Quando nasce la teologia della liberazione?

Consiglio Episcopale Latinoamericano

Segnalazione di Federico Prati

Ufficialmente nasce nel CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano) di  Medellin nel 1968 in cui i vescovi latinoamericani si riunirono per discutere  le conseguenze per la Chiesa del Concilio Vaticano II…

Dom Helder Câmara (1909-1999), Arcivescovo Emerito di Recife (Brasile), ha  firmato il Patto delle Catacombe ed è stato uno dei maggiori precursori della  eresia della liberazione latinoamericana, e uno degli esponenti che ha  maggiormente integrato “dimensione politica e dimensione spirituale della fede  cristiana”… (In Brasile è consueto dire che Dom Helder ha creduto più in Marx che in  Dio…)

Il “Patto delle catacombe”, per una Chiesa serva e povera

(14-04-09) – Redazione

In ricordo di dom Helder Câmara Il “Patto delle catacombe” per una Chiesa  serva e povera Il 16 novembre del 1965, pochi  giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri  conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle  catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo  questa celebrazione, hanno firmato il “Patto  delle Catacombe”. Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a  portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva  suggerito il papa Giovanni XXIII. I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e  latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a  vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a  mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una  forte influenza sulla Teologia della  Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti. Uno dei firmatari e  propositori del Patto fu dom Helder Câmara, il cui  centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio. Ecco il testo:  Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della  nostra vita di povertà secondo il Vangelo;  sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi  vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in  unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla
grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo,  sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi;  ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla
Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre  diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra  debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio  vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto  segue:

1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per  quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione,  i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33   s; 8,20.Rinunciamo per sempre all’apparenza  e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori  sgargianti), nelle insegne di materia preziosa  (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s;  At 3,6. Né oro né argento.  Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca,  ecc.; e, se fosse necessario averne il  possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o  caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.  Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e  materiale nella nostra diocesi ad una commissione di  laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere,  noi, meno amministratori e più pastori e  apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.  Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che  significano grandezza e potere (Eminenza,  Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di  Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo  13,12-15.  Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che  può sembrare un conferimento di privilegi,  priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es.  banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf.  Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.  Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per  qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni  come una partecipazione normale al culto,  all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.  Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi,  ecc., al servizio apostolico e pastorale  delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco  sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre
persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i  sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare  i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s;  Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1Cor 4,12  e 9,1-27.  Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue  relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che  tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un  umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12- 14 e 33s.  Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi  pubblici decidano e attuino leggi, strutture e  istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo  armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli  uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei  figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16. Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione  nel farsi carico comune delle moltitudini umane  in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci  impegniamo:
-a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di  episcopati di nazioni povere;
-a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il  Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione  di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie  in un mondo sempre più ricco che però non  permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.2. Ci impegniamo a  condividere, nella carità pastorale, la nostra  vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il  nostro ministero costituisca un vero servizio; così:
-ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
-formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi  secondo il mondo;
-cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;
-saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.3. Tornati alle nostre rispettive  diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra  risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro  comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere. Aiutaci Dio ad essere  fedeli.

Sembra il programma di Bergoglio, o no?

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