La dominazione islamica in Sicilia; quale civiltà?

        SICILIA ISLAMICA

Brevi considerazioni su un diffusissimo luogo comune Giuseppe Provenzale* – “Sicilia erit in desolationem et qui habitant in ea in occisionem et captivitatem ducuntur”. (Metodio di Patara) – Chi, provvisto di una cultura scolastica anche superiore alla media, fosse alla ricerca di un esempio storico paradigmatico della possibile coesistenza tra islamici e cristiani pensere, universalmente descritto quale modello perfetto di un lungo periodo, oltre duecento anni, di incivilimento e prosperità? Nessuno sembra avanzare dubbi in proposito, i cori sono unanimi, eppure, anche in questo caso, abbandonando strade percorse seguendo cammini che altri hanno già acriticamente intrapreso e quindi, fuor di metafora, approfondendo un tantino l’argomento, assistiamo al frequente prevalere in superficie di un abbondante galleggiare di luoghi comuni, generati dagli storici ma tramutatisi nel tempo in certezza popolare. Accostandosi però alla materia, dotati dell’agile bagaglio del buonsenso e di un po’ di logica e conoscendo un minimo i caratteri dell’islam di ieri e di oggi, credo che sia naturale iniziare ponendosi alcune semplici domande: come mai, solo in Sicilia, gli arabi avrebbero tollerato? Perché l’isola al centro del Mediterraneo li avrebbe indotti a non comportarsi come invece fecero in Africa o come faranno i turchi in Asia Minore e in Grecia? Come mai un popolo rude d’origine nomade e beduina, che Maometto aveva non da molto trasformato in una feroce e fanatica orda guerriera decisa a sottomettere o a sterminare gli “infedeli”, avrebbe seguito nella patria dello scrivente metodi così differenti, generando addirittura un modello di straordinaria civilizzazione, una sorta di magnifico (e progressivo?) “laboratorio della multiculturalità”? Il sentiero maieutico del resto non ci vedrebbe solitari pellegrini e la compagnia non sarebbe sospettabile di simpatie “cattolico-integraliste”; lo storico tedesco protestante Ferdinand Gregorovius e il liberal-massone Michele Amari, massima autorità sull’argomento che pur preferendo le testimonianze dei vincitori non nasconde affatto molte sgradite verità, relativamente a questo speciale percorso, potrebbero tranquillamente accompagnarci, fugando in tal modo i dubbi anche dei più ferventi sostenitori di un’analisi storica che avesse come limite invalicabile la frontiera del politicamente corretto, limite che sarò ben lieto di oltrepassare, ma, si sa, è meglio farlo in compagnia di insospettabili, quanto occasionali, compagni di viaggio. Il giudizio del Gregorovius appare a questo proposito, pur essendo pronunciato nel 1875, straordinariamente controcorrente, forse perché ispirato a quel semplice ragionare secondo logica che l’uomo colto dotato di buon senso non può esimersi dall’utilizzare: “Storici italiani si compiacciono oggigiorno con una certa predilezione romantica del periodo arabo in Sicilia. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi laggiù fu diverso da quello dei selvaggi Stati africani ? I saraceni furono perlomeno tanto incapaci di creare, in Sicilia e in Calabria, una nuova e significante cultura per l’Occidente, quanto non lo furono i turchi in Asia Minore e in Grecia. Essi vi distrussero, cosa deplorevolissima, i resti del mondo antico; con i conventi che misero a fuoco scomparvero anche numerosi tesori letterari dell’antichità”(1). D’altra parte nell’876, vent’anni prima della definitiva resa bizantina, in una lettera all’Imperatore Carlo il calvo, il Papa Giovanni VIII così si esprimeva: “…corrono la terra come locuste ed a narrare i guasti loro sarebbero necessarie tante lingue quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne sono diventate deserte, luogo di belve, rovinate le chiese, uccisi o imprigionati i sacerdoti, condotte in schiavitù le suore, abbandonate le ville…” CENNI STORICI Se le parole del Pontefice si riferiscono alla fase della conquista, non molto diversa, è bene precisarlo, da ciò che era avvenuto fin dal 652 anno in cui l’isola divenne oggetto per la prima volta dell’interesse dei predoni maomettani, a tutti tristemente noti come pirati crudeli e mercanti di schiavi, quelle scritte dallo storico tedesco tracciano un bilancio sintetico e definitivo della grande “civiltà”che molti non si stancano, ancora oggi, di celebrare. Ma per riuscire a realizzare il magnifico arazzo della mitezza islamica in Sicilia in modo credibile è necessario, per cominciare, ignorare del tutto, o quantomeno minimizzare, le brutalità commesse dai seguaci del profeta a cominciare dalla fase della conquista e poi durante i primi ottant’anni caratterizzati dal dominio della dinastia Aghlabita, regnante in Tunisia e in Africa Minore. Si trattò di un lungo periodo (827-912) di spietata oppressione in cui non mancarono le forzate apostasie, i martirii e gli esodi. Esemplari appaiono le vicende del siracusano Niceta di Tarso e del basiliano palermitano san Filarete. Il primo, refrattario oppositore del profeta di Allah e dei suoi amabili seguaci, catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e sventrato, gli venne poi strappato il cuore per essere finito a morsi e lapidato con inaudito furore. Non molto diversa fu la sorte toccata al secondo martire; fuggito dall’isola, con altri monaci, per rifugiarsi in Calabria, san Filarete cadde in mani saracene subendo atroci torture e venendo infine decapitato, anche la sua storia testimonia, sia nella fuga, evidentemente non si fidò della oggi conclamata tolleranza degli arabi di Sicilia, che nel martirio, di che natura fosse la cosiddetta civiltà islamica. La successiva egemonia della dinastia sciita Fatimida (912-948) non mutò nella sostanza la durezza dell’oppressione musulmana, pur acquisendo una certa indipendenza dall’Africa, la Sicilia mantenne la condizione, non certo privilegiata, di ”territorio di guerra” e, come per evidenziare la profonda distanza fra arabi e siciliani, nel 937 i Fatimidi edificarono a Palermo un quartiere fortificato, una vera e propria cittadella (l’Halisah – l’eletta, odierna Kalsa) simbolo inequivocabile della loro condizione di “eletti” occupanti una terra abitata da “infedeli” che gli adoratori di Allah non avevano alcuna intenzione di integrare. La crudeltà di quest’ultima amministrazione non mancò di suscitare numerose rivolte che vennero ferocemente soffocate. E’ ora giunto il momento di parlare del periodo che gli storici islamico-entusiasti eleggono specialmente a modello perfetto delle magnifiche sorti occorse alla Sicilia e ai siciliani durante la dominazione mussulmana: il governo degli emiri Kalbiti (948-1040), ultima fase dell’occupazione dei discendenti di Ismaele. Gli eventi in Africa, la capitale divenne Il Cairo (972) e la provincia siciliana passò alle dipendenze dell’Egitto, determinarono un mutamento nello status amministrativo dell’isola che divenne “territorio dell’islam”abitato anche da “infedeli protetti”, questi ultimi dipendevano ora prevalentemente dall’autorità islamica locale che aveva ottenuto una notevole autonomia dal potere centrale; i dominatori iniziarono quindi a comportarsi come principi di una terra propria e non più, come avevano fatto i loro predecessori, come governatori di una provincia sita in territorio di guerra. Ma, nonostante ciò, l’”infedele”rimase un nemico e le condizioni della Sicilia non furono dissimili da quelle di altri territori soggetti agli arabi, dove il legame contrattuale cui gli infedeli protetti erano sottoposti (Dhimma) prevedeva pesantissime limitazioni, tra cui il rifiuto, sancito dalla giurisprudenza maomettana, di accordare ai non islamici il diritto di testimonianza nei dibattimenti, motivato dalla natura perversa e menzognera dell’”infedele”che persisteva deliberatamente nel negare la superiorità musulmana. Dopo il mille, infine, l’autorità degli emiri kalbiti venne messa in discussione, d’altra parte gli arabi non raggiunsero mai una vera unione, nonostante l’islam, a causa di rivalità religiose ed etnico-tribali, e la fine dei Kalbiti, coincidente con una grande offensiva bizantina (1038-1040), inaugurò aspre lotte per la successione tra i signori islamici locali. Fu proprio uno di essi a chiedere aiuto ai Normanni i quali, col consenso di Papa Niccolò II, avviarono dopo il 1060 la definitiva riconquista cristiana. APARTHEID VERSO GLI “INFEDELI” Ma, ad onor del vero, anche leggendo fra le righe di alcune opere apologetiche dell’araba mitezza in Sicilia, qualche ammissione affiora: “…la popolazione soggetta soffriva di alcuni svantaggi”(2), ci fa sapere Mack Smith, e il professor Gatto precisa che “Certo, però, la loro [ di cristiani ed ebrei ] condizione era di inferiorità giuridica[…]rispetto a quella degli islamiti…”.(3) Vale la pena indagare allora su questi “svantaggi”e approfondire quali fossero le conseguenze della suddetta “inferiorità giuridica”, realtà di fronte alle quali troppo spesso gli storici hanno preferito chiudere entrambi gli occhi, iniziando con l’evidenziare l’oppressiva pressione fiscale a cui gli abitanti dell’isola erano sottoposti. Tanto per cominciare parliamo del testatico; la Djizya, da alcuni definito “un assai mite tributo”(4), era una tassa pagata per sfuggire all’apostasia che veniva riscossa seguendo un umiliante cerimoniale nel corso del quale il tributario cristiano veniva colpito alla testa o alla nuca; c’era poi il Kharadj, un’ imposta fondiaria, essa costringeva i proprietari siciliani a corrispondere alla comunità islamica un tributo per potere usufruire della propria terra ora acquisita dai nuovi padroni, che si caricava di una simbologia sacra, rappresentando il diritto inviolabile concesso da Allah ai conquistatori del suolo nemico. Riguardo poi alla presunta autonomia di cui godevano i centri urbani tributari, valga per tutti l’esempio della Val di Noto in cui le cose andavano così: “…autonomia e tranquillità dietro il pagamento di una “tangente”almeno fino a quando le popolazioni non passarono all’islam, magari sperando in condizioni più favorevoli…”,(5) perdendo così anche tali “vantaggi”fino a quando, fra il 962 e il 965, la categoria di tali centri autonomi scomparve del tutto. Ma, tra gli “svantaggi” cui alludeva Mack Smith, non vanno dimenticati i segni di riconoscimento sulle case e sui vestiti, il divieto per i cristiani di portare armi, andare a cavallo, sellare i propri muli o allevare maiali e l’obbligo di alzarsi se un musulmano entrava in una stanza o quello di cedergli il passo se lo si incrociava per via. Piccole e grandi discriminazioni che non risparmiavano le donne cristiane, già inferiori in quanto tali, a cui non era consentito l’accesso ai bagni in presenza di musulmane. Si trattò di un impero di eletti tra gli “infedeli”, un’autentica segregazione etnico-religiosa che si concretizzava in una serie di innumerevoli mortificanti proibizioni che riguardavano gli aspetti più svariati dell’esistenza dei cristiani anche a Palermo, nuova capitale dell’isola, comunemente ritenuta modello inimitabile di multiculturalità ante-litteram. Nella “splendida capitale delle cinquecento moschee”, immagine che dovrebbe esaltare solo i seguaci del profeta e non, come purtroppo accade, anche molti nostri correligionari, centinaia di chiese furono profanate e distrutte per essere trasformate in templi islamici. Anche l’antica Cattedrale subì questa sorte sacrilega e ogni venerdì, a scanso di equivoci, vi si celebrava il trionfo di Allah su Cristo. Le chiese cristiane, ormai presenti solo in luoghi non visibili agli occhi dei buoni musulmani, potevano essere riparate ma non era consentito edificarne di nuove, né era permesso che si suonassero le campane o che si portasse il Crocifisso, od ogni altro oggetto di culto, in processione. Un altro divieto esemplare riguardava la lettura della Bibbia, concessa solo a patto che non invadesse il raggio dell’udito di un pio ismaelita, alquanto arduo era certamente il calcolo preciso della portata del raggio esatto, e quindi della sensibilità dell’islamico udito, che permettesse agli incauti “infedeli” di non incorrere in spiacevoli sanzioni. A chi dobbiamo allora i giudizi entusiastici o le numerose difese d’ufficio che a furia di essere ripetute hanno assunto l’aspetto di verità storica? Sentiamo Michele Amari, egli parteggia per gli arabi senza remore, in nome di una sorta d’ansia di rinnovamento ad ogni costo e di un’idea della dignità umana laicista e preconcetta, ammira Maometto e ritiene che essendo la Sicilia “…ammorbata dalla tisi d’un impero in decadenza[…] non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e la rinnovò”.(6) Su una cosa si può in effetti essere d’accordo con l’illustre e anticattolico studioso, che fu per inciso uno dei primi Ministri della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, di una scossa non indifferente dovette sicuramente trattarsi per i siciliani d’allora; essi non poterono edificare costruzioni più alte di quelle arabe, (riuscite a immaginare in un simile contesto un campanile, seppur privo di campane, più alto di un minareto?) né proclamare davanti ad un islamico le credenze cristiane, né tanto meno procedere –

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