La Liturgia Tradizionale della Messa

LUCINA VIRIO LIBRO

Su segnalazione di Luciano Gallina ripubblichiamo un interessante articolo, già pubblicato su questo sito, ma poi andato distrutto dai due attacchi haker subiti. Quanto ad ogni approfondimento sul Terzo Segreto di Fatima, su chi lo occulta ed altri particolari di fondamentale interesse, consigliamo di acquistare il libro di cui trovate il titolo sul bottone in alto sull’ Home Page.

LA LITURGIA TRADIZIONALE DELLA MESSA

Suo significato rituale e tradizionale

Queste pagine si rivolgono a tutti coloro, che non più giovanissimi, hanno dimenticato, o ricordano confusamente, lo svolgimento del Rito e la Liturgia della Messa tradizionale.

Ma, in modo particolare, sono destinate ai giovani che della Messa Antica sanno poco o nulla.

Ci si augura e si spera vivamente, che tutti i lettori possano trarre profitto dalla meditata lettura del volumetto.

MYSTERIUM ALTARIS

La morte del Cristo sulla Croce è sacrificio redentivo universale, sacrificio unico.

Christus semel oblatus est ad multorum exhaurienda peccata.

Ma vi è un altro sacrificio, rinnovazione del Sacrificio cruento del Calvario e questo è il rito della Messa, chiamato Opus Magnum, Opus Divinum.

La Santa Messa è l’atto più sublime della Religione. È la redenzione dell’uomo in atto.

Trascende tutti gli antichi Riti e li compendia in forma nuova e universale. La Messa è il Sacrificio della nuova Legge, della nuova Alleanza. Il suo valore è dato dalla Vittima che s’immola. È il Sangue del Divino Agnello che s’immola sull’Altare: Cristo è la vittima Divina che si sacrifica nella Messa. Il rito della Messa rinnova il sacrificio della Croce: sacrificio incruento, della morte mistica che si attua per la separazione delle sacre specie:

Consacrazione che divide il Sangue dal suo Corpo.

Il Sacrificio del Golgotha attuò la Redenzione: il Sacrificio dell’Altare fluisce e applica i doni, frutti redentivi. I fructus sacrificii Missae si identificano ai fructus arboris immortalis.

Ebbe nei secoli diversi nomi: Collecta, Sinaxis, Dominicorum, Oblata, Liturgia, Fractio panis, Mysterium. Poi nel quarto secolo divenne comune Missa, Dimissio, in quanto due volte veniva dato l’invito ad andarsene. Prima dell’Offertorio il Diacono licenziava i catecumeni; terminato il Rito poi, licenziava i fedeli con la formula attuale: Ite Missa est. Andate, l’Ostia è stata immolata e consumata.

L’Altare è il luogo del Sacrificio. L’Altare dal latino Alta ed Ara (rialzo da terra). E l’Altare deve essere Lapideo, essendo la Pietra sacra figura di Gesù Cristo: Pietra angolare. Nella Pietra consacrata sono contenute le Sacre Reliquie. L’Altare rappresenta il Golgotha, ma raffigura anche la Tavola dove Cristo consumò l’ultima Cena e istituì l’Eucarestia.

Vero sacerdote di tale sacrificio è Gesù Cristo, che è contemporaneamente Vittima e Offerente. Il Sacerdote è quindi la figura del Cristo, immedesima il Cristo e opera nella potenza del Cristo con la Parola del Verbo.

Le vesti, insigne, i parametri sacri dell’Altare, tutto ciò che usa e adopera il Sacerdote durante il Rito Sacrificale e ogni gesto rituale e passo compiuto, sono figure simboliche della Passione: segni che raffigurano tutto lo svolgersi della Passione. Ed essendo i segni simbolici veri e propri condensatori e accumulatori di forze spirituali, in questi, è raccolta molta virtù e forza del Dramma Sacro: la Passione del Cristo.

Vedremo ora in ordine lo svolgersi del Sacro Dramma della Passione.

Il Sacerdote inoltra verso l’Altare accompagnato dai chierici. È la figura di Gesù Cristo che va all’orto degli ulivi con Pietro, Giacomo e Giovanni, per dare inizio alla sua Passione. Nell’introito si è dinanzi all’ingresso del Santuario. Il Sacerdote ai piedi dell’Altare, a capo chino, recita il Confiteor. Con il Confiteor, figurando di stare nell’atrio della Chiesa, purifichiamo l’anima, prima d’inoltrarci nell’Altare. È figura di Gesù Cristo che inizia la sua orazione redentiva e proteso a terra nell’orto degli Ulivi, alla visione delle colpe, suda sangue.

N.B L’ALTARE VERO, NON È QUELLO USATO ORA, BENSI’ QUELLO CHE ERA UTILIZZATO DAL CELEBRANTE, DANDO LE SPALLE AI FEDELI.

INTROITO: il Sacerdote ascende i gradini e bacia l’Altare. È figura del Cristo che va incontro ai soldati e riceve il bacio di tradimento da Giuda.

KYRIE ELEISON: il sacerdote è al centro dell’Altare, intona il Kyrie e il Gloria. Nel Kyrie, siamo dinanzi alla porta del Padre e Lo invochiamo, bussiamo per ben nove volte di ascoltarci e di avere pietà di noi. È figura di Gesù Cristo che è dinanzi ad Anna e viene schiaffeggiato, ed è negato da Pietro in casa di Caifa. Mentre l’inno del Gloria, è a figura Gesù Cristo quando dinanzi a Caifa afferma d’esser Christus, Filius Dei benedicti.

COLLETTA: il Sacerdote rivolto ai presenti, dice: Dominus vobiscum e rivolto al Cielo, pronuncia l’Oremus. è figura del Cristo che si rivolge a Pietro, lo guarda e lo commuove, ravvede e fortifica e per lui prega il Padre.

EPISTOLA: il Sacerdote, a sinistra dell’Altare, legge l’Epistola. È figura del Cristo dinanzi a Pilato mentre viene da questi interrogato.

VANGELO: il Sacerdote, a destra dell’Altare, legge il Vangelo. È figura del Cristo che da Pilato è mandato ad Erode, che Lo schernisce e disprezza. Cristo, dinanzi ad Erode, tace, non si rivela.

CREDO: il Sacerdote, al centro dell’Altare, rivolto al popolo, dice il Dominus vobiscum e pronuncia il Credo. Il Credo è la nostra affermazione di Fede, dinanzi alle false accuse ricevute da Cristo. Infatti, è figura del Cristo che tra gli insulti da Erode è rimandato a Pilato, che Lo dichiara innocente, ma falsamente accusato, è dal popolo proposto a Barabba.

OFFERTORIO: il Sacerdote scopre il Calice ed offre a Dio il Pane e il Vino. È figura del Cristo che spogliato dalle sue vesti, è legato alla Colonna e flagellato. La Divina Vittima, nella flagellazione, offre al Padre la sua Carne e il Suo sangue, in oblazione.

OFFERTORIO: il Sacerdote copre il Calice: quel coprire equivale appunto all Testa del Cristo coperta da un casco di spine. È figura del Cristo incoronato di spine.

LAVABO: il Sacerdote si lava le mani. Gesù Cristo è dichiarato innocente: Pilato riconosce l’innocenza ma si lava le mani, si disinteressa della sorte del Giusto.

ORATE FRATRES: il Sacerdote, rivolto al popolo, ingiunge di pregare. Ricorda l’attimo in cui il Cristo viene presentato al popolo con le parole: Ecce Homo!

PREFAZIO: il Sacerdote a voce alta recita il Prefazio: un invito ad elevare il cuore a Dio. È l’attimo eterno in cui l’Innocente Vittima è condannata a morte.

IL PREFAZIO TERMINA CON IL SANCTUS. Il Sacerdote eleva alla Triade suprema l’inno di adorazione e di gloria. È figura del Cristo, Divina Vittima che prende la Croce sulle spalle e si avvia al Calvario.

MEMENTO DEI VIVI: il Sacerdote segretamente prega e inizia il Canone: la grande Preghiera che comprende le preghiere che precedono e seguono la Consacrazione. Anticamente, per maggior rispetto alla grande Azione che si compiva, si chiudevano le porte del Santuario, si tiravano le cortine dinanzi all’Altare, in modo che il Sacerdote rimanesse isolato e in un misterioso silenzio comunicasse con la Divinità del Sancta Sanctorum. Il Memento è un communicantes: ed è figura del Cristo che lungo il suo percorso: marcia trionfale del Re, comunica con la Madre, con Veronica, con Simone di Cirene, con le pie donne. È scritto: Le pietre si commuoveranno al suo passaggio.

CONSACRAZIONE: il Sacerdote stende le mani sull’Ostia e sul Calice, consacra il Pane e il Vino, per tre volte con il segno della Croce. È figura del Cristo che è disteso sulla Croce e viene inchiodato nella mani e nei piedi.

ELEVAZIONE: Il Sacerdote eleva in alto la Santa Ostia. È figura del Cristo che viene elevato sulla Croce. Torrenti di Misericordia scaturiscono dal Cristo crocefisso.

ELEVAZIONE: Il Sacerdote eleva in alto il Sacro Calice. È figura del Cristo che versa il suo Divino e prezioso Sangue. Sangue inesauribile redentivo che sgorga dal Cuore trafitto del Cristo, fluisce come Luce, penetra ovunque, porta balsamo dove scorre.

CANONE: Il Sacerdote pronuncia le preghiere dopo la Sacra Offerta. Nelle preghiere dopo la consacrazione ed elevazione prosegue il Canone, è figura delle tre Ore del Cristo sulla Croce. Cristo sulla Croce viene deriso e bestemmiato.

MEMENTO DEI MORTI: il sacerdote, a voce alta, intercede per i defunti. È figura del Cristo che prega per i suoi crocifissori.

NOBIS QUOQUE; il sacerdote intercede per i presenti e pronuncia il nobis quoque peccatoribus, ecc. è figura del Cristo che affida la Madre a Giovanni e Giovanni alla Madre.

PATER NOSTER: il Sacerdote recita la preghiera che il Salvatore stesso ci insegnò. È figura del Cristo che pronuncia le sette parole e inizia lo sconvolgersi della natura.

FRACTIO PANIS: il Sacerdote frange l’Ostia e ne pone una parte nel Calice. È figura della Morte del Cristo: Cristo muore e l’Anima discende nel Limbo, negli Inferi: Luce redentiva!

Il Sole nasconde i suoi raggi, vedendo il Signore crocifisso!

AGNUS DEI: il Sacerdote implora misericordia con l’orazione dell’Agnus Dei. dal Costato del Cristo trafitto dalla Lancia sgorga il Sangue ed Acqua.

DOMINE, NON SUM DIGNUS: il Sacerdote si batte il petto tre volte e pronuncia il Domine non sum dignus. Molti ebrei, pentiti, si percuotono il petto confessando che Gesù Cristo è il vero Dio!

COMMUNIO: il Sacerdote si comunica. È figura del Cristo deposto nel Sepolcro.

POST COMMUNIO: il Sacerdote purifica il Calice e lo copre. È figura del Sepolcro che viene coperto dalla Pietra.

POST COMMUNIO: il sacerdote si porta al lato sinistro dell’Altare e prega. È figura dei tre giorni: del tempo che il Corpo rimase nella sepoltura.

DOMINUS VOBISCUM: il Sacerdote al centro dell’Altare volgendosi al popolo pronuncia il Dominus vobiscum: con questo, annuncia la Resurrezione. È figura del Cristo che risorge da morte e appare ai suoi.

BENEDICAT: il Sacerdote pronuncia le ultime orazione e poi tornando al centro dell’Altare si volge e impartisce la Benedizione. È figura del Cristo che benedice i sui Apostoli prima di ascendere al Cielo.

ULTIMO VANGELO: il Sacerdote legge il Vangelo di Giovanni: In Principio erat Verbum, ecc. È figura degli apostoli che dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, si spandono nel Mondo ad annunciare il Verbo.

ESSENZA DELLA LITURGIA

Penetriamo ora nella seconda parte, cioè nella Liturgia Sacra e nella essenza delle diverse parti del Rito.

Rito che è Latreutico, Eucaristico, Propiziatorio, Espiatorio, Imperatorio.

Ante orationem, prepara animam tuam.

INTROITO: introitus, introduzione, segna l’inizio della grande Azione che si svolgerà, quale è il Sacrificio della Messa. E con il salmo 42, Judica me Deus, si esprime la gioia di ascendere al Santo Altare, al Monte Santo, al Santo Tabernacolo. In origine era un canto d’ingresso e si cantava l’intero salmo, allorché il Celebrante usciva dalla Sacrestia e si avviava verso l’Altare. Oggi il Sacerdote legge solo un versetto. L’introito è proprio in ciascun giorno.

IL CONFITEOR: la confessione della propria indegnità precede sempre l’offerta di ogni sacrificio, affinché questo sia puro. Propitus esto mihi peccatori, dice il pubblicano entrando nel Tempio. Cor mundum crea in me, Deus, et spiritum rectum innova in visceribus meis, dice David, nel suo salmo.

IL MISEREATUR: esprime il perdono, la misericordia divina. Rientra, il Misereatur, nei Sacramentali, cioè, possiede la virtù di rimettere le colpe veniali e infonde la Grazia.

AUFER A NOBIS: è la preghiera recitata dal Sacerdote, in segreto, mentre sale i gradini, ascende all’Altare e penetra nel Sancta Sanctorum. E dopo l’Oramus, Te Domine e il bacio di rispetto all’Altare, inizia la Messa dei Catecumeni, quella parte che conteneva le letture e le istruzioni.

KYRIE: è la preghiera sublime che fa appello alla Misericordia divina. È composta di parole greche e latine. Così ridotta a tre triplici invocazioni: tre al Padre, tre al Verbo, tre allo Spirito, è residuo di un’intera antica litania.

GLORIA IN EXCELSIS: questo inno di ringraziamento e di gloria, d’una ispirazione sublime, è molto antico (greco). È vero cantico trionfale di lode al Dio Uno e Trino! Chiamato inno angelico, per le sue prime parole, prese dal canto degli Angeli sulla cuna di Betlemme. Ma è il Magna Gloria Patris. Gloria di averci dato il Cristo Redentore.

COLLETTA: Collecta, è la preghiera che il Sacerdote innalza a Dio a nome della Chiesa e dei fedeli presenti, in cui espone in maniera concisa, l’intenzione particolare per cui celebra il Sacrificio. È una viva supplica a Dio. Il Ministro sacro raccoglie i voti dei figli e li presenta alla Divinità. E questa varia secondo la necessità dei tempi, ed è propria in ciascun giorno.

EPISTOLA: Lectio, lettera, è di origine ebraica, seguendo l’uso degli ebrei che si radunavano nella sinagoga per fare lettura di Mosè e dei Profeti. È stata introdotta nel rito della Messa sin dai primi secoli. Lo scopo è prettamente istruttivo, specialmente riguardo ai catecumeni. Può comprendere diverse letture, ed è propria del giorno. È un nutrimento solido che è tratto dagli scritti degli Apostoli, dalle lettere di S. Paolo, da brani del vecchio Testamento.

GRADUALE: la Salmodia, il Tratto, il Verso alleluiatico sono cantici ricavati dai Salmi. Il Graduale corrisponde ad uno dei Salmi graduali, veniva cantato sui gradini e per intero. L’Alleluiatico è il Salmo che esprime una lode a Dio, un trasporto di gioia, di solito vien cantato nel periodo pasquale. Il Tratto, “cantus tractus”, corrisponde a un Salmo penitenziale, non comprende l’intero Salmo, ma un tratto e vien letto nel periodo quaresimale e d’Avvento.

SEQUENZA: questa e il “Munda cor meum” è propria delle Messe solenni e precede la lettura del Vangelo. Il Diacono benedice con l’incenso l’Evangeliario che depone sull’Altare, si genuflette poi per ricevere la benedizione del Superiore e recita il “Munda cor meum”, affinché degnamente possa annunciare la Parola Divina. Il rito di chiedere la benedizione prima di leggere pubblicamente il Vangelo è antichissimo, lo fanno risalire alla Liturgia di Giacomo Apostolo. David, diceva: “In corde meo abscondi eloquia tua”.

VANGELO: il libro dei Vangeli fu sempre oggetto di speciale predilezione, come immagine ed espressione di Gesù Cristo Luce del Mondo. La lettura del Vangelo risale al periodo apostolico. Nella Messa semplice la Sequenza è espressa dal segno della Croce fatto con il pollice sulla fronte, sulle labbra e sul petto, prima della lettura. La lettura del Vangelo, una volta era preceduta dalla formula: “State, cum silentio, audientes intenti”.

CREDO: Formula di Fede, una volta segretissima, conteneva i sacri principali Misteri Divini. Compendio delle Verità della fede e simbolo della Dottrina cristiana, nei primi tempi non era recitato nella Messa. È d’istituzione orientale e fu introdotto solo dopo il Concilio di Nicea, per controbattere le prime eresie. Qui inizia la Messa dei fedeli, alla quale un tempo, potevano assistere solo coloro che avevano ricevuto il Battesimo. Dopo aver licenziato i catecumeni e tolto il Velo che, mediante i Salmi e le letture, nascondeva il sublime Mistero del Cristo, la Chiesa parlava ai suoi fedeli liberamente, mettendoli a parte dei suoi sublimi segreti. La Messa dei fedeli anticamente chiamata “Missa Sacramentorum”, iniziava con l’Oblazione.

OBLAZIONE: Oblatio panis è la prima azione rituale nella preparazione del Sacrificio e si estende dall’Offertorio al Prefazio. Il Sacerdote nell’Oremus, incita a sollevare lo Spirito al grande Mistero che inizia. Per il sacerdote e per il perfetto cristiano la vita dev’essere una continua oblazione.

OFFERTORIO: letto l’Offertorio, breve segreta preghiera del proprio giorno, il sacerdote stente il Corporale sopra l’Altare, toglie il Velo e la Palla dal Calice, poi prende con la destra la Patena con l’Ostia e sostenendo la Patena con ambe la mani, l’innalza a recita la preghiera che accompagna l’Offerta: “Suscipe, sancte Pater” ecc.

Colui che offre è Cristo: offre Se stesso al Padre! Insieme con Gesù Cristo sono offerenti il Sacerdote e l’intera comunità dei fedeli presenti: “Sacerdos alter Christus” e la Comunità, Corpo vivo della Chiesa. Tutti sono uniti al Cristo, spiritualmente vittime: sacrificio interiore. E come il Padre gradì l’offerta di Abele, di Abramo, di Melchisedek, gradirà anche la nostra interiore offerta. Dopo questa preghiera, il Sacerdote, con la Patena fa in segno della Croce sul Corporale e sopra vi colloca l’Ostia, ricordando così il legno sopra cui Gesù Cristo fu posto. Questo segno di Croce, viene a sostituire la forma di Croce, in cui disponevano, anticamente, i vari pani sull’Altare.

Prende poi il calice con la sinistra e con la destra lo asterge col Purificatorio, infonde il vino nel Calice, benedice l’acqua e ne mescola alcune gocce col vino. L’acqua viene benedetta, cioè consacrata, prima d’esser mescolata. E recitata la meravigliosa preghiera: “Deus qui humamae substantiae” ecc. Il vino simboleggia la natura Divina del Cristo; l’acqua la natura umana. La mescolanza figura l’unione delle due nature. Il Mistero della “Mescolanza” è uno dei più antichi nel rito del Sacrificio. Era in uso presso gli Ebrei e Gesù Cristo stesso ha posto un po’ d’acqua nel Calice, che Egli, per primo, consacrò nell’ultima Cena. Un altro Mistero, simboleggiato in questa Sacra Mescolanza, è il Sangue e l’acqua che sgorgano dal costato di Cristo, al colpo della Lancia (ma questo si parlerà nella terza parte).

Indi, ritornando al centro dell’Altare, prende con la destra il Calice e sostenendolo insieme con la sinistra, Lo innalza e pronuncia: “Offerimus tibi, Domine “ ecc. Nel terminare questa preghiera, abbassa il Calice e con esso fa il segno della Croce sul Corporale e ve lo deposita sopra, come fece per l’Ostia. Poi in umile atteggiamento prega Dio che accolga il nostro Sacrificio e dice: “ In spiritu humilitatis” ecc.

Innalzando lo sguardo ed elevando le mani, segretamente prosegue il “Veni, sanctificator omnipotens aeterne Deus, et benedic + “..ecc. Al “benedic” fa un segno di Croce sull’Ostia e sul Calice insieme.

Questa preghiera risale al terzo secolo. Nel Messale mozarabico, iniziava così: “Veni, Sancte Spiritus sanctificator”. Si invoca lo spirito Santo santificatore perché benedica e santifichi e trasmuti il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo.

Nelle Messi solenni, a questo punto, il Sacerdote incensa le offerte e l’Altare.

LAVABO: la lavanda delle mani prima di compiere i Santi Misteri era in uso nella Chiesa fin dai tempi Apostolici. È figura di quella “Lavanda dei piedi” compiuta da Cristo nell’ultima Cena. Ora, per i fedeli, è in uso di fare il segno della Croce con l’Acqua Santa Benedetta, nell’entrare in Chiesa (vale come “lavabo”). Il Sacerdote si lava le dita e recita il salmo 25: “Lavabo inter innocentes manus meas”.. ecc.

 

L’OFFERTA ALLA SS. TRINITA’: ritornando nel centro dell’Altare, il Sacerdote, alquanto inchinato, recita il “Suscipe Sancta Trinatas”…ecc. Questa preghiera chiude e compendia tutte le preghiere dell’Offertorio.

ORATE FRATRES: il Sacerdote bacia l’Altare, si rivolge ai presenti e li invita a pregare affinché sia accetto e gradito a Dio il sublime Sacrificio. I presenti, denominati Fratelli, rispondono con il “Suscipiat Dominus Sacrificium“.. ecc.

SEGRETA, MYSTERIUM: il sacerdote ora penetra in un misterioso silenzio. Con la Segreta inizia la Consacrazione, la parte viva, vera del Rito, quella che deve operare l’ammirabile Azione del Sacrificio: la transustanziazione delle offerte. Le orazioni segrete, nella Messa, possono essere più di una. Come le Collette, le Segrete sono varie e proprie del giorno.

PREFAZIO, PRAEFATIO: è un invito, “sursum corda“, ad elevare il cuore di Dio. È la solenne preghiera che deve operare il prodigio della discesa di Dio sull’Altare. È un ringraziamento a Dio che opera tale Mistero. È un giubilo di santa gioia. Il Prefazio termina con l’inno maestoso del “Sanctus, Sanctus, Sanctus”… L’uso del Prefazio risale ai tempi Apostolici. La preghiera varia secondo i tempi liturgici. V’è un Prefazio comune e uno solenne proprio alle diverse festività. Il Sanctus appartiene a tutte le liturgie: orientali e occidentali. È il canto del profeta Isaia, quando ratto in estasi, vide il Signore, assiso sul Trono Celeste.

CANONE: dopo il Sanctus, inizia il Canone, preghiera viva, palpitante. Parola di origine greca e significa regola, vale a dire che sono formule stabilite da eseguire e pronunciare per la Consacrazione, NON SI POSSONO VARIARE. Nell’inizio del Canone, il Sacerdote dev’essere inchinato, piegato in due. Alcune preghiere del Canone sono chiamate “I Dittici” e durante queste, il Celebrante dev’essere piegato in due. “Te igitur, clementissime Pater“.. ecc. Durante l’invocazione per tre volte fa il segno della Croce sull’Ostia e sul Calice. Alla parola “supplices“, il celebrante bacia l’Altare, in segno di rispetto per quello che fra poco diverrà la sede ed il Trono dell’Agnello immacolato.

MEMENTO DEI VIVI È UN COMMUNICANTES: il Sacerdote ora ricorda e raccomanda tutti i presenti, affinché ad essi venga applicato il frutto del Sacrificio. (In segreto può nominare una o più persone determinando le particolari intenzioni). Tale frutto è propiziatorio, impetratorio ed espiatorio.

IL COMMUNICANTES: nel Memento il Sacerdote ha pregato per tutta la Chiesa militante; nel “Communicantes et memoriam“… ecc.; ricorda la Chiesa trionfante: la Vergine, gli Apostoli, i Martiri e tutti i Santi che sono la parte gloriosa del Corpo di Cristo.

HANC IGITUR: recitato il “Communicantes“, il Sacerdote distende le palme aperte sulle Offerte, si china umilmente e recita “Hanc igitur oblationem“.. ecc. Affinché Dio accetti placato il nostro Sacrificio latreutico ed espiatorio, che tende a reintegrare i diritti della giustizia divina. Lo stendere le mani sulla vittima era in uso nell’antico Testamento. Mosè nel Levitico “Ponetque manum super caput bestiae, et acceptabilis erit, atque in expiationem ejus proficiet“. Per denotare che quella vittima era destinata alla morte, in espiazione delle colpe. Esclusi i tre “Hanc igitur” propri: cioè, quello del Giovedì santo, quello della Pasqua e quello di Pentecoste, per il resto dell’anno, l’invocazione è la stessa.

QUAM OBLATIONEM: il Sacerdote ora congiunge le mani e recita: “Quam oblationem tu, Deus”… ecc. Questa è l’ultima preghiera che precede la Consacrazione: breve e ricolma di profondi Misteri. È fra le più antiche del Canone. Recitandola il Celebrante fa tre segni di Croce e sul Calice, per impetrare dalla Trinità divina quando egli chiede: cioè che operi il grande Mistero della transustanziazione.

LA CONSACRAZIONE: Consecratio, è questo il momento più solenne della Messa. Tutte le preghiere che precedono e seguono, formano una mistica corona attorno al grande Atto della Consacrazione. Il “Qui pridie quam pateretur“…ecc. è tratto parola per parola dalla Sacra Scrittura, dagli Evangelisti, Matteo Marco, Luca, ai quali, si aggiunge S. Paolo. Il Celebrante, in questo momento, non è più solo Sacerdote, ma assume la divina persona del Cristo stesso: opera e distintamente pronuncia le parole pronunciate dal Cristo nell’ultima Cena. E man mano che pronuncia le sacre Parole, opera secondo quanto pronuncia.

All’Accepit Panem, prende l’Ostia. All’elevatis oculis, eleva lo sguardo al Cielo. Al “Tibi gratias agens“, inchina profondamente il capo. Al “Bene + dixit“, benedice l’Ostia. Poi con entrambe le dita e con somma riverenza, prende l’Ostia e chinandosi, pronuncia con “segreto afflato” le mirabili parole della Consacrazione. “Hoc est enim corpus meum“. In virtù delle sacre Parole il mistero della transustanziazione del pane è avvenuto, si è compiuto. Il Sacerdote genuflette in adorazione dinanzi al Corpo Divino di Gesù Cristo. Solleva con riverenza, in alto l’Ostia consacrata, perché i fedeli La vedano e La adorino. La ripone sul Corporale, il nuovo L’adora. Da questo momento, fino all’abluzione delle dita, il Celebrante non disgiunge più i pollici e gli indici. Poi scopre il Calice, lo prende con ambe le mani, Lo solleva alquanto e dopo abbassandolo, prosegue: “Simili modo postquam“… ecc. Al “Bene + dixit“, fa il segno della Croce sul Calice. E pronuncia con calma, somma attenzione e segretamente le parole: “Hic est enim calix Sanguinis mèi, novi et aeterni testamenti“: “Mysterium fidei: qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum“.

In virtù delle parole del Cristo “Sanguinis mei” si opera il Mistero e la sostanza del vino è convertita nel Divin Sangue del Redentore. Il vero Sacrificio è compiuto! Rimette il Calice sul Corporale, dicendo segretamente: “Haec quotiescumque feceritis, in mei memoriam, facietis“. Genuflette, adora il Divin Sangue, si rialza e con ambi le mani, solleva il Calice, per essere visto ed adorato dai fedeli. Lo rimette poi sul Corporale, Lo copre con la Palla. Meditare: Hoc facite: potestà di operare ciò ch’Egli nella Cena.

CANONE: prosegue con “Unde et memores“, preghiera antichissima dei primi secoli, chiamata dai greci Anammesi, ricordo, reminiscenza dei Misteri del Salvatore. Riporta l’ordine dato da Gesù Cristo ai suoi discepoli di compiere il Sacrificio in sua memoria. Unde et memores, dal secolo XII, si introdusse l’uso di recitarlo a braccia distese. Dicendo: “Panem + Sanctum“, o “Hostiam Sanctam“, il celebrante, fa tre segni di Croce sull’Ostia e sul Calice insieme, poi uno sull’Ostia ed un altro sul solo Calice.

CANONE: prosegue con “Supra quae propitio” ..ecc. il Sacerdote supplica Dio che riceve il nostro Sacrificio, come accettò quello di Abele, di Abramo e di Melchisedeq, affinché anche noi possiamo essere vittime accette e propizie, congiunti alla Divina Vittima. Melchisedeq, Sommo Sacerdote del Dio Altissimo, figura del Cristo, offrì a Dio, in sacrificio, pane e vino.

CANONE: prosegue con “Supplices Te rogamus” … ecc. Nel pronunciare questa supplica, il Sacerdote ch’è nel centro dell’Altare, per maggior riverenza, s’inchina profondamente e alla parola “Sacrosantum” bacia l’Altare, per rispetto verso l’Eucarestia. E al “Cor + pus et San + guinem“, fa un segno di Croce sulla Sacra Ostia e sul Calice, poi su se stesso. Questa supplica è antichissima, come la precedente, di cui è la continuazione ed era in uso sin dal primo secolo. La Tradizione, sostenuta dai primi Padri, ritiene che gli Angeli, riverenti, assistano ai sacri Misteri e uno in particolare, ha il compito di raccogliere i voti ed il Sacrificio e di portarli dinanzi al Trono Divino.

MEMENTO DEI DEFUNTI: appartiene ai Dittici e si ricongiunge al Memento dei vivi. Mentre il Memento dei Vivi precede la Consacrazione, quello dei defunti è dopo la Consacrazione. L’uso di pregare per i morti, è una tradizione che viene dagli Apostoli. Si supplica il Signore che il Sangue dell’Agnello discenda sulle anime che, nel luogo di espiazione e purificazione, attendono Luce e Pace.

NOBIS QUOQUE PECCATARIBUS: questa supplica si riconnette alla precedente. Dopo aver chiesto l’eterna Luce e Pace per i defunti, si implora Dio a ricordarsi anche di noi peccatori e Lo supplichiamo, di renderci degni, per i meriti del Cristo Redentore, ad esser accolti nella schiera dei suoi Santi, nel Regno celeste.

LA DOSSOLOGIA FINALE chiude il Canone: il Sacrificio è giunto alla fine. Il Sacerdote termina con cura e congiunge le mani, invoca il Cristo Redentore, con le parole: “Per quem haec omnia, Domine, semper bona creas“: “Sancti + ficas, vivi + ficas, bene + dicis, et praestas nobis“. E segna riverentemente tre Croci sull’Ostia e sul Calice insieme. Si genuflette e adora il Sacramento, si rialza, prende l’Ostia, segna tre Croci sul Calice, mentre dice: “Per ip+sum, et cum ip+so, et in ip+so, est tibi Deo Patri + Omnipotenti, in unitate Spiritus + Sancti, omnia honor et gloria“. Con i primi tre segni di Croce fatti sul Calice che contiene il prezioso Sangue di Cristo, Mediatore tra Dio e gli uomini, si glorifica la Trinità Divina. Mentre, nominando il Padre e lo Spirito Santo, sempre con l’Ostia, segna due Croci, tra il Calice e il suo petto. Rimette sull’Altare il Calice, l’Ostia sul Corporale, sopra il Calice, si genuflette, adora il Sacramento.

PATER NOSTER: questo è preceduto da un breve Oremus. L’uso di recitare il Pater noster nella Messa risale agli stessi Apostoli. La confidente orazione contiene brevemente quando di bene l’uomo può domandare a Dio. Include il riconoscimento della Paternità Divina. Siamo suoi figli e ci rivolgiamo a Lui, amoroso Padre di tutti. Al “Sed libera nos a malo“, il Sacerdote segretamente dice, Amen. E inizia il “Libera nos“… ecc. La preghiera “Libera nos” è detta “embolismo” (aggiunta, spiegazione) perché sviluppa l’ultima domanda del Pater noster. Ma, all’atto di dice “Da propitius pacem“, il Celebrante alza, con la mano destra, la Patena e con essa fa il segno della Croce. Simbolo, il potere spirituale della Patena, considerato anche segno di Pace.

FRACTIO PANIS: e mentre termina il “Libera nos“, compie la Frazione dell’Ostia, il Fractio Panis. La spezza in due, depone sulla Patena la metà che tiene con le dita della mano destra. Spezza l’altra metà e pone la parte superiore sulla Patena e con la parte inferiore traccia tre segni di Croce sul Calice, mentre dice: “Pax + Domini sit + semper vobis + cum“. Poi lascia cadere dentro il Calice la terza parte dell’Ostia. Riunisce così il Corpo e il Sangue di Cristo. L’unione delle due Sacre Specie è detta la “Commixtio“.

FRACTIO PANIS: designa tutto l’intero Sacrificio, risale agli Apostoli. La Liturgia Latina divide il Fractio Panis in tre parti. La Liturgia Orientale divide il Fractio Panis in quattro parti. La Liturgia Mozarabica divide il Fractio Panis in nove parti.

Il Mistero della Sacra Commixtio è interpretato in vari modi. Alcuni liturgisti vedono il simbolo della Resurrezione. S. Tommaso, afferma che si fanno tre segni di Croce, con la particella dell’Ostia, per ricordare che il terzo giorno, dopo la morte, Cristo resuscitò. Noi esoteristi, affermiamo che l’Ostia, figura del Cristo, è deposta nel Calice, ch’è figura del Sepolcro. E le tre Croci, i tre giorni della permanenza nel Sepolcro. Ma, di tale Mistero si parlerà nella terza parte. Ma, più misteriosa è la preghiera che il Sacerdote, pronuncia subito dopo Haec commixtio et consecratio.. ecc.

AGNUS DEI: pronunciato, Haec commixtio, il Celebrante genuflesso, adora il sacramento: alzandosi, congiunge le mani e leggermente chino, percuotendosi per tre volte il petto, implora la Divina Misericordia col canto dell’Agnus Dei. si ripetono le parole di Giovanni Battista, ma, sin dall’Antico Testamento, il Cristo veniva raffigurato dall’Agnello. Isaia. Ce Lo presenta come Vittima di espiazione.

LA PACE: ora, segretamente, il Sacerdote pronuncia il Domine Jesu Christe, qui dixisti… ecc. Con questa supplica, implora da Dio la Pace, quella stessa Pace lasciata dal Signore agli Apostoli. Lo scambio del bacio della Pace, rimonta ai primi tempi della Chiesa, aveva il valore della riconciliazione. Pacem habet, ha la sua intonazione profonda. La Pace prima d’inoltrarci al Sacramento d’unione.

COMMUNIO: immediatamente prima della Comunione il Sacerdote pronuncia segretamente due speciali preghiere preparatorie. Il Domine Jesu Christe, Fili Dei Vivi… ecc. E il Perceptio corporis tui Domine… ecc. Queste due preghiere sono rivolte direttamente alla Divina Vittima, al sacrosanto Corpo e Sangue che stiamo per ricevere, al Fili Dei Vivi, che sia fonte di Vita per noi e che possiamo trarre da questo Cibo dei forti, grazia e fortezza. Il Pane Divino è radice di vita. Dopo il Celebrante, con le mani distese sul Corporale, adora il Sacramento con la genuflessione e segretamente dice: Panem coelestem accipiam et nomen Domini invocabo. Ciò detto, con somma venerazione, prende le due parti dell’Ostia e mentre si batte il petto per tre volte, con voce più alta, per tre volte dice: Domine, non sum dignus (è tolto dal Vangelo, dalle parole del Centurione). Poi, segretamente continua: Ut intres sub tectum meum sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea. Dopo aver confessato la sua indegnità e ripetuto per tre volte queste parole, si nutre del Corpo di Cristo, dicendo: Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat anima meam in vitam aeternam, amen. Breve silenzio. Prende il Calice con la destra, tenendo la Paterna con la sinistra e segretamente dice: Quid retribuam Domino pro omnibus, quae retribuit mihi? (salmo 115, V.3).Calicem salutaris accipiam et nomen Domini invocabo (salmo 115, V.4). Laudans invocabo Dominum, et ad inimicis meis salvus ero (salmo 17, V.3).

Segnandosi, poi, in forma di Croce, con il Calice, dice: Sanguis Domini nostri Jesu Christi custodiat animam meam in vitam aeternam, amen. E beve con somma riverenza tutto il Sangue, insieme con la Particola immersa nel Calice. Si è così nutrito del Corpo e Sangue del Redentore. Meditare l’infinito valore del Sangue Divino.

COMUNIONE DEI FEDELI: Banchetto Eucaristico, Stato di Grazia. Probet autem se ipsum homo et sic de pane illo edat et de Calice bibat. (S. Paolo).

Il Sacerdote dopo il “Sumptio” del Sangue, con le Sacre Particole consacrate comunica i presenti: comunione con il solo Corpo. Con umiltà e animati da sentimenti di fede e di amore, i fedeli recitano il Confiteor, a cui il Sacerdote risponde con il Misereatur vestri.. ecc. Poi facendo il Segno della Croce sopra il popolo, prosegue: Indulgentiam, absolutionem.. ecc. E tenendo elevata sopra la Pisside, o Patena, la Sacra Particola, rivolto ai comunicandi, dice: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Poi, per tre volte ripete: Domine non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea. Inizia a distribuire il Sacramento, con le parole: Corpus + Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam, amen.

L’ABLUZIONE DELLE DITA: il Sacerdote mentre asterge con il Purificatorio il Calice, pronuncia la preghiera di ringraziamento: Quod ore sumpsimus, Domine.. ecc. Poi, si reca al lato dell’epistola e tenendo il Calice alzato, lava con il vino e con l’acqua i pollici e gli indici delle proprie mani, dicendo: Corpus tuum, Domine.. ecc. Poi sume l’abluzione, asciuga il Calice, vi distende sopra il Purificatorio e sopra la Patena, sulla Patena la Palla e piegato il Corporale, il tutto, ricopre col Velo. Il Mistero è compiuto, si è rivelato e consumato, si ricopre col Velo.

COMMUNIO: o antifona della Comunione, è la recita d’uno o più versetti di Salmo: canto di gloria, di soavità per chi ha pregustato la gioia della Comunione con il Cristo. Le antifone variano per ogni Rito.

POST COMMUNIO: il Sacerdote, al centro dell’Altare, lo bacia, tenendo le mani distese sull’Altare, si volta poi al popolo e stendendo le braccia, pronuncia il Dominus vobiscum, con il saluti, incita i presenti a ringraziare Dio, del grande dono ricevuto. Poi, con l’Oremus, innalza a Dio, a suo nome, a nome di tutti i fedeli, la preghiera di riconoscenza e di ringraziamento. Questa, varia ad ogni Rito. Era chiamata, questa: Oratio ad complendum.

ITE MISSA EST: letto il Postcommunio e le altre orazioni prescritte, il Sacerdote, chiuso il libro, ritorna nel centro dell’Altare, lo bacia e pronuncia il Dominus vobiscum, e dopo la risposta dei fedeli, dice: Ite Missa est, a cui si risponde, Deo gratias. Diversi erano un tempo i saluti finali, ma quell’Ite Missa est, ha un senso di gioia, di letizia interiore.

PLACEAT: è questa una preghiera di ricapitolazione della Mesa, ed un ultimo rendimento di grazie alla SS. Trinità. Placeat tibi, Sancta Trinitas.. ecc. Anticamente il Rito liturgico terminava coll’Ite Missa est, o col Benedicamus Domino. Il Placeat, come la Benedizione e il Vangelo di Giovanni, furono introdotti nel Rito solo dal tredicesimo secolo.

LA BENEDIZIONE: recitato il Placeat, il Sacerdote distende le mani sull’Altare, lo bacia, rivolge gli occhi al Cielo, poi, ai presenti, con la destra, impartisce la Santa Benedizione. Benedicat vos omnipotens Deus, Pater et Filius + et Spiritus Sanctus. La Benedizione data dal celebrante è Sacramentale.

VANGELO: il Vangelo di Giovanni che annuncia l’eternità del Verbo è di un’importanza speciale. La lettura dovrebbe essere universale e non soltanto nella Liturgia della Messa; ma in particolare, ciascuno dovrebbe approfondire le meravigliose parole del primo brano del Vangelo di Giovanni. Egli ha condensato in uno stile sublime le supreme verità: Trinità, Incarnazione, Redenzione. Come un colpo dell’Ala dell’Aquila, la lettura ci porta nelle alte sfere della contemplazione del Verbo eternamente procedente dal Padre: al Verbo cui l’eucarestia ci ha stretti ora come in una sola cosa. Verbum caro factum est et habitavit in nobis.

ULTIME PREGHIERE: letto il Vangelo di Giovanni, seguono alcune preghiere, prescritte, parte da Leone XIII e parte da Pio X. Le tre Ave Maria e la Salve Regina, per invocare la protezione della Vergine. La marea dell’insidia c’incalza: ci assista Maria, la gran Madre. L’Oremus: Deus refugium nostrum et virtus.. ecc. È una preghiera d’intercessione di aiuto. Segue l’invocazione all’Arcangelo Mikael che ci sostenga nella lotta. E infine, le tre invocazioni al Cuore Divino di Gesù, chiudono le preghiere finali. Amen, Alleluia. Così ha termine la Sacra Sinassi.

TERZA PARTE

Il questa terza parte, penetriamo più profondamente nel Mistero: Opus Divinum.

Nel Rito dell’Eucarestia, Mistero ineffabile, Mistero vivo, si offre sacrificio a Dio. Cristo si offre in sacrificio come sulla Croce. Il sacrificio dell’Eucarestia comprende tutto il Mistero della nostra Redenzione. Il Sacrificio esterno è uno con il Sacrificio interno, cioè, sacrificio della creatura che si offre per unirsi a Dio, per fondersi con lo Spirito nel Mistero d’Amore che si compie. L’iniziato deve seguire il Rito con desiderio vivo. Parteciparvi intensamente per assorbire il Fuoco d’Amore celato nel Mistero, Fuoco trasmutativo, Fuoco che opera la trasmutazione.

Seguire attentamente le fasi della Liturgia. Queste sono sapientemente disposte nelle sue parti. La preparazione, la celebrazione del Mistero, distinta in Oblazione, in Consacrazione, in assunzione del Sacramento e infine il ringraziamento. Azioni e parole sono con spirito di sapienza disposte. Osservare i diversi segni di Croce che il Sacerdote compie. I segni di Croce rappresentano la Passione del Cristi. La fede c’insegna che quando la Chiesa interpone la propria benedizione, Iddio l’esaudisce. L’occhio interiore aperto alla Grazia fa scorgere in ogni benedizione l’effluvio celeste che si spande su quanti degnamente vi assistono. Grandi ricchezze spirituali si traggono da questo moltiplicarsi di Riti benedicenti. Ogni benedizione ricevuta con vera intenzione porta in reale accrescimento nella nostra incorporazione al Cristo.

Tutte le volte, poi, che il Sacerdote si volge verso il popolo, ricordano le apparizioni del Cristo risorto. Mentre le sette volte che il Sacerdote saluta il popolo con il Dominus vobiscum designano i sette doni dello Spirito.

Nel Rito il Sacerdote è Cristo. Sacerdos alter Christus. Egli è quindi Mediatore fra Dio e gli uomini. Cristo è olocausto che si offre, perciò nel Rito, Cristo non è soltanto Sacerdote, ma è Ostia perfetta che s’immola. Il Sacerdozio di Cristo, ha per effetto, l’espiazione perfetta della colpa. Il Sacerdozio di Cristo è eterno, in quanto i frutti del suo Sacrificio si perpetuano nei Cieli. Il Sacerdozio di Melkisedek, era figura del Sacerdozio eterno del Cristo: Cristo è perciò Sacerdote secondo l’ordine di Melkisedek: più eccelso però, in quanto la realtà supera la figura. Nella vecchia Legge molte furono le figure dell’Eucarestia, a iniziare da quella di Melkisedek, ma la vera figura dell’Eucarestia fu l’Agnello pasquale. Cristo fu Agnello immolato! E il sangue sgorgato dall’Agnello Cristo fu la redenzione dell’umanità e del Cosmo. Il Sacerdote che opera il Rito, è anch’egli figura del Cristo. Nel compimento assume la personalità di Cristo: Sacerdote in terno e vittima che si offre in sacrificio. Sacrificio eterno, come eterno fu il sacrificio di Melkisedek, prefigura del Sacrificio del Cristo. I presenti al Rito, come Membra del Cristo, partecipano anch’essi al sacrificio d’immolazione redentivo. Gli iniziati poi, devono essere come il Sacerdote, figure del Cristo, che operano il Rito sacrificale redentivo e trasmutativo, uniti al Cristo. E come il Sacerdote che consacra assume l’Eucarestia, perché l’Eucarestia non è solo Sacramento, ma anche Sacrificio, così, i presenti devono assumere l’Eucarestia, consacrando se stessi a Dio, offrendosi in sacrificio e assumendo Cristo Eucaristico. Quoties huius hostiae commemoratio celebratur, opus nostrae redemptionis exercetur.

Materia dell’Eucarestia è il pane e il vino. Cristo stesso, nell’istituirla, usò il pane azimo e il vino. Perché azimo fu il pane che il Cristo consacrò quella sera. Azimo che deve fermentare. La nostra terra è terra azima che deve essere fermentata. Cristo è il Lievito che fermenta e trasmuta. Ricordare il chicco di grano seminato nella terra, giace, fermenta e fruttifica.

Il pane e il vino furono mirabilmente scelti. A nostro riguardo, perché questi furono l’alimento comune degli uomini. Nei riguardi della Passione, rappresentano la separazione dal Sangue, dal Corpo, dopo la sua morte. Nei riguardi della Chiesa, dimostra come i fedeli formano l’unità della Chiesa: similmente a come il pane è il risultato di diversi grani di frumento e il vino è formato con molti acini d’uva.

Meditare profondamente il mistero della separazione del Sangue, dal Corpo, dopo la morte del Cristo, in rapporto alla trafittura della lancia e al sangue sgorgato dal costato del Cristo.

È’ necessaria la fusione dell’Acqua al Vino. Così fece Cristo nell’ultima Cena: fuse i due Elementi. Consacrò un calice di vino misto con acqua. Hunc Calicem vinum aqua mixtum. Operò la Sacra Mescolanza. L’esoterista mediti profondamente sul Mistero della Sacra Mescolanza.

Acqua e vino è figura dei due Elementi: Acqua e Sangue. Sangue e Acqua scaturiscono dal Costato trafitto del Cristo: simbolo indissolubile delle composte due nature del Cristo. Vino, la Divinità, Acqua, l’umanità: l’umanità è mescolata alla Divinità. De latere Christi exivit sanguis et aqua pariter. Continuo exiviti sanguis et aqua. Il Cuore trafitto simbolizza La Porta nel fianco dell’Arca. Perché da questo Cuore, come un settemplice fiume, sgorga la Grazia perenne.

L’Acqua, simbolicamente è figura dell’uomo, natura inferiore che ha bisogno d’innestarsi al Sangue vivificante del Cristo (raffigurato dal vino), Uomo perfetto e Divino. Come l’acqua si unisce al vino e nel vino si perde, trasfonde e trasforma, così la nostra natura umana si unisce e nell’unirsi a Cristo, Uomo Dio, si trasfonde e trasforma.

I due elementi Acqua e Vino prima d’essere offerti e consacrati vengono benedetti. Con la benedizione avviene il passaggio dal loro stato naturale imperfetto, passano allo stato sottile puro e divengono Elementi puri, pronti ad essere offerti. Elementi sublimati, ed offerti per essere poi trasmutati. Similmente anche la nostra natura umana deve convergere al suo stato puro sottile, prima d’essere offerta per l’opera di trasmutazione.

Anche la sostanza del Pane, con la benedizione, viene liberata dal suo stato imperfetto. Sostanze, Pane e Vino che vengono prima offerte nella loro sostanza pura e che l’Atto della Consacrazione sono poi trasmutate in Corpo e Sangue vivo del Cristo. Meditare per analogia sul prodigio operato dal Cristo alle nozze di Cana: trasmutò l’acqua in vino.

Dopo il Lavabo inter innocentes manus meas, inizia il vero Sacrificio, l’Opus sacerdotale: l’Offerta! Offerta che è un Sacrificium, sacrificio che è un opus, opus che è molto più dell’Oblatio. Sacrificatore e Vittima si offrono a Dio!

Il Sacerdote offre due specie sacramentali ma Uno solo è il Sacramento: Uno, completo nella sua unità e perfezione e nel medesimo tempo, offre se stesso, per essere completo nell’Unità Divina.

I fedeli in unità d’amore si offrono. Illibati si offrono unitamente alle specie sacramentali raffiguranti il Cristo, per convergere nella sconfinata unione, al Cristo incorruttibile che nutre e converte e porta all’incorruttibilità.

In odorem suavitates. Quando dall’incensiere ardente una nube di fumo odoroso si sprigiona in fragranti volute, l’anima degli astanti si lascia avvolgere dall’atmosfera ricca di spiritualità. Il gesto ieratico del Sacerdote che circonda d’incenso l’Ara del Sacrificio, suscita un indefinibile arcano senso di religiosità: il fascino religioso dell’incenso che solleva l’animo in un’aura di spiritualità. L’offerta dell’incenso è già un’offerta per se stessa. Essa accompagna l’offerta eucaristica.

L’offerta sacrificale è resa, dall’incenso, più sensibile, più viva.

Ecce odor Sanctorum Dei, dice colui che fa l’incensazione e verso chi la riceve disegna in aria col turibolo un segno di croce.

Attraverso il profumo dell’incenso e aspirando il vapore odoroso, partecipiamo più intensamente all’azione liturgica e anche la nostra offerta s’innalza verso il Cielo in odore di soavità.

Un Angelo venne e si fermò all’Altare, con un turibolo d’oro e gli furono dati molti aromi perché ne impregnasse le orazioni dei Santi sull’Altare d’oro che era davanti al Trono di Dio. E salì il fumo degli aromi con le preghiere dei Santi dalle mani dell’Angelo sino al cospetto di Dio (dall’Apocalisse).

Il profumo dell’incenso che s’innalza verso il Cielo, simboleggia l’ascesa dell’Offerta, portata dagli Angeli sino al Trono dell’Altissimo.

Il Trisagion, Sanctus, Sanctus, Sanctus. Kadosch, Kadosch, Kadosch, è l’inno angelico per eccellenza. Laus Angelorum. Cristo invisibile e glorioso è sacramentalmente presente sull’Altare, nel Sacrificio del tre volte Santo! In cui Dio non è solo Colui che riceve, ma è Colui che offre e Colui che è Offerto. Azione incomparabile e inestimabile, azione Divina, suprema prece sacrificale! Tutta la sinassi del Rito verge sopra l’Offerta sacrificale. Offerta che supera in dignità tutte le anteriori offerte, riservate esclusivamente alla Divinità. Atto sublime e segno di riconoscimento del suo supremo dominio.

È lo stesso Sacrificio di Cristo sul Calvario quello che misteriosamente ogni giorno si rinnova sugli Altari. Cristo è l’Ostia sacrificale, la Vittima offerta alla Divinità. Sacrificio che perdura in eterno. Stato di Offerta continua e accettazione da parte di Dio.

E attraverso l’enumerazione degli Spiriti del Cielo, di gerarchia in gerarchia sù fino ad arrivare ai Serafini che cantano il Sanctus incessantemente d’intorno al Trono dell’Onnipossente: noi, unendo la nostra voce ai cori degli Angeli, sentiamo di scomparire di fronte all’infinita grandezza del Signore e riverenti chiniamo la fronte, adorando Iddio Altissimo: ma innalzandoci con lo spirito e con desiderio vivo, trasmutati nel Cristo, eleviamoci fino al Trono Divino.

In cospectu Dei!

Signum Christi Crux Christi

Ut fiat Unigeniti tui Corpus…

Ut fiat Unigeniti tui Sanguis….

Rinnoviamo il Sacrificio del Cristo: rinnoviamo il nostro sacrificio. Afflato solenne! L’iniziato santifica se stesso nel sacrificio della Messa.

Il sacrificio offerto è l’Opus, cioè: Nostrum artificium benedictae artis alchimiae.

Cristo Vero Dio che s’occulta sotto le parvenze dell’Ostia, si offre in olocausto al Padre: Sanctum Sacrificium, immaculatam Hostiam. L’Evento del Golgotha si rinnova!

La Vittima è presente sull’Altare del sacrificio e il Sacerdote La presenta in oblazione all’Onnipotente.

E la nostra umana natura, trasmutata dalla Sua Divina natura, noi la offriamo, unitamente alla Divina Vittima, all’Onnipossente.

La supplica misteriosa che il Sacerdote rivolte a Dio, è per ottenere che, attraverso il Fuoco dello Spirito, Egli si degni di operare la trasmutazione delle sostanze e di rendere la nostra umanità degna della partecipazione a tale Mistero.

Consecratio! Mysterium!

I Sacrifici dell’antica Legge contenevano Cristo in figura, il sacrificio perfetto della nuova Legge contiene Cristo nella realtà. La Consecratio è la fase culminante del Rito. All’Atto della Consacrazione le sostanze pane e vino si mutano nella sostanza di Gesù Cristo.

Tale mutazione soprannaturale, passaggio di sostanza, operata da Dio, la cui potenza è infinita, è chiamata transustanziazione.

La transustanziazione è istantanea. In quell’attimo si manifesta il carattere eterno dell’Unico Sacrificio!

Nell’Eucarestia Cristo è percepibile e intelligibile agli intelletti soprannaturali. Ed è percepibile ai sensi solo di chi vede. Dio modifica i sensi e ne permette la percezione.

I solenni minuti della Consacrazione, spiritualmente parlando, sono i grandi minuti storici. In quell’Atto, nel misterioso silenzio che circonda il Sacro Altare, si operano i più grandi incomprensibili prodigi di grazia e di misericordia. Passa la soave e forte ala dell’Onniscente Dio. Deus, ecce Deus! Il Cielo si squarcia e Dio che permane nell’eternità, si manifesta!

Ripetendo le locuzioni sacre pronunciate dal Logos, la Transustanziazione è in atto! Le sacre parole sono causa efficiente e operano il possente Mistero della trasmutazione. Le Parole sono simbolo della Spada sacrificale. Le parole della Consacrazione: Qui, pridie quat pateretur, ecc. sono causa efficiens della trasmutazione, ma sono, parole della Consacrazione, la spada con la quale si uccide l’Agnello sacrificale. Come Agnello è stato condotto al macello. Viene sacrificato l’Agnello di Dio.

Nel solenne momento dell’elevazione, il Vivente viene elevato, Adoriamolo! E innalziamoci nel regno dello Spirito: libriamoci nell’Aria! Sono le parole sacre del Verbo che rendono effettiva la transustanziazione del pane nel Corpo di Cristo e la conversione del vino nel Sangue, ma lo Spirito che in quell’attimo discende, sprigiona la sua Luce e posandosi sulle Sacre Specie conferma la trasmutazione.

E lo Spirito Santo sprigiona la sua Luce, emette i suoi effluvi e creas, sanctificas, vivificas. E opera, nello stesso atto, la nostra trasmutazione. La materia umana corporea imperfecta, riceve il Fuoco dello Spirito, e diviene corpo trasmutato, corpus perfectum.

Come Forza, lo Spirito discende segretamente e profondamente nel centro cuore dell’essere e opera il vivificante risveglio, come Fuoco brucia e trasmuta, come Luce illumina e irraggia la sapienza, come Amore infiamma e dona lo stesso suo Amore. L’Uno che non muore e che vivifica tutto ciò che è morto.

Per ipsum, et cum ipso, et in ipso. Cinque segni di Croce ed una seconda elevazione dell’Ostia e del Calice Consacrati accompagnano la dossologia solenne, ispirata alla lettera di S. Paolo ai romani.

Per Lui, Cristo Gesù, Mediatore unico tra noi e Dio, nel cui nome si conclude ogni preghiera liturgica. Con Lui, Vertice sublime e Capo del corpo mistico della Chiesa. In Lui, perché in Lui compenetrano, in un adorabile Mistero, le tre Divine Persone. A Te, Dio Padre Onnipotente in unione con lo Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Meditare la sublime trascendenza di questa dossologia.

Per Lui, con Lui, ed in Lui, noi, siamo nell’amore e nel sacrificio fusi: entrati nella Nuvola Divina, quella stessa in cui entrò Mosè e possiamo contemplare l’Altissimo.

In Lui e per Lui offriamo sacrificio di lode a Dio e per mezzo di Lui le sostanze sono trasmutate.

In Lui e per Lui noi siamo trasmutati e con Lui, in unione allo Spirito, glorifichiamo Dio, Padre Onnipotente. In Lui e con Lui si adempia ogni azione che santifica e deifica.

Panem nostrum quotidianum da nobis hodie. Cristo è il Pane quotidiano. Il nostro nutrimento, il Pane celeste. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, vivrà in me, ed io in lui.

Cristo è nutrimento che trasmuta. Il Pane che fortifica, sazia e conforta. E chi se ne nutre è assorbito e trasformato in Cristo.

La manna, figura simbolo dell’Eucarestia, fu data ai soli ebrei, l’Eucarestia, Pane quotidiano, è data a tutta l’umanità. Nutrimento Divino e cibo trasmutativo. Pane di vita, pane vivo disceso dal Cielo e chi si nutre di questo Pane vivrà in eterno.

Il Pane che Io darò è la mia carne, se voi non mangiate la carne del Figliuol dell’Uomo e non bevete il suo sangue, voi non avrete vita in voi.

Nutriamoci di questo Pane che è vita a sazietà! Cristo in stato sacramentale, nostro Pane, possiede una Vita corporea actualis.

La Fractio Panis, la Commixtio, la Communio, sono oggi tre scene talmente ridotte, nella loro forma, specie nelle Messe private, da non destare più nessuna impressione. Mentre sono parti fulgenti del Rito. Cristo nell’ultima Cena, prima di distribuire il Pane, lo benedisse, lo alitò, lo spezzò, fregit. Spezzato per essere dato come nutrimento ai molti. La divisione dell’Ostia è in rapporto al Fractio Panis. E un frammento dell’Ostia viene lasciato cadere nel Calice, commixtio. La parte di pane eucaristico che si fonde nel calice col vino, sta a indicare l’unità d’entrambe le specie in un unico Cristo.

Unità santa, prerogativa della Divinità infinitamente Una.

Noi mistiche sue membra sentiamo sprigionarsi da questa unità, la forza dello Spirito che a Dio Uno e Trino ci unisce.

Il frammento d’Ostia unita al Vino, produce la coinunctio dell’Anima col Corpo, il corpo vivo di Cristo, cioè l’Unità della Chiesa.

La Fractio Panis è anche il simbolo della Morte sacrificale.

Amalario, nel Libro official, riporta: Per particulam oblate immissae in Calicem ostenditur Christi Corpus quod jam resurrexit a mortuis, per comestam a sacerdote vel a populo, ambulans adhuc in terris, per relictam in altari, jaces in sepulchris.

La Commixtio è la riunione del Corpo e del Sangue di Cristo. Le Sacre specie separate, sono nella Commixtio, riunite.

Conjungit et applicat eos in unum, qua re unicuique manifestetur ea, quamquam duo sunt, tamen unum esse virtualiter.

Haec commixtio, et consecratio Corporis et Sanguinis Domini nostri Jesu Christi. Sono le parole che il Sacerdote pronuncia: a significare che le Sacre specie effettivamente Consacrate separatamente, sono ora Consacrate, nella loro Sacra fusione, contactum.

Varie sono le interpretazioni della Commixtio. Molti sono i simboli nel rito greco. Per i più, è simbolo della Resurrezione, della glorificazione del Corpo.

Nel Rito del Giovedì santo il sacerdote consacra due Sacre ostie, una la consuma nel Rito stesso e una la ripone, la unisce nel Calice contenente il Sangue di Cristo (commixtio) e in solenne processione, depone il Calice contenente le due Sacre Specie nel Trono, urna già pronta, (chiamato sepolcro) affinché i fedeli adorino il Corpo e il sangue del redentore.

Là rimane fino al Rito del Venerdì Santo; nel quale non si consacrano le Specie (in quanto il Cristo è morto), ma si consumano le Sacre Specie consacrate nel Rito del giovedì. Tolte dalla loro Urna e riportate processionalmente sull’Altare, vengono poi consumate dal Sacerdote.

Da questo Rito, deduciamo che, la Commixtio è simbolo della Morte del Signore. Il Calice è figura del Sepolcro nel quale è deposto il Corpo del Cristo.

Il Sacerdote riceve il Corpo e Sangue del Cristo, lo depone in sé, e diviene luogo, sepolcro dove il Cristo è deposto. Noi riceviamo il Suo Corpo e diveniamo luoghi, sepolcri, dove il Cristo è deposto. Ma, dal Sepolcro, il Cristo risorge Corpo incorruttibile di gloria. Così, dai nostri sepolcri, noi, similmente al Cristo, dobbiamo risorgere in corpo trasmutato, in corpo incorruttibile di gloria.

E come entrambe le specie nella Commixtio indicano l’unico Cristo, così noi, siamo uniti al Cristo, nella Communio.

Ma, la Sacra fusione, per gli ermetisti, specie per chi compie la Grande Opera, possiede altri simbolismi ed altri significati.

L’Eucarestia che si rivela come Mysterium nell’atto della Consacrazione, si rivela come Agape di amore nella Communio. Santa, sanctis.

Se la Epiclesi introduce alla transmutatio: Ut nobis corpus et sanguis fiat. Affinché a noi venga il corpo e il sangue. È la Communio, la cibazione meravigliosa che trasmuta. Il Re viene dal fuoco e gode delle nozze. Nella Communio, Cristo è Mercurio penetrante, è Fuoco che trasmuta e converge il vile metallo dell’uomo, in oro purissimo.

Il Sacrificio deve essere integrato con la Consacrazione. Si consuma quel che si è Consacrato ed offerto.

L’incorporazione a Cristo, che è vita spirituale dell’anima, trova il suo appropriato nutrimento nel sacramento d’amore, nella Coniunctio.

Ciascuno s’incorpora alla Vittima, facendola carne della propria carne e sangue del proprio sangue. Nella Sacra Cena Cristo prima di comunicare gli Apostoli, comunicò sé stesso. Il Sacerdote è ministro dell’Eucarestia. Il Sacerdote che consacra deve anche assumere l’Eucarestia. Il Sacerdote consuma le due specie, separatamente e integralmente. Il Cristo è presente tutto intero sotto ognuna delle due specie.

Cristo nell’ultima cena beve il proprio Sangue. Il Sacerdote, figura del Cristo, beve il Sangue del Cristo.

L’Eucarestia conferisce la Grazia: Cristo, Autore della Grazia. Ogni comunione Eucaristica conferisce un aumento di Grazia, fino a divenire partecipi della gloria Divina.

Larghezza e lunghezza, altezza e profondità dell’Amore di Cristo, sono contenute nell’Eucarestia. Egli ha dato Se stesso per essere conosciuto mediante Se stesso. Tutta la sostanza inesauribile del suo amore è racchiusa nell’Eucarestia. E quando riceviamo l’Eucarestia, nel segreto del cuore, possediamo questa sostanza inesauribile d’Amore.

Consumazione: ma ciò che si è ricevuto non si consuma! È sostanza viva che trasmuta: siamo noi che dobbiamo consumarci in Lui! Egli brucia e consuma in noi, tutto ciò che di Lui non è degno, fino a divenire, noi, lo stesso Cristo.

Venite a me voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed Io vi ristorerò.

Cristo è il Cibo immortale del quale dobbiamo nutrirci se desideriamo l’Immortalità. Egli invita tutti a nutrirsi del Cibo immortale. E noi, purgati dal vecchio lievito, dobbiamo renderci degni di riceverlo. Mosè, costruì un Tabernacolo con legno incorruttibile e lo rivestì d’oro purissimo per riporvi le tavole della legge. Salomone, edificò in sette anni un tempio meraviglioso, degno di riporvi l’arca dell’alleanza. E quale differenza v’è tra le tavole della legge, l’arca dell’alleanza, che sono prefigure e la presenza nel Sacramento del Corpo e Sangue del Cristo? E come degnamente dobbiamo disporre i nostri interni Tempi, per ben ricevere il Sacramento Divino: Dono ineffabile? Aumentiamo in noi il desiderio del Pane di Vita. Bramiamolo ardentemente! Che venga nella nostra Tenda. Tenda non costruita da mano d’uomo.

Andiamo come assetati ad abbeverarci alla Fonte della Vita. Al santo dei Santi! Là dove scaturisce l’Amore! Al Convito ineffabile, celeste Divino: Egli viene a noi per deificarci.

Il Sacramento è celeste medicina che fortifica i deboli. È Fuoco che accende i cuori tiepidi e infiamma i già accesi. È vivificatore di tutti gli Spiriti. È liberalità dei doni.

Il Calice è il Santo Graal, e il suo contenuto è sublime. E come il Calice in Esdra, è datore di vita e di forza.

Allora apersi la bocca, ed ecco che un calice colmo mi fu offerto; era colmo come d’un acqua che avesse però il colore del fuoco. Lo presi e bevetti e quando ebbi bevuto, al mio cuore fluì l’intelligenza, il mio petto si gonfiò di saggezza, la mia Anima conservò il ricordo.

Chi degnamente lo riceve conosce che il sacramento è la medicina di tute le infermità spirituali, infonde la Grazia in abbondanza; accresce la virtù incipiente, consolida la fede, fortifica la speranza, divampa e allarga l’Amore. Inoltre dona la dolcezza del gusto spirituale, che copiosa è celata nel Sacramento. Illumina l’intelletto per contemplare nella sua pura Luce il Mistero. E opra in ciascuno dei suoi eletti, in maniera particolare e singola.

Il Sacramento è Fonte viva, inestinguibile; è Fuoco Divino che arde senza mai spegnersi; è Luce di Sapienza che illumina l’intelletto; le intuizioni che si ricevono sono fulminei sprazzi di Luce.

Gli effetti, sono sperimentati dai degni. Effetti trasmutativi scaturiti dalla Carne sacramentale del Cristo. L’Energia vitale, Divina, esistente nel Sacramento, si diffonde nei centri, nel centro cuore che sperimenta quel Fuoco d’Amore che arde e brucia, consuma e trasmuta.

E da quel Fuoco, Mercurio Divino, gli Elementi umani sono trasmutati in Elementi Divini. Come spesso sono percepiti i diversi sapori del Cibo Eucaristico e i diversi profumi emanati dallo Spirito e contenuti nell’Eucarestia.

L’Eucarestia è il Fuoco che il Cristo è venuto a portare sulla terra. Cristo è la Fornace nella quale i metalli si cangiano da imperfetti in perfetti. Per la virtù di questo Sacramento il nostro vile metallo si cangia in Oro. Il Fuoco contenuto in questo Cibo, per intenso suo calore d’Amore, purifica, raffina, cuoce, consuma, trasmuta il vile metallo dell’uomo, rendendolo puro Oro. Cristo è Oro purissimo, senza macchia!

Procedamus cum pace – Benedicamus Domini sono gli ultimi moniti che rimangono impressi nei cuori, riceviamoli con fede e con l’Autore della Pace, procediamo in pace, uniti al senso di gratitudine e ringraziamento al Signore, per averci resi degni di partecipare ai Sacri Misteri. Custodire tacitamente i frutti riportati nella partecipazione e le grazie ineffabili ricevute e mantenere vivo lo stato d’unione.

Siate santi, perché Io sono Santo, il Signore Dio vostro.

Alleluia, Alleluia!

LE VESTI SACERDOTALI –   I PARAMENTI SACRI

Vestendosi delle Vesti splendenti necessarie al Rito, i Ministri della Chiesa, devono vestirsi dei superiori splendenti valori spirituali. Per questo ad ogni vestimento che si indossa si accompagna con particolari preghiere, scelte dai salmi, che rivelano il profondo significato delle Sacre vesti.

L’AMITTO: Amictus, amicire, coprire. È un velo di lino con cui il Sacerdote deve coprirsi prima il capo, poi accomodarlo al collo e coprirne le spalle. È simbolo dell’armatura, almo spirituale, virtù invitta di forza, di fede. Induite vos armatura dei…et galeam salutis assumite, S. Paolo. Ma, è anche simbolo del Sudario su cui Cristo lasciò impressa l’immagine del Suo Volto.

IL CAMICE: è una veste bianca, a tunica. Fu chiamata Alba, dal colore bianco niveo. Fu chiamata Poderis, dai greci, perché arrivava fino ai piedi. È la veste della grazia, della purezza e dell’innocenza. Simboleggia anche la bianca veste che indossò il Cristo, quando da Erode tornò a Pilato.

LA COTTA: è un camice ridotto, identica al Camice, ma più corta, perché è la veste di tutti i Chierici.

IL CINGOLO: Cingolum, è un cordone che serve per cingere il Camice. È simbolo di continenza, di castità, di sacrificio, di eroismo. Ma, simbolizza anche le funi con cui fu legato il Cristo. Il Cingolo, il Manipolo e la Stola, sono simboli di quelle corde con le quali il Cristo fu catturato nel Getseman, legato alla Colonna, trascinato dinanzi ai tribunali e al Calvario.

IL MANIPOLO: Manipolus, manus, mappula: in origine era una preziosa salvietta piegata e posata sul braccio sinistro del Celebrante. Striscia di drappo che è tenuta dal Sacerdote sull’avambraccio sinistro. Ha il medesimo colore dei paramenti del giorno, con sopra tre Croci. È simbolo di zelo, di azione, di opere.

LA STOLA: Stolam, è il simbolo della Sacralità, dell’investitura, dell’incorporazione. Anticamente si chiamava Orarium, perché usata nella pubblica preghiera e nell’amministrazione dei Sacramenti. Est quod orarium dicitur licet quidam stolam vocent. È distintivo d’onore, posto in diverso modo, a seconda della carica o dignità sacerdotale; si pone sopra il Camice e scende in due liste fino in basso. Solo il Papa la indossa sempre. Simbolizza la dignità Sacerdotale. È pegno d’immortalità. È anche simbolo di quello stato di grazia che in origine l’uomo possedeva prima della caduta.

LA PIANETA: Planeta, Casula, in origine era un gran mantello chiuso, con una sola apertura alla sommità. In seguito venne aperta ai fianchi e sempre più ridotta. È l’ultima veste che indossa il sacerdote, la sesta. Questa ricopre tutte le altre, le interne. Simbolizza il giogo di Cristo. Quindi, o sul davanti, o sul dietro, o da ambe le parti vi deve figurare la Croce. È la Veste nuziale! Ma ì, è quella Veste di porpora che indossò Cristo nel Pretorio, come Re Redentore. Meditare il nome: Planeta. E questo, in rapporto ai colori che sono sette: sette colori planetari.

LA PISSIDE: Pyxis, Vaso Sacro per conservare le sacre Particole; dev’essere argentato o dorato e coperto dal Conopeo, conopeum. Pisside, coperta dal Conopeo: simbolo del Vero, nascosto, coperto dal Velo.

L’OSTENSORIO: raggiera che serve per esporre all’adorazione dei fedeli, l’Ostia consacrata.

IL CALICE: figura del Santo Graal: è la Coppa che, consacrata dal Vescovo, deve servire per la celebrazione del Sacrificio. Per noi cristiani, rimonta all’ultima Cena del Signore, ma l’uso del Calix è antichissimo. Calice offertorio, in quanto contiene il Sangue di Cristo, l’interno deve essere d’oro, o d’argento all’esterno e dorato all’interno. Ricorda quello offerto a Gesù sulla Croce, contenente aceto e fiele. Simbolizza il Calice di Giuseppe d’Arimatea che raccolse, in questo, il Sangue e l’Acqua scaturiti dal Costato del Cristo. Simbolizza anche il Sepolcro in cui fu riposto il Corpo del Cristo.

LA PATENA: piatto d’oro, o dorato, consacrato dal Vescovo, serve per tenervi l’Ostia Sacra. L’uso della Patena è antichissimo. Chiamata anche patena ministeriale, quando serve per la Comunione dei fedeli. Simbolizza il Piatto usato dal Cristo nel Fractio Panis. E simbolizza anche la Pietra sovrapposta all’Avello: la lapide che chiudeva il Sepolcro.

CORPORALE: prende il nome dal Corpo di Gesù, appunto perché vi si depone, dopo la Consacrazione, il Corpo e Sangue di Cristo (Calice e Ostia). È il lino più antico e più puro usato nel Rito. Quando il Corporale viene piegato non ne appare né l’inizio né la fine, perché la Divinità di Cristo manca di principio e non ha fine. Dev’essere senza Croci e senza ricami nel centro, stirato con amido. È il simbolo della Sacra Sindone in cui nostro Signore, deposto dalla Croce, fu avvolto. Nel Rito Ambrosiano v’è una speciale preghiera da pronunciare su questa: Oratio super Sindonem.

 

VELO DEL CALICE: anticamente si usava portare all’Altare il Calice e la Patena, avvolti da un Velo. Oggi, il sopra Calice, è fatto della medesima stoffa e colore della Pianeta. Calice e Patena, restano coperti dal Velo sino all’Offertorio, all’apertura del Mistero si toglie il Velo e inizia il Sacrificio; poi, dopo la Comunione, svelato il Mistero, compiuto il Sacrificio e consumato, si ricopre il Calice e la Patena con il Velo. Calice e Patena coperti dal Velo, è simbolo di celato, del nascosto Mistero che si toglie (il Velo) per manifestare il Divino e si rimette dopo che il Mistero del Sacrificio Divino è reso manifesto.

LA PALLA: anticamente il Corporale era molto esteso e con una parte di esso, durante la celebrazione si copriva il Calice. In seguito, rimpicciolito il Corporale, si usò un quadretto di lino finissimo, chiamato Palla, per coprire il Calice.

LA BORSA: custodia, tasca, per il Corporale. Il Corporale piegato è custodito nella Borsa. È del colore e della stessa stoffa della Pianeta. L’uso risale al medioevo.

IL PURIFICATORIO: è un panno di lino che serve al Sacerdote per astergere il Calice, le dita e le labbra. Deve avere la Croce. Simbolo: ricorda la spugna usata nella Crocifissione di Gesù. Mentre, il Manutergio: lino che usa il Sacerdote per asciugarsi dopo il Lavabo, non porta il segno della Croce.

LE AMPOLLINE: ampulla, sono due piccole ampolle di vetro o cristallo, nelle quali è contenuta l’Acqua e il Vino, per la celebrazione del Rito.

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