Netanyahu e la cultura dell’odio made in Israel

Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

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di Salvo Ardizzone

La frattura non poteva essere più netta: ieri, dinanzi al Congresso Usa, Benjamin Netanyahu ha pronunciato il suo discorso; è stato un atto d’accusa durissimo, a tratti quasi surreale, contro le trattative sul nucleare iraniano in corso a Montreaux, in Svizzera, e contro l’intero approccio di Obama verso Teheran. Il Presidente, che non ha voluto incontrarlo, ha stroncato quel discorso dichiarando che non aveva ritenuto di vederlo ma che, dalla trascrizione che aveva letto, appariva solo retorica priva di qualsiasi contenuto concreto.

Il viaggio di Netanyahu a Washington, organizzato dall’Aipac (la potente lobby ebraica americana) che ha propiziato l’invito dei repubblicani per un intervento, aveva due scopi: il 17 marzo in Israele ci sono le elezioni e quel discorso fatto dinanzi ai congressisti che gli tributano una standing ovation mentre tuona contro il nemico iraniano è un perfetto spot elettorale. Il secondo motivo era dettato dal tentativo estremo di intervenire a gamba tesa sulle trattative per il nucleare iraniano che appaiono ormai in dirittura d’arrivo. Il pensiero che Obama possa siglare un accordo con Teheran, ritirando le sanzioni e normalizzando i rapporti, è intollerabile sia per Tel Aviv che per gli alleati sauditi che vedrebbero spazzati via d’un colpo decenni di sforzi, guerre e fiumi di denaro spesi per strangolare l’Iran.

È stato questo che, più d’ogni altra cosa, ha spinto Netanyahu ad una mossa di un’arroganza senza precedenti: recarsi negli Usa, senza un invito della Casa Bianca, per rivolgersi al Congresso e stroncare la linea politica che il Presidente in carica sta portando avanti. Un inaudito atto di ingerenza propiziato dai nuovi equilibri del Congresso, ora a maggioranza repubblicana, in cui le vecchie lobby (ebraica, degli armamenti e delle Major del petrolio legate al Golfo) sono tornate a dettare legge.

Nel suo discorso Netanyahu ha rispolverato tutto, ma proprio tutto, l’armamentario di faziosità, arroganza, presunzione e disinformazione a cui ci ha abituati l’establishment di Tel Aviv, giungendo ad equiparare Teheran all’Isil ed altre simili corbellerie e, fra le righe, lasciando intendere che Israele è pronto anche a far da solo (tradotto, sferrare un attacco preventivo contro l’Iran) qualora i negoziati del 5+1 avessero successo e un accordo venisse trovato.

Con questo viaggio, le lobby tradizionali che tirano le fila del potere Usa da decenni hanno buttato le carte sul tavolo, cercando di sabotare e bloccare le iniziative di Obama giunte alla svolta più delicata. Anche diverse altre volte ci sono stati alti e bassi fra le Amministrazioni Usa e i Governi israeliani, ma questa volta si è andati assai più in là, perché quello che divide Obama dal blocco di potere transnazionale che ha in Netanyahu il rappresentante più appariscente (e ingombrante) è la visione strategica.

Per Obama, normalizzare i rapporti con l’Iran è imperativo per stabilizzare la regione e potersene districare per concentrarsi sul quadrante considerato cruciale: il Pacifico; per Obama il Medio Oriente è una palude da cui fuggirebbe volentieri, piantando in asso, una volta per tutte, le beghe e gli intrighi del Golfo.

Non potrebbe esserci una visione più diversa, e la spaccatura è stata plateale nelle dichiarazioni di tutta l’Amministrazione, a cominciare da quelle del Segretario di Stato Kerry, impegnato proprio nei colloqui del 5+1; nel gelo con cui è stata trattata la visita di Netanyahu, completamente ignorata da tutti membri del Governo che non hanno lesinato critiche. Anche al Congresso s’è registrato qualcosa con pochi precedenti, con oltre cinquanta congressisti democratici che hanno lasciato ostentatamente l’aula prima dell’ingresso del premier israeliano; la stessa spaccatura era visivamente evidenziata dal diverso atteggiamento di chi era rimasto: entusiasta fra i repubblicani, assai più distaccato, quasi infastidito, fra la maggioranza dei democratici.

Con questa forzatura, il blocco di potere che unisce lobby, petromonarchie e Israele scatena l’assalto decisivo contro l’attuale Amministrazione Usa (rea di avere interessi diversi) e contro la Storia, incurante di quanto il mondo sia cambiato e cambi vorticosamente. Pur di non perdere il potere con cui ha brutalmente regnato incontrastato, sfruttando e opprimendo ovunque nel mondo, non esiterà dinanzi a qualche gesto estremo, che già più volte ha fatto balenare, come un attacco aereo sull’Iran che faccia saltare il tavolo delle trattative.

Sarebbe l’inizio d’un colossale bagno di sangue, certo, ma la Storia non torna indietro; molte, moltissime cose sono cambiate in Medio Oriente e altrove malgrado le feroci resistenze di chi ha tentato di tutto per non perdere potere e privilegi: per l’arroganza di Tel Aviv e dei suoi alleati la sabbia nella clessidra sta finendo.

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