L’usura, per Pound, ha mosso guerra al mondo dal 1694, quando nacque la Banca d’Inghilterra

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Segnalazione di Federico Prati

di Francesco Lamendola – 29/07/2015

Fonte: Il Corriere delle regioni

Ezra Pound era un poeta: e i poeti, qualche volta (non sempre) vedono più  lontano degli specialisti e dei “tecnici”, siano essi specialisti e “tecnici” della politica, dell’economia, della finanza, e perfino della scienza.

Quel che Pound aveva visto con folgorante chiarezza, pur nella modestia della  sua cultura economica e finanziaria, era una cosa fondamentale, che, strano a  dirsi, continua a sfuggire a molti economisti e a molti esperti del mondo  finanziario; a meno che non sfugga loro intenzionalmente: ma allora ci  troveremmo in presenza non di specialisti e di “tecnici” che, per un eccesso di  specialismo, tecnicismo e riduzionismo, hanno perso di vista l’insieme, ma,  molto più semplicemente e banalmente, di corrotti e traditori, che hanno  venduto l’interesse generale in cambio di vantaggi personali. In breve, Pound  si era reso conto che l’intera storia del mondo moderno è la storia di una  lotta continua, incessante, senza quartiere, fra l’usura e il lavoro; guerra  combattuta talvolta con le armi, più spesso con i tassi d’interesse sui  prestiti che le banche concedono ai privati e perfino agli Stati sovrani, i  quali ultimi, in cambio, cedono  gradualmente quote della loro sovranità, indebitandosi sempre di più e  accumulando un peso debitorio che, alla fine, li mette completamente alla mercé  dei creditori.

Oggi la cosa è divenuta talmente palese, che anche l’uomo della strada ha  finito per rendersene conto, o, quanto meno, per averne una certa qual  consapevolezza, e sia pure incompleta e superficiale, sia pure priva di  adeguati riscontri e conoscenze puntuali; negli anni Trenta del XX secolo ciò  poteva anche non essere altrettanto evidente, specialmente per un poeta. Quel  che aprì gli occhi a Pound non fu la crisi del 1929 in se stessa, ma la “scoperta” degli antichi statuti del Monte dei Paschi di Siena: di una banca,  cioè, sorta proprio allo scopo di concedere prestiti a interesse moderato, e  mirante non all’arricchimento sfrenato mediante il nodo scorsoio dell’usura nei  confronti del debitore, ma avente lo scopo preciso di sostenere il piccolo  commercio e la piccola impresa, di sostenere i singoli e le famiglie in  difficoltà, in modo da promuovere, o contribuire a promuovere, il benessere e l’attività produttiva dell’intero corpo  sociale.

Nella loro saggezza, i fondatori del Monte dei Paschi di Siena, nel tardo XV  secolo, avevano visto e compreso che nessun privato e nessun gruppo sociale  possono progredire e avvantaggiarsi, quando l’intera popolazione soffre nelle  strette dell’indigenza; che la povertà sempre crescente dei molti non può  finanziare, all’infinito, l’accumulo di ricchezza di pochi, o di pochissimi,  pena il corto circuito dell’intera struttura sociale e l’insorgere di violenze,  carestie, rivolte, guerre, le quali, comunque, ben difficilmente varranno a  ripristinare l’armonia del corpo sociale, fin tanto che non si deciderà di  agire sui meccanismi perversi della finanza – oggi diremmo: dell’economia  virtuale e speculativa –  tendenti a distorcere il sano ed equilibrato rapporto  fra lavoro, risparmio individuale e benessere collettivo.

Il vero conflitto, dunque, non è – come vorrebbe il marxismo – fra capitale e  lavoro, perché il capitale e il lavoro sono i due termini di una sana e  necessaria dialettica economico-sociale; il vero conflitto, conflitto malefico  e puramente distruttivo, è quello fra lavoro ed usura, intesa, quest’ultima,  nel senso più ampio del termine: ossia tutto ciò che vive, parassitariamente, a  spese del lavoro, e non incrementa la produzione, anzi, la frena e la  scoraggia, né favorisce il risparmio, bensì lo distrugge, perché sottrae  capitali a chi produce e li fa crescere a vantaggio di chi non produce, non  lavora, non risparmia (nel senso intelligente del termine), ma vuole accumulare  una ricchezza sterile e mostruosa, tendenzialmente illimitata, la quale, come  una piovra maligna, assorbe e divora, una dopo l’altra, tutte le parti sane  della società, fino a togliere ogni speranza, non solo di lavoro, ma di un  futuro qualsiasi, alle giovani  generazioni.

San Bernardino da Siena, che tanto si era impegnato sul fronte della questione  sociale, e tanto si era adoperato per il prestito a basso tasso d’interesse,  scagliandosi contro usurai ed Ebrei, muore nel 1444; il Monte dei Paschi di  Siena viene fondato nel 1472, con la precisa finalità di soccorrere il lavoro e  di favorire il piccolo risparmio, vale a dire come un vero e proprio monte di  pietà, con la missione di soccorrere le classi e le persone disagiate. Le due  date non sono lontane, le finalità sono pressoché identiche, come pure il  luogo: tutte queste sono delle mere coincidenze? Ed è forse una coincidenza il  fatto che si sia messo il silenziatore sull’aspetto sociale ed economico  dell’apostolato di San Bernardino, così come si è scagliato l’anatema, o si è fatto  cadere il velo dell’oblio, sulla dimensione sociale ed economica degli scritti
di Pound e dei discorsi da lui pronunciati alla radio italiana durante la  Seconda guerra  mondiale, nei quali denunciava l’affarismo delle grandi banche e la volontà  del governo americano di scendere in guerra, apparentemente per la difesa della  libertà e della democrazia, ma in effetti per ripristinare il sistema mondiale  della speculazione finanziaria e dell’usura, messo in crisi dal sorgere del  modello alternativo rappresentato dal fascismo?

Ha scritto Walter Mariotti nel suo articolo «Pound e l’MPS, banca contro l’usura» (sul mensile «Communitas», Milano, febbraio 2007, pp. 27-35):

«Un mondo nuovo. Dove il denaro è fondato sull’abbondanza della natura per  tutti e non sulle speculazioni finanziarie di pochi.  Dove il tasso di  interesse è controllato e umano,  dove l’orario di lavoro è ridotto per  assistere le famiglie e gli anziani, dove la base dell’economia non è l’usura  ma la natura.  Non sono le teorie di un economista visionario ma di un poeta, l’ americano Ezra Pound,  che davanti agli Statuti del Monte dei Paschi di Siena,  scoperti grazie all’ospitalità del conte Guido Chigi Saracini, capì tutto. Capì  che la sua Musa non poteva più fare a meno di occuparsi dell’economia. Capì che  le Magistrature repubblicane,  che nel 1472 (Cristoforo Colombo non aveva
ancora scoperto le Americhe)  avevano fondato la prima banca del mondo, erano  nel giusto. Una folgorazione. Quello era il modello per il mondo che si doveva  costruire, a costo di seguire l’assurdo Benito Mussolini e la sua crociata  contro la  demoplutocrazia anglosassone, che ispirata dalla Banca d’Inghilterra stava  distruggendo l’Europa e l’America in nome dell’usura. Per Pound, quegli statuti  senesi erano una possibile risposta al nodo da sciogliere: quello fra interessi  finanziari ed etica dello Stato. Il suo avvertimento era rivolto agli uomini  del nostro tempo: le lotte, le grandi lotte che viviamo in maniera sempre più  drammatica (dall’epilogo della Seconda guerra mondiale, in poi) sono, in  realtà, la proiezione  della lotta mortale fra l’usura, apolide e piratesca, e  gli interessi di uno Stato ideale, che, rifiutandosi di asservirsi  alle
logiche finanziarie finalizzate al puro profitto, indebitandosi, dovrebbe  difendere le ragioni vitali dei popoli […].

Da allora, l’elaborazione di un sistema politico ed economico efficace contro  l’usura, diventerà il cuore delle riflessone di Pound, che nei suoi interventi  intensifica la polemica contro le manovre politiche internazionali e l’anno  seguente (1933), nell’”Abc dell’economia”, scrive: “La guerra è parte dell’antica lotta tra l’usuraio e il resto dell’umanità: tra l’usuraio e il  contadino, tra l’usuraio e il produttore e, infine, tra l’usuraio e il  mercante, tra l’usucrocrazia e il sistema mercantilista”. E sarà ancora l’usura  la molla che lo spingerà all’ammirazione definitiva del fascismo e di  Mussolini, incontrato proprio sul finire del 1933: “L’usura è il cancro del  mondo che solo il bisturi del fascismo può asportare dalla vita delle nazioni”, disse. Dichiarando la necessità di disciplinare le forze dell’economia  e  adeguarle alla necessità della nazione. […] [A Radio Roma, tra il 1941 e il 1943] attacca la guerra, l’interventismo di  Roosevelt, la filosofia degli Alleati. L’alleanza tra il governo statunitense,  la finanza inglese e il bolscevismo sovietico è contraria alla vera tradizione  americana: “Non c’è nessun motivo per l’intervento degli Stati Uniti, perché il  luogo dove difendere l’identità americana è il continente americano”. Ancora  una volta è l’usura la causa della guerra e saranno “l’usura, l’oro, il debito,  il monopolio, l’interesse di classe e l’indifferenza verso l’umanità a vincere  davvero il conflitto”. Qualcuno legge in quei discorsi “rare perle di  saggezza”, ma per le autorità americane sono “un miscuglio confuso di  apologetica fascista, teorie economiche, antisemitismo e giudizi letterari”, che alla fine di luglio spingeranno per una sentenza di tradimento contro lo “pseudo americano Pound”. […] [In due lettere private scritte al conte Chigi, nel gennaio e nel febbraio  1944] ha ancora la forza di criticare la stampa traditrice, l’usurocrazia che  muove il mondo e gli scempi degli Alleati, che bombardando l’Italia e  distruggendo i suoi monumenti hanno distrutto  i simboli dell’umanità  occidentale. Chiarisce, infine, in tre lucide righe, il suo rapporto con il  fascismo: “Io volevo una riforma moderata. Dico Riforma, perché in essenza il  ripristino della sanità già dimostrata dai fondatori del Monte dei Paschi in un  mondo impazzito dai seguaci dei guastatori, stile San Giorgio”. E conclude  ancora una volta con l’idea elaborata proprio a Siena dodici anni prima: Questa  guerra non s’iniziò nel 1939 ma nel 1694 a Londra (data di fondazione della  Banca d’Inghilterra, ndr) facendo parte della guerra tra usurai, ovvero  usuroni, e chiunque produce, chiunque fa crescere il grano”. […]

A trentacinque anni dalla morte di Ezra Pound (1972)  il problema su cui ha  passato l’intera vita rimane ancora sul tappeto: la perdita di sovranità dello  Stato di qualsiasi nazione indebitata a favore di quella illimitata del potere  finanziario creditore, che all’epoca in cui Pound scriveva poteva sembrare un’oscura e catastrofica previsione è, oggi, una realtà incontestabile. Quasi  tutti i Paesi del mondo, senza esclusione, sono o si avviano a diventare  debitori di potenze finanziarie globali, super e trans nazionali (Fondo  Monetario Internazionale e Banca Mondiale, in primo luogo).  Così come, a  livello individuale,  viviamo nell’epoca del credito al consumo dei bilanci  familiari in default (fenomeno che Pound nemmeno immaginava). Forse  bisognerebbe ripartire dagli statuti delle magistrature repubblicane senesi del  1472, e provare a uscire dal malinteso poundiano:  ciò che è del popolo resti  al popolo e alle sue forme di  auto-organizzazione, lo Stato ideale non c’è e lo Stato, se c’è,  favorisca l’auto-organizzazione del popolo.»

Al di là dei giudizi specifici su Mussolini e della personale conclusione dell’Autore del brano sopra riportato, secondo la quale lo Stato non può o non sa  opporsi allo strapotere delle grandi banche e, pertanto, dovrebbe limitarsi a  favorire una non meglio precisata auto-organizzazione popolare, ci sembra che  in questa sintesi della posizione di Pound sulle questioni economico- finanziarie ci sia praticamente tutto; e va dato atto che, di questi tempi, è  raro trovare un giornalista o uno studioso che sappia dire pane al pane e vino  al vino, con altrettanta franchezza.

Ecco perché il pensiero di Ezra Pound sulle questioni del lavoro, della  produzione, del risparmio e dell’usura, anche se non è il pensiero di uno  specialista e di un “tecnico”, ma di un dilettante, e, per giunta, di un  dilettante che è soprattutto un poeta, che vede le cose – economia compresa – con l’occhio del poeta e nella prospettiva del poeta, non ha perso nulla della  sua attualità; anzi, le vicende degli ultimi decenni sono state tali da  evidenziare quanto egli sia stato lucido, e addirittura profetico, nel
denunciar e il male dell’usura e nel richiamare i popoli dell’Europa alla loro  vera tradizione, alla loro vera identità. Tradizione e identità che sono  entrate definitivamente in crisi in quell’anno e in quel luogo, il 1694 a  Londra, allorché venne fondata la prima grande banca di Stato, la Banca d’Inghilterra: la prima di quelle centrali del potere finanziario, che emettono  moneta e prelevano il frutto del lavoro, in  cambio di denaro virtuale, falso, immaginario, creando il meccanismo del  debito e strangolando, poco alla volta, l’economia reale, fatta di persone, di  famiglie, di imprese, di commerci, i quali, a un certo punto, soccombono per  asfissia, affinché, nel deserto universale creato dall’usura, rimanga,  trionfante e necrofila, una sola vincitrice: la borsa.

Resta solo da aggiungere che, dai tempi di Pound, i meccanismi dell’usura  mondiale si sono enormemente perfezionati e ulteriormente ramificati, per  esempio con la creazione delle agenzie di “rating”, vere e proprie centrali di  potere finanziario “terroristico”, dai cui verdetti dipende la sorte di immense  somme di denaro, spostate a vantaggio o a svantaggio non solo di singole  imprese e società, ma di intere nazioni sovrane (o che s’illudono di essere  ancora sovrane); e che il suo appello, pertanto, non ha perso nulla della sua  drammatica urgenza, al contrario, è divenuto questione di vita o di morte…

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