DI CASA NEL CONGRESSO REPUBBLICANO USA, BIBI APPLAUDITO CHIAMA ALLA GUERRA

L’EDITORIALE DEL VENERDI

NETANIAU

di Arai Daniele

Ho già scritto qui nel 2012) su Benyamim Netanyahu, Bibi, che ha una notevole importanza nello scacchiere internazionale perché, come pochi nell’attuale deserto umano di personalità forti, persegue con una «sacra» tenacia l’egemonia sionista nel mondo della grande finanza.

Infatti, Bibi è un guerrafondaio che conosce l’importanza di frequentare l’alta società danarosa americana e alcune altre, unite dal moto: – fin che c’è guerra c’è speranza! Inoltre è consapevole e rispettoso del fatto che i destini del mondo sono comunque guidati da idee religiose, specialmente da quella con cui si è alleato politicamente nel suo doppio aspetto; sionista e cristiano-sionista.

In questo senso unico si svolge la sua politica, facilmente decifrabile. Per esempio da quanti sapevano che la questione di Gaza era già un «ballon d’essai» d’Israele per attaccare l’Iran. Essendo quello un nervo scoperto per il mondo islamico, sarebbe un modo per misurare quanto i Paesi dell’Islam sono disposti a reagire in modo unisono. E si sono visti da alcuni esempi che ogni indignazione era più di facciata, perché frenata da preoccupazioni, diciamo, di segno turistico; legate a un’ALTRA finanza.

Se era così davanti al fatto che i Sionisti bombardarono la Striscia di Gaza (per ricordare l’operazione “Piombo Fuso” del 2008/9 che fece più di 1.300 vittime e causò gravissimi danni nel più denso «ghetto» mai realizzato in terra), non dovrebbero reagire a qualche incursione «chirurgica» sull’Iran. Ciò sarebbe tacitamente auspicato pure dagli Stati Uniti, principale sponsor delle reazioni di Israele ad ogni attacco « terrorista», eseguito per «il bene della pace».

È, insomma, la solita questione – non di sicuro il destino della «Terra santa» – a preoccupare quelli di un’Europa rincretinita dai diktat dei «mercati», ma non solo! Sì, perché oggi basta una chiamata telefonica ai controllati «capi» europei ripetendo la solfa delle «minacce di terrorismo» del paradossale Bibi Netanyahu, per paralizzare ancora di più quanti già erano ingessati dalle voci precedenti.

E poi, con le «primavere arabe» e la guerra in Siria, il mondo mussulmano si è ancora più diviso e diversificato, mentre costui, con i suoi, continua con un solo scopo davvero deciso, quanto potente, perché coltiva un rapporto con quell’altra forza «cristiana», il cui «ideale», estremo, passa perché non sono molti a voler identificarlo in un Occidente abulico.

Sentiamo lo studioso Gaetano Colonna, dottore di ricerca in Storia antica e cultore di Storia contemporanea, collaboratore della rivista “Clarissa.it”, autore dello studio «Il sionismo-cristiano, lo strumento dell’imperialismo anglosassone che porta le guerre».

«I più grandi protagonisti del colonialismo inglese nel corso dell’Ottocento sono dei sionisti cristiani che ritengono che sia necessario il ritorno del popolo ebraico in Palestina per compiere completamente la vicenda cristiana. Una visione questa che in realtà deforma anche il messaggio di Cristo che non prevedeva certamente un ritorno sulla terra in forma politica come invece è stato frainteso dal mondo anglosassone. Questo orientamento culturale è diventato orientamento politico e si è trasferito poi sia nella politica coloniale inglese che successivamente in quell’americana, in particolare del ventottesimo presidente Thomas Woodrow Wilson (1856 – 1924), che viene ispirato da ambienti ebraici americani in questa direzione [Collonello House]. Ma lo stesso movimento di Theodor Herzel (fondatore del sionismo) ha dietro di sé figure legate al sionismo cristiano come quello del pastore inglese William Hechler che gli presenta i più grandi dirigenti, dirigenti al più alto livello per la politica europea della fine dell’Ottocento. Quindi un filone di indagine molto interessante che occorrerebbe ancora ulteriormente sviluppare.

«Domanda: Possiamo dire che questo sionismo cristiano più che un’ideologia forse era una strategia del colonialismo britannico del tempo?

«La vostra domanda è veramente interessante. Io credo che siano presenti in realtà tutte e due di queste componenti cioè io credo che ci sia una reale componente, forse la componente inizialmente più importante, di carattere spirituale. Alcuni di questi protagonisti dicono di conoscere meglio la storia della Bibbia che quella dei monarchi inglesi. C’è proprio un ministro degli Esteri inglese che usa questa frase alla fine dell’Ottocento. Quindi c’è una vera ispirazione di carattere anche religioso. A mio avviso il problema è che questa ispirazione che potrebbe essere rispettabile come tutte le fedi religiose si traduce poi in uno strumento dell’imperialismo inglese prima e americano successivamente ed è queste che porta le guerre e il disastro insomma.

«Domanda: Che ruolo Lei attribuisce agli Usa per quanto riguarda l’instabilità e l’insicurezza nella regione mediorientale ?

«È chiaro che con la fine della seconda guerra mondiale, anzi negli ultimi anni della seconda guerra mondiale con l’incontro tra il presidente Roosevelt e gli esponenti della famiglia saudita in Arabia Saudita, c’è un passaggio di mano dall’egemonia britannica nel Medioriente a quella nord americana. Quindi la responsabilità degli Stati Uniti diventa grandissima in quest’area. Il problema più grave e che io ho cercato di evidenziare nel libro è che almeno a partire dagli anni ottanta del secolo scorso si assiste ad una vera e propria integrazione fra la classe dirigente politica americana e quella israeliana vedo che questo sia uno dei punti forse più originali, mi permetto di dire del mio lavoro, perché viene documentato in maniera credo indiscutibile questa progressiva integrazione e avviene cioè che la strategia della politica estera americana in Medioriente viene sviluppata da personaggi che hanno una doppia fedeltà cioè sono contemporaneamente esponente della classe dirigente americana ma anche persone fortemente legate culturalmente e politicamente allo stato ebraico e questo è un fenomeno che è sicuramente stato fondamentale perché ha impedito agli Stati Uniti di prendere una posizione equilibrata, equidistante, e quindi di garantire in qualche modo la pace in Medioriente. Questo a mio avviso ha comportato anche un fallimento in realtà della politica americana della quale vediamo oggi le enormi difficoltà sia in Afghanistan che in Iraq.» 

Il paradosso dell’onnipotente Bibi Netanyahu

Intanto, Netanyahu, col suo governo cavalca tranquillamente la tigre della fede nell’Armaghedon biblico, che entusiasma maggioranze transatlantiche. Infatti, risulta che sono oggi cinquanta milioni i contribuenti all’ideale «sionista-cristiano».

Ecco spiegato il lungo applauso dei deputati in questi giorni a Bibi, invitato a parlare della guerra che l’America «deve» intraprendere contro l’Iran.

Ma torniamo al «fascino» del nostro guerrafondaio Bibi, uomo di società, perché in società tutto si sa.

«Vanity Fair» (luglio 2012), la rivista che scruta l’«high society» (e infatti è nell’alta società che le informazioni importanti circolano) indica quale sia il punto, allo stesso tempo, più forte e più debole dell’uomo che, avendo raggiunto una maggioranza senza precedenti di 94 su 120 seggi nella Knesset di Israele, e adesso si appresta alla rielezione, può scatenare quella che può diventare l’ultima Guerra mondiale della Storia.

La rivista racconta della « shivah», memoriale per la morte nel novembre 2012 di Shmuel Ben-Artzi, all’età di 97. Un poeta e educatore relativamente oscuro d’Israele ma padre di Sara la moglie di Bibi. Ecco che hanno sfilato nella loro «Bauhaus home», vicina a Gerusalemme: “members of the Cabinet and Knesset, security officials, rabbis, businessmen, journalists, supplicants of all stripes, “everyone who didn’t want to get in any trouble,” as one participant put it. They stood solemnly around the small stone courtyard with a tent on top, officially mourning, but also studying who else was there, who was whispering to whom. Ehud Barak, the defense minister… the most vigorous proponent of an Israeli strike against Iran, with Avigdor Lieberman, the foreign minister.”

Il registro include Sheldon Adelson, l’onnipresente magnate, e Ronald Lauder, erede della fortuna di Estée Lauder cosmetici – miliardari americani, divenuti «major Israeli media moguls». Questi sono quelli che, come Rupert Murdoch, non solo possiedono, ma controllano da una posizione dominante, ogni proprietà editoriale per allargare iniziative che influenzino l’opinione pubblica.

Dunque, l’occasione dell’omaggio al papà di Sara, secondo quella rivista, è servita a misurare anche il consenso interno per un’iniziativa che può divenire «finale»:  

“Luminari come questi normalmente non di presentano per onorare un poeta israeliano educatore amato ma relativamente oscuro come Ben-Artzi; alcuni degli ospiti non l’avevano mai incontrato. Erano lì più per suo genero: Benjamin “Bibi” Netanyahu, il primo ministro di Israele. Erano venuti alla residenza ufficiale del primo ministro meno per amicizia che per rispetto, poiché Netanyahu è qualcosa come un solitario, uno che antagonizza anche i suoi alleati – che per ragioni di realpolitik perfino li appoggia fino al rimpasto che lo ha lasciato con una dei più grandi maggioranze della storia di Israele, Netanyahu era onnipotente. L’attenzione doveva essere pagata. Ma, come spesso accade nella politica israeliana, è stato ancora più complicato di questo: molti degli ospiti erano venuti soprattutto per Sara Netanyahu, la figlia di Ben-Artzi e la moglie di Bibi. Anche qui, non era tanto per amore o rispetto, ma la paura. Anche Bibi non poteva allontanarsi molto, anche se aveva un’altro servizio commemorativo ufficiale che premeva poiché si trattava di commemorare l’assassinio nel 1995 del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Così, eccolo lì, su insistenza della moglie, a girarle intorno per tutta la settimana, eventualmente a leggere poesie del suo defunto padre ad alta voce, succube di un obbligo che ha suscitato la pietà, anche dai suoi detrattori. “Non ho altra scelta”, si lamentò un magnate su le sue ragioni per essere venuti. “È lei che guida lo show qui in Israele; può creare o distruggere chiunque.” 

Ecco il paradosso di Israele che con Benjamin Netanyahu, 65 anni, può entrare ora nel suo decimo anno di mandato. Un paese che ha sia la sua forza che la sua debolezza nella dipendenza della personalità pragmatica di un leader la cui politica sarà la stessa per molti anni a venire: (quando la sua coalizione improvvisa e sorprendentemente inghiottì il maggior partito di opposizione, Kadima, Netanyahu passò a controllare 94 dei 120 seggi della Knesset) quella politica poggiata sulla guerra per la «sicurezza» ad oltranza del Paese, costi quel che costi al mondo. Costo, però, ampiamente pianificato e ripagato per la fortuna dei «signori delle guerre». Ecco il motore che condiziona le influenze e le dipendenze perfino dei potenti magnati che dominano il gran mercato.

Qui, però, ci interessa parlare dell’obiettivo finale di queste forze promotrici di guerre e di rivoluzioni.

Se è vero, come crediamo, che i destini del mondo sono guidati da idee religiose, quale sarebbe quella della potente Knesset di Israele? E quale la fede del paradossale Bibi Netanyahu che, con un piccolo partito, oggi controlla la Knesset e da questa, congressi e «capi» americani ed europei, emiri e simulacri papali; potendo scatenare quella che si può denominare l’ultima Guerra mondiale della Storia?

Ebbene, non è segreto per nessuno che la religione dell’ALTRA, comune a quella dell’Alta finanza, è anticristiana da due millenni. Ora essa trova un duce che si poggia, anche senza crederci, sulla religione dell’Armaghedon, mentre si sono compiuti tutti i segni che Gesù aveva rivelato e Gerusalemme non è più «calpestata dai gentili» perché si sono compiuti i tempi delle Nazioni… (Lc 21, 24).

E tutto sta a indicare che anche ora che Israele occupa Gerusalemme, solo dopo una paurosa distruzione, tutti, pure i loro figli, potranno finalmente capire in mezzo ai fumi delle macerie e nel dolore del sangue versato, la conversione che mancava per il bene di tutti gli uomini: “La vostra casa vi sarà lasciata deserta. In verità vi dico: d’ora in poi non mi vedrete, fino a quando non direte: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»” (Mt 23, 38-39).

 

Una Risposta

  • I segni ci sono tutti !
    Poi, se il Signore lo permetterà, visto che è stato allontanato da tutti i potenti della Tera e la Sua stessa chiesa è stata predata da simulacri di papi, allora, i vivi rimpiangeranno i morti ….

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