L’invasione USA della Siria: il respiro profondo prima del tuffo

BANDIERA AMERICANA

Segnalazione di Federico Prati

di Tony Cartalucci

Quando la rivista Foreign Policy ha recentemente affermato, nell’articolo  dallo stesso titolo: “La Turchia entra in guerra”, in realtà intendeva dire: “Gli USA entrano in guerra”. Questo perché il lungo piano descritto nell’articolo non è creazione turca, ma un vecchio progetto USA contenuto nei  documenti programmatici almeno dal 2012.

L’articolo afferma: “Stati Uniti e Turchia concordano sul fatto che bisognerebbe espellere l’ISIS  dal suo territorio lungo il confine turco, sebbene gli ufficiali statunitensi
parlino solo di una ‘zona sgombra dall’ISIS’ mentre quelli turchi di una ‘zona  sicura di fatto’ dove i ribelli siriani potrebbero trovare rifugio sia dal  regime che dagli attacchi degli jihadisti.”  Tuttavia queste “zone sicure” sono esattamente ciò che il pensatoio Istituto  Brookings ha suggerito di creare durante l’intero conflitto siriano, con vari  pretesti: prima per finte preoccupazioni “umanitarie” simili a quelle usate nel  2011 per giustificare l’intervento NATO in Libia, e adesso usando il pretesto  del cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS).

Il “Memorandum num. 21 per il Medio Oriente” dell’Istituto Brookings  affermava: “Un’alternativa è che gli sforzi diplomatici si concentrino prima su come  mettere fine alla violenza e guadagnare un accesso umanitario, come sta  avvenendo sotto la guida di Annan. Questo potrebbe portare alla creazione di ‘santuari’ e corridoi umanitari che dovrebbero essere protetti da forze  militari limitate. Il che ovviamente non porterebbe a raggiungere gli obiettivi  statunitensi in Siria e potrebbe lasciare Assad al potere. Partendo da tale  situazione, tuttavia, un’ampia coalizione con appropriato mandato  internazionale potrebbe aumentare la capacità coercitiva degli sforzi.”

E’ chiaro che, mentre la giustificazione per le intromissioni occidentali  cambia continuamente a seconda del vento politico, permane il piano sottostante  di dividere, distruggere, invadere gradualmente, occupare e infine annientare  la Siria.  In realtà l’ultimo pretesto, cioè l’ISIS, è stato creato e viene perpetuato  dal supporto di USA, Arabia Saudita, Israele, Giordania e Turchia. L’ISIS non  può procurarsi armi, denaro e combattenti solo all’interno della Siria e dell’Iraq, e non fa segreto di ricevere la gran parte di tutte queste cose dall’estero. Solo in Turchia, centinaia di camion attraversano ogni giorno i posti  di controllo al confine per entrare in territorio siriano e iracheno. Questi  convogli di rifornimenti sono così alla luce del sole che un gruppo di  cameramen del Deutsche Welle ha trascorso un’intera giornata filmandoli e
intervistando i locali, che descrivevano il torrente quotidiano che rifornisce  il terrorismo sponsorizzato dallo stato appena oltre il confine, in Siria  settentrionale (Vedi: dw.de/is-supply-channels ).

Anche i resoconti dello stesso giornale israeliano Haaretz ammettono che la  Forza di Difesa israeliana prestava aiuto ad al-Qaeda e al-Nusra, sebbene  fossero da tempo elencate dal Dipartimento di Stato USA come organizzazioni  terroristiche straniere e avessero in passato collaborato apertamente con l’ISIS. L’articolo, dal titolo “Israele non fornisce più cure mediche ai membri  del siriano Fronte di al-Nusra”, ammette che: “Un alto ufficiale delle Forze di Difesa israeliane ha rivelato lunedì che Israele ha smesso di fornire cure mediche ai membri di un gruppo di ribelli  siriani estremisti, rimasti feriti nella guerra civile in corso nel paese. La  decisione, riguardante il Fronte di al-Nusra, collegato con al-Qaeda, è stata  presa circa 6 settimane fa. Secondo l’ufficiale, numerosi combattenti feriti di  al-Nusra avevano ricevuto cure mediche in Israele.” Sono state le crescenti lagnanze della comunità israeliana drusa a spingere  alla dichiarazione pubblica, la quale dimostra che Israele, come la Turchia,  sta fornendo supporto materiale ai terroristi di al-Qaeda: gli stessi  terroristi che l’Occidente e i suoi alleati regionali stanno cercando di usare  come pretesto per intensificare ulteriormente il conflitto siriano.

Se la Turchia volesse veramente fermare l’ISIS…

Se la Turchia intendesse sul serio mettere fine alla minaccia dell’ISIS, prima  di tutto smetterebbe di ospitarne i combattenti nel suo territorio.  Implementerebbe misure più severe lungo i confini per impedire l’afflusso di  nuovi combattenti in Siria, e interdirebbe completamente anche il torrente  infinito di rifornimenti diretti all’ISIS in Siria ed Iraq.  Si potrebbe notare come la Turchia sia il luogo di raduno virtuale di tutti i  combattenti che dalle varie parti del mondo cercano di unirsi all’ISIS: che siano terroristi uiguri fatti arrivare dalla Cina da USA e Turchia, o gonzi  reclutati dai servizi d’intelligence occidentali in Nord America ed Europa e  spediti in Turchia prima di eseguire spettacolari attacchi terroristici una  volta tornati a casa. In effetti è proprio in Turchia che uno dei vari  sospettati di Charlie Hebdo aveva cercato di scappare, nel tentativo di tornare  tra i combattenti dell’ISIS in Siria.  Queste opzioni sono state disponibili alla Turchia ormai da anni, e avrebbe  potuto metterle in pratica in qualsiasi momento. Ma non l’ha fatto. Questo  perché eliminare l’ISIS non è l’obiettivo di quest’ultimo tentativo di  intervenire militarmente in Siria; l’obiettivo è piuttosto di ricavare delle “zone sicure” come descritto dagli esperti statunitensi nel 2012, da cui poi  rovesciare il governo siriano.

La Turchia non ha alcuna intenzione di “fermare l’ISIS”. Non ci sono  combattenti “moderati” che essa debba supportare con la sua presunta prossima  operazione militare. La Turchia ricaverà porzioni di territorio siriano con un’invasione di fatto, e sposterà il fronte più vicino a Damasco nel disperato  ennesimo tentativo di far crollare la determinazione del popolo siriano e dell’Esercito Arabo Siriano, così come quella degli alleati che finora hanno  combattuto con Damasco. Minacciando di ricavare porzioni di territorio con un’invasione di fatto e con il pretesto di “combattere l’ISIS”, mentre in realtà  all’ISIS verrà fornita la copertura aerea della NATO per aumentare le sue  capacità di combattimento, la NATO spera di costringere gli alleati della Siria  a fare delle concessioni, per salvare ciò che resterebbe una volta conclusa l’operazione.

Il piano di USA e Turchia per l’invasione della Siria settentrionale è la  mossa nata da una cospirazione frustrata e arenata che prevedeva di rovesciare  il governo siriano subito dopo la caduta della Libia nel 2011. Per contrastarla  occorre una contromossa ben calcolata da parte degli alleati della Siria.

Fonte: Journal-neo.org
Traduzione: Anacronista

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