BergogliadeL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Tutto è iniziato con un giocondo invito a guardare la luna e la gente rimase emozionata di udire uno, vestito da papa, invitare dal suo Olimpo a carezzare i bimbi per lui; come è buono questo successore tanto umano dell’ieratico Pio XII!

Aveva così aperto i cuori a qualsiasi cambiamento e aggiornamento umanitaristico che volessi proporre, anche quello lasciato a successori indicati! Sì, perché indicò sempre Montini e ormai nel conclave era già montato lo schema di pressioni per eleggerlo, coi risultati che si sono visti nel tempo di Paolo 6º. Costui poteva andare oltre i provini di Roncalli, che al tempo dell’invito a guardare alla luna aveva il piano già ben preparato da altri in barba a quanti pensavano a un concilio da preparare sulla scia del Vaticano I.

D’allora furono aperti i giochi con l’entrata in campo di teologi come il conciliare Ratzinger, che dette lustro teologale alle ardite tesi del Vaticano 2, promosse dalle squadre del Reno, tutti ispirati dalla ventata riformista del regista Karl Rahner.

Ma in materia d’ispirazioni, niente sarebbe iniziato senza quelle – superne luci – di Roncalli, alias Giovanni 23.

L’illusione attuale per i cattolici sta nel vedere le bergogliade come novità, in contrasto con il predecessori (Vedi A. Socci: «CARO PAPA BERGOGLIO, MA PERCHE’ LEI OMAGGIA I TIRANNI E UMILIA I PERSEGUITATI ? – Lo Straniero). Ma come? I predecessori non erano già decisamente aperti a un «movimento d’animazione spirituale per la democrazia universale» (MASDU)? Certo che lo erano, e anche all’ONU, in America Latina e Cuba.

Quindi, le bergogliate non sono che la continuazione di una «praxis» progressista che porta all’inganno desolante  finale.

La menzogna del Concilio “ispirato”

Roncalli così si esprime nel suo Giornale dell’anima: “Riassunto di grandi grazie fatte a chi ha poca stima di sé stesso, ma riceve le buone ispirazioni e le applica in umiltà e fiducia (…). Seconda grazia. Farmi apparire come semplice e immediate di esecuzione alcune idee per nulla complesse, anzi semplicissime, ma di vasta portata e responsabilità in faccia all’avvenire, e con immediato successo. Che espressioni son queste: cogliere le buone ispirazioni del Signore, simpliciter et confidenter! Senza averci mai pensato prima, vennero fuori in un primo colloquio col mio Segretario di Stato, il 20 gennaio 1959, le parole di Concilio Ecumenico, di Sinodo diocesano e di ricomposizione del codice di Diritto Canonico, e contrariamente a ogni mia supposizione o immaginazione su questo punto. Il primo a essere sorpreso da questa mia proposta fui io stesso, senza che alcuno mai me ne desse indicazione. E dire che tutto mi parve così naturale nel suo immediato e continuato svolgimento”.

La decisione di indire un Concilio sarebbe stata una “celeste ispirazione” Don Ricossa di Sodalitium riassume così la storia dell’ispirazione fornita dal “papa buono”, che ebbe questa ispirazione solo cinque giorni prima di annunciare pubblicamente il Concilio, ovvero il 20 gennaio, parlando col cardinal Tardini. Mai aveva pensato prima di allora al Concilio, tanto che fu sorpreso da quello che egli stesso diceva. Mai nessuno gliene aveva parlato prima. Questa versione è quella da tutti conosciuta ed ufficialmente accreditata, al punto che Paolo 6º il 29 settembre 1963 dirà, in lode di Giovanni, che il Concilio ecumenico era stato indetto ed avviato “per divina disposizione”»,  e Giovanni Paolo 2º aggiungerà:… “egli ha legato il suo nome all’evento più grande e trasformatore del nostro secolo: l’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, da lui intuito, com’ebbe a confessare, come per una misteriosa e irresistibile ispirazione dello Spirito Santo…” [discorso del 26 novembre 1981 per il centenario della nascita di Roncalli].

“La versione del protagonista, Giovanni XXIII, è dunque chiara e concordante” e diventa la “Versione ufficiale, dunque, e accreditata. Con un solo difetto: di essere FALSA. E tale versione ufficiale, pretesa come vera dalla serie dei papi conciliari, è tanto smaccatamente fasulla da dover essere rifiutata persino dagli storici filoroncalliani come Hebblethwaite o di tendenza progressista, ma seri, come il Padre Martina SJ, non disposto ad avallare acriticamente la mitologia giovannea costruita da storiografi tipo Balducci, Falconi, Zizola e simili. Prosegue Don Ricossa:  “La falsità delle affermazioni Roncallo-Montino-Wojtyliane al proposito è accertata, documentata ed accettata da tutti gli storici. I quali fanno i salti mortali per non dare a Roncalli del bugiardo. Imbarazzato, Hebblethwaite scrive: «Chiaramente papa Giovanni non può voler dire di non aver mai pronunciato la parola “Concilio” prima del 20 gennaio ‘59: sarebbe semplicemente falso. Si cerca allora da parte di Hebblethwaite e di far passare questo fatto come un episodio di smemoratezza senile, ma senza essere convincenti. Anche perché la “smemoratezza” sembra essere stata utilizzata pure in altre circostanze non senili.

Ricorda don Ricossa: “Certo, nel 1962 Giovanni XXIII era vecchio. Ma vecchio non era don Roncalli, quando nel 1914, messo “con le spalle al muro” dal card. De Lai, affermava falsamente, ma con giuramento, di non essere un seguace del Duchesne! Per quell’episodio, Hebblethwaite, non potendo ricorrere al rimbambimento senile per giustificare le bugie di un giovane di 32 anni, utilizzò la formula “cancellare i ricordi dalla memoria” ([1][1]). Diciamo che, poiché la volpe perde il pelo ma non il vizio, anche nel 1962, ricordando gli avvenimenti di tre anni prima, Roncalli “cancellò” certi ricordi dalla memoria…!”

Il gesuita padre Giacomo Martina descrive a sua volta, i fatti: “Secondo il Giornale dell’anima e il discorso dell’8 maggio 1962, Giovanni 23 avrebbe concepito il proposito (di convocare un Concilio) in seguito ad una ispirazione improvvisa, nata in lui durante un colloquio col Segretario di Stato, Card. Tardini, il 20 gennaio 1959. L’affermazione autobiografica – che apre singolari problemi sulla veridicità del Giornale dell’anima e sul carattere del papa – è però contraddetta da molte testimonianze, parecchie delle quali risalgono al papa stesso”.

Occorre tener conto del fatto che l’idea di un Concilio Ecumenico, poteva essere buona se si fosse proceduto secondo le intenzioni della Chiesa di condannare errori moderni, tra i quali il comunismo, lo stesso modernismo ecumenista, e a stabilire definizioni in attesa, come quella del dogma di Maria Mediatrice. Questa era già da tempo meditata e venne poi proposta da vari esponenti della Curia Romana, tra i quali il Card. Ottaviani, il Card. Ruffini e altri. Spiega don Ricossa: “Il Card. Ottaviani, che fu uno dei “grandi elettori” di Roncalli, ha dichiarato almeno due volte, nel 1968 e nel 1975, che si parlò di un Concilio durante il conclave, ancor prima dell’elezione del Patriarca di Venezia, quando fu chiaro che sarebbe stato lui il prescelto. I cardinali Ottaviani e Ruffini, allora, accompagnati da altri rimasti anonimi, si recarono nella notte del 27 ottobre 1958 nella cella di  Roncalli per proporgli un Concilio Ecumenico. Secondo il Card. Ottaviani, il Card. Roncalli avrebbe fatta sua l’idea del Concilio già da quel momento, ovvero prima ancora di essere eletto. Il 30 ottobre, due giorni dopo la sua elezione, Giovanni XXIII parlò al segretario Capovilla della “necessità di convocare un Concilio”. Il due novembre, prima ancora dell’incoronazione, dice allo stesso che “ci vuole un Concilio”, e questo dopo aver ricevuto in udienza proprio il Card. Ruffini ed aver parlato della questione. Ne riparla in novembre col nuovo Patriarca di Venezia, Giovanni Urbani, e col Vescovo cappuccino di Padova, Girolamo Bortignon.

“Il 28 novembre la decisione è quasi presa”. “La decisione di papa Giovanni di tenere un Concilio si cristallizza nel dicembre 1958”. Attorno a Natale ne parla con Mons. Cavagna, suo confessore, e alcune altre persone. «In gennaio, Roncalli ha preso la sua decisione. Il momento esatto è forse quello della notte dell’8 gennaio 1959. Comunque sia, il mattino dopo, egli incontra don Giovanni Rossi della Pro Civitate Christiana, che è stato il segretario del suo “eroe” il Card. Ferrari, quarant’anni prima. Giovanni gli dice: “Ti devo dire una cosa grande, che però devi promettermi di mantenere segreta. Questa notte mi è venuta una grande idea, di fare il Concilio». Il Rossi tenne l’acqua in bocca… a metà, e ne fece un’allusione nel suo bollettino, La Rocca, del 15 gennaio.

«È pertanto storicamente accertato che non solo l’idea del Concilio non venne improvvisamente alla mente di Roncalli durante il colloquio col Card. Tardini del 20 gennaio, ma che addirittura il Tardini fu uno degli ultimi a saperlo, solo 5 giorni prima dello storico annuncio! “Un fatto dei più sorprendenti e dei più significativi è questo: papa Giovanni non dice niente a Tardini, il suo Segretario di Stato”. Quando, il 20 gennaio, Giovanni XXIII rivela a Tardini che ha deciso di annunciare l’indizione del Concilio la domenica seguente, dopo aver avuto questa idea solo il giorno prima (ma quante bugie racconta!), questi capì “di trovarsi di fronte ad un fatto compiuto, a una decisione già presa”. Il Card. Tardini approvò pertanto l’idea come “bella e nuova”, anche se “il preteso entusiasmo di Tardini non era esente da riserve” come lascia capire Andreotti, messo al corrente del progetto da Giovanni XXIII il 22 gennaio, il quale non approva i sei anni di preparazione al Concilio previsti dal suo Segretario di Stato.

«Commenta padre Martina: “È singolare prova della natura dei rapporti del papa col suo segretario di Stato, cordiali ma non profondi, che questi venisse a conoscenza del proposito solo il 20 gennaio, quando il Pontefice aveva già irrevocabilmente deciso l’iniziativa ed aveva steso il primo abbozzo del discorso ai cardinali del 25 gennaio seguente”. In maniera più grossolana, il giornalista anglosassone Wilton Wynn (che ha avuto “l’onore” di cenare con Giovanni Paolo II) esprime lo stesso concetto dello storico gesuita (Martina) e dell’altro giornalista ex-gesuita (Hebblethwaite): « Papa Giovanni riusciva regolarmente ad aggirare il vecchio nemico Tardini. In qualità di segretario di Stato, Tardini sarebbe (sic) dovuto essere il collaboratore più stretto del papa. Ma Giovanni XXIII non lavorava attraverso i canali “ufficiali”, preferendo invece ricorrere a persone più consone al suo carattere e nelle quali riponeva la massima fiducia».”

«Dunque il Concilio, non fu affatto ispirato dallo Spirito Santo a Roncalli, divenuto “papa buono”, ma da ben altro spirito nel modo sopra detto, e non come lo stesso Roncalli, Montini, Wojtyla e Ratzinger hanno voluto far credere e si continuare a far credere. Quali saranno state quelle “persone più consone al suo carattere e nelle quali riponeva la massima fiducia”? Chi, se non i settari modernisti? Scrive don Ricossa: “Un indizio, e più che un indizio, si trova nella testimonianza del suo vecchio amico (fin dal 1924) Dom Lambert Beauduin, pioniere dell’ecumenismo e della riforma liturgica. Alla morte di Pio XII, disse agli intimi: «Se eleggessero Roncalli tutto sarebbe salvo: sarebbe capace di convocare un Concilio e consacrare l’ecumenismo…». È difficile pensare che il vecchio cospiratore parlasse a casaccio, e che non svelasse, piuttosto, una parte dei progetti elaborati col Roncalli in tanti anni per la riforma della Chiesa”… siamo aperti per ricevere, di tante persone attraverso le quali il Signore parla…».

Negli appunti che padre Riccardo Lombardi lasciò dell’udienza avuta con Giovanni 23 nel 1959 egli salta prontamente sul discorso appena sentito sull’«ispirazione» di costui e dice: «Forse qui c’è una quarta ispirazione per Vostra Santità!»… riunire un gruppo di apostoli… Lombardi lascia nelle sue mani un libro fresco di stampa… Concilio, per una riforma nella carità… È un libro esplosivo che per lui sarà come un boomerang.

Giovanni 23 rimase molto turbato da quel lavoro e decise di calcare una dura mano sul suo autore che osava un «aggiornamento» diverso dal «suo». E Lombardi fu sottomesso a una serie di ritrattazioni e umiliazioni, fino al completo ridimensionamento del padre e del suo Movimento.

Certamente padre Lombardi aveva toccato il tenebroso segreto di una rivoluzione già pianificata in altri centri di pensiero e già in corso. Il Padre ha preteso di giocare con qualcosa molto più grossa di lui… che ha voluto dirottare ma la sfinge della rivoluzione segreta l’ha abbattuto. Seguì per tanti preti come lui una notte assai scura… e a tutt’oggi non si vedono resistenze capaci di affrontare lo spirito menzognero che ha eretto la sua nuova chiesa, dove l’ipocrisia bugiarda di Roncalli è stata canonizzata con lui, in barba a tutte le falsità promosse con il suo (loro) Vaticano 2.

Basterebbe pensare che tutte queste false ispirazioni potevano avere una sola ragione, del resto già ben conosciuta e descritta in anticipo dal canonico apostata Roca nel lavoro «Glorieux Centennaire» (1889) per festeggiare la rivoluzione del 1789. Ecco il chierico che nei suoi scritti ha dimostrato che sin dall’Ottocento era in atto un piano massonico d’infiltrazione nella Chiesa, da completarsi attraverso un «Concilio ecumenico» per mutarla. Dire che Giovanni 23 non operava attraverso i canali “ufficiali”, per esempio informando il segretario di Stato Tardini, preferendo ricorrere a persone nelle quali riponeva fiducia, è in verità una circonlocuzione. Infatti, è sempre più chiaro che era lui la persona cui alti massoni hanno eletto per alterare la Chiesa. Scommessa vinta col Vaticano 2, con cui, però, non avrebbero potuto mutare la Chiesa immutabile, neanche in questi ultimi cinquant’anni. Hanno eretto sì un’altra chiesa, quella conciliare per compiere l’alienazione dell’uomo e dell’intelligenza occidentale!

Il professore belga Marcel de Corte esamina la questione nei suoi saggi: L’homme contre lui-même, di (N. Ed. Latines, Paris, 1962; Borla, Torino, 1967, Fenomenologia dell’autodistruzione);, L’intelligence en péril de mort (Paris, Club de la Culture française, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1974); La grand hérésie (Paris, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1970; ristampa Effedieffe, 2014). Il filosofo cattolico diagnostica in tali lavori la mentalità razionalistica modernista, che prosternata nell’adorazione dei suoi concetti di libertà, eguaglianza, democrazia, dal primo modernismo «evolve» alla seconda fase: progressista. Questa mirando a un’utopia, che è rottura con la tra realtà, è seduzione di libertà sussurrata da un grande iniziatore. E la libertà si riduce a fuga nell’immaginario, rompendo il sano rapporto con la realtà. Soggettivismo e universalismo della libertà divengono due facce della stessa posizione spirituale da definire di continuo, perché non rimanga una illusione“. Sono fasi successive del modernismo che giungono alla «nuova teologia» e con Maritain all’umanesimo integrale, che il suo discepolo e traduttore Paolo 6º ha inserito per un nuovo cristianesimo nella «chiesa del concilio»; essa non chiede al mondo altro che la libertà per la sua ‘animazione e innovazione’ (GS 56; PP e OA), ecco che l’alienazione dell’uomo moderno accade con l’inversione dell’autorità, non più da Dio, che determina il reale, ma da ideologie utopiste, che col sentimento fanno dell’immaginario la nuova realtà.

L’idea del progresso indefinito dell’uomo, “visione di un’umanità divinizzata, nel quadro di una evoluzione dalla materia allo spirito, è la fase del modernismo secondo Teilhard de Chardin”; il neo modernismo, aberrazione sia a-teologica che anti-filosofica riguardo al primo modernismo classico. A questo punto pure Jacques Maritain accusa la grave degradazione “il modernismo classico rispetto al neomodernismo è solo modesto raffreddore” (Il Contadino della Garonna, 1973), e De Corte, si dice reazionario: “se il ritorno alla salute sta nella reazione contro la malattia, solo la reazione può salvarci”.

Col neo-modernismo della «nouvelle théologie», condannata da Pio XII nella «Humani generis» (12 agosto 1950), ma ripresa con i suoi «teologi» De Lubac, Congar, Chenu, invitati come principali consulenti al Vaticano 2 da Giovanni 23, furono varate le basi per un progressismo illimitato. Il suo sbocco non sarà altro che nichilismo «in cammino»! Paolo 6º l’ha visto nel 1967 come “modernismus redivivus”, praxis della confusione desolante troppo veloce da frenare.

Con Bergoglio siamo alla nuova fase del progressismo come primato della «praxis» sulla verità. Ciò fu visto nell’articolo su uno dei suoi ispiratori, («Apostasie conciliari a iosa: da Cantebury ai Cantalamessa»), si tratta del francescano carismatico per Allah, Raniero Cantalamessa, noto compagno di merende di Jorge Bergoglio, ormai in sbragata simpatia per una “teologia della liberazione” di stampo marxista, alla Gutiérrez.

In breve, quello che si vede in Bolivia, a Cuba e in America ora, non è che la nuova fase indefinita, perché sempre evoluzionista, del modernismo riciclato dal Vaticano 2 e dai suoi «papi», per aggiornare anche i dogmi ai tempi; lavoro iniziato da Giovanni 23, come dal programmata descritto dal canonico apostata Paul Roca, autore del libro: Le Christ, le Pape et la Démocratie, per la mutazione attraverso il papato.

Ecco che la grande illusione attuale per i cattolici sarebbe vedere le bergogliade in contrasto con i predecessori del MASDU (Vedi l’ultimo di A. Socci – Lo Straniero). No, i predecessori erano animati dalla stessa praxis progressista che aliena l’uomo, reso indifferente a ogni abominazione della desolazione religiosa; il castigo per la fine dei tempi cristiani senza Papa. Penitenza! Penitenza! Penitenza! É sempre la parola d’ordine gridata da San Michele Arcangelo a Fatima per i nostri tempi.

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[1] – Cf. “Sodalitium”, n. 23, pag. 9.