Il film che la sinistra italiana non vuol far vedere: Katyn

Segnalazione Quelsi

KATIN

by Mario Bocchio

Se pochi in Europa ricordano il massacro comunista, ancora meno è ricordato il film che nel 2007 il maggior cineasta polacco, Andrzej Wajda, che a Katyn perse il padre Jakub, capitano del 72° reggimento di fanteria, decise di dedicare alla strage. In Italia, in particolare, dove non si voleva dare fastidio ai post comunisti, il film Katyn fu letteralmente censurato e boicottato dall’establishment radical-chic di sinistra: fu proiettato in 7 cinema su 4000. A puntare il dito su questa verità è oggi Antonio Pannullo sul Secolo d’Italia.

Che, sempre a proposito della pellicola, sottolinea: “Eppure non era opera da poco: ha vinto il Golden Globe ed è stato candidato all’Oscar nel 2008 come miglior film straniero. Per rimanere in tema, il film ha avuto una diffusione da samiszdat. Proiezioni carbonare in cinema parrocchiali: solo ventimila persone in Italia sono riuscite a vederlo. Eppure i grandi critici dei grandi giornali lo incensavano: ‘Un film da vedere sull’attenti’, e altre amenità del genere. Solo che quando lo si cercava, Katyn non era proiettato da nessuna parte. Era un crimine che non doveva essere raccontato. Il produttore Mazzarotto, della Movimento Film, che si era assicurato i diritti di distribuzione di Katyn, disse anche di aver scritto all’allora segretario del Pd Dario Franceschini per sapere come mai il film era osteggiato, ma non ricevette risposta. La storia di ripete: per mezzo secolo l’Unione sovietica ha addossato ai nazisti la responsabilità di Katyn. Oggi gli eredi dell’Urss non vogliono che sia detta la verità, e cioè che il massacro fu fatto dai comunisti”.

Waida narra la storia vera di 22.000 ufficiali dell’esercito polacco, sterminati con un colpo alla nuca e seppelliti in fosse comuni nella foresta di Katyn dai soldati sovietici dell’Armata Rossa che avevano invaso la Polonia, durante il Secondo conflitto mondiale (1939-‘45). La prima notizia sulle fosse fu data, nella primavera del 1943, dai soldati nazisti, che documentarono la scoperta con dei filmati e stabilirono dai documenti ancora leggibili ritrovati sui corpi che si trattava dei prigionieri del campo di Kozelsk.

A guerra finita, però, la propaganda sovietica, utilizzando le stesse immagini, riuscì ad imporre una versione dei fatti che accusava i tedeschi dell’eccidio e, per avvalorarla, addirittura furono processati e condannati a morte dei prigionieri di guerra come responsabili della strage. Questa tesi, sostenuta anche dal regime filosovietico che aveva preso il potere in Polonia, ebbe il tacito avallo delle potenze internazionali e la verità sui fatti di Katyn è stata tenuta nascosta, dentro e fuori del paese, con la complicità delle centrali filocomuniste occidentali, fino al 1990, quando per la prima volta i russi resero pubblici i documenti in loro possesso. Solo dopo la caduta del Muro di Berlino è stato possibile avviare ricerche sistematiche che hanno portato alla scoperta di altre fosse a Kharkov e Mednoe, dove erano sepolte le vittime dei campi di Staroblesk e Ostashkov.

Tra le migliaia di ufficiali polacchi uccisi, vi erano 7000 soldati della riserva che nella vita civile erano laureati, professionisti e dirigenti, cioè costituivano quella élite intellettuale e sociale che il regime comunista sovietico considerava “nemica di classe”. La loro morte, alla quale va aggiunta quella di un numero ancora non accertato di sacerdoti, decapitò di fatto la società polacca, azzerando così le concrete possibilità di esprimere capi che avrebbero potuto guidarla nell’opporsi all’instaurazione di un regime rivoluzionario. Fu così che la Polonia cadde sotto uno dei peggiori regimi della cosidetta “cortina di ferro” e riuscì a liberarsi soltanto cinquant’anni dopo.

Mario Bocchio | aprile 14, 2015 alle 3:17 pm | Etichette: Katyn | Categorie: Attualità | URL:http://wp.me/p3RTK9-8Fg

 

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