«Un movimento non di massa, ma di élite»: il Cammino Neocatecumenale

Kiko-Ratzinger

Esposizione e giudizio di mons. G. C. Landucci

Soltanto a metà ottobre ’95 ho potuto leggere il magistrale articolo del  compianto monsignore, notissimo come scrittore, professore, padre spirituale,  canonico dell’arcibasilica di S. Giovanni in Laterano, mio venerato amico e  collega come “esaminatore apostolico del Clero Romano”.

L’articolo, vero saggio di livello scientifico, apparve nel numero del 31  gennaio 1983 di “Sì, sì, no, no”; ossia sette anni prima che io mi dedicassi a  studiare il C.N.; e con viva soddisfazione ho osservato che il mio giudizio è  stato anticipato con perfetta padronanza dell’argomento e con esemplare  oggettività critica dall’illustre scomparso.

Ritengo che lo scritto sia la più autorevole e inconfutabile testimonianza del  Clero romano in difesa dell’ortodossia: esso non poteva mancare in una raccolta  possibilmente completa di quanto “una Chiesa sommersa” – ma ancora reale e viva  – ha osato dire protestando contro i nemici della fede.

* * *

L’opinione approssimata che, per sentito dire, avevo di questo movimento era  parzialmente favorevole, ritenendo che si trattasse di gruppi beneficamente  attivi e volenterosi, anche se un po’ troppo autonomi e un po’ fissati su  alcune loro originalità liturgiche.

Ma l’accurata analisi che ho potuto ora compiere mi ha purtroppo svelato un  quadro ben diverso e gravissimo. Ho potuto studiare attentamente il volume di  quasi 400 pagine che contiene gli “orientamenti” per i catechisti del  movimento, tratti “dai nastri degli incontri avuti da Kiko e Carmen per  orientare i catechisti di Madrid nel febbraio 1972”. Storia, finalità, dottrina  e prassi sono qui condensati nel modo più autentico. Tutte le citazioni tra  virgolette le ho riportate accuratamente da qui, pur non indicando il numero di  pagina, trattandosi di affermazioni spesso ripetute e non essendo il libro  (dattiloscritto e ciclostilato) normalmente reperibile.

Si tratta infatti di un testo riservato ai catechisti, i quali non lo cedono a
nessun altro. Io ho potuto averlo e fotocopiarlo solo con uno stratagemma. Va
quindi subito notata questa qualità negativa del movimento: il segreto, l’
esoterismo. Ripetutamente è scritto: “Non dite nulla di tutte queste cose”.
“Ciò che dirò non è perché lo diciate alla gente, ma perché voi l’abbiate come
fondo, come base”.

Ma sono proprio questo “fondo”, questa “base” che risultano inammissibili.
Quindi e i neo-catechizzandi e i superiori ecclesiastici (verso i quali i
catecumenali ostentano tanto ossequio) non essendo illuminati su tale “fondo”
sono ingannati. E si tratta, come mostrerò, di gravi deviazioni dottrinali e
pratiche.

Nel quadro dolorosamente statico di certe parrocchie i gruppi catecumenali,
con le loro attività settimanali (riunioni bibliche, preparate da alcuni
membri, a turno, e lunga riunione eucaristica), con gli scambi di esperienze e
l’accentuazione comunitaria delle riunioni di “convivenza” mensili, con il
programmatico allenamento alla sopportazione del prossimo e al distacco dai
beni, con la confessata prospettiva di essere solo in “cammino” di
“conversione” da proseguire nel “pre-Catecumenato” e nel “Catecumenato”
(cammino di sette anni), tali gruppi, dico, danno la buona impressione di
impegno e fervore.

Ma, in realtà, è fervore o fanatismo? È frutto di grazia o di plagio? Kiko
mette le mani avanti: “Non si tratta – dice – di plagiare nessuno”, in quanto
non viene compiuto alcun “lavaggio del cervello attraverso ragionamenti”. Ma
tale “lavaggio” e il “plagio” derivano invece proprio dalla mancanza di chiari
ragionamenti e dal fuoco di fila di affermazioni drastiche, suggestionanti, di
tono carismatico.

A parte le ovvie differenze di contenuto, è con tali analoghi mezzi suggestivi
e con la radicale imposizione di una forte autorità di guida che si è avuto in
America il plagio di masse, aggiogate ad avveniristici movimenti
pseudoreligiosi e sociali, fino all’ultimo di Jim Jones (il “Tempio del
popolo”), finito con il tragico eccidio della Guyana del 18 novembre 1978.
Sono, senza dubbio, situazioni disparatissime. Ma il metodo suggestivo è
quello.

Ecco Kiko: “Il cristianesimo tradizionale, come battezzati… prima
Comunione… Messa domenicale… non ammazzare, non rubare… non aveva niente
di cristianesimo, era uno schifo… eravamo precristiani… senza aver ricevuto
uno Spirito nuovo avuto dal cielo… Ora Dio ci ha convocati per iniziare un
Catecumenato, verso la rinascita”; “anche se pochi stiamo segnando una pietra
miliare… facendo presente che il regno di Dio è arrivato sulla terra”; per il
“rinnovamento del Concilio” ci voleva la “scoperta” del “Catecumenato”; “Abramo
è la figura del Catecumenato”; “vi parlo in nome della Chiesa, in nome dei
Vescovi… i catechisti catecumenali hanno un carisma confermato dai Vescovi”;
“sono Giovanni Battista in mezzo a voi: “Convertitevi, perché il regno di Dio è
molto vicino a voi”; “io sto dando la vita a voi, attraverso la parola di Dio
depositata in me… la spiegazione della parola la dò io”; “come Mosè nel
deserto siamo il vostro aiuto”;
“che Gesù è risuscitato è testimoniato dagli Apostoli: ed io pure lo
testimonio… garantendolo con la mia vita”; “come Abramo camminò… voi dovete
camminare, secondo la parola che vi abbiamo promesso”; “noi vi consegneremo lo
Spirito Santo”; “sarete convocati in assemblea dallo Spirito Santo…, vi
parlerà Dio”; “tutti voi siete stati segnalati a dito da Dio”; “nessuna
comunità fondata da noi è fallita …: vi assicuro che qui c’è Dio” .

La carica suggestiva e fanatica è continuamente rafforzata dalla radicalità ed
esagerazione delle affermazioni e dai richiami integralisti ed acritici alla
Bibbia.

Per esempio, la “partecipazione” (soprannaturale) della natura divina è
affermata come un divenire “Dio stesso”, un “avere la natura divina”; il
“risorgere con Cristo” vien fatto corrispondere ad avere “lo stesso sangue
redentore di Gesù Cristo”, divenire anche noi “Spirito vivificante”, con il
compito di ripetere e “manifestare ad ogni generazione ciò che è avvenuto una
volta sul Calvario, lasciandoci uccidere”; l’influsso deleterio del peccato
personale nella comunità è affermato come un “distruggere la comunità, la
chiesa”; quando nel pre-Catecumenato “si dirà di vendere i beni, si dovranno
vendere tutti… non potendo altrimenti entrare nel Regno e neanche nel
Catecumenato”; il nostro cristianesimo, prima della nostra conversione
catecumenale, fa “schifo”, ecc. Tutto ciò, anziché allontanare, accentua il
plagio e il fanatismo di chi si è lasciato prendere, tanto più nella
prospettiva del promesso lungo (sette anni) cammino formativo.

Ma ben più gravi appaiono le deficienze e la dannosità di questo movimento se
da queste modalità si passa ai contenuti. Non c’è alcuna posizione dottrinale o
pratica cattolica che non sia gravemente deformata. Il tutto presentato con
impressionante grossolanità e confusione teologica e biblica, congiunte
all’ostentato atteggiamento di acuta riscoperta e di suggestionanti prospettive
di personale, elitario impegno e sacrificio.

La “riscoperta” dei primitivi e autentici valori cristiani viene presentata su
un piano fideistico, carismatico, di fede “esistenzialmente” vissuta. Cordiale
disprezzo delle assunzioni “filosofiche” della Chiesa e di quello che viene
chiamato il “giuridicismo” della speculazione “teologica”, organizzata nei vari
trattati: “Avevano messo in scatola lo Spirito Santo, lo avevano imbottigliato
e messo in trattati che potevamo dominare, in cui avevamo tutti i più puri
gioielli della conoscenza di Dio: de Deo uno et trino, de Deo creante, ecc. e
senza rendercene conto avevamo impoverito la visione di Dio”. Particolarmente
deprecabile “l’immobilismo quasi totale determinato dal Concilio di Trento”,
che sarebbe stato finalmente superato dal “Vaticano II”.

Similmente tutta la struttura, prassi, liturgia ecclesiastica sarebbero
caduti, dopo la pace di Costantino e l’irruzione nella Chiesa delle grandi
masse, in un “giuridicismo”, di puri riti e impetrazioni di favori celesti,
comuni ad ogni povera “religiosità naturale” perdendo la autentica vitalità di
fede della “Chiesa primitiva”, che finalmente, dopo il Vaticano II, viene ora
“riscoperta” e ricuperata, proprio mediante il movimento catecumenale.

Il fatto che oggi “le nazioni escono dalla Chiesa” costituirebbe, a tale
riguardo, un vantaggio, neutralizzando l’effetto di quella irruzione delle
masse e riportandoci all’epoca precostantiniana. “Così il cristianesimo potrà
brillare con tutta la sua purezza e freschezza. Così potremo riaccostarci alla
Chiesa primitiva”.

Un crocione su secoli e secoli di vita della Chiesa, con presuntuosa
noncuranza, se non altro, di tanti santi che li hanno costellati.

Si tratta dunque di un movimento non di massa, ma di élite. Esso però intende
tutt’altro che restare chiuso in se stesso. Dicono bensì: “Noi non conquistiamo
nessuno, non predichiamo un cristianesimo proselitista”. Ma, di fatto, premono
per moltiplicare nelle parrocchie i loro gruppi (che non devono superare alcune
decine di membri). Intendono anche costituire l’unico vero modo per la
“salvezza del mondo”.

Qui tocchiamo una prospettiva fondamentale del movimento, strettamente
collegata a una nebulosa e inammissibile nozione di “salvezza”, continuamente e
confusamente ripetuta.

La salvezza consisterebbe nell’annuncio e nella accettazione, per fede, della
“buona notizia”, cioè dell’”evento” salvifico che è la risurrezione di Gesù,
quale definitiva “vittoria sulla morte” e segno quindi dell’avvenuto, amoroso,
“perdono” di Dio. I catecumenali comunicano tale “buona notizia” e manifestano
tale “segno” con l’accettazione dell’”evento” e il suo rinnovamento personale
della “vittoria sulla morte”. Questa avverrà, come fu per Gesù, “passando
attraverso la morte”, cioè “facendoci uccidere” per “amore” paziente degli
altri, rispondendo con la “non violenza” alla loro opposizione, “finendo sulla
croce dei difetti altrui che ci distruggono”.

Con tale testimonianza salvano il mondo: “I Catecumeni sono custodi della
Parola che è lo sperma dello Spirito, sono la presenza di Dio nel mondo, sono
la Chiesa: una comunità di fratelli. Questo è un mistero impressionante: un
gruppo di uomini sono deificati e formano il Corpo di Gesù Cristo risorto, il
Figlio di Dio. Se questo si dà in un luogo, lì si dà la vittoria sulla morte.
Questo è un annuncio costante della Buona Notizia che ormai la Vita Eterna è
arrivata, che il Regno di Dio è vicino. E questo salva il mondo”.

Siamo davanti ad affermazioni roboanti che, pur con qualche addentellato di
verità, sono solo atte a suggestionare e plagiare, oltre che a nascondere la
reale loro gratuità e incoerenza. Appare subito evidente che tra il Calvario di
Gesù e quello che a noi può procurare il prossimo c’è una bella differenza; che
Gesù non ha vinto la morte solo col sopportarla, ma fisicamente risorgendo; e
che l’edificante solidarietà e altruismo di un gruppo, oltre che potere
influire solo su una ristretta cerchia, non sono certo sufficienti per la
universale diffusione della fede e della salvezza.

Ma, a parte ciò, il gravissimo equivoco riguarda la nozione fondamentale di
salvezza. È vero che, nel quadro di tanta confusione teologica, si registrano
anche, al riguardo, alcune affermazioni corrette. Ma esse sono contraddette da
altre innumerevoli, che riducono quelle pochissime esatte a vani rattoppi e
artificiosi alibi, difensivi contro il timore di condannare. Inutilmente, per
esempio, si afferma, incidentalmente, che bisogna anche “dare i segni della
fede. Noi non siamo protestanti. La fede senza le opere è morta”.

Prima di tutto le opere non sono richieste solo come segno, ma come doverosa
conformità alla legge morale, secondo il divino volere. Poi e soprattutto tale
affermazione è dissolta dalle innumerevoli ripetizioni della concezione
nettamente luterana al riguardo. Nessuno sforzo ascetico, con il sostegno della
grazia; la salvezza solo mediante la fede: “L’uomo, separatosi da Dio, è
rimasto radicalmente impotente a fare il bene, schiavo del maligno”; “L’uomo
non si salva per mezzo di pratiche”; “per un cristiano alla S. Luigi – col suo:
prima morire che peccare – è fondamentale essere in grazia di Dio, non perdere
questa grazia, perseverare.

La grazia è un qualcosa che non si sa bene cosa sia, che si ha dentro, con cui
bisogna morire… Ma poi ho capito che vivere in grazia è vivere nella gratuità
di Dio che ti sta perdonando con il suo amore”; “Dio perdona i nostri peccati e
il suo Spirito Santo ci fa santi figli di Dio. E questo gratuitamente a
chiunque crede che Gesù è l’inviato del Padre come suo Salvatore”; “il
cristianesimo non è un appello alla coscienza e all’onestà… ma l’invito ad
accogliere l’annuncio del perdono gratuito di tutti i nostri peccati”; “il
cristianesimo non è un moralismo.

“Gesù Cristo non è affatto un ideale, un modello di vita, non è venuto a darci
l’esempio”; “i sacramenti non costituiscono un aiuto a tal fine”; “lo Spirito
vivificante è ben lontano dallo spingere al perfezionismo, alle buone opere,
alla fedeltà al Cristo morto”; “il cristianesimo non esige nulla da nessuno,
regala tutto”; “al più peccatore, al più vizioso si regala una vita eterna”.
“Dio è amore al nemico … ; se abbiamo fatto cose orribili, Dio ci ama, ci
perdona… non si esige da te nulla”; la Parola di salvezza non chiede come la
legge “uno sforzo in più, uno sforzo intimo, che ce la si metta tutta”.

Ancor più grave e al di là della stessa concezione luterana è la negazione di
ogni colleganza ontologica, soprannaturale, meritoria tra la salvezza e la
immolazione di Gesù. Crolla la nozione fondamentale di redenzione, di riscatto:
un cardine della fede. Con la risurrezione, dopo la morte, Gesù avrebbe solo
notificato agli uomini che l’hanno ucciso la sua volontà di perdono. Con crassa
ignoranza si osa affermare che “con il rinnovamento teologico del Concilio non
si è parlato più di dogma della Redenzione, ma di mistero di Pasqua di Gesù”,
come se questa contraddicesse a quella. E con insistenza, sottolineata perfino
da grossolana ironia: “Le idee sacrificali sono entrato nell’Eucaristia per
condiscendenza suggerita dal momento storico alla mentalità pagana”; “al posto
del Dio giustiziere delle religioni che appena ti muovi ti dà una bastonata in
testa, scopriamo il Dio di Gesù Cristo”; “forse che Dio ha bisogno del sangue
del suo Figlio per
placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati a pensare che Dio
placava la sua ira nel sacrificio di suo Figlio alla maniera degli dei pagani”.

Come ho detto, tutte le verità teologiche fondamentali sono deformate
gravemente; e naturalmente anche i sacramenti. Mi limiterò a qualche rilievo su
questi, in particolare sulla Confessione e l’Eucaristia.

L’atteggiamento di fondo, in sé lodevolissimo, di voler fare sul serio è
continuamente avvelenato dall’incomprensione e dal superficiale e presuntuoso
disprezzo per tutto ciò che si è insegnato e fatto finora. Ecco come è
trattata, per esempio, dalla Carmen, la classica e profonda distinzione tra
attrizione e contrizione: “Si cominciò a dar valore alla contrizione. Fa quasi
ridere pensare che è necessaria la sola attrizione se ti vai a confessare e la
contrizione se non ti confessi”. Ignoranza che irride!

Per la confessione non manca l’affermazione, di facciata, di obbedienza
ecclesiale: “Manteniamo la confessione individuale perché si deve conservare e
inoltre perché ha il suo valore”. Probabilmente ci sarà stato anche al riguardo
qualche esplicito richiamo della autorità. Ma è una prassi evidentemente
sopportata. Ed è in antitesi comunque a tutto il contestuale insegnamento. La
nozione di peccato come violazione della legge morale e ribellione alla volontà
divina è rifiutata, essendo “concezione legalistica del peccato, come mancanza
a una serie di precetti”.

Si irride al presunto automatismo delle assegnate “espiazioni” (penitenze) per
il “perdono”, dimenticando il loro giusto aspetto di riparazione (che esige,
certo, l’antecedente pentimento, assolutamente essenziale). Svalutato il
pentimento: “La conversione non è pentirsi del passato, ma mettersi in cammino
verso il futuro”: come se la conversione possa guardare al nuovo futuro senza
riprovare il passato (e avere dolore per l’offesa di Dio, mai nominata in
questa catechesi). La conversione senza pentimento del passato si ricollega
alla già vista affermazione del “gratuito” perdono di Dio, senza “sforzo”
personale, col solo obbligo di riconoscersi peccatori e accettare tale perdono.
Anche se nelle riunioni penitenziali sono ammesse le confessioni particolari
con il rapido ascolto e le assoluzioni dei presbiteri, tali assoluzioni sono,
in sé, ripetutamente svalutate e anzi criticate, unitamente al Tridentino che
le ha prescritte, perché darebbero alla
confessione un carattere “magico” (completa incomprensione dell’ex opere
operato dei sacramenti). In base a pochi, unilaterali autori, pedissequamente
seguiti, si espone una specie di storia della confessione, senza alcun
riferimento alla precisa narrazione evangelica della sua istituzione.

Scartata la maturazione teologica sancita dal Tridentino, la norma sarebbe
data dalla confusamente supposta prassi della Chiesa primitiva. Eccoci a una
riunione penitenziale: “Quanto vi abbiamo annunciato dell’amore di Dio e del
perdono dei peccati, ora si realizzerà, perché Dio ci dà il potere non solo di
annunciare il perdono, ma di comunicarlo attraverso un segno”, “nella Chiesa
primitiva il perdono non era dato con l’assoluzione, ma con la riconciliazione
con tutta la comunità, mediante il segno della riammissione all’assemblea, in
un atto liturgico”, “il valore del rito non sta nella assoluzione, visto che in
Gesù Cristo siamo già perdonati”. “è la comunità ecclesiale, lì presente, segno
di Gesù Cristo per gli uomini, che perdona concretamente”. Siamo in linea con
la negazione protestante del vero sacramento.

Tutto ciò senza che sia stata compresa minimamente la vera natura de
sacramento cattolico, come risulta da questa grottesca esposizione che ne viene
fatta: “Così abbiamo vissuto noi la confessione, ed ecco perché questa pratica
oggi è in crisi. Il perdono passa in secondo piano, rimanendo essenziale il
semplice confessare i peccati e ricevere l’assoluzione. La confessione si
trasforma in qualcosa di magico. Si ha una visione leglista del peccato, per la
quale non importa tanto l’atteggiamento interiore quanto il confessare
esternamente e dettagliatamente tutti i peccati di ogni tipo. Visione
individualista, completamente privata, in cui la Chiesa non compare da nessuna
parte ed è un uomo che ti perdona i peccati”. Incomprensione completa della
confessione tridentina.

Impressionante saggio della grossolanità teologica del movimento. In questo
sacramento, tanto è primario il perdono che se ne cerca la sicurezza
nell’assoluzione; è tanto poco magica (ricorso a falsi poteri) che dipende dal
divino potere di Gesù; tanto poco incurante dei valori interiori che il
pentimento interno ne condiziona la validità; tanto poco dipendente da un
semplice uomo che questi opera in persona Christi e per mandato della Chiesa.
Anche Lutero fece lo stesso per attaccare le verità cattoliche: deformandole.

Quando ebbi le prime notizie sulle riunioni eucaristiche catecumenali pensai
che quelle originalità rituali costituissero soltanto delle libertà liturgiche,
in parte tollerabili e in parte correggibili. Non avrei mai immaginato che esse
avessero invece un retroterra così gravemente eterodosso. Ora capisco anche
perché tanta resistenza a richiami autorevoli per conformare i riti alle
prescritte norme liturgiche. Tali atteggiamenti di autonomia e difformità,
rispetto alle comuni norme e prassi, sono connessi, dottrinalmente e
psicologicamente a opposizioni di fondo.

Si pretende addirittura di “scoprire” la vera Eucaristia, giacché avevamo
“frainteso e impoverito tutto”.

L’Eucaristia non sarebbe che “il memoriale della Pasqua di Gesù, cioè del suo
passaggio dalla morte alla vita, dal mondo al Padre, nel quale esultante evento
noi esperimentiamo la risurrezione dalla morte”, cioè il “nostro proclamato
perdono e la nostra salvezza”, essendo “il carro di fuoco che viene a
trasportarci verso la gloria”.

L’essenza della Messa, come sacrificio, è nettamente negata, a modo luterano:
“Le idee sacrificali sono entrate nell’Eucaristia per condiscendenza alla
mentalità pagana”; “la massa di gente pagana (che irruppe dopo Costantino) vide
la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi, volti all’idea del
sacrificio”; “nell’edificio che Dio costruisce, le idee sacrificali che aveva
avuto Israele, e che erano state superate dallo stesso Israele nella liturgia
pasquale, erano le impalcature: adesso che l’edificio è stato costruito si è
tornati a tali impalcature, cioè alle idee sacrificali e sacerdotali del
paganesimo”; “le discussioni medievali sul sacrificio riguardavano cose non
esistenti nell’Eucaristia primitiva, non essendovi in essa alcun sacrificio
cruento, ossia qualcuno che si sacrifica, Cristo, il sacrificio della croce, il
Calvario, ma solo un sacrificio di lode, per comunicazione alla Pasqua del
Signore, ossia al suo passaggio dalla morte
(spezzamento del pane) alla risurrezione (calice)”. Con queste ultime
affermazioni, mentre giustamente è escluso dall’altare il sacrificio cruento, è
escluso anche il sacrificio incruento, di Gesù sacramentalmente presente, e
quindi è esclusa l’attualità sacrificale della Messa.

Questa esclusione, d’altra parte, è pienamente coerente con la esclusione già
vista della immolazione cruenta e salvifica di Gesù per la nostra proclamata
salvezza. Esclusi i redentivi meriti del Calvario non avrebbe senso per i
catecumenali la loro applicazione mediante il mistico Calvario dell’altare. Ed
è anche penosamente coerente la loro ostilità alle molte ripetizioni delle
Messe, essendo ignorato (Lutero) il frutto impetratorio.

Netta opposizione pure a tutta la parte offertoriale. Se è Dio che fa tutto,
che dà il grande annuncio di salvezza, che “passa come carro di fuoco e
trascina tutta la umanità”, a che pro le offerte? “Offrire le cose a Dio per
renderlo propizio: come siamo lontani dalla Pasqua!”; “è l’idea pagana di
portare offerte per placare Dio”; “si è giunti fino alla enormità di dire: con
l’ostia pura, santa e immacolata ti offri tu, il tuo lavoro e il giorno che
comincia!”; “nell’Eucaristia non offri nulla: è Dio assolutamente presente che
dà la cosa più grande, la vittoria di Gesù Cristo sulla morte”; “processioni,
basiliche grandiose… offertori… riempiono la liturgia di idee legate a una
mentalità pagana”. Sono affermazioni tutte penosamente coerenti alla negazione
che Gesù sacramentalmente si immoli e si offra: ogni altra offerta non è
concepibile che in unione alla sua.

Sono eliminati così ogni movimento ascensionale a Dio e ogni intimo colloquio
con Gesù sacramentato, come se questo non fosse che abbassamento “statico”
della Eucaristia, la quale non dovrebbe essere che “esultazione” per la
“discesa” del divino intervento e anzi la proclamazione della vittoria già
ottenuta: “Abbiamo trasformato l’Eucaristia che era un canto al Cristo risorto
nel divino prigioniero del Tabernacolo; abbiamo parlato, come nelle ‘prime
Comunioni’, di ‘un bambin Gesù’ che ci mettiamo nel petto quando vogliamo…
invece la Eucaristia è tutto il contrario… è Dio che passa e trascina
l’umanità”.

Qui già si delinea un oscuramento della fondamentale verità della presenza
reale, ammessa la quale dovrebbe apparire invece la preziosità e del
Tabernacolo e della presenza in chi si è comunicato e dell’intimo colloquio. Ma
ben più grave e diretto tale oscuramento apparisce da altre affermazioni;
oscuramento che si riflette ovviamente e sul fatto della consacrazione e sulla
natura e il valore dei poteri sacerdotali: “Il sacramento è il pane, il vino e
l’assemblea: è dall’assemblea che sgorga l’Eucaristia” (parole adeguate per un
rito puramente commemorativo, non certo per il sacramento eucaristico e
l’esercizio dei poteri sacerdotali). E, con presuntuosa ostentazione di
superiorità su tutta la teologia e la prassi cattolica, spinta fino all’ironia:
“La Chiesa Cattolica divenne ossessionata riguardo alla presenza reale, tanto
che, per essa, è tutto presenza reale” (falso: non la ritiene tutto, ma
fondamento di tutto); le “discussioni teologiche
sull’ossessivo fatto se Cristo è presente nel pane e nel vino, fanno ridere”;
“in un certo momento fu necessario insistere contro i protestanti sulla
presenza reale… ma ora non è più necessario e non bisogna insistervi più (con
l’attuale disordine teologico e liturgico è invece più necessario di prima)”;
“inutili tentativi filosofici di spiegare come è presente, con gli occhi o
senza, fisicamente, ecc. o con la transfinalizzazione olandese… si è preteso
con la transustanziazione di spiegare il mistero” (non “spiegarlo” ma
precisarlo essenzialmente, determinarlo, come hanno fatto, nel modo più
impegnativo, il tridentino e tutto il Magistero successivo, disprezzati dai
catecumenali: la noncuranza circa la presenza “fisica” a pari come per
l’antitetica transfinalizzazione olandese, svela, per lo meno, l’incomprensione
della vera presenza).

Escluso ogni aspetto di sacrificio e tutto ridotto a “banchetto” di esultanza
(concezione, questa sì ossessiva, dei catecumenali, spinta fino a ricevere la
Comunione a sedere e a considerare “inconcepibile il non comunicarsi di
qualcuno, perché alla cena pasquale si va proprio per mangiare”), “tutti i
valori di adorazione e contemplazione alieni dalla celebrazione del banchetto
vanno eliminati”; “il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché
vanno a male (!); la preoccupazione per i ‘frammenti’, caratteristica di chi
crede nella presenza reale, è ridicolizzata: ‘Non è questione di briciole, ma
di sacramento di assemblea’”; “Tabernacolo, Corpus Christi, esposizioni
solenni, processioni, adorazioni, genuflessioni, elevazione, visite al
santissimo, tutte le devozioni eucaristiche, andare a Messa per far la
Comunione e portare Gesù nel cuore, ringraziamento dopo la Comunione, Messe
private… minimizzano l’Eucaristia… sono molto
lontani dal senso della Pasqua”.

Altre continue affermazioni cercano di svalutare il problema della presenza,
che è invece il fondamento di tutto il resto: “La cosa importante non sta nella
presenza di Gesù Cristo nella Eucaristia… ma nel fine, nella Eucaristia qual
mistero di Pasqua”. E si moltiplicano affermazioni evanescenti: “Come Dio era
presente nella Pasqua, cioè nella liberazione dall’Egitto, così Gesù è presente
con il suo spirito, risuscitato da morte” (presenza di azione, non di
persona?); “invece di porre il problema della presenza di Cristo nella
Eucaristia, si pensi che Cristo è una realtà vivente che fa Pasqua e trascina
la Chiesa”; “la presenza di Cristo è un’altra cosa. È il carro di fuoco che
viene, a trasportarci verso la gloria, a farci passare dalla morte alla
risurrezione”.

Purtroppo questa stessa evanescenza, proprio su punti che esigerebbero la
massima determinazione, comparisce anche a riguardo della risurrezione di Gesù:
“Il memoriale che egli lascia è il suo spirito risuscitato da morte”; “come
hanno visto gli apostoli Cristo risorto. Come un fantasma? No, l’hanno visto in
loro stessi… costituito Spirito vivificante”. Questa ultima espressione è
spesso ripetuta. Certo Gesù ha mandato il suo Spirito. Ma la risurrezione
riguarda il corpo reale di Cristo.

È una evanescenza consona alla grande confusione teologica e scritturale e
alla superficialità, congiunte alla presunzione di acutezza e di
approfondimento critico, senza dire della presunzione carismatica. Come ho già
detto, non c’è verità teologica o biblica che non sia deformata, anche perché
questi catechizzatori laici, mancando di qualsiasi solida formazione teologica
e biblica di base, dipendono da pochi testi, scelti tra i meno sicuri e più
avventati (per esempio, la rivista Concilium). Questa evanescenza e confusione
si inquadrano poi nella fondamentale dottrina catecumenale, vista all’inizio,
dell’annuncio pasquale di salvezza, nebulosamente presentato, senza alcuna
precisazione, e inconsistente quanto al dogma della redenzione.

Il metodo semplicistico e astuto di questi impreparati e improvvisati maestri
per scavalcare ogni seria indagine e discussione teologica è di svalutarla in
partenza e sostituirla con categoriche affermazioni. E il metodo per evitare
condanne e fratture con i superiori sono la raccomandazione del segreto, la
nebulosità di certe espressioni (cortine fumogene) e le affermazioni di
ossequio al Magistero inserite qua e là, che hanno tutta l’aria di polvere
negli occhi, essendo continuamente contraddette dal contesto.

Ci troviamo, in conclusione, davanti a un penoso e dannosissimo lavaggio del
cervello, di tipo fanatizzante, sul piano dottrinale, pratico, liturgico, su
gruppi di fedeli, animati, in fondo, da ottime intenzioni, ma illusi e deviati
dalla giusta via della sicura ascetica, dell’esempio dei santi, e della
ortodossia. Questi gruppi suscitano ammirazione, nei confronti con certi
ambienti tanto grigi e apatici, perché si presentano volenterosi e impegnati.
Sono mossi effettivamente dalla brama dell’autentico, del diverso, del più,
rispetto a tanto grigiore. Ma questo “diverso” purtroppo è inteso come ripulsa
della maturazione dottrinale e pratica della Chiesa da Costantino in poi,
ritorno ossessivo alla Chiesa primitiva (inesattamente interpretata),
avversione alle “strutture” ecclesiali, autonomia laica rispetto al clero e
alla Gerarchia (nelle riunioni la presidenza data al parroco è fittizia: la
guida effettiva è dei catechisti, anche nelle riunioni
bibliche).

Le interpretazioni integriste e acritiche della Scrittura, come il vendere
tutto, l’assoluta passività non violenta, la prospettiva stessa di morire per
gli altri, danno l’impressione di grande e ammirevole fervore. Ma, se questo
può essere equilibrato e reale in alcuni soggetti, in complesso riflette un
falsificante processo di fanatizzazione e una ingannevole costruzione sulla
sabbia, con il grande danno complessivo dello sbandamento dottrinale e
disciplinare. Anche Valdo (salve le proporzioni) si lanciò e lanciò i suoi
laici catechisti, partendo dal totale “vendi ciò che hai”, suscitando fervorosi
seguaci e finendo nella ribellione ed eresia.

Sleale è il frequente appello che fanno al Vaticano II, come rotto con la
Tradizione e in particolare col Tridentino, il che è assolutamente falso. È la
falsità diffusa anche oggi da tutti i modernisti. I Catecumenali osano
addirittura affiancarsi al Vaticano II, come se la sua linea si identificasse
con quella catecumenale e soltanto con quella.

Ecco un saggio di questa sleale identificazione e delle clamorose prospettive
fanatizzanti: “Vi assicuro che il rinnovamento del Concilio Vaticano II secondo
l’itinerario catecumenale, porterà la Chiesa a una gloria indescrivibile e
riempirà di stupore e ammirazione gli orientali e i protestanti, essendo il
Concilio ecumenico”.

Può servire da sintesi conclusiva.

2 Risposte

  • Le analisi non bastano più…bastano solo le emozionalità moderniste che giustificano e preparano l’avvento dell’era della bestia e del suo precursore. E la setta neocat. fa parte di questi segni… Ottima la foto che indica due precursori d’apostasia insieme a dialogare bellamente !

  • Alla faccia di san Pietro che diffida di interpretare la Scrittura in nome proprio, fuori del Magistero Tradizionale! Il Concilio, Kikko, GP II, Ratzinger: ecco i responsabili del degrado neognostico che, come fetido vapore, sta soffocando la Vite. Ma non prevarranno. Parola di Dio

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