Il preternaturale in miniera

Risultati immagini per L’òm dè la LÖMSegnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

L’òm dè la LÖM (Pezzaze, Bs)

“Avevo uno zio che era di Bagolino, ma da anni lavorava a Pezzaze presso la miniera Stese, di proprietà della società Marzoli, il quale spesso ci raccontava delle apparizioni nelle gallerie di quella miniera di un omino dalla lunga barba e dal lungo tabarro (mantello), che si poteva intravedere nei cunicoli.

Non era possibile vederlo con chiarezza, ma se ne intuiva l’ombra fugace creata dalla fioca luce della lanterna che portava con sé, celandola sotto il mantello; pare che lo si potesse individuare con certezza solamente quando la lanterna (la löm) si spegneva per qualche ragione e l’omino era costretto a tirarla fuori da sotto il mantello per poterla riaccendere”.

I minatori vivevano nel timore che restando soli, potessero imbattersi in lui, in quanto era considerato un cattivo presagio.

Questa testimonianza raccolta a Pezzaze la dice lunga su come l’economia mineraria, il mondo delle miniere e le tradizioni, o superstizioni ad esso connesse, abbiano rappresentato una parte consistente non solamente nell’economia dell’alta valle ma anche nel folklore.

Il tentativo di dare una spiegazione fantastica a fenomeni che sembravano di origine soprannaturale, ma che avevano un’origine scientifica ben precisa, sconosciuta ai minatori, ha da sempre generato una serie di personaggi che da secoli hanno popolato il sottosuolo non solo della Valle Trompia, ma di tutto il mondo.

Sulla figura de l’òm dè la löm già nel 1811 Cesare Arici [1] riferiva di avere appreso da alcuni informatori in Valtrompia, racconti di ”certe miracolose apparizioni di spiriti e cattivi geni “che ha volte disturbavano i minatori o li sottoponevano a tristi burle”. Questi spiriti (spiegava ancora l’Arici) non sono altro che le muffette o vaporose esalazioni o i crolli fortuiti delle cave, mi furono dipinti per tanti spettri con larghissimi cappelli neri rabbassati, con lunga barba, nebbiosi e bagnati in faccia e con grandi lanternoni chiusi sotto il tabarro, i quali entrando sotto terra attossicano i lavoratori, conducono in fallo le ricerche dei filoni e franando alcune volte le arcate della miniera, seppelliscono vivi i lavoranti”. Non diversamente Giambattista Brocchi aveva pochi anni prima notato che i “minatori triumplini non hanno mancato di crearsi una loro mitologia”. Ritenevano infatti le miniere popolate da folletti malefici e stizzosi, che perseguitano i lavoranti, vietano loro l’accesso ai filoni e finiscono con lo strangolarli”. Anche il Brocchi come l’Arici scorge in questi folletti la trasfigurazione di fenomeni naturali come le “esalazioni mefitiche che infestano ben spesso le gallerie”, ma vi individua anche la persistenza di un’altra credenza tradizionale affermando che “un autore francese che ha pubblicato un libro di mineralogia nel 1640 (…) descrive seriamente e in buona fede questi geni delle miniere sotto la sembianza di vecchi nani, alti tre o quattro palmi, vestiti di un logoro palandrano, con un grembiule di cuoio, un cappuccio in testa, una lucerna in pugno e un bastoncello alla mano”.

Il misterioso uomo della lanterna delle miniera triumpline non rappresenta dunque che la versione locale di una figura che ricorre nel folklore minerario europeo, assumendo, a seconda dei casi, valenze positive o negative.

Pertanto, senza alcuna ombra di dubbio, ci sentiamo di dichiarare che ovunque esistano dei minatori, sono presenti pure folletti o comunque esseri misteriosi che popolano le gallerie a fianco dei lavoranti umani; quasi ci fosse un una sorta di universo parallelo che ogni tanto incrocia quello reale mediante il tramite della galleria.

I Nani minatori della Valsesia o di altre valli piemontesi, i Cit Minör (bambini minatori) della vicina Pisogne e gli ometti di alcune zone dell’Alto Adige, segnalavano la loro presenza con sordi colpi sulla roccia e così anche si comportavano i picchiettanti delle miniera di stagno in Cornovaglia o i Coblynau [2], oppure gli Homicciuoli di montagna di cui parla il tedesco Giorgio Agricola nel 1530 [3] o i Vecchiolini di cui sempre egli ci parla in un’altra opera del 1560 sugli animali di sotto terra, unitamente ai Trulli e ai Demoni.

Ancora in Tirolo troviamo i Venediger Mandl, in Valstagna nel XVI° secolo si incontravano i Sanguanelli e ancora i tedeschi Wichtlein beffardi oltre ogni limite o i Bergleute, probabilmente la razza che ospitò Biancaneve; i britannici Fanferlon, i valtellinesi Maget e i polacchi Solilubki, i greci Dakyiloi citati da Apollonio Rodio [4].

Oltre alle leggende anche l’etimologia di alcuni termini della mineralogia, derivati dalla mitologia germanica, rimanda ai misteriosi abitanti delle miniera: il Cobalto è il minerale che il Coboldo faceva malauguratamente rinvenire ai minatori in cerca di argento, cosi come il Nickel era il nome di Kopfer Nickel, il genio malvagio che intralciava la scoperta dei filoni del rame.

Persino la Bolivia con El Tio oppure con Supay, ci rimanda a questi culti sotterranei a cui si fanno addirittura offerte per ingraziarsi con sigarette, bibite o altro la figura di questo piccolo essere rappresentato da una statuetta, vestita con un poncho, proprio come i minatori, ma non per questo sempre loro amico [5].

[1] O. Franzoni “La tradizione mineraria bresciana” Banca di Valle Camonica BS

[2] Rizzoli “Fate” opera già citata.

[3] Georg Bauer (detto Giorgio Agricola) “De l’arte de metalli” Basilea 1530

[4] G. Schotter “Elfi, gnomi nani e folletti” Milano, Garzanti 1995.

[5] C. Simoni, a cura di, “La via del ferro e delle miniere in Val Trompia“, Comunità Montana Val Trompia, Brescia 2002, pag. 104.

 

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