FRANCESCO SH

L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Come nel Vaticano 2, in quest’ultimo sinodo per la Famiglia – suo prodotto per la rivoluzione nella rivoluzione conciliare – si ripete la bugia di pragmatica: “Nessun cambiamento della dottrina, valorizzazione della famiglia e dell’insegnamento del Vangelo, ma anche un passo verso maggiore comprensione per i divorziati risposati”. 

È il titolo per la conclusione dei lavori da far conoscere alla comunicazione sociale con la relazione finale approvata dai vescovi per l’«evento» che, comunque, è soltanto consultivo; fornire elementi per «arricchire» la decisione superiore di far avanzare il Vaticano 2, della sua continuità «sinodale».

Su questa falsa riga Aleteia aggiunge qualcosa che pare controcorrente, ma è l’esaltazione della «capacità politica» di segno gesuitico di Jorge Bergoglio:  il chierico più rappresentativo nella serie dei «papi conciliari» per far capire al mondo che il «katéchon» è stato davvero “tolto di mezzo” (cf. II Ts 2)!

Chi meglio del filosofo non cattolico Massimo Cacciari può attestarlo, avendo atteso da anni ansiosamente tale evento? Ora può spiegare come si è gesuiticamente arrivati: «Sant’Ignazio ha vinto al Sinodo» – Intervista con il filosofo sull’esito dei lavori sinodali di Giacomo Galeazzi – Vatican Insider – 25 ottobre 2015: «È una data storica. Francesco ricompone una disputa millenaria». Il filosofo Massimo Cacciari si unisce al cardinale domenicano Christoph Schönborn, nell’attribuire al fondatore dei gesuiti, Ignazio di Loyola, la «vittoria al Sinodo».

– La riammissione ai sacramenti per i divorziati risposati viene affidata al «discernimento» dei confessori, caso per caso. È un compromesso? «Sì ma nel senso migliore del termine: quello della Compagnia di Gesù. Il Sinodo ha seguito Francesco sulle orme di sant’Ignazio. Non è il mettersi d’accordo fingendo di ignorare le differenze. È il riconoscimento, da sempre praticato dai Gesuiti, della complessità civile ed etica del contesto mondano, con la necessità di accompagnarlo nelle sue valutazioni. Ciò non significa cedere ai princìpi e ai comportamenti mondani, bensì riconoscere la realtà e muoversi al suo interno per cambiarla».

È una strategia “politica”? «Sì. La Chiesa di Francesco non si confonde con l’etica mondana ma si colloca al suo interno per influenzarla da dentro. La linea di Bergoglio è chiaramente la stessa applicata sempre e ovunque dai Gesuiti. In Sud America, Cina, India. Nei secoli questa strategia è stata politicamente avversata non solo dai reazionari ma anche dai radicali come Giansenio e Pascal, per i quali il Vangelo deve essere una spada nel mondo e il discorso cristiano deve essere netto: o sì o no. Al Sinodo si è riproposto uno storico dissidio nella Chiesa che andrà affrontato. Francesco è coerentemente un gesuita, nella sua accezione più nobile».

Perché tante resistenze a Francesco? «La sua è una linea che nella storia ecclesiastica ha conosciuto radicali opposizioni. È un dissidio fondamentale che non si potrà evolvere. Non è un patteggiamento intermedio. Con questa svolta il Sinodo comprende la situazione etica del mondo contemporaneo ma si mette dentro, non la combatte come avversario dall’esterno. È sempre stato l’approccio dei Gesuiti, in ogni epoca e nazione. Nella Curia ci sono posizioni di ostilità a Francesco come quelle di cui si fa portavoce Giuliano Ferrara. [Antonio Socci pagina ufficiale24.X,2013, lettera al “Foglio”] Reazionari che, non condividendo la sua presa d’atto delle odierne trasformazioni etiche e comportamentali, accusano il Papa di cedimento, di resa al mondo moderno»…

Condivide queste critiche al Papa? «No. La storia della Chiesa è decisamente più complessa delle polemiche sulla riforma del Senato o delle fronde in Parlamento di Bersani e della minoranza del Pd. Il modello di Francesco e con lui del Sinodo è la comprensione ignaziana della contemporaneità. Non è tatticismo politico come pensano i nemici interni di Bergoglio, ma viene dalla grande mistica umanistica. Sant’Ignazio si rapportava alla lezione di Erasmo da Rotterdam e venerava San Francesco. Bergoglio non ha scelto il nome del Santo di Assisi per arruffianarsi il moderno ecologismo. Prima di attaccarlo bisognerebbe conoscere un po’ di storia».

Qual è il metodo seguito dal gesuita Bergoglio? «Sciogliere piano piano tutti i nodi, lentamente, in una prospettiva di millenni. La riforma della Chiesa terminerà solo con la fine dei tempi, alla conclusione della storia. Francesco fa muovere la Chiesa su questa prospettiva. La pazienza è virtù raccomandata dai padri della Chiesa, insieme con un’ obbedienza non passiva e servile, bensì consapevole che la Chiesa ha tutto il tempo per formare i fedeli all’ascolto. Si può giudicare il pontificato solo da questa prospettiva. Lo scontro emerso al Sinodo è vero, reale, profondo. Non finirà qui e non si può prevedere come andrà a finire».

Cosa potrebbe minacciare il pontificato? «L’eterogenesi dei fini è un pericolo sempre presente nella storia della Chiesa. Bergoglio deve affrontare due tipi di resistenze alla sua azione. L’opposizione reazionaria è una fronda minoritaria destinata a una crescente irrilevanza. È gente che si oppone a Bergoglio per spirito di conservazione e che è arroccata in trincee devastate [Le innovazione bergogliose diverrebbero norma perché nelle «trincee devastate», leggi Cattolicità, non di sono più fedeli capaci di difenderle]. Ce n’è poi una più intelligente che riscontro nei dialoghi franchi che ho con alcuni vescovi. Mi dicono che loro di fatto la comunione ai divorziati risposati la danno già e che è una prassi diffusa…  Però temono che metterla nero su bianco…

Vangelo: spada nel mondo per il discorso cristiano netto: o sì o no

Dopo aver sentito il discorso netto del NO, davvero chiarificante poiché nessuno riesce a diventare autentico filosofo comunista o ateo, o quel che Cacciari si crede di essere, senza conoscere la Fede cattolica. Così, egli la osserva dall’altra parte quanto è opposto «politicamente» non solo dai reazionari ma anche da radicali come Giansenio e Pascal. Cacciari può solo aver descritto il presente alla luce di questioni sospese o risolte nel tempo dei «Papi reazionari», che riguardavano una certa «tendenza gesuitica». Vale la pena allora ricordare brevemente due delle questioni discusse: quella complessa del «molinismo», riguardante la Grazia e poi sospesa, e quella sul «peccato filosofico».

Il «molinismo» è uno di quelli spettri nell’armadio che ha popolato le più complesse controversie teologiche e filosofiche del XVIIº secolo. Per gli avversari del gesuitismo di Molina, esso è semplicemente un riciclaggio dell’eresia pelagiana, o anche peggio, semi pelagiana con tutti i suoi mimetismi, che hanno occupato tanti pensatori del tempo in cui le questioni religiose erano approfondite nelle loro radici più oscure. Da queste controversie è sorto anche il Giansenismo, per cui il «molinismo» non tocca tanto la dottrina della Grazia e della libertà umana, ma rappresenta un’apertura alla crescente serie di nefaste concessioni morali, attraverso un “probabilismo” delle coscienze – e come si sa i Gesuiti si occupavano specialmente del sacramento della penitenza.

Il fine ultimo di simili innovazioni sarebbe una salvezza allargata a tutti gli uomini, non molto diversa dalla «redenzione universale» della «Gaudium et Spes», posteriormente definita nella «Redemptor hominis» di Karol Wojtyla, divenuto Giovanni Paolo 2º. In realtà, non tutti i “molinisti” erano gesuiti e a difendere Molina vi furono pure esponenti del clero secolare, ieri come oggi. Perciò, la questione della dura controversia tra Luiz de Molina e Domingo Bañez, che assumeva il tono di una lunga lotta transconfessionale, cioè tra Gesuiti e Frati Predicatori, Domenicani, è stata sospesa dal Papa.

La discussione polemica rimane latente, come si capisce dalle parole di Cacciari, che da per vinti i Gesuiti, anche senza ricordare altri risvolti già inseriti in modo diverso dal Vaticano 2. Infatti, vi sono tanti che riassumono la discussione interna al dibattito teologico sul libero arbitrio e la Grazia, in seguito alla Riforma e al Concilio di Trento, al principio teologico-metafisico di Molina, per cui Dio vuole salvare tutti gli uomini che non rifiutino la Sua Grazia. Ciò vale, a sua volta, anche per i predestinati (di Bañez) che dipendono dalla meritoria decisione di cooperare come creature. Ma la Teologia della Grazia non è così semplice da poter discutere in questa sede. Siarriva così alla dottrina del discusso «peccato filosofico» per una dottrina “rilassata”!

Il vecchio problema – risolto – del «peccato filosofico»

Molte cose dette dal non cattolico Cacciari hanno senso storico ma eterodosso. E qui si deve ricordare una questione di fondo affiorata nella discussione tra i Gesuiti e il noto giansenista Antoine Arnauld, che partiva da questo pensiero: “Nulla è da stimarsi più dell’attitudine a distinguere il vero dal falso. Le altre qualità della mente sono di uso limitato, ma la precisione del pensiero è essenziale per ogni aspetto e per ogni passo della vita.Distinguere il vero dal falso è difficile non solo nelle scienze ma anche nei problemi di tutti i giorni che gli uomini sollevano e discutono aspetto e per ogni passo della vita.. Gli uomini sono ovunque messi di fronte a strade opposte – alcune vere, altre false – e la ragione deve scegliere tra di esse. Chi sceglie bene ha una mente sana, chi sceglie male ha una mente difettosa. La capacità di discernere il vero è il più importante metro delle menti”(L’arte di pensare). Qui sembra alludere al suo contrario, la politica pragmatica della convenienza sociale…Arnauld ha richiesto la soluzione della questione a Roma, che è venuta da Papa Alessando VIII: condannò, col decreto del 24 agosto 1690, come eretico quanto fu nominato «peccato filosofico» (Dz 1290):

  • «1 – La bontà oggettiva consiste nella conformità dell’oggetto con la natura razionale; la formale, però, nella conformità dell’atto con la regola dei costumi. Per questo basta che l’atto morale tenda al fine ultimo in modo interpretativo. L’uomo non è obbligato ad amare questo né all’inizio né nel corso della sua vita.
  • 2 – Il peccato filosofico, ossia morale, è un atto umano non conforme con la natura razionale e con la ragione retta; il teologico, però, e mortale è la libera trasgressione della legge divina. Il filosofico, per grave che sia, per colui che non conosce Dio o non pensa attualmente a Dio, è in verità un peccato grave, ma non è offesa a Dio né peccato mortale che rompa l’amicizia con Dio, né meritevole di castigo eterno».

Quest’affermazione fu dichiarata e condannata come scandalosa, temeraria, offensiva e lo stesso Papa il 7 dicembre successivo condannò anche gli errori giansenisti, ma ritenne più urgente fermare prima errori e eresie promosse da gesuiti riguardo all’ateismo. Bei tempi in cui c’era nel mondo la Voce del Signore per infallibilmentedistinguere il vero dal falso, per la conoscenza di tutti, poiché la Verità vale pure per i filosofi agnostici o atei o maestri di sé stessi; dottrina che non cambia con i tempi degli anticristi a Roma, anzi, è Magistero ancora più imprescindibile nei nostri tempi di «dubbi sistematici» estesi ai confessionali. Noi siamo cattolici “arroccati in trincee devastate da questa marea di dubbi che portano alla grande apostasia.

«Dubbi sitematici» rinviati dal sinodo come «metodo» alla «sub-Urbe»

(Da RS) «Due paragrafi, in particolare, toccano il tema – dibattuto e controverso – dell’atteggiamento da tenere con i divorziati risposati e anche della possibilità che a determinate  condizioni e in certi casi possano accedere ai sacramenti. La decisione di affidare al «discernimento» dei pastori la comunione per i divorziati risposati passa a maggioranza dei due terzi per 1 solo voto di scarto (178 sono i “sì” rispetto ai 177 che erano richiesti per la maggioranza qualificata). È quanto risulta dai voti sulla Relazione del Sinodo. I “no” sono stati 80. Sono tre i paragrafi della Relazione del Sinodo che hanno ricevuto consensi maggiori rispetto ai due terzi richiesti (177) ma di misura. Sono i paragrafi 84, 85 e 86. Al numero 85 si cita come «criterio complessivo» questo passaggio dell’enciclica «Familiaris consortio» di Giovanni Paolo II: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido».

«Sulla base di questi criteri, il documento approvato dal Sinodo afferma: «È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figliquando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio».

«Dunque vengono offerti dei criteri per «discernere» le diverse situazioni, in relazione al precedente rapporto matrimoniale, ai figli, al rapporto con la comunità cristiana. Un ulteriore approfondimento riguarda il rapporto con il confessore: «Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno. Inoltre, non si può negare che in alcune circostanze “l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate” a causa di diversi condizionamenti». Citazione del Catechismo della Chiesa cattolica (1735).

«Di conseguenza – continua il documento – il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare a un giudizio sulla “imputabilità soggettiva” (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, 2a). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi». I padri sinodali, sulla base della dottrina tradizionale, ricordano dunque che oltre alla situazione oggettiva in cui vivono i divorziati risposati, bisogna prendere in considerazione anche le situazioni soggettive, che possono vedere notevolmente ridotta le responsabilità. In questo, modo, si legge nel successivo paragrafo, il numero 86, «il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio.

«Il colloquio con il sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere». Questo discernimento, viene precisato, «non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere a una risposta più perfetta a essa».

Si tratta dell’incontro della coscienza soggettiva del battezzato con la coscienza soggettiva del confessore. Quale sarà la Dottrina ferma per discernere sulla condizione di peccato? Non il giudizio confermato dalla Roma di sempre, ma quello sottomesso ai nuovi vescovi, che a loro volta, sottomettono, caso per caso, prete per prete, alle idee decentralizzate delle Conferenze, più che alla Dottrina unica del Signore confermata dai Papi in eterno. Essa ora andrebbe discussa e sottomessa al parere soggettivo dei parroci o preti disponibili; se non è libero esame, sarà piuttosto esame nel divano dello psicanalista, che giudica della possibile malattia, mai di colpe oggettive, e qui si va verso aperte profanazioni del Sacramento Eucaristico. Si può mettere queste in conto di probabili false confessioni spesso avvenute, che erano riconosciute e accusate non come dubbiose, ma gravemente colpevoli? Mai, eppure ora sarebbero da discernere secondo «metodi soggettivi» che variano secondo latitudini e longitudini terrene!

Che altro, però, poteva venire dall’antipapa di turno e dalla sua politica gesuitica che fa dire dall’alto delle aerovie del mondo: chi sono io per giudicare? Ma le novità le vuole sì controllare, per giungere all’assoluzione pubblica non solo dei «peccati filosofici»! Noi siamo cattolici che, in mezzo a tale devastazione spirituale, rimaniamo “arroccati” nella trincea della Parola di nostro Signore e nostro Dio, nella speranza di partecipare alla fine al misericordioso trionfo del Regno dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria!