I rimorsi del FMI e la memoria corta di Schäuble: quando era la Grecia a tagliare il debito tedesco

BANDIERE

Segnalazione Quelsi

by Rosengarten

Il 5 giugno del 1947, in un memorabile discorso pronunciato all’Università di Harvard, Boston – Massachusetts – stando in piedi sulla scalinata della Memorial Church, il segretario di stato americano di allora George Marshall annunciò al mondo il varo di un piano di aiuti diretto soprattutto all’Europa ridotta in macerie dalla Seconda Guerra mondiale. In quella occasione, Marshall spiegò che negli Usa si erano convinti che per uscire dalla fase critica ed avviare un minimo di ripresa occorresse dare ai Paesi europei dei finanziamenti per almeno 3-4 anni al fine di sostenere la ricostruzione delle economie distrutte dalla guerra. Si faccia attenzione all’approccio: gli Usa dettero finanziamenti, soldi fruscianti per investimenti produttivi, e non imposero in cambio agli europei tagli della spesa ed il contenimento del disavanzo di bilancio entro il 3 %. Bisognava creare un po’ di ricchezza nazionale nei vari Paesi, dare un po’ di reddito pro-capite per far incrementare i consumi e mettere in moto un circolo virtuoso di crescita. Tra i beneficiari dei 17 miliardi di dollari del tempo, che a spanne corrispondono a 4mila miliardi di euro di adesso, ci fu la Germania, dopo che venne formalmente costituita come repubblica federale nel 1949, che ricevette un miliardo e mezzo di dollari, più dell’Italia che ebbe 1,2 miliardi. Oltre agli aiuti economici, il piano prevedeva scambi scientifici, trasferimento di know-how Usa e visite a fabbriche e stablimenti di produzione statunitensi per consentire la specializzazione del personale e dei futuri manager dei processi industriali europei.

Il piano si riprometteva di raggiungere un duplice obbiettivo: aiutare i Paesi europei ad uscire da una primissima fase di emergenza ed innescare il cammino della ricostruzione; di creare un clima più sereno tra gli ex belligeranti, senza alimentare quei risentimenti e quelle ansie di vendetta che erano state tra i motivi principali per lo scoppio di un secondo conflitto mondiale poco dopo la conclusione del primo. Poi c’era l’inconfessata speranza di evitare l’errore commesso nel 1919, quando la Germania in cenere venne duramente punita con l’imposizione di danni di guerra per l’astronomica cifra di 132 miliardi di marchi oro, equivalenti a 6,6 miliardi di sterline, un debito che la Bundesrepublik finirà di pagare solo in tempi recenti, con un ultimo versamento di circa 70 milioni di euro ad ottobre del 2010. Inoltre, la Germania dovette togliersi o restituire una serie di territori di cui si era impossessata o la cui sovranità era controversa, tra i quali l’Alsazia-Lorena alla Francia, la Slesia e la Prussia Orientale alla Polonia, lo Schleswig settentrionale alla Danimarca. Ma ad incattivire l’animo dei tedeschi furono le umilianti condizioni con le quali si dispose il rinvio a processo dell’ex imperatore Guglielmo II e la piena e totale assunzione di ogni e qualsiasi responsabilità di tutti i danni causati dal conflitto.

Fame, miseria, pletore di reduci e di mutilati di guerra malati ed abbandonati a loro stessi, disoccupazione, scadimento morale, il tentativo velleitario e fallimentare della Repubblica di Weimar di restituire un futuro ed un minimo di dignità ai tedeschi, furono la miscela esplosiva che rigurgiti di risorgente nazionalismo faranno esplodere, portando all’avvento del Nazionalsocialismo ed allo scatenarsi di una seconda guerra di dimensioni planetarie. Questa volta l’errore non sarebbe stato ripetuto e col Piano Marshall si intese far sopire desideri di vendetta e di far sbocciare tra gli europei l’ansia di pace, di progresso e di sviluppo sociale, economico e culturale che sta nel DNA di Paesi sempre all’avanguardia della società civile di tutto il mondo.

Ma nonostante gli aiuti statunitensi la Germania non ce l’avrebbe mai fatta a riprendersi se non fosse intervenuta la storica decisione a suo favore improntata a solidarietà e collaborativismo di buon vicinato, maturata nella Conferenza di Londra del 1953, quando l’Europa, tutta l’Europa tranne la Russia, decise di tagliare del 50% il debito dei tedeschi. In un libro al vetriolo contro “l’euroegoismo”, la politica del “ciascuno per se stesso” di Angela Merkel e del suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, dal titolo “Scheitert Europa?” (Ma l’Europa fallisce?) l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer scrive: “…E’ sorprendente che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra del 1953, quando l’Europa le cancellò buona parte dei debiti di guerra. Senza quel regalo non avremmo riacquistato credibilità ed accesso ai mercati, la Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico”.

Fischer in questo suo atto di accusa non si riferisce solo alla Grecia, ma al complesso di Paesi come l’Italia, la Spagna ed il Portogallo, la cui crescita è soffocata e pregiudicata dalla montagna di interessi da pagare sul debito pregresso, 70-80 miliardi l’anno in Italia, che seppellisce qualsiasi ragionevole avanzo primario di bilancio e quindi preclude la possibilità di ridimensioamento del debito stesso. Insomma un cane che si morde la coda: non cresci per colpa del debito, continui ad avere il debito perchè non cresci. Ancora nel suo libro Fischer accusa la Germania di avere imposto una cura tanto devastante, quanto inutile al Sud dell’Europa, perchè la spirale dei debiti ha solo prodotto la deflazione di salari e prezzi impossibile da superare solo sotto la spinta del rigore e che condanna i Paesi indebitati a non uscire dalla crisi con la scusa dei conti da risanare. Poi aggiunge: ” Se la Bce avesse seguito le indicazioni dei tedeschi, invece che quelle di Draghi, a quest’ora l’euro sarebbe già deflagrato”. Fischer ne conclude che il più grande percolo per l’Europa non sono i Paesi indebitati, ma la Germania, questa Germania.

Questo discorso si è riproposto perchè ieri il Fondo Monetario Internazionale – FMI ha denunciato come inutile il nuovo piano di salvataggio della Grecia da 86 miliardi, il terzo in 5 anni, per il fatto che il debito Greco attuale è assolutamente insostenibile per cui il prossimo anno, nonostante la nuova ondata di aiuti, approderà al 200% del Pil, e non si manterrà al 177 % per poi scendere al 147 % stimato da Bruxelles. In altri termini, in queste condizioni è assolutamente inutile prestare soldi a chi non ha alcuna possibilità di restituirli, ovvero che se li restituisce nulla le rimane da investire sulla crescita, lasciando quasi intendere che il Fondo voglia sfilarsi dalla troika con Bce ed Ue. Secondo uno studio interno circolato a Washington solo tra pochissime mani, i partners europei hanno solo due opzioni per aiutare Atene in modo efficace e metterla sulla via del risanamento: una moratoria di 30 anni, nel corso della quale la Grecia sia esentata dal ripagare i ratei del prestito in modo da darle il tempo di uscire dalla situazione di default e raggiungere una situazione che le conceda la possibilità di avviare i rimborsi; oppure di tagliare una parte consistente del suo debito, come vorrebbero gli Usa.

Queste conclusioni dell’FMI portano acqua al mulino di quelli, quasi tutti i partners europei della Grecia, Germania in testa, Francia, Italia e Cipro esclusi, che segnalano da settimane l’opportunità del Grexit come il minore dei mali per tutti. Nessun accenno della Germania e soci a quello che i partners europei fecero nel 1953 per la Germania e che adesso potrebbe essere replicato per la Grecia e tra un po’ magari anche per l’Italia. Nel 1945 il debito tedesco era pari al Pil, 23 miliardi di dollari. La Germania era sull’orlo del fallimento più completo perchè non aveva alcuna possibilità per ripagare quel debito, che in Italia, tanto per fare un esempio, era zero. Il 14 agosto del 1953 ventuno Paesi, e cioè: Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito, Francia, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia concordarono con una grande dimostrazione di solidarietà e di spirito di pacifica collaborazione di tagliare del 50% il debito da restituire subito dalla Germania, che passò da 23 ad 11, 5 miliardi di dollari, per di più dilazionato su un periodo di 30 anni.

Ma non solo. Il pagamento del restante 50 % sarebbe intervenuto solo ad eventuale riunificazione avvenuta delle due Germanie. Questa in effetti si verificò col crollo del Muro di Berlino, ma nel 1990 il cancelliere Helmut Kohl chiese di non rinegoziare quell’accordo del 1953 per non accollarsi quel debito nel momento in cui la riunificazione, che alla fine costò l’equivalente di 1500 miliardi di euro, rischiava di gettare una Germania in difficoltà in default per la terza volta nel dopoguerra. Italia e Grecia, con quest’ultima che s’era vista radere al suolo dai tedeschi quelle poche infrastrutture – strade, ponti, ferrovie e porti – di cui disponeva e che le erano necessarie come il pane, acconsentirono entrambe ad abbonare il debito alla Germania. Fu solo per questo che Berlino chiuse il pagamento dei rimborsi nel 2010, che altrimenti sarebbero durati sino al 2060. Ora la Germania di Wolfgang Schäuble ed Angela Merkel fa la dura e l’intransigente, negando ai suoi partners europei lo stesso trattamento che questi riservarono a lei.

Con una aggravante: che qui neanche stiamo a chiedere l’elemosina a nessuno e nessuno si rifiuta di pagare i debiti sinora contratti ed i relativi interessi. C’è tecnicamente la possibilità di adottare uno strumento, l’emissione di eurobonds, creando una cassa comune in cui ogni partner dell’eurozona possa scaricare il controvalore della parte eccedente il 60 % del Pil del proprio debito sovrano. Ci ritroveremmo così in un’area economica e monetaria uniforme, l’eurozona, dove nessun Paese avrebbe un indebitamento corrente superiore al 60% del Pil, ed il bilancio di nessuno sia soffocato dagli interessi. Inoltre, ogni Paese pagherebbe interessi assai ridotti perchè solo sul 60 % del debito complessivo e con un rating AAA, cioè tasso d’interesse quasi zero. La parte confluita in comune, sarebbe comunque pagata dai singoli Paesi, ma senza fretta, a tasso fisso e bassissimo e senza stringenti limiti di tempo e secondo reali possibilità. Una pacchia per tutti rispetto alle condizioni attuali: per chi paga che si toglie dei pesi, per chi incassa che rientra di quanto sborzato.

Tra l’altro, nessuno lo dice ma ancora oggi sono in tanti tra i partners europei ad “aiutare” indirettamente la Germania che viola le regole di Maastricht che non le piacciono. Secondo stime di Bloomberg, a fine 2014 il surpliìus commerciale della Germania è stato di 217 miliardi, un livello record mai raggiunto prima. Ora, una direttiva per il controllo degli squilibri macroeconomici messo a punto dalla Commissione europea, stabilisce che la media mobile degli ultimi tre anni non deve superare un attivo pari al 6 % del Pil od essere inferiore al 4 % del Pil. Quando questo succede, chi vanta un surplus (ad esempio la Germania) deve acquistare beni e servizi da quei Paesi (ad esempio la Grecia) che accusano un passivo commerciale. La Germania ha superato il limite del 6% del Pil per il surplus commerciale per otto anni consecutivi, senza neanche sognarsi di applicare la direttiva di riequilibrio a favore dei Paesi in perdita. Noi dobbiamo adeguarci a fare il parmigiano con il latte in polvere e la plastica, ma per la Germania invece le regole non valgono?

Tornando alla gestione dei debiti, l’unica conseguenza di questo accorgimento tecnico-finanziario degli eurobonds è che la Germania, che sui suoi titoli di stato paga rendimenti dello zero virgola, poi magari dovrà pagarne uno che risulta la media pesata tra il suo tasso attuale e quello degli altri. Ma si tratta di inezie, dello spostamento di qualche punto decimale. Questa sarebbe una soluzione indolore e molto solidale tra Paesi che vogliono creare un’oasi serena di pace, di sviluppo, di libertà e di democrazia per tutti. Dopo tutto quello che in tanti hanno fatto per salvare la Germania, ora questa non vuol fare nulla per salvare praticamente gratis partners che così generosi furono con lei, ed anzi sottrae loro furtivamente pure dei bei proventi. Non crediamo che sia così, con questi atteggiamenti e con queste chiusure mentali e culturali che si costruisce un’Europa diversa da quella che immaginano in Germania, una sorta di sagra paesana con la fiera delle vacche e l’albero della cuccagna dove sale a prendere il premio uno solo dopo che gli altri hanno tolto il grasso.

Rosengarten | luglio 15, 2015 alle 8:15 pm | Categorie: Politica ed Economia | URL:http://wp.me/p3RTK9-9LO

 

 

Una Risposta

  • Mille grazie di questa segnalazione di cui conoscevo le grandi linee, ma non i dettagli precisi del debito tedesco e della sua memoria corta attuale (dovuta alla Mer-kulona)

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