Putin e il braccio di ferro con la Nato

NATO VS RUSSIA

A cura di Federico Prati

A mille chilometri da Mosca, la Russia ha il controllo di una regione incastonata tra due paesi Nato e con accesso diretto al Mar Baltico. E’ la regione di Kaliningrad, enclave russa tra Polonia e Lituania dove – tra il 5 e il 10 dicembre scorso – il presidente Putin ha inviato 9.000 soldati, 250 carri armati, 55 navi e 41 aerei da guerra. Segno che la crisi ucraina va contestualizzata in uno scenario che non è ristretto alla regione del Donbass, ma che può estendersi anche su altri fronti. L’atteggiamento del presidente russo Vladimir Putin difatti non piace in primis alla Nato. L’alleanza militare nata nel 1949 in funzione anti-sovietica per riunire Stati Uniti e paesi europei sotto lo stesso ombrello strategico, da un anno a questa parte ha ritrovato la sua vocazione iniziale.

Mentre i leader di Russia, Ucraina, Francia e Germania sono impegnati in questi giorni a trovare una soluzione politica alla nuova escalation di scontri tra esercito ucraino e separatisti filo-russi nella zona di Donetsk – 224 i morti e 545 i feriti – c’è un dettaglio da ricordare. La crisi ucraina non obbliga la Nato ad operazioni militari via terra o via aria. L’Ucraina non è nella lista dei 28 paesi che fanno parte dell’alleanza atlantica, e la Nato può offrire al governo di Kiev solo armi e munizioni, che devono essere gli ucraini ad imbracciare. Ma la dottrina Putin – l’idea che la Russia abbia il diritto di agire per proteggere comunità che parlano il russo, non importa in che nazione si trovino – mette a rischio Estonia, Lettonia e Polonia. I primi due sono paesi dell’ex-unione sovietica confluiti nella Nato nel 2004, preceduti nel 1999 dalla Polonia. Tutti e tre sono stati fino al 1991 sotto la protezione dell’Unione Sovietica come membri del Patto di Varsavia. E tutti e tre hanno in comune la presenza di comunità russofone. A questi paesi si aggiunge la Lituania, paese che parla poco russo – solo l’8% della popolazione – ma che è entrato nel 2004 nella Nato rafforzando un sodalizio diplomatico con gli Stati Uniti che dura dal 1922, come si legge sul sito del Dipartimento di Stato.

I movimenti di dicembre al confine con la regione di Kaliningrad hanno messo in preallarme il governo lituano. L’esercito da due mesi è in allerta con unità in grado di dispiegarsi in appena due ore, e la guerra va “studiata” tenendo a portata di mano perfino un apposito manuale. Il ministero della Difesa lituano ha infatti mandato in stampa un manuale – da distribuire in libreria e alle fiere militari – pieno di consigli e raccomandazioni utili a far fronte ad una eventuale invasione russa. “Rimanete concentrati, non vi fate prendere dal panico e non perdete la lucidità”, spiega il manuale secondo quanto riporta Reuters. “Gli spari fuori dalla vostra finestra non sono la fine del mondo”, bisogna resistere all’occupazione straniera con scioperi e manifestazioni o “almeno facendo il vostro lavoro peggio di quanto fate di solito”. Il ministro della Difesa Juozas Olekas ha spiegato a Reuters come “gli esempi di Georgia e Ucraina, che hanno perso parte del loro territorio, ci mostrano che non possiamo escludere un simile tipo di situazione qui, e che dobbiamo essere pronti”.

E se lo scontro tra Russia e Georgia del 2008 durò appena una settimana, la crisi ucraina dura da quasi un anno. L’annessione della Crimea del 17 marzo prima, il supporto logistico e militare ai separatisti accusati di aver abbattuto il 17 luglio un volo di linea con a bordo 298 persone poi, fino ad arrivare al 12 agosto con l’invio di un convoglio – formato da oltre 200 vagoni – di aiuti umanitari al confine con l’Ucraina orientale. Confine a distanza di una settimana oltrepassato senza autorizzazione del governo di Kiev e della Croce Rossa Internazionale. Un gesto che oltre ad indispettire Stati Uniti e Unione Europea, provoca la reazione della Nato, con la condanna dell’allora Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen che parla di atteggiamento finalizzato a “portare solo all’ulteriore isolamento della Russia”. Parole che non hanno effetto su Mosca – il Cremlino ha sempre negato responsabilità dirette sulla crisi ucraina – che il 25 agosto invia altri camion con armi e rifornimenti e mezzi corazzati ai ribelli separatisti nel sud-est ucraino, che aprono nuovo fronte sulle coste del mare d’Azov, con le due città in territorio ucraino di Novoazosk e di Mariupol che se conquistate dai ribelli aprirebbero un varco verso la Crimea, distante appena 350 chilometri dal porto di Mariupol. Un fronte nuovamente riaperto il 10 febbraio, con nuovi scontri tra esercito ucraino e ribelli filo-russi – come riporta Reuters – per una giornata che ha segnato anche il lancio di razzi contro civili nella città di Kramatosrk, nell’est dell’Ucraina. I civili uccisi sarebbero più di 10, e i feriti 26, tra cui 10 soldati. Mentre dall’inizio della crisi ucraina – dicono i numeri forniti dalle Nazioni Unite – si contano più di 5300 morti. E il cessate il fuoco sancito dagli accordi di Minsk del settembre scorso è stato più volte violato, provocando l’irritazione della Nato e l’accusa diretta del presidente Obama, che il 9 febbraio ha dichiarato: “La Russia ha violato ogni singolo impegno che aveva preso lo scorso settembre”.

Secondo Kurt Volker – ambasciatore americano alla Nato dal 2008 al 2009 – l’alleanza è sul punto di una difficile mediazione. Bisogna mostrare abbastanza forza dal mettere in guardia Mosca senza però apparire dichiaratamente ostili, stuzzicando le ambizioni espansionistiche del presidente Putin. Come scrive la rivista Foreign Policy, l’ultima cosa che vuole la Nato è una seconda Guerra Fredda. Fatto sta che dati alla mano da quando è scoppiata la crisi in Ucraina la Nato ha implementato le operazioni nei paesi dell’ex blocco sovietico.

Nell’aprile scorso Reuters parlava di un numero triplicato di pattugliamento aereo nell’area dei Balcani a partire da maggio. Ad ottobre una esercitazione militare in Polonia ha visto coinvolti tra gli altri gli eserciti di Olanda, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Repubblica Ceca. E giovedì scorso a Bruxelles il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg ha annunciato l’intenzione di installare sei nuove postazioni di comando e la creazione di una forza speciale di 5.000 unità a rapido dispiegamento. Per Stoltenberg si tratta del “più grande rafforzamento della nostra difesa collettiva dai tempi della guerra fredda”, giusto per rimanere in tema. Le nuove misure porteranno a 30.000 il numero delle truppe Nato impegnate alla difesa dei confini dell’Europa orientale – oggi sono 13.000 – dislocate nelle nuove postazioni di comando in Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Romania e Bulgaria. Truppe che avranno supporto aereo e navale la possibilità di essere affiancate da unità speciali, così come da due brigate di terra aggiuntive – tra le 6.000 e le 10.000 unità – pronte ad entrare in azione in caso di escalation.

Sul piano politico la Nato deve giocoforza fare i conti con la Russia, dato che i numeri della crisi ucraina permettono al presidente Putin di fare pressioni – e richieste – al presidente ucraino Poroshenko. La valuta ucraina continua da un anno a perdere valore – a gennaio addirittura il 50% in meno in due giorni – mentre il paese galleggia grazie ad un prestito di 17 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale – che verrà presto rinegoziato – e la Russia rimane ancora oggi il più grande partner commerciale dell’Ucraina, come scrive Forbes. Se sarà il caso bisognerà ridiscutere il Nato-Russia Founding ACT, un accordo datato 1997 che afferma come le due parti non si considerino reciprocamente una minaccia. Sul piano militare bisognerà garantire adeguata protezione militare non solo ai paesi membri dell’alleanza ma anche all’Ucraina, in nome di quella che Kurt Volker ha definito sulle pagine di Foreign Policy “l’integrità territoriale non solo dei paesi membri della Nato, ma dell’intera Europa”.

L’esercito ucraino – che Putin ha di recente definito una “legione straniera della Nato – da solo non può farcela: i dati forniti dall’istituto di ricerca militare IHS e diffusi dalla CNN ci dicono che per ogni carro armato ucraino ce ne sono quattro russi – 735 contro 2.850 – mentre per un soldato ucraino ne corrispondono quasi sei della Russia – 139.000 contro 774.500 – e il rapporto numerico tra le due flotte navali è ancora più impietoso: una nave ucraina e nove russe, 25 contro 219.

Ma è sul piano politico che si gioca la partita più importante. Bisogna capire – tornando alle parole di Volker – che se la NATO non dimostra di saper essere un contrappeso fondamentale nello scenario, la Russia può pensare alla prossima incursione. E allora la soluzione potrebbe essere quella di tracciare una nuova “linea rossa”, come quella tracciata dal presidente Obama nell’agosto del 2012, quando un eventuale attacco con armi chimiche da parte del regime di Bashar al Assad avrebbe portato ad un diverso coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto siriano. “C’è bisogno – scrive Volker – di tracciare una linea netta che i Russi sanno di non dover oltrepassare”.

 

 

2 Risposte

  • Strano che tale analisi glissi sul fatto che ben prima della situazione in Ucraina, la Nato abbia dislocato missili strategici proprio intorno alla Russia, in nome di una vaga minaccia terroristica. che difficilmente può arrivare dalla Russia, ma probabilmente da paesi arabi o dall’odierna Isis.
    Strano poi che tale analisi glissi sul fatto che l’Ucraina è un coacervo di etnie tenute insieme da uno stato artificioso, creato a tavolino in vari tempi, come il Kosovo o la Macedonia, che furono e sono tuttora oggetto di accuse tra Nato e Russia per le palesi e pesanti intromissioni occidentali favorendo l’islam invece dei cristiano-ortodossi.
    Strano, aggiungo, che il conteggio delle forze militari si faccia tra Ucraina e Russia come se la Russia avesse quelle forze dedicate esclusivamente in funzione anti-Ucraina.
    Per quanto riguarda la Crimea, l’articolo non tiene conto del libero esercizio dei popoli nel manifestare la loro appartenenza senza alcuna interferenza esterna militare. Ovvio che se anche qui in Italia la Padania decidesse di separarsi da Roma (ladrona) interverrebbero le ridicole forze armate italiane per impedire tale separazione , solo perchè avrebbe significato politico insopportabile per il centralismo statale italiano.

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