“Donna moderna” e Inquisizione

Segnalazione e commento di Maurizio-G. Ruggiero

Tg3 Regione Veneto di sabato 2 maggio, edizione delle ore 14. Si segnalano due cose (sotto il link):

1 – al minuto 12,55 la notizia ridicola: le femmine vetraie; con la consueta propaganda egualitaria di regime, promuovendo falsi lavori all’interno di un’economia asfittica e assistita qual’è quella veneziana odierna e quella del vetro in particolare; con commesse “politiche” anziché reali e femmine scombinate quali oggi si vedono e che adesso soffiano il vetro;

2 – al minuto 14,55, la notizia cattiva: servizio di Elena Chemello da Verona; un film (In nome di Dio) che attacca l’Inquisizione spagnola, tribunale celebre per la sua prudenza e retto da Santi (tra cui proprio San Pietro d’Arbues, co-protagonista del film); il Tribunale della fede (che aveva per compito anche quello di snidare i marrani, cioè gli ebrei falsamente convertiti per lucrare carichc pubbliche, seguitando a restare israeliti e irridendo i cristiani) è preso qui invece a modello di fanatismo religioso, per colpevolizzare l’Europa e per scusare indirettamente l’Islam delle sue proverbiali efferatezze; insomma lo spirito è quello infame di Charlie Hebdo; regista il vicentino, trapiantato a Verona, Alessandro Zonin; naturalmente nessuna base storica seria, meno che meno le opere di Jean Dumont, ma solo una novella francese del 1870 di Auguste Villiers De L’isle-Adam (un letterato confuso, un po’ legittimista, un po’ nazionalista, un po’ socialista, entusiasta per breve tempo dei furori comunisti della Comune di Parigi, con amicizie fra i poeti maledetti e gli scrittori naturalisti del tempo); Villiers era un simbolista, adottò lo stile di vita esasperato e allucinato del tempo, con esperienze medianiche e infatuazioni per la scrittura dell’orrore di Edgar Allan Poe; insomma, se da un lato si prende il romanzo gotico come fonte (del tutto inattendibile) per l’Inquisizione e non solo, si ripete altresì il vecchio cliché della Rivoluzione francese di attaccare il dispotismo (cioè gli Stati di ancien Régime) e la superstizione o il fanatismo, termini che i giacobini usavano come equipollenti (contro la Chiesa Cattolica); sarà necessario levare pubblicamente la voce contro regista e produzione, chiaramente d’ispirazione anticattolica, se non peggio.

http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/basic/PublishingBlock-c72e5b2a-769c-42fb-b929-1a5306a084d6-archivio.html#

http://m.larena.it/stories/332_cinema/1116182_quando_la_chiesa_calava_la_scure_dellinquisizione/

http://www.atic-ntc.org/Autori/Curriculum-Zonin%20Alessandro.pdf

L’Inquisizione medioevale

L’Inquisizione nasce verso la fine del Medioevo propriamente detto, non a fronte di eretici immaginari ma come reazione agli eccessi reali di movimenti come i catari, portatori di un “totalitarismo della morte” apologista del suicidio e dell’omicidio degli oppositori, e -più tardi- come i dolciniani, impegnati a mettere a ferro e a fuoco i villaggi in nome di un’utopia comunistica. Non è un caso che lo scrittore protestante Henry Charles Lea, autore di una Storia dell’Inquisizione poco benevola nei confronti di questo organismo, abbia scritto che in quei tempi “la causa dell’ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso” (Bocca Editori, Torino 1910, p. 118). Fino al secolo XII le eresie erano state contrastate solo con mezzi spirituali, perché propugnavano deviazioni di contenuto esclusivamente teologico, ma le cose cambiano con la nascita di eresie a carattere popolare, in cui dal dissenso sulla dottrina si passava alla critica eversiva dell’assetto istituzionale.

Poiché la fede dava forma a tutta la società medievale, chi attentava all’integrità della fede insidiava mortalmente la società civile; per questo motivo le eresie suscitavano spesso riprovazioni più violente tra i laici che tra i religiosi.

La Chiesa dunque è costretta a intervenire per controllare e frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dalle autorità civili. Nel 1231, Papa Gregorio IX nomina i primi inquisitori permanenti, chiamando a svolgere questo ruolo i Domenicani e, poco dopo, anche i Francescani.

Gli inquisitori sono, in genere, persone dotte, oneste, di costumi irreprensibili, zelanti della fede. Essi devono essere esperti di teologia, condurre una vita virtuosa e avere almeno quarant’anni di età. L’immagine dell’inquisitore ignorante è dunque falsa. Bernard Gui, protagonista del libro di Umberto Eco, Il nome della rosa, era procuratore generale dell’ordine domenicano: “per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell’esattezza, il G(ui) è considerato uno dei più notevoli storici del Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo” (Enciclopedia Cattolica, voce Gui, Bernard).

L’inquisitore era competente a giudicare solo i battezzati; pertanto, gli ebrei e i musulmani non ricadevano sotto la sua giurisdizione.

Giunto sul luogo designato alla sua azione, egli concede il perdono a tutti gli eretici che entro un certo termine, denominato “tempo di grazia”, si presentano spontaneamente e abiurano l’errore. Alla scadenza, i sospettati di eresia sono citati a comparire davanti all’inquisitore e interrogati a piede libero. Una novità per l’epoca è costituita dalla presenza del notaio, che ha l’obbligo di mettere per iscritto tutte le fasi del procedimento. L’inquisito poteva avvalersi dell’opera di un avvocato, che doveva consigliarlo nell’impiego dei mezzi procedurali.

Per quanto riguarda la tortura, è falsa l’affermazione secondo cui se ne faceva un uso generalizzato e indiscriminato. Le disposizioni erano molto dettagliate: non doveva provocare spargimento di sangue o mutilazioni, né porre l’imputato in pericolo di morte; doveva essere dosata secondo la gravità del crimine e non poteva durare più di un quarto d’ora.

L’impressione popolare che la camera di tortura inquisitoriale fosse teatro di raffinatissime scene di crudeltà, di modi ingegnosi di infliggere l’agonia e di una insistenza criminale nell’estorcere le confessioni, è l’esito della propaganda degli scrittori a sensazione, che hanno sfruttato la credulità di molti. Questa immagine persiste ancora oggi, soprattutto perché si eseguono confronti molto superficiali tra le tecniche adottate dall’Inquisizione e le atrocità proprie degli Stati totalitari moderni.

È falsa anche l’affermazione secondo cui l’inquisitore decide in poche ore e senza appello sulla sorte dell’imputato. Infatti, proprio l’Inquisizione inventa la giuria, composta da un numero indeterminato di probi viri, che si pronunciavano sulla questione e, eventualmente, sulla pena da infliggere.

Poiché il sistema penitenziario dell’Inquisizione è dominato dal principio fondamentale dell’espiazione del peccato mediante il pentimento e la penitenza, le sanzioni irrogate avevano una finalità medicinale.

Quanti confessavano e abiuravano il proprio errore, mettendosi in regola con Dio e con gli uomini, erano soggetti solo a lievi penitenze, quali elemosine, digiuni, pellegrinaggi.

La condanna al carcere poteva comportare una breve detenzione oppure la prigionia “perpetua e irremissibile”. In realtà, la detenzione definita “perpetua” non durava più di cinque anni, se il detenuto si pentiva, e quella “irremissibile” circa otto; condanne come quella “al carcere perpetuo per anni uno” sono di ordinaria amministrazione nei dispositivi inquisitoriali. La pena dell’ergastolo, che nell’ancien régime non era prevista, sarà una “invenzione” del Settecento illuminista.

Invece, molti istituti in favore del condannato risalgono all’Inquisizione: il trasferimento dei detenuti anziani o ammalati in casa o in convento, la semi-libertà, la licenza per buona condotta o per attendere al lavoro nei campi.

Nei casi più gravi il colpevole è consegnato al braccio secolare per l’applicazione delle pene stabilite dalle leggi civili contro gli eretici.

Gli ordinamenti laici riservavano all’eretico impenitente o recidivo la pena capitale, sconosciuta alla legislazione ecclesiastica. Per questo motivo gli inquisitori si limitavano ad accertare l’esistenza dell’eresia e rimettevano l’esecuzione della condanna al giudice laico. Tuttavia, la sentenza era spesso modificata, in netto contrasto con l’immancabile esecuzione del colpevole da parte dei tribunali secolari e con la crudeltà degli organismi inquisitoriali nei Paesi protestanti.

Dall’esame degli archivi risulta che nella seconda metà del secolo XIII gli inquisitori di Tolosa pronunciarono condanne a morte nella misura dell’uno per cento delle sentenze emesse. Inoltre, gli studiosi hanno completato lo spoglio dei processi inquisitoriali di Bernard Gui, il domenicano calunniato nel film di Jean-Jacques Annaud, constatando che su 930 imputati soltanto 42 furono rimessi al braccio secolare, mentre 139 vennero assolti e gli altri condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza.

Raggiunti i suoi scopi con la distruzione dell’eresia, l’Inquisizione medievale inizia ovunque un lento declino e, sottoposta sempre più al controllo del potere secolare, scompare da sola, in epoche diverse.

La svolta più significativa è compiuta dalla monarchia francese, che sottrae gradualmente agli inquisitori la competenza in materia di eresia e la affida ai tribunali reali e al Parlamento; durante il grande scisma d’Occidente, anche la facoltà teologica dell’università di Parigi rivendica l’esame e il giudizio sui delitti di eresia.

L’Inquisizione in Francia diventa dunque una sigla di cui si appropria il potere politico e su cui la Chiesa non ha più potestà. I tribunali che processano i Templari e Giovanna d’Arco non rappresentano più la vera Inquisizione, ma sono manifestazione del nuovo potere “laico”.

Francesco PAPPALARDO L’Inquisizione medioevale tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte».

  1. Le origini

È opinione comune che il tribunale dell’Inquisizione sia stato lo strumento ordinario utilizzato dalla Chiesa cattolica per combattere l’eresia. In realtà, garantire l’ortodossia è compito anzitutto dell’episcopato, cui spetta non solo insegnare le verità della fede, ma anche difenderle contro quanti le insidiano; inoltre, soltanto entro certi limiti è corretto parlare di un tribunale inquisitoriale. Infine, occorre specificare che lo stesso nome spetta sia all’istituzione sorta nel secolo XIII, la cosiddetta Inquisizione medioevale, sia all’Inquisizione spagnola, creata da Papa Sisto IV (1471-1484), nel 1478, su sollecitazione della regina Isabella di Castiglia (1451-1504) e di re Ferdinando d’Aragona (1452-1516), sia alla Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, istituita da Papa Paolo III (1534-1549) nel 1542.

L’Inquisizione nasce verso la fine del Medioevo propriamente detto come risposta della Chiesa agli eccessi di movimenti ereticali, che non si limitavano a propugnare deviazioni di contenuto esclusivamente teologico – contrastati fino ad allora sul piano dottrinale e solo con mezzi spirituali , ma insidiavano mortalmente la società civile. La ferma riprovazione dei civili contro le vessazioni degli eretici costringe le autorità ecclesiastiche a intervenire, anzitutto per controllare e per frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici, che si illudevano di risolvere il problema inviando con disinvoltura gli eretici al rogo.

Oggi è difficile immaginare il profondo malessere suscitato nella Cristianità dalla diffusione del catarismo, che, sotto il fascino esercitato dall’apparente austerità di vita dei suoi proseliti, nascondeva un’ideologia sovversiva. Il pericolo era rappresentato soprattutto dalla condanna del mondo materiale, che implicava il divieto assoluto di procreare e, come culmine della perfezione, il suicidio rituale, e dal rifiuto di prestare giuramento, che comportava il dissolvimento del legame feudale, uno dei capisaldi della società medievale. Dunque, considerata l’omogeneità religiosa della società del tempo, l’eresia costituiva un attentato non solo all’ortodossia ma anche all’ordine sociale e politico. Lo storico protestante Henry Charles Lea (1825-1909), pur poco benevolo nei confronti dell’Inquisizione, scrive che, in quei tempi, “[…] la causa dell’ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso”.

L’autorità temporale e quella spirituale, dopo aver agito a lungo separatamente – la prima con i suoi tribunali, l’impiccagione e il rogo, la seconda con la scomunica e le censure ecclesiastiche – finiscono per unire i loro sforzi in un’azione comune contro l’eresia. L’Inquisizione medioevale, dunque, è definita dallo storico francese Jean-Baptiste Guiraud (1866-1953), come “[…] un sistema di misure repressive, le une di ordine spirituale, le altre di ordine temporale, emanate simultaneamente dall’autorità ecclesiastica e dal potere civile per la difesa dell’ortodossia religiosa e dell’ordine sociale, ugualmente minacciati dalle dottrine teologiche e sociali dell’eresia”. Le tappe attraverso cui prende corpo il nuovo organismo sono la costituzione “Ad abolendam” di Papa Lucio III (1181-1185), del 1184, [a Verona] che obbliga tutti i vescovi a visitare due volte l’anno le loro diocesi alla ricerca, inquisitio, degli eretici; l’istituzione della cosiddetta Inquisizione “legatina” da parte di Papa Innocenzo III (1198-1216), che invia i monaci dell’ordine cistercense a predicare nei paesi più colpiti e a disputare pubblicamente con gli eretici, la costituzione “Excommunicamus” di Papa Gregorio IX (1227-1247), del 1231, con cui sono nominati i primi inquisitori permanenti, scelti in preferenza fra i domenicani e i francescani.

La qualità costitutiva del nuovo organismo non era nella natura del delitto o in quella della pena e neppure nella procedura, ma nella figura del giudice delegato in materia ecclesiastica criminale. Non si provvede, pertanto, all’istituzione di un tribunale speciale per una determinata categoria di reati o di rei – in questo senso, per tutto il Medioevo, un tribunale dell’Inquisizione non è mai esistito -, ma alla nomina di un giudice straordinario, la cui competenza si affianca a quella del giudice ordinario, il vescovo. Va ricordato, infine, che gli inquisitori erano competenti a giudicare solo i battezzati e che, dunque, gli ebrei e i musulmani non ricadevano sotto la loro giurisdizione.

  1. La procedura

L’Inquisizione, grazie alla prescrizione, sempre rispettata, di mettere per iscritto le fasi della procedura, le deposizioni e le testimonianze, è una delle prime istituzioni del passato su cui è disponibile una quantità di dati tale da rendere impossibile ogni travisamento storico, sia relativamente all’organizzazione sia alla prassi adottata. Infatti, gli studiosi che negli ultimi anni hanno cominciato a esplorare l’imponente documentazione archivistica, si sono trovati, con stupore, al cospetto di tribunali dotati di regole eque e di procedure non arbitrarie, di corti giudiziarie pronte a sconsigliare l’uso della tortura o a scoraggiare denunce infondate e delazioni, di organismi molto più miti e indulgenti dei tribunali civili del tempo. Inoltre, sebbene certa propaganda insista sul carattere ideologico e totalitario dell’Inquisizione, è sempre più evidente l’abisso esistente fra i metodi propri di questa istituzione e i sistemi di controllo delle persone e di manipolazione delle coscienze messi in atto negli Stati moderni.

E falsa è l’immagine dell’inquisitore feroce e ignorante: gli inquisitori erano, in genere, persone dotte, oneste e di costumi irreprensibili, poco inclini a decidere in fretta e arbitrariamente la sorte dell’imputato, volti invece ad accordare il perdono al reo e a farlo rientrare in seno alla Chiesa. L’Inquisizione del secolo XIV inventa la giuria, consilium che consente all’imputato di essere giudicato da un collegio numeroso, e altri istituti in favore del condannato, come la semilibertà, la licenza per buona condotta e gli sconti di pena. Falsa è anche l’affermazione secondo cui si faceva un uso generalizzato e indiscriminato della tortura, cui gli inquisitori del secolo XIV, a differenza dei giudici civili, ricorrevano raramente e nel rispetto di regole molto severe. L’immaginario secondo cui i tribunali inquisitoriali erano teatro di raffinatissime scene di crudeltà, di modi ingegnosi di infliggere l’agonia e di un’insistenza criminale nell’estorcere le confessioni, è l’esito della propaganda degli scrittori a sensazione, che hanno sfruttato la credulità di molti.

Falsa, infine, è l’immagine dell’Inquisizione come tribunale sanguinario. Infatti, lo spoglio statistico delle sentenze, da cui si ricava la bassa percentuale delle condanne, soprattutto di quelle alla pena capitale, ha ormai dimostrato l’infondatezza di questa tesi. L’Inquisizione perseguiva lo scopo di correggere e di riavvicinare l’eretico alla fede; a questo scopo gli inquisitori imponevano penitenze di ordine spirituale, che davano al reo la possibilità di emendarsi, attenuavano le pene più gravi quando ravvisavano in lui indizi di ravvedimento e abbandonavano al braccio secolare, cioè alla morte, i recidivi che, essendo tornati ai loro errori, facevano perdere ogni fiducia nella loro conversione e nella loro sincerità. La pena capitale non trovava esecuzione rigorosa presso l’Inquisizione e la sentenza era spesso modificata, in netto contrasto con l’immancabile esecuzione del colpevole da parte dei tribunali secolari e con la crudeltà degli organismi inquisitoriali nei paesi protestanti. Dall’esame degli archivi risulta, per esempio, che nella seconda metà del secolo XIII gli inquisitori di Tolosa pronunciarono condanne a morte nella misura dell’1% delle sentenze emesse. Inoltre, gli studiosi hanno completato lo spoglio dei processi inquisitoriali di Bernard Gui (?-1331) – il domenicano calunniato nel romanzo “Il nome della rosa”, di Umberto Eco, del 1980, e nel film omonimo del regista Jean-Jacques Annaud, del 1986 – constatando che su novecentotrenta imputati solo quarantadue furono rimessi al braccio secolare, mentre centotrentanove vennero assolti e gli altri condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza.

Raggiunti i suoi scopi con la distruzione dell’eresia, l’Inquisizione medievale declina ovunque lentamente e, sottoposta sempre più al controllo del potere secolare, scompare da sola, in epoche diverse. La svolta più significativa è compiuta dalla monarchia francese, che sottrae gradualmente agli inquisitori la competenza in materia d’eresia e l’affida ai tribunali reali e al parlamento; durante il grande scisma d’Occidente, anche la facoltà teologica dell’università di Parigi rivendica l’esame e il giudizio sui delitti di eresia. Così, l’Inquisizione in Francia diventa una sigla di cui si appropria il potere politico e su cui la Chiesa non ha più potestà. I tribunali che processano i templari nel 1307 e santa Giovanna d’Arco (1412-1431) non rappresentano più la vera Inquisizione, ma sono espressione del potere “laico”.

  1. L’Inquisizione romana

Nel secolo XVI, di fronte al pericolo rappresentato dalle nuove eresie di Martin Lutero (1483-1546) e di Giovanni Calvino (1509-1564), che devastavano le più fiorenti comunità cristiane d’Europa, la Chiesa cattolica deve intervenire ancora una volta con energia, dopo aver sperimentato invano un atteggiamento conciliante. Il 21 luglio 1542, con la bolla “Licet ab initio”, Papa Paolo III (1534-1549) riorganizza il sistema inquisitoriale medioevale e istituisce la Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione o Sant’Uffizio.

In sostanza, l’autorità dell’Inquisizione romana è limitata agli Stati della penisola italiana, dove ha costituito un bastione invalicabile contro ogni deviazione dottrinale e ha difeso il patrimonio spirituale del popolo italiano, contribuendo alla vittoria della Contro-Riforma sull’Umanesimo, sul Rinascimento e sulla Pseudo-Riforma protestante.

La storia di questa istituzione non è stata ancora studiata in modo adeguato. Infatti, il carattere anticattolico dell’unificazione dell’Italia ha ridato fiato alla polemica illuminista e alla propaganda protestante, che dipingevano questo organismo come simbolo dell’oscurantismo, conferendo un carattere ideologico alla ricostruzione storica. Uno studio rigoroso delle fonti documentarie avrebbe contribuito non poco a sfatare i luoghi comuni sull’Inquisizione romana. Lo storico Luigi Firpo, esponente di rilievo della cultura laicista, uno dei pochi studiosi che ha avuto accesso anche ai documenti riservati del Sant’Uffizio, intervistato dallo scrittore Vittorio Messori, si è espresso così: “Sono sicuro che l’apertura di quell’archivio, sinora assai limitata anche per esigenze organizzative, gioverebbe molto all’immagine della Chiesa […]. Aprendo a tutti gli studiosi quelle carte, cadrebbero altri pezzi dell’abusiva leggenda nera che circonda l’Inquisizione”.

Riorganizzata da Papa san Pio X (1903-1914) con la costituzione “Sapienti consilio”, del 29 giugno 1908, la vecchia Inquisizione è stata riformata da Papa Paolo VI (1963-1978) con il motu proprio “Integrae servandae”, del 7 dicembre 1965, che ne ha anche mutato il nome in Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede. La riforma ha modificato le procedure del Sant’Ufficio, ma ne ha confermato il compito primario: “tutelare la dottrina riguardante la fede e i costumi di tutto il mondo cattolico” (n. 29), soprattutto mediante la promozione della sana dottrina.

Per approfondire: vedi un’introduzione, in Leo Moulin (1906-1996), L’Inquisizione sotto inquisizione, trad. it., a cura dell’Associazione Culturale ICARO, Cagliari 1992; i risultati della rinnovata ricerca storica – poco noti al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori -, in Brian van Hove S.J., Oltre il mito dell’Inquisizione, in La Civiltà Cattolica, anno 143, n. 3419, 5-12-1992, pp. 458-467; e n. 3420, 19-12-1992, pp. 578-588; vedi pure la voce Inquisition, scritta da Jean-Baptiste Guiraud per il Dictionnaire apologétique de la foi catholique, edito fra il 1911 e il 1913, trad. it. con il titolo Elogio della Inquisizione, Leonardo, Milano 1994, a cura di Rino Cammilleri, con un invito alla lettura di Vittorio L’Inquisizione medioevale.

Francesco PAPPALARDO L’Inquisizione spagnola tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte»

  1. Le origini

Lo storico napoletano Giuseppe Galasso, prendendo spunto dalla polemica sulle presunte «colpe» della Spagna nel Mezzogiorno d’Italia, denuncia la «leggenda nera» antispagnola, da sempre “[…] permeata di elementi ideologici che hanno fatto fortemente premio non solo sulla ragione storica, ma pressoché su ogni altra ragione. La Spagna baluardo della «reazione cattolica», di un «assolutismo» oppressivo o totalitario, di dominazioni distruttive su popoli e paesi, di irrazionalismo e sfruttamenti economici di ogni genere, di autentici genocidi di popoli e di civiltà, insomma vero e proprio «impero del male», di cui l’«Inquisizione spagnola» era il simbolo più eloquente”.

Proprio sull’Inquisizione spagnola la storiografia, grazie ad approfondite ricerche d’archivio e a un atteggiamento meno prevenuto degli studiosi, sta pervenendo a risultati più equilibrati e più obbiettivi. È significativa la vicenda dello storico inglese Henry Arthur Francis Kamen, di formazione marxista, che nella prima edizione del suo studio «L’Inquisizione spagnola» – l’unica tradotta in italiano – indicava nei tribunali inquisitoriali la causa principale di un presunto ritardo culturale del paese iberico, mentre nell’edizione più recente sostiene che la Spagna di quel tempo “[…] era una delle nazioni europee più libere”.

Dall’analisi di Kamen emerge che l’Inquisizione è stata espressione del passaggio da una società contraddistinta dalla convivenza fra le diverse comunità religiose a un’altra sempre più contrassegnata da conflitti, e che essa fu la risposta della Chiesa e della Cristianità alla minaccia rappresentata dall’eresia e, successivamente, in Spagna, dalle false conversioni di ebrei e di musulmani.

Anche Jean Dumont, storico francese specializzato in ispanistica, ritiene che il punto di partenza corretto per parlare dell’Inquisizione spagnola stia nel mettere a fuoco la questione ebraica in Spagna. Nei regni della penisola iberica gli ebrei, molto numerosi, erano soggetti da secoli a uno statuto, non scritto, di tolleranza e godevano di una particolare protezione da parte dei sovrani. Invece, i rapporti a livello popolare fra ebrei e cristiani erano più difficili, soprattutto perché era consentito ai primi non soltanto di tenere aperte le botteghe in occasione delle festività religiose, che a quell’epoca erano molto numerose, ma anche di effettuare prestiti a interesse, in un’epoca in cui il denaro non veniva ancora considerato un mezzo per ottenere ricchezza. La situazione era complicata dalla presenza di numerosi conversos, cioè di ebrei convertiti al cattolicesimo, che dominavano l’economia e la cultura e rivestivano anche cariche ecclesiastiche. In alcuni casi evidenti, gruppi di conversos mostravano che la loro adesione alla fede cattolica era puramente formale e celebravano in pubblico riti inequivocabilmente giudaici. A partire dal 1391 nei regni spagnoli esplodono episodi di violenza popolare contro ebrei e falsi convertiti, che le autorità arginano con difficoltà. Quando Isabella di Castiglia (1451-1504) sale al trono, nel 1474, la convivenza fra ebrei e cristiani è molto deteriorata e il problema dei falsi convertiti è tale che, secondo l’autorevole storico della Chiesa Ludwig von Pastor (1854-1928), era in questione l’esistenza o la non esistenza della Spagna cristiana. In quella situazione si moltiplicano le richieste, provenienti anche da autorevoli conversos, in favore dell’istituzione dell’Inquisizione.

La Castiglia non aveva mai avuto un organismo che si occupasse specificamente dell’eresia, perché era stata ritenuta sufficiente l’attività dei tribunali ecclesiastici, dipendenti dai vescovi. Invece, l’Inquisizione era stata operante nei domini della corona aragonese dal 1238, ma era del tutto inattiva dal secolo XV. Su sollecitazione di Isabella di Castiglia e del marito Ferdinando d’Aragona (1452-1516) – che avevano promosso invano una campagna pacifica di persuasione nei confronti dei giudaizzanti – il 1° novembre 1478 Papa Sisto IV (1471-1484) istituisce l’Inquisizione in Castiglia e autorizza i Re Cattolici a nominare nei loro Stati alcuni inquisitori di fiducia con giurisdizione esclusivamente sui cristiani battezzati. Pertanto, nessun ebreo è stato mai condannato perché tale, mentre sono stati condannati quanti si fingevano cattolici per ricavarne vantaggi.

  1. La procedura e le pene

L’attività del nuovo organismo si fonda sulla copiosa legislazione elaborata dai canonisti medievali e riprende, salvo qualche lieve differenza, l’organizzazione, la procedura e la progressione delle pene della prima Inquisizione. Tuttavia, i poteri di nomina e di rimozione degli inquisitori erano concessi alla Corona tramite la figura di un intermediario, l’inquisitore generale, assistito dal Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione.

L’azione dei primi inquisitori a Siviglia è molto rigorosa ed esercitata, talvolta, al di fuori delle garanzie canoniche, così che la Santa Sede ritiene opportuno intervenire per nominare l’inquisitore generale nella persona del domenicano Tomas de Torquemada (1420-1498), confessore della regina Isabella, sul quale una letteratura di propaganda ha diffuso grandi menzogne. Uomo di costumi integerrimi, nonché uno dei maggiori mecenati e protettori di artisti della sua epoca, Torquemada fu, invece, un inquisitore generale relativamente mite e liberale e s’impegnò per ottenere ampie amnistie, come quella del 1484.

Lo storico francese Bartolomé Bennassar, confrontando i tribunali inquisitoriali con le corti civili dell’epoca, descrive l’Inquisizione spagnola in questi termini: “Senza alcun dubbio più efficace. Ma anche più esatta, più scrupolosa […]. Una giustizia che esamina attentamente le testimonianze, che le sottopone a uno scrupoloso controllo, che accetta liberamente la ricusazione da parte degli accusati dei testimoni sospetti (e spesso per i motivi più insignificanti); una giustizia che tortura raramente e che rispetta le norme legali, contrariamente ad alcune giurisdizioni civili […]. Una giustizia preoccupata di educare, di spiegare all’accusato perché ha errato, che ammonisce e consiglia, le cui condanne a morte colpiscono solo i recidivi”.

Lo studioso danese Gustav Henningsen, dopo aver analizzato statisticamente circa quarantamila casi di inquisiti fra il 1540 e il 1700, rileva che soltanto l’1% di essi fu giustiziato. Lo storico statunitense Edward Peters conferma questi dati: “La valutazione più attendibile è che, tra il 1550 e il 1800, in Spagna vennero emesse 3000 sentenze di morte secondo verdetto inquisitoriale, un numero molto inferiore a quello degli analoghi tribunali secolari”.

  1. Indulgenza verso la stregoneria

La relativa mitezza dei tribunali inquisitoriali emerge anche dall’atteggiamento tollerante tenuto nei confronti della stregoneria, proprio nel periodo in cui dilagava in Europa la fobia antistregonica, legata direttamente alla diffusione dell’occultismo e del pensiero magico nel Rinascimento e alla psicosi del demoniaco, indotta dalla Pseudo-Riforma protestante. È ormai certo che in Spagna fu proprio l’Inquisizione – dopo una prima incontrollata diffusione di timori popolari e di repressione statale – a impedire lo sviluppo di una vera e propria caccia alle streghe, così come è poco noto che a Roma l’Inquisizione fece giustiziare per stregoneria una sola persona, nel 1424. È significativo, inoltre, che furono i principi più legati ai valori cavallereschi e feudali ad attestarsi su posizioni di moderazione e di scetticismo verso i supposti poteri delle streghe, mentre la parte più «progressista» della cultura ufficiale sposò la causa dell’intolleranza e della persecuzione in nome del progresso della ragione. Da parte loro, i Pontefici raccomandarono sempre agli inquisitori di limitare il loro interesse per gli stregoni ai soli casi in cui fossero presenti elementi sacrileghi o idolatrici, cioè quando, alla superstizione, potessero essere attribuiti con evidenza i caratteri dell’eresia. L’Inquisizione spagnola interviene per la prima volta nel 1526, a seguito della persecuzione scatenata dalla popolazione di Navarra negli anni precedenti; la maggioranza degli inquisitori si pronuncia a favore di una politica di clemenza, sollecitando inoltre l’invio di predicatori per istruire i superstiziosi. La successiva ondata contro le streghe si verifica nel 1610, ancora in Navarra. L’emozione suscitata dal dilagare dei fenomeni attribuiti alla magia investe perfino gli inquisitori di Logrono, ma interviene il Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione, annullando tutte le sentenze e consigliando maggiori precauzioni nel prosieguo delle indagini.

  1. Popolarità dell’Inquisizione

Il ruolo svolto dall’Inquisizione spagnola, che godette sempre di grande popolarità, è decisivo non soltanto per preservare il paese da quella sanguinosa fobia di massa costituita dalla caccia alle streghe, ma anche e soprattutto per assicurare la pace sociale e religiosa alla Spagna. Infatti quel tribunale, colpendo una percentuale ridotta di conversos e di moriscos, cioè musulmani diventati cristiani solo per opportunismo, certifica che tutti gli altri erano veri convertiti, che nessuno aveva il diritto di discriminare o di attaccare con la violenza, ed evita un bagno di sangue. Inoltre, contribuendo alla repressione dell’eresia e sostenendo l’operato della Contro-Riforma, svolge una preziosa azione educativa sul basso clero e il resto della popolazione, confortandone la fede e la morale. Non può essere sottovalutata la portata di tale impresa, che costituisce una nazione spiritualmente compatta di fronte alla Francia lacerata dalle guerre di religione, all’Inghilterra sulla strada dell’eresia e al sultano difensore del mondo islamico. Inoltre, l’Inquisizione non ostacola mai le grandi imprese culturali dei secoli XVI e XVII; anzi, ripiegandosi su sé stessa, la Spagna giunge in quegli anni al culmine del suo splendore. Personaggi come il giurista Francisco de Vitoria (1492-1546), i teologi Domenico de Soto (1495-1560), Melchor Cano (1509-1560) e Francisco Suarez (1548-1617), i drammaturghi Felix Lope de Vega (1562-1635) e Pedro Calderón de la Barca (1600-1681), il romanziere Miguel de Cervantes (1547-1616), i pittori El Greco (1545-1614), Bartolomé Murillo (1617-1682) e Diego Velázquez (1599-1660) dominano la cultura europea e danno vita al cosiddetto siglo de oro spagnolo. Anche la vita religiosa conosce la sua epoca aurea, attraverso le figure di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), fondatore della Compagnia di Gesù, di san Giovanni di Dio (1495-1550), fondatore dell’Ordine degli Ospedalieri, dei mistici santa Teresa d’Avila (1515-1582) e san Giovanni della Croce (1542-1591), riformatori dell’ordine carmelitano, del francescano san Pietro di Alcantara (1499-1562) e del gesuita san Francesco Borgia (1510-1572).

Pertanto, non fu un’impresa facile sopprimere l’Inquisizione. Soltanto con la diffusione dell’illuminismo e con la laicizzazione della monarchia, con l’invasione napoleonica e con la propaganda liberale si perviene alle soppressioni del 1813 e del 1834, che suscitano l’opposizione degli spagnoli di tutti i ceti, per i quali l’Inquisizione era il simbolo di quanto costituiva l’identità del paese, cioè la fedeltà incondizionata al cattolicesimo.

Per approfondire: vedi Henry Kamen, «L’Inquisizione spagnola», trad. it., Feltrinelli, Milano 1973; e Bartolomé Benassar, «Storia dell’Inquisizione spagnola dal XV al XIX secolo», trad. it., Rizzoli, Milano 1985; vedi pure, sinteticamente, Jean Dumont, «L’Inquisizione fra miti e interpretazioni», intervista a cura di Massimo Introvigne, in «Cristianità», anno XIV, n. 131, marzo 1986, pp. 11-13; vedi elementi molto utili nelle Integrazioni bibliografiche – redatte da Marco Invernizzi e da Oscar Sanguinetti – in appendice a Jean-Baptiste Guiraud (1866-1953), «Elogio della Inquisizione», trad. it., Leonardo, Milano 1994; una ricostruzione dell’opera e della figura di Isabella di Castiglia, in Joseph Perez, «Isabella e Ferdinando», trad. it., SEI, Torino 1991, che si sofferma su «La Spagna inquisitoriale», pp. 267-318; il rapporto dell’Inquisizione cattolica con la stregoneria, in Giovanni Romeo, «Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma», Sansoni, Firenze 1990; e in Gustav Henningsen, «L’avvocato delle streghe. Stregoneria basca e Inquisizione spagnola», trad. it., Garzanti, Milano 1990.

Jean DUMONT L’inquisizione tra miti e interpretazioni tratto da: Cristianità, 14 (1986) marzo, n. 131, p. 11-13.

Intervista a cura di Massimo Introvigne

Jean Dumont, che ho incontrato a Torino in occasione di una conferenza sulla Rivoluzione francese organizzata il 26 febbraio 1986 da Alleanza Cattolica e da Amicizia Cattolica, è soprattutto noto -oltre che per un suo recente best-seller sulla Rivoluzione francese- per le sue ricerche sull’Inquisizione spagnola, un argomento di cui è considerato uno dei maggiori specialisti mondiali. Su questo tema, poco noto al pubblico italiano al di là dei miti e dei luoghi comuni, ho rivolto a Jean Dumont alcune domande.

La propaganda rivoluzionaria e il mito dell’Inquisizione spagnola

  1. Nel suo volume sulla Rivoluzione francese vengono passati in rassegna i miti anti-cattolici diffusi dagli illuministi negli anni precedenti il 1789 e che preparano il clima rivoluzionario. Tra questi miti Lei non cita l’Inquisizione spagnola. Perché?

  1. La polemica contro l’Inquisizione non è centrale nella letteratura anti-cattolica degli anni precedenti il 1789. Sull’argomento vengono diffusi soltanto uno o due opuscoli, mentre vi sono decine di testi su altri temi come il preteso genocidio del Perù o la pretesa corruzione morale nei conventi. Il vero mito dell’Inquisizione spagnola nasce più tardi, con l’invasione della Spagna e la propaganda – stampata del resto in Francia – di autori illuministi e liberali spagnoli come Juan Antonio Llorente. Vi è una ragione che spiega perché l’arma della polemica anti-inquisitoriale non sia stata usata prima del 1789: in Francia era ancora vivo il ricordo della letteratura propagandistica finanziata dal cardinale di Richelieu contro la Spagna, che accusava l’Inquisizione spagnola – al contrario – di non essere seria e di non perseguire a sufficienza i nemici della fede; si trattava di dimostrare – falsamente, peraltro – in funzione anti-spagnola che solo la Francia, figlia primogenita della Chiesa, difendeva davvero la fede.

Le diverse Inquisizioni

  1. Nei suoi scritti sull’Inquisizione Lei distingue anzitutto fra Inquisizione francese, spagnola e romana in modo molto netto…

  1. Per la verità i miei studi riguardano soprattutto l’Inquisizione spagnola, anche se molto recentemente ho raccolto documenti interessanti sull’Inquisizione francese e sulla crociata contro gli albigesi. Su quest’ultimo argomento credo significativo raccontare un piccolo aneddoto. Se si apre un qualunque testo scolastico francese di storia si legge che, nella crociata contro gli albigesi, è stata distrutta la città di Béziers e ne sono stati massacrati tutti gli abitanti. Ai capi militari della crociata, che chiedevano come distinguere tra abitanti albigesi e cattolici, il legato pontificio avrebbe risposto: «Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi». È una frase famosa, che si radica nella memoria di tutti gli scolari francesi. Bene: eruditi locali hanno recentemente mostrato che a Béziers non vi erano albigesi, che la crociata non è passata da Béziers e meno che mai sono transitati dalla città «legati pontifici». Béziers fu messa a sacco – è vero in anni non lontani dalla crociata, ma nel contesto di una guerra feudale tra due famiglie della zona, del tutto priva di motivazioni religiose. Ma chi corregge i libri di testo? Per valutare l’Inquisizione francese delle origini occorre avere anzitutto una buona informazione sui catari: non si trattava di un movimento di pacifisti innocui, ma di bande di fanatici che predicavano l’assassinio dei nemici e il suicidio di massa – la famosa endura, una sorta di auto-genocidio -, quindi di un pericolo mortale per l’Europa, che l’Inquisizione francese ha definitivamente sconfitto, peraltro spesso con la mitezza e la tolleranza e solo raramente con la forza. A partire da Filippo il Bello l’Inquisizione francese diventa una sigla di cui si appropria il potere politico «laico» e su cui la Chiesa non ha più alcun controllo effettivo. I tribunali «inquisitoriali» che processano i templari e poi Giovanna d’Arco non sono più la vera Inquisizione, ma manifestazioni del potere «laico».

Quanto all’Inquisizione romana – su cui molti studi restano da fare – la mia impressione, come specialista dell’Inquisizione spagnola, è di trovarmi di fronte a una realtà per certi versi dilettantesca, priva della competenza e della sapienza giuridica che si manifestano in Spagna. Spesso gli inquisitori romani non sono inquisitori di professione, ma personaggi di curia impegnati in mille altre cose e che, occasionalmente, esercitano questa funzione giudiziale. Questa circostanza – mi pare – potrebbe spiegare certi errori evidenti e certe severità eccessive che talora appaiono frettolose. Quando parlo di severità eccessive non dimentico, naturalmente, che anche l’Inquisizione romana, nei suoi periodi più duri, era pur sempre più tollerante dei tribunali «laici» delle stesse epoche; e delle Inquisizioni protestanti, che erano davvero durissime come hanno mostrato gli studi recenti di Jean-Marc Brissaud che – come direttore di collane editoriali – ho contribuito a far pubblicare. All’origine dell’Inquisizione spagnola

  1. La sua tesi centrale sull’Inquisizione spagnola – come emerge dai suoi libri- è che si è trattato di un’istituzione necessaria, indispensabile e che ha evitato guai peggiori…
  2. Raramente chi parla dell’Inquisizione spagnola adotta il punto di partenza corretto che è la questione ebraica in Spagna. Il problema era antico: già in epoca romana l’Andalusia veniva chiamata «la seconda Palestina» per il gran numero di ebrei che vi si erano stabiliti fin da tempi antichissimi, seguendo i fenici. Si calcola che in epoca imperiale il venticinque per cento della popolazione andalusa fosse ebrea, con punte del trentatrè per cento nelle grandi città come Siviglia e Cadice. Certi studiosi sostengono che una intera tribù d’Israele, la tribù di Giuda, si era trasferita in Andalusia. Con il cristianesimo questi ebrei non si convertono, recentemente sono stati pubblicati i documenti completi del primo concilio nazionale nella storia della Chiesa, il concilio di Elvira agli inizi del IV secolo, dove si può dire che non si è parlato altro che degli ebrei andalusi. Mille anni dopo, nel secolo XV, il problema si poneva in modo diverso. Molti ebrei si erano convertiti al cattolicesimo formando una classe di conversos che dominava l’economia la cultura e talora anche le cariche ecclesiastiche, suscitando il rancore dei cattolici di origine non ebraica, che a poco a poco si vedevano sfuggire tutte le posizioni di potere. Il rancore diventa violenza quando, in alcuni casi evidenti, gruppi di conversos rivelano chiaramente che la loro adesione al cattolicesimo è stata puramente formale e mossa dal desiderio di occupare cariche pubbliche – riservate ai cattolici – celebrando in pubblico riti inequivocabilmente giudaici o «giudaizzando» i riti cattolici. È un fatto noto agli storici e largamente provato che, a un certo punto, nella cattedrale di Cordoba si celebrava un ufficio che aveva ben poco di cattolico e dove tutti i riferimenti culturali erano giudaici. A partire dal 1391 esplodono in Spagna episodi di violenza popolare contro gli ebrei, sia di religione giudaica che conversos, che fa molti morti: e sarebbe stato un bagno di sangue senza il ricorso all’Inquisizione, richiesto insistentemente al re da molti autorevoli conversos. Qual è dunque lo scopo primo dell’Inquisizione? Colpire i falsi conversos che hanno finto la conversione per ragioni di convenienza e che «giudaizzano» i riti cattolici. Ma qual è il rovescio della medaglia? L’Inquisizione, colpendo una ridotta percentuale di conversos, certifica che tutti gli altri conversos – la stragrande maggioranza, quella che non viene colpita – è composta da veri cattolici e da veri spagnoli, che nessuno ha il diritto di discriminare e meno ancora di attaccare con la violenza. Dal momento in cui nasce l’Inquisizione spagnola i promotori di tumulti anti-giudaici perdono qualunque giustificazione, vengono colpiti dal potere reale e in pochi anni i tumulti spariscono. Colpendo una minima percentuale di conversos fittizi l’Inquisizione ha salvato gli ebrei convertiti di Spagna dalle invidie e dai tumulti e ne ha garantito la prosperità: sono di origine ebraica Diego Lainez, il grande protagonista del Concilio di Trento, molti gesuiti, grandi famiglie come gli Acosta di Medina del Campo -che daranno cinque fratelli, i famosi padri Acosta, alla Compagnia di Gesù – e i marchesi di Cadice, poi noti come duchi di Arcos. Ma ancora: a chi la Chiesa mette in mano l’Inquisizione? A conversos, a cattolici di origine ebraica come Tomás de Torquemada e come il suo successore Diego Deza. Garanzia di un trattamento senza pregiudizi anti-giudaici; e forse ragione occulta delle incredibili menzogne che tutta una letteratura di propaganda ha diffuso su questi personaggi. Pochi sanno che lo stesso Torquemada è uno dei maggiori mecenati e protettori di artisti della sua epoca: tutto il magnifico complesso di San Tommaso d’Avila, il vertice del gotico spagnolo, è il frutto del mecenatismo di Tomás de Torquemada, a cui deve molto anche la grande pittura di Pedro de Berruguete. Ma desterà ancora maggiore stupore sapere che Tomás de Torquemada è stato un inquisitore generale relativamente mite e liberale, che si è battuto per ottenere ampie amnistie come quella del 1484, di cui ha beneficiato il nonno di santa Teresa d’Avila, un ebreo converso sorpreso a «giudaizzare», che con l’amnistia si ritrova libero e riabilitato fino a potere diventare direttore delle finanze reali ad Avila. Tra l’altro, la pena a cui era stato condannato non era poi terribile: doveva visitare in abito da penitente un certo numero di chiese tutti i venerdì.

I fatti e le cifre

  1. L’obiezione che le è stata talora rivolta è che – se anche le dimensioni quantitative delle condanne dell’Inquisizione sono state esagerate e vanno riviste – resta pur sempre vero che un certo numero di uomini ha perso la vita per le proprie idee, un fatto a cui la coscienza moderna afferma di ribellarsi… R. Anzitutto l’esagerazione relativa alle cifre è stata talmente clamorosa da far concludere alla falsificazione deliberata. Vi sono ancora in circolazione libri che parlano di centinaia di migliaia di vittime dell’Inquisizione spagnola: libri scritti da persone che ricopiano fonti propagandistiche dell’Ottocento e che non sanno neppure che dagli archivi possono essere ottenute informazioni quasi complete. Uno studio quantitativo, condotto anche con l’aiuto del computer, dei processi dell’Inquisizione spagnola è in corso, ma vi sono già dei risultati parziali. Uno specialista danese, Gustav Henningsen, completato lo spogliò di cinquantamila processi che coprono l’arco di centoquarant’anni, ha reperito circa cinquecento casi di condanne a morte eseguite, cioè l’uno per cento. Altri studiosi hanno confermato questi dati.

L’Inquisizione spagnola è figlia della sua epoca, e va paragonata a fenomeni analoghi in altri Paesi, per esempio alle decine di migliaia di morti della repressione anti-cattolica in Irlanda e in Inghilterra. Quanto alla coscienza moderna, è poi così certa di essere più tollerante di ieri? La repressione ideologica, religiosa, razziale comunista o nazionalsocialista ha fatto milioni di morti, mille e più volte dell’Inquisizione spagnola. E l’alternativa all’Inquisizione spagnola – come ho accennato – sarebbe stata la furia cieca e sanguinaria dei tumulti anti-ebraici e della guerra civile. Non è poi del tutto esatto dire che le vittime dell’Inquisizione spagnola sono morte «per le loro idee»; nessun ebreo dichiarato è stato condannato perché tale, mentre sono stati condannati coloro che si fingevano cattolici per ricavarne vantaggi. Come tutti i tribunali, l’Inquisizione ha commesso errori; ma doveva essere un tribunale prudente, se lo spoglio degli archivi sta rivelando che un processo su cento portava il condannato alla pena capitale. Degli altri novantanove si penserà forse che esponessero il reo ai famosi orrori delle «prigioni dell’Inquisizione». In realtà, solo recentemente gli storici hanno scoperto – è ormai un fatto indiscusso – che le formule «prigione perpetua» e «prigione irremissibile» non significano affatto l’ergastolo, ignoto in Spagna. La «prigione perpetua» durava in genere cinque anni e quella «irremissibile» otto. Le prigioni dell’Inquisizione erano fra le migliori dell’epoca e molti istituti moderni a favore dei detenuti risalgono all’Inquisizione spagnola: il trasferimento in casa o in convento dei detenuti anziani e ammalati, per esempio, così come la semi-libertà. Tutto questo in un’epoca in cui il carcere «laico» era – quello sì – spesso spaventoso. Vale la pena, forse, di aggiungere una parola sulla tortura: era comune all’epoca nella procedura «laica», mentre le istruzioni degli inquisitori generali raccomandano di farvi ricorso con la più grande parsimonia. Anche qui parlano i verbali e gli archivi: nell’epoca di maggiore voga della tortura, in Spagna, a Valenza, su duemila processi dell’Inquisizione, nell’arco che va dal 1480 al 1530, sono stati ritrovati dodici casi di tortura. La proporzione in altre epoche e altre città in genere non è la stessa: è minore.

Ho insistito sui processi contro i giudaizzanti e i falsi conversos perché statisticamente rappresentano la grande maggioranza dei processi dell’Inquisizione spagnola; sono molti meno i casi in cui sono stati presi in considerazione musulmani falsamente convertiti, e pochissimi i casi di repressione di umanisti o di illuministi. I seguaci spagnoli di Erasmo, che ho particolarmente studiato, tra cui i Valdés – di cui ho ritrovato gli archivi – sono stati disturbati, ma mai seriamente perseguiti. E chi viene presentato come grande martire illuminista degli ultimi anni dell’Inquisizione? Pablo de Olavide. Per dare un esempio ai lettori e diffusori dei filosofi francesi – i cui libri, teoricamente vietati, sono stati ritrovati in gran copia nelle biblioteche spagnole del Settecento – Pablo de Olavide viene condannato dall’Inquisizione, nel 1778, alla prigione «irremissibile», dunque – come sappiamo – a otto anni, da scontare in convento anziché in prigione a causa della sua malattia. Appena in convento, Pablo de Olavide protesta di aver bisogno di cure termali, e viene mandato alle terme in Castiglia. Poiché queste non gli giovano, protesta di nuovo chiedendo di essere mandato ad altre terme in Catalogna. Anche stavolta l’Inquisizione lo accontenta, e così da una stazione termale vicina al confine può facilmente rifugiarsi in Francia dove viene accolto come martire dell’Inquisizione destinato ad una lunga carriera sui libri di testo; i quali – tra l’altro – dimenticano di dire che Olavide, anni dopo, sarà convertito dal terrore rivoluzionario e, da illuminista che era, chiuderà la sua vita scrivendo in difesa della religione.

Il futuro del mito

  1. Il mito relativo all’Inquisizione è stato in parte demolito: ma le ricerche degli specialisti non sono affatto conosciute dal grande pubblico. Prevede qualche modifica a questa situazione nel prossimo futuro?

R. Circa la Francia sono scettico. In Spagna passo gran parte del mio tempo, e mi sembra che sia rimasto almeno qualcosa di quello spirito che spingeva il popolo a firmare in massa, nel tardo Settecento, petizioni di protesta contro l’abolizione dell’Inquisizione. Le voglio raccontare una delle esperienze più interessanti della mia vita. Dopo la pubblicazione del mio volume sull’Inquisizione spagnola, la Gran Loggia della massoneria francese – e sappiamo che importanza ha l’Inquisizione nella propaganda massonica – mi ha invitato, nell’ottobre del 1983, a tenere una conferenza a porte chiuse, con successivo dibattito ai massoni di venti diverse logge francesi e a una delegazione di massoni spagnoli. Una conferenza bizzarra: come oratore ero messo in una posizione quasi laterale al pubblico, che rimaneva in ombra in modo che non potessi distinguere bene le persone. Ho riassunto il mio libro senza omettere nulla, e alla fine il gran maestro ha introdotto il dibattito con un attacco durissimo, dicendo che il mio intervento era stato provocatorio. Da parte mia, non avevo promesso niente di diverso. Ebbene, uno dei massoni spagnoli si è alzato e ha detto che le critiche del gran maestro erano fuori posto, e che la lezione da trarre dalla mia conferenza era che bisogna smettere di attaccare la Chiesa con argomenti ormai storicamente inaccettabili e che rischiano di essere confutati. Qualche tempo dopo questo signore – un avvocato molto noto a Malaga – è venuto a trovarmi in Spagna e mi ha raccontato un episodio che mostra come il popolo spagnolo – che può avere punte di anticlericalismo feroce – conserva un certo rispetto per la sua storia. Raccontava questo massone spagnolo di essersi fermato in un caffè di periferia pieno di operai in tuta arringati da un pastore protestante – vi è una vera offensiva protestante in Spagna – che li invitava a una riunione. A un certo punto, di fronte alle insistenze del pastore, un operaio aveva dato questa risposta, in cui vi è tutta una certa Spagna: «Senti, amico, io sono ateo. Non credo neppure al Dio cattolico, che è il vero Dio. Figuriamoci se credo al tuo…». Jean Dumont: elementi biobibliografici Jean Dumont è nato a Lione nel 1923. Si è laureato prima in storia e filosofia e poi in giurisprudenza, rispettivamente a Lione e a Parigi. Insieme a Régine Pernoud e a Philippe Ariès incarna la scelta -tipicamente francese- di svolgere la professione di storico al di fuori delle università, a contatto diretto e spesso itinerante con gli archivi. Da oltre quarant’anni in qualità di direttore editoriale ha curato collane storiche presso importanti editori francesi, da Grasset al Club des Amis du Livre, da François Beauval a Famot. In questa veste ha pubblicato – ma spesso anche ideato, commissionato, rivisto, annotato – oltre mille opere storiche, diventando un punto di riferimento imprescindibile per tre generazioni di cultori francesi della materia. Infaticabile ricercatore di inediti, ha ritrovato fra l’altro il salterio di Anna Bolena -un documento cruciale per la storia della Riforma- e gli archivi delle famiglie spagnole Valdés e Cervantes. A fronte di questa enorme mole di attività è diventata quasi un hobby la traduzione di opere straniere, dove Jean Dumont si è fatto notare come divulgatore della letteratura italiana, volgendo nella sua lingua, fra le altre, opere di Corrado Alvaro e di Massimo Bontempelli. Maestro capace di suscitare e di organizzare intorno a sé il lavoro degli storici, Jean Dumont è anche uno storico di fama mondiale per le sue ricerche sulla vita religiosa soprattutto dei secoli dal Cinquecento al Settecento in Spagna, nelle colonie spagnole e in Francia. Particolarmente noti e autorevoli sono i suoi lavori sulla Inquisizione spagnola, in parte raccolti nel volume Procès contradictoire de l’Inquisition espagnole (Famot, Ginevra 1983). Convinto della necessità di diffondere capillarmente la cultura storica e di sfatare i luoghi comuni propagati dalle ideologie, Jean Dumont ha raggiunto il grande pubblico con due best-seller: L’Eglise au risque de l’histoire (Criterion, Limoges 1982), una rassegna di «miti» sulla storia della Chiesa, e La Révolution française où les prodiges du sacrilège (Criterion, Limoges 1984). Quest’ultima opera -recensita da molti settimanali e quotidiani di lingua francese in vari paesi- è stata riassunta e commentata per la prima volta in Italia in un saggio di Massimo Introvigne (La Rivoluzione francese: verso una interpretazione teologica? in Quaderni di «Cristianità», anno I, n. 2, estate 1985, pp. 3-25) e, fra altri riconoscimenti, è valso a Jean Dumont il singolare privilegio di essere chiamato a collaborare come consulente – lui, critico spietato della Rivoluzione – con il comitato costituito a Parigi dal sindaco Jacques Chirac per preparare le manifestazioni culturali che ricorderanno nel 1989 il secondo centenario della presa della Bastiglia

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *