cristiano non presta nella speranza di ottenere (quindi non solo rinunziando all’interesse, ma rischiando persino il capitale).

I Padri della Chiesa e i primi concili condannarono concordemente l’usura, definita «turpe lucrum». L’apice del biasimo, contro l’usura e gli usurai, venne raggiunto nel concilio Laterano III (1179), che comminò la scomunica e il divieto di sepoltura per chi prestava a interesse, e nel concilio di Vienne (1311), che definì eretico chi afferma la non peccaminosità dell’usura. Nel 1400, in seguito alla fondazione dei «Monti di pietà», si ripropose la discussione sulla liceità degli interessi e Papa Leone X (1515) con la bolla «Inter multiplices» ammise l’applicazione di un’aliquota ultra sortem, ma solo nei limiti delle spese necessarie per la gestione del monte.

Le controversie teologiche proseguirono in età moderna, e passando per l’enciclica di Benedetto XIV «Vix pervenit» (1745), si giunse gradualmente al Codice di diritto canonico del 1917, che ridusse il concetto di usura semplicemente a richiesta di un «lucrum immoderatum».

Al di qua della fede, il motivo razionale del divieto degli interessi venne argomentato in due modi: secondo l’idea aristotelica che il denaro serve per scambiare le merci e non deve diventare merce esso stesso, pena snaturare la sua funzione di misura del valore, e secondo il pensiero di Guglielmo di Auxerre (1160-1229) che fa notare come il lucro dell’interesse sia proporzionale al tempo che passa, cosicché l’usuraio sarebbe un venditore di tempo, cosa illecita dato che il tempo è un bene comune non privatizzabile.

Tuttavia alcuni pensatori colsero anche degli aspetti riguardo a cui la remunerazione del prestito poteva avere un senso, così il frate minore Pietro di Giovanni Olivi (1247-1298), che distinse tra sterile pecunia e capitale, quest’ultimo capace di generare altro denaro se affidato a uomini capaci e industriosi come i mercanti. Oltre al suddetto caso generale, teologi e canonisti rilevarono una serie di eccezioni che ammettevano, in date condizioni, che il prestito potesse essere remunerato: i tre casi principali furono il lucrum cessans, il damnum emergens e il periculum sortis et dilationis, cioè quando a causa del prestito si patiscono rispettivamente la rinunzia a un guadagno, una diminuzione del valore del patrimonio e il rischio di non riavere il prestato nei tempi stabiliti o il non riaverlo del tutto (san Tommaso dAquino per la verità è riluttante ad accettare certe eccezioni). Si noti che queste deroghe non giustificano una restituzione maggiore del prestito, ma un risarcimento del danno eventualmente sofferto con il prestito. In questo solco di pensiero si colloca anche l’eccezione di Leone X, che riconosce come le spese di gestione meritino di essere compensate, allorché a erogare il credito sia una società che esercita professionalmente tale attività.

Invece desta sconcerto il codice di diritto canonico del 1917, poiché, definendo l’usura col termine «lucrum immoderatum», si abbandona la norma oggettiva per scivolare nel relativismo. Infatti è chiaro che il termine «immoderato» risponda ad una valutazione soggettiva, variabile a seconda dei tempi, dei luoghi e dei costumi.

È anche nel tentativo di definire in cosa consista la smoderatezza, che proponiamo le riflessioni che seguono.

Considerando che abbiamo già presentato parecchie ragioni contrarie ai profitti di capitale, esaminiamo brevemente quelle favorevoli, per cercare di scoprire eventuali linee di demarcazione tra una lecita e un’illecita remunerazione del credito.

Per cominciare segnaliamo un passo scritturale in cui vengono nominati gli interessi in un’accezione apparentemente non negativa: si tratta del Vangelo (Mt 25, 27) «avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con linteresse». Il brano in sé non costituisce un autentico pronunciamento in materia, perché tratta in realtà dei beni spirituali, esemplificati per analogia da quelli temporali. Tuttavia attesta l’esistenza della banca e dell’interesse quale risultato del lavoro dei banchieri. Ma proprio quest’ultimo punto ci pone degli interrogativi che ci riportano alla distinzione tra interesse e usura avanzata inizialmente da Pietro di Giovanni Olivi. La prospettiva del frate minore separa il prestito di sterile pecunia (oggi diremmo il prestito al consumo) dal prestito per costituire capitale fruttuoso (investimento produttivo). Viene però da chiedersi come possa il prestatore separare gli impegni del proprio denaro a seconda della destinazione: infruttuosi quelli prestati ad attività di spesa e lucrosi quelli offerti per gli investimenti imprenditoriali.

Nei fatti osserviamo che tutta l’attività creditizia esige una remunerazione, con la giustificazione che il capitale produce utili, se investito in attività produttive, e che viene privato degli utili imprenditoriali (lucrum cessans), se concesso per finalità di consumo. Così concepito, l’istituto moderno del saggio di interesse evidenzia un circolo vizioso: gli interessi vengono richiesti per non privarsi del lucro…degli interessi.

L’unica soluzione ragionevole di questo dilemma consiste nel separare il prestito, sempre infruttuoso, dall’investimento che deve avvenire in forma di partecipazione azionaria.

Questa soluzione risponde anche ai criteri di giustizia, infatti non sempre l’imprenditore ha successo e di conseguenza non sempre lucra utili, o non ne lucra a sufficienza da pareggiare il saggio di interesse, mentre il prestatore di denaro vede accrescere automaticamente le sue competenze solo in base al tempo che passa, senza doversi adoperare in alcun modo per il successo dell’impresa. In queste condizioni, praticate nel mondo moderno, avviene che a colui che guadagna senza lavorare, corrisponde un altro che lavora senza guadagnare.

Ci si potrebbe legittimamente domandare se, cessando l’istituto dell’interesse, non venisse scoraggiato il prestito in tutte le sue forme, causando danni collettivi peggiori dell’ingiustizia che si vuol sanare. Osserviamo che questa istanza ricade nell’ambito della tecnica economica e non dell’etica, ma che comunque ha delle risposte. Infatti fin dal 1917 Silvio Gesell pubblicò il suo «Sistema economico a misura d’uomo» che offre una soluzione efficace e convincente al problema. E stupisce che gli economisti cristiani siano state persone di così poco spirito (o forse che abbiano invocato così poco lo Spirito!) da non accorgersi quanto la teoria geselliana combaciasse con le esigenze della dottrina sociale della Chiesa. Ad ogni modo citiamo Gesell solo come esempio che soluzioni sono possibili ed esistono, pertanto i principi etici dell’economia possono essere mantenuti senza alcun timore.

Viene da domandarsi, con sorpresa ma anche con costernazione, come sia possibile che il Magistero della Chiesa, che per secoli ha tenuto fermo il timone nella retta via, sembri oggi incapace di fornire indicazioni chiare e autorevoli in una materia che non è lieve, dato che può generare, in caso di abuso o errore, autentici abomini agli occhi di Dio.

Ci sembra di poter ravvisare una risposta in analoga situazione presente nel Vangelo. Leggiamola:

Rispose loro Gesù: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così” (Mt 19, 8). Ecco, la «durezza di cuore» dell’uomo moderno lo ha portato a un’ignoranza invincibile in materia finanziaria, tale da affievolire l’insegnamento della Chiesa, che, inascoltata, non ha più il coraggio di predicare nel deserto. Eppure la legge di Dio è stata fornita per il bene dell’uomo, sotto ogni suo aspetto. Dunque anche le indicazioni economiche della Scrittura ispirata («non dovete imporre alcun interesse») andrebbero accolte come una mappa per raggiungere la prosperità, proprio in senso materiale.

Per togliere un po’ di nebbia dalle paludi delle dottrine finanziarie, dopo aver esaminato la questione in termini generali, occorre considerarla anche localmente, da un punto di vista individuale. Nella mentalità comune ricorrono alcuni argomenti apparentemente fondati, che giustificherebbero i profitti di capitale. Ad esempio, si nota che il risultato dell’investimento è inversamente proporzionale al rischio. Dunque, chi avesse corso dei rischi a vantaggio altrui merita di essere premiato con una lauta remunerazione. Oppure si fa notare che gli operatori finanziari faticano molte ore al giorno, impegnando oltretutto competenze sofisticate e pertanto devono esserne abbondantemente ripagati. Infine si protesta che se un’attività produce un onesto guadagno, non può essere censurata.

Dobbiamo immediatamente radere al suolo queste pseudo certezze, che nascondono clamorosi fraintendimenti e vistosi errori.

Cominciamo con l’argomento del rischio: il rischio fine a se stesso non dà diritto ad alcun guadagno. Anche i giocatori d’azzardo rischiano, impegnando le loro somme a vantaggio altrui (il banco), ma questo fatto non giustifica minimamente i loro guadagni. Ciò che rende lecito il guadagno dell’investitore è la partecipazione all’impresa produttiva, non il rischio che corre. Avendo concorso alla creazione di nuova ricchezza, è giusto che l’investitore ne sia partecipe anche nel godimento dei frutti. Questo è ciò che non avviene in tutti i giochi a somma zero, quali sono le lotterie o la borsa titoli.

Il secondo argomento è quello della fatica. Poiché si sottende che il lavoro è fatica, gli operatori della finanza guadagnerebbero tanto perché lavorano tanto. Ma la fatica non è l’essenza del lavoro, bensì solo un attributo che lo accompagna. Anche gli scassinatori di casseforti faticano, studiano molto e mettono in gioco competenze sofisticate. Per queste ragioni si può dire che lavorano?

Certamente no. Ecco come la Bibbia definisce il lavoro: Il Signore Dio prese luomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen 2, 15). Se dunque il lavoro è attività che tende a far crescere i beni esistenti (coltivare in senso lato, anche attraverso produzioni industriali) e a custodire i valori del creato (comprese le persone e le relazioni umane) attraverso molteplici servizi, non può dirsi tale la mera opera di appropriazione di beni prodotti da altri.

Infine l’argomento dell’onesto guadagno, in cui si confonde la sfera di ciò che è legale con quella di ciò che è morale. Ebbene occorre ricordare che «guadagno» è acquisire la proprietà di beni già esistenti, dunque, perché il guadagno sia onesto, bisogna aver concorso in qualche modo alla creazione della ricchezza. San Paolo lo sintetizza in modo lapidario: «E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi» (2Tess 3,10). Dove ovviamente si intende il verbo lavorare nel senso biblico sopra esposto, il che esclude tutte le attività di speculazione finanziaria.

Questa lunga riflessione sulle basi etiche dell’economia sfocia necessariamente in un’ulteriore considerazione: il profitto di capitale, in ultima analisi, è un guadagno che matura sul mero presupposto della proprietà, cioè al possessore dei soldi spetterebbe un premio per il solo fatto di possederli. Per quanto si volesse obiettare che certe imprese si possono realizzare solo grazie a un cospicuo capitale, resta il fatto che il fine del capitale debba essere l’attività reale e non il capitale liquido in se stesso, che rappresenta solo un’opportunità virtuale. Essendo quindi la realizzazione dell’opera economica a dover essere premiata e non un suo puro presupposto, quale è il capitale, che può dare o non dare risultati effettivi, non scorgiamo ostacoli che impediscano di porci l’ultima domanda, sul significato della proprietà privata.

Ebbene, a differenza degli animali, che mangiano qualunque cosa trovino, l’uomo, in virtù di una dignità superiore, pretende il suo cibo. Così richiede nella preghiera: Dacci oggi il nostro pane quotidiano (Mt 6, 11). Evidentemente all’uomo non basta quietare la fame materiale, ma ha bisogno di mangiare il pane della giustizia. In questo senso basilare la proprietà privata è sacrosanta e non va messa in dubbio.

Un’altra giustificazione della proprietà sta nella benedizione originaria del Creatore ai progenitori:

Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Gen 1, 28).

Come si nota da questo passo, in virtù delle sue facoltà superiori di intendere e volere, l’uomo può appropriarsi e sfruttare a proprio vantaggio le cose del mondo, dirigendone gli eventi verso finalità buone, che sono ovviamente il coltivare e custodire citati sopra.

Tuttavia, questa appropriazione ha dei limiti: innanzitutto non si possiedono le altre persone umane, anzi l’uomo è chiamato a vegliare sull’integrità personale dei suoi simili. Così dopo il diluvio: domanderò conto della vita delluomo alluomo, a ognuno di suo fratello (Gen 9, 5).

Ma anche il possesso dei beni materiali va moderato, poiché questi sono fatti per l’uso e non per lo sterile accumulo, che viene più volte biasimato nella Bibbia. A partire dall’esempio della manna ove alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì (Es 16, 20) per proseguire con la parabola dell’uomo ricco, che, immagazzinato un buon raccolto, così ragiona: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio (Lc 12, 19-21).

Il mondo moderno ci presenta degli esempi, non esattamente conformi ai consigli evangelici, per cui la proprietà privata ha delle dimensioni enormi, ad esempio le società multinazionali, proprietarie di patrimoni immensi e da cui dipende la vita di tantissime persone. La Chiesa, di fronte ai possedimenti di vaste dimensioni, ha ricordato che la proprietà comporta una responsabilità e non può essere vissuta come puro arbitrio. Giusto. Però non possiamo fare a meno di porci la domanda se abbia ancora senso parlare di proprietà quando i confini dei beni posseduti non solo eccedono la possibilità di utilizzo da parte del proprietario, ma sono talmente vasti da rendere praticamente impossibile una relazione tra il proprietario e il bene posseduto. Infatti il rapporto di proprietà è autentico quando il possessore può conoscere, curare e in qualche misura amare il bene posseduto. Al di fuori di questa prospettiva, la proprietà diventa o uno strumento di dominio sulle altre persone, o una prigione per i beni inutilizzati.

Alla luce di queste considerazioni ci sembra legittimo interrogarci sull’enfasi posta sul valore della solidarietà, nella predicazione pastorale e dottrinaria della Chiesa di fronte al mondo moderno. Posto che accogliamo di buon grado l’invito a superare l’egoismo attraverso opere di stampo più o meno caritatevole, non ci sembra che questa prospettiva concorra a superare i grandi problemi economici del nostro tempo.

Ad esempio, quando Giovanni Paolo II, in occasione del giubileo per il nuovo millennio, invitò a condonare i debiti ai Paesi del terzo mondo si avvicinò molto al cuore del problema, dato che quei debiti e l’enorme mole di interessi correlati costituiscono il presupposto per il cinico sfruttamento di intere nazioni. Tuttavia, molti hanno interpretato quell’appello come un invito del Papa ai Paesi più ricchi di fare uno sforzo, in nome di sentimenti umani o cristiani, per rinunziare a una parte delle proprie spettanze in favore dei meno abbienti. Questa lettura semplicistica si basa su di una scarsa conoscenza della realtà: per incominciare gran parte di quei prestiti sono stati concessi da privati, oppure da istituzioni gestite secondo interessi particolari come il Fondo Monetario Internazionale, e sono stati offerti a condizioni decisamente ricattatorie, per assicurare al creditore vantaggi che spesso implicano direttamente la fame o il sottosviluppo del debitore. Persino il diritto internazionale (che non è certamente un documento della Chiesa) riconosce come «odioso» il debito che viene imposto a un soggetto nel solo interesse dei creditori (per lo più S.P.A. multinazionali) e all’insaputa del debitore, che qui è rappresentato non tanto dall’amministrazione statale dei Paesi del terzo mondo, quanto dai loro cittadini, tenuti regolarmente all’oscuro di tutto. E il debito «odioso», secondo il diritto internazionale, non è obbligante ma del tutto illecito!

Quindi, la richiesta di Giovanni Paolo II non era la richiesta di un’elemosina, ma del dovuto.

In definitiva ci sembra che dinanzi alla realtà contemporanea, nei suoi aspetti economici e finanziari, la predicazione della Chiesa dovrebbe tornare a sottolineare maggiormente il tema della giustizia piuttosto che quello della solidarietà, altrimenti si rischia di supplicare i ladri di avere buon cuore e non rapinare troppo, anziché di intimare loro di cessare il furto e lavorare onestamente.

La solidarietà, piuttosto, deve essere compresa come il cuore di un’economia funzionante: là onde tutti sono chiamati a concorrere alla formazione della ricchezza, tutti sono autorizzati a condividerla. Nel momento in cui si vogliono escludere dal godimento della ricchezza interi strati della popolazione, non ci si può lamentare che la prosperità scompaia, dato che tutte le persone discriminate saranno scoraggiate a concorrere alla formazione della ricchezza, che è solo e solamente frutto del lavoro dell’uomo.

Come per tutte le imprese collaborative, anche per l’economia valgono le parole di Gesù: Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete (Giovanni 4, 37), ma bisogna aggiungere il sottinteso: «ed entrambi mangiano alla stessa mensa».

Se così non avviene, se il mietitore si prende il raccolto lasciando al seminatore solo le briciole, nascono l’oppressione e il defraudamento della mercede, quei peccati tanto attuali e tanto dimenticati.

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