Risultati immagini per guardia di finanzaSegnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/15/beni-sequestrati-a-mafia-saguto-aveva-un-debito-da-18mila-euro-in-un-supermarket-confiscato/2132387/Il Fatto Quotidiano – 15 ottobre 2015

Beni sequestrati a mafia, “Saguto aveva un debito da 18mila euro in un supermarket confiscato

Mafie

La Guardia di Finanza, come spiega il Giornale di Sicilia, ha prelevato alcuni documenti nel supermarket Sgroi di via Autonomia Siciliana, confiscato a un imprenditore considerato vicino ai boss Lo Piccolo nel 2011. Tra le carte anche il conto non pagato dall’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale – indagata per corruzione, induzione e abuso d’ufficio – da 18.451 euro, saldato solo in parte (un bonifico da diecimila euro) e negli ultimi giorni dal marito, Lorenzo Caramma, anche lui indagato nell’inchiesta

Per tre anni si è rifornita nel supermercato confiscato a Cosa nostra, pagando raramente il conto, e lasciando un debito sospeso pari a 18.451 euro. A Palermo il confine tra mafia e antimafia subisce un ulteriore colpo dagli ultimi atti acquisiti nell’inchiesta su Silvana Sagutol’ex Presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale, indagata per corruzione, induzione eabuso d’ufficio. La Guardia di Finanza, come spiega il Giornale di Sicilia, ha sequestrato alcuni documenti nel supermercato Sgroi di via Autonomia Siciliana, confiscato ad un imprenditore considerato vicino ai boss Lo Piccolo nel 2011. Tra quella documentazione anche il conto non pagato della Saguto, che ammonta, appunto, a 18.451 euro, saldato solo in parte (un bonifico da diecimila euro) e negli ultimi giorni dal marito del giudice, Lorenzo Caramma, anche lui indagato nell’inchiesta. “Mi sono sempre rifornita in quel supermercato e pagavo le spese mensilmente: in ogni caso non mi sono mai occupata di quella misura di prevenzione”, si è difesa Saguto.

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L’amministratore giudiziario dei supermercati, Alessandro Scimeca, nelle scorse settimane aveva chiesto il pagamento del debito, trovandosi in una situazione imbarazzante perché Saguto era comunque la Presidente della sezione di tribunale che gli aveva conferito l’incarico. Il magistrato, in ogni caso, ha annunciato di avere chiesto trasferimento a Milano: una decisione presa per anticipare il provvedimento di trasferimento d’ufficio aperto nei suoi confronti da parte del Csm. Oltre alla Saguto, la procedura di trasferimento è stata aperta anche per gli altri quattro magistrati coinvolti nell’inchiesta e cioè per Lorenzo Chiaramonte e Fabio Licata, entrambi in servizio alla sezione misure di prevenzione, per il pm Dario Scaletta, accusato di rivelazione di segreto, e per Tommaso Virga, ex membro togato del Csm e ora Presidente di sezione a Palermo, padre di Walter Virgada pochi giorni ex amministratore giudiziario dei beni della famiglia Rappa.

Palazzo dei Marescialli nel frattempo ha aperto anche un’altra pratica, pendente alla settima commissione, per fare luce sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. A chiedere un nuova indagine sulla gestione Saguto è stato il consigliere laico di Forza Italia Pierantonio Zanettin, che in prima commissione è il relatore del fascicolo sul “caso Palermo”. La nuova pratica è stata aperta per verificare la “congruità delle scelte organizzative e il rispetto delle disposizioni tabellari”, e cioè se la gestione del magistrato sotto inchiesta abbia violato le regole anche sul versante degli emolumenti liquidati agli amministratori giudiziari. Proprio oggi a Palazzo dei Marescialli è stato ascoltato il Presidente dell’ordine degli avvocati di Palermo, Francesco Greco, che ai membri del Csm ha parlato di vero e proprio “caos organizzativo” della sezione misure di prevenzione, confermando il “clima di sfiducia e di grande disagio” che ha colpito l’ufficio giudiziario dopo l’inchiesta aperta dalla procura di Caltanissetta. […]

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/14/beni-sequestrati-alla-mafia-il-mistero-del-falso-attentato-a-giudice-saguto/2034968/Il Fatto Quotidiano 14 settembre 2015

Beni sequestrati alla mafia, ipotesi “falso attentato” per il giudice Saguto

Mafie

La procura di Caltanissetta ipotizza che la notizia sul pericolo di morte per il magistrato fosse stato “soffiata” di proposito ai giornali per ottenere solidarietà dall’opinione pubblica. Il caso approda alla prima commissione del Csm

La notizia di un attentato fatta circolare di proposito per ottenere consenso.  Spunta un interrogativo inquietante nell’indagine su Silvana Sagutoex Presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, indagata per corruzione, induzione e abuso d’ufficioUn mistero legato alla notizia pubblicata da alcuni giornali il 22 maggio scorso.

Nelle settimane precedenti il giudice che gestiva i beni sequestrati a Cosa nostra era stato bersaglio delle inchieste giornalistiche di Telejato, la piccola emittente di Partinico, in provincia di Palermo, riprese anche da una puntata della trasmissione Le Iene, quando viene diffusa la notizia di un piano di morte ai suoi danni. A voler assassinare Saguto, secondo i take d’agenzia che citavano una nota dei servizi di sicurezza, era Cosa nostra palermitana, indispettita per i continui sequestri, che per colpire il magistrato aveva chiesto un “favore” al clan Emmanuello di Gela.

La Procura di Caltanissetta, come riportato dal Messaggero, ipotizza che quella notizia, che risaliva a parecchio tempo prima, fosse stata “soffiata” di proposito ai giornali in quel periodo, da un ufficiale della Dia vicino alla Saguto: un modo per ottenere solidarietà dall’opinione pubblica dopo gli attacchi di Pino Maniaci. Il direttore di Telejato è autore di un esposto alla Procura di Caltanissetta sulla gestione dei beni sequestrati.

Nel frattempo, dopo Saguto, anche Lorenzo Chiaramonte, indagato per abuso d’ufficio ha fatto un passo indietro lasciando l’incarico di giudice della sezione misure di prevenzione: è accusato di non si essersi astenuto in occasione dell’incarico di amministratore di beni sequestrati a una persona a lui molto vicina.  Anche il Csm ha aperto un fascicolo al vaglio della prima sezione, quella competente per i casi di incompatibilità ambientale dei magistrati: il relatore del fascicolo è il consigliere laico di Forza Italia Pierantonio Zanettin.

L’inchiesta sui beni sequestrati, infatti, coinvolge anche Tommaso Virga, fino all’anno scorso componente togato di Palazzo dei Marescialli, oggi indagato per induzione alla concussione: per gli inquirenti avrebbe favorito un procedimento disciplinare che pendeva sul capo della Saguto e in cambio il figlio Walter avrebbe ottenuto un incarico da amministratore giudiziario.

L’ex consigliere del Csm, però, nega di essersi mai interessato a vicende disciplinari nell’interesse di Saguto e si dice pronto a chiarire ogni cosa. Nel registro degli indagati anche il pm antimafia Dario Scaletta accusato di rivelazione di notizie riservate per aver informato alcuni colleghi della sezione misure di prevenzione dell’indagine sulla Saguto.

http://gds.it/2015/09/12/gestione-beni-confiscati-oltre-a-saguto-altri-tre-magistrati-indagati_408905/Il Giornale di Sicilia – 12 settembre 2015

L’INCHIESTA

Gestione beni confiscati, oltre a Saguto
altri tre magistrati indagati

Si tratta di Tommaso Virga, ex membro togato del Csm e ora presidente di sezione; Lorenzo Chiaromonte, collega d’ufficio della Saguto, e il pm Dario Scaletta

PALERMO. Non solo opaca. La gestione dei beni sequestrati alla mafia sarebbe stata governata a Palermo come un grande affare e l’ex Presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale, Silvana Saguto, sarebbe stata la figura centrale ma non l’unico perno del «sistema». Con queste accuse, insieme a lei la Procura di Caltanissetta ha indagato altri tre magistrati. E, oltre all’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, sono finiti sotto inchiesta altri due amministratori giudiziari. Si aggiungono al marito e a uno dei figli del giudice. Si tratta, in tutto, di una decina di persone individuate come gli attori di una rete che metteva insieme affari, relazioni di amicizia e legami familiari. Solo al marito di Saguto, l’ingegnere Lorenzo Caramma, l’avvocato Cappellano Seminara avrebbe girato negli ultimi dieci anni incarichi professionali per 750 mila euro.

Il nome più importante dei nuovi indagati, rivelati dal Messaggero, è quello di Tommaso Virga, già Presidente di sezione del Tribunale di Palermo e componente del Csm tra i più votati di Magistratura Indipendente. Ora è di fresca nomina nella commissione per la riforma del Csm. Una toga molto influente che avrebbe seguito da vicino un caso disciplinare riguardante la collega Saguto.

Nulla di serio e di proibito, ma i magistrati di Caltanissetta hanno trovato curiosa e sospetta la circostanza che proprio il giovane figlio di Virga, Walter, pure indagato, sia stato nominato dalla sezione presieduta da Silvana Saguto amministratore dell’impero imprenditoriale sequestrato ai fratelli Rappa: un patrimonio tra 600 e 800 milioni costituito da edifici importanti, ville, società e una delle principali emittenti televisive siciliane. Secondo la Procura di Caltanissetta, quell’incarico sarebbe stato frutto di uno scambio di «favori». Come quello dato del resto a Carmelo Provenzano, ricercatore all’università Kore di Enna, che aveva dato una mano di aiuto negli studi a uno dei figli della Presidente Saguto, ora costretta a fare un passo indietro e a lasciare le misure di prevenzione dove andrà Mario Fontana.

Sulla scena del caso che ha scatenato un terremoto a palazzo di giustizia di Palermo sono improvvisamente apparsi altri due magistrati. Ma mentre uno, il pm Dario Scaletta, si sarebbe limitato a dare a Saguto conferma al sospetto di essere finita sotto osservazione investigativa, l’altro, Lorenzo Chiaromonte, è un giudice della sezione misure di prevenzione. E non si è astenuto quando ha firmato l’incarico di amministratrice giudiziaria a una persona a lui molto vicina.

Il quadro che l’inchiesta sta facendo affiorare non è ancora completo ma è indubbiamente «allarmante», dice don Luigi Ciotti, presidente di Libera e uno dei promotori del progetto per l’istituzione di un albo di amministratori e per il cambiamento dei sistema di gestione dei beni sequestrati. «Da tempo – ricorda don Ciotti – Libera insiste sulla necessità di rinnovare e di ripensare l’antimafia, ripulirla dalle zone d’ombra, dagli usi strumentali, dai collegamenti col malaffare, con la corruzione e in certi casi con le stesse mafie».

Virga: pronto a chiarimento vicenda.  “Il mio assistito ha appreso stamane, attraverso articoli di stampa, di essere sottoposto a indagini preliminari innanzi alla Procura della Repubblica di Caltanissetta in relazione alla vicenda che ha riguardato la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo”. Lo afferma in una nota Enrico Sorgi, legale di Tommaso Virga.

“Negli articoli in questione si asserisce che l’indagine mirerebbe ad accertare un eventuale interessamento del dottor Virga, già Componente il Consiglio Superiore della Magistratura, per favorire – prosegue la nota – l’archiviazione di un procedimento disciplinare a carico della dottoressa Silvana Saguto, ex Presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo”.

“Virga, per il mio tramite, intende precisare, intanto, di non aver a tutt’oggi ricevuto alcun avviso – prosegue Sorgi – circa eventuali indagini avviate a proprio carico”. “Inoltre, per quanto attiene specificamente alla contestazione, Virga intende precisare che durante il proprio mandato al Csm – osserva – non risultano essere stati avviati procedimenti disciplinari a carico della Saguto e che, pertanto, i fatti che formano oggetto della notizia diffusa sono del tutto privi di potenziale fondamento”. Virga – non appena appresa la notizia – si è “tempestivamente attivato presso la Procura di Caltanissetta per verificare la fondatezza della notizia diffusa ed, eventualmente, fornire il proprio spontaneo contributo alle indagini per provocare al più presto un completo chiarimento della vicenda”.

http://www.lavocedinewyork.com/Inchiesta-sui-beni-confiscati-alla-mafia-tremano-i-Palazzi-del-potere-di-Palermo/d/14304/La Voce di New York – 10 settembre 2015

Giornale online protetto dal Primo Emendamento della Costituzione USA

Direttore Stefano Vaccara

 

Inchiesta sui beni confiscati alla mafia: tremano i ‘Palazzi’ del potere di Palermo

L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, avrebbe subìto un’accelerazione perché Report – la nota trasmissione televisiva d’inchiesta di Milena Gabanelli – starebbe realizzando una puntata su tale argomento. Con testimonianze e interviste ‘pesanti’. Sotto inchiesta Silvana Saguto, Presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, e l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara

Una bufera starebbe per abbattersi sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. E al centro di questa vicenda ci sarebbe Palermo, da sempre ‘Capitale mondiale di Cosa nostra’, dove si concentrerebbe oltre il 40 per cento dei beni confiscati agli uomini dell’Onorata Società. A tremare sarebbero i protagonisti dei ‘Palazzi’ del potere. Ma questa volta ad essere coinvolti non sono i ‘Palazzi’ della politica siciliana, ma qualche alto rappresentante della Giustizia. Insomma, magistrati che indagano su altri magistrati. Nello specifico, la Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sulla gestione di un segmento della Giustizia che opera presso il Tribunale di Palermo.

Insomma, com’era prevedibile, la gestione dei beni confiscati alla mafia è diventato un caso giudiziario. Con il coinvolgimento del Presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il giudice Silvana Saguto, finita sotto inchiesta per corruzione, induzione e abuso d’ufficio. Indagati anche l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio, con sede a Palermo, che da anni gestisce tante aziende confiscate ai mafiosi. Sotto inchiesta pure l’ingegnere Lorenzo Caramma, che in passato avrebbe avuto rapporti di consulenza con l’avvocato Seminara, quando la moglie non era ancora Presidente della sezione del Tribunale che decreta le confische.

L’inchiesta viene fuori da alcune denunce pubbliche. In particolare, c’è una denuncia di Massimo Ciancimino, che risale a cinque anni fa. E c’è una battaglia condotta con coraggio e determinazione dal direttore di TeleJato, Pino Maniaci. Sullo sfondo, beni confiscati che sarebbero stati assegnati quasi sempre a una ristretta cerchia di professionisti, che ne avrebbero ricavato parcelle molto ricche. L’inchiesta ruota sui beni immobili e beni aziendali confiscati in Sicilia.

Stando a indiscrezioni, l’inchiesta di Caltanissetta avrebbe subìto un’accelerazione perché su questa storia avrebbero lavorato, e molto, i giornalisti di Report, la trasmissione d’inchiesta di Milena Gabanelli, giornalista di altri tempi abituata a non guardare in faccia nessuno. A quanto pare, sull’argomento potrebbero tornare anche Le Iene, altra trasmissione televisiva che si è ampiamente occupata di questa storia.

I finanzieri della  Polizia tributaria di Palermo avrebbero già fatto visita nello studio dell’avvocato Cappellano Seminara e nell’ufficio del giudice Saguto. Mentre i giornalisti di Report – stando sempre a quanto si sussurra – sarebbero riusciti a raccoglie testimonianze importanti, da parte di personaggi direttamente coinvolti in questa storia.

Le cronache registrano anche una dichiarazione ufficiale della Procura di Caltanissetta: “Questi atti istruttori sono stati compiuti per acquisire elementi di riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d’ufficio, nonché delitti a questi strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla Presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo nell’applicazione delle norme relative alla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di propri familiari”.

Nel 2014 è stato il Prefetto Giuseppe Caruso, poco prima di lasciare la direzione dell’Agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia, a denunciare la “gestione ad uso privato” dei beni confiscati. Il riferimento è ad alcuni amministratori giudiziari scelti dai Tribunali, con in testa il già citato avvocato Cappellano Seminara.

Nello Musumeci

Le cronache di quei giorni roventi registrano una visita della Commissione nazionale Antimafia presieduta da Rosi Bindi, piombata in Sicilia per difendere, forse in modo un po’ troppo ‘oleografico’, la magistratura. Della serie, non delegittimate il “sistema”, cioè la Giustizia. Un po’ più centrato, nel febbraio di quest’anno, l’intervento della Commissione Antimafia regionale, presieduta da Nello Musumeci, che, a differenza delle ‘oleografie’ romane, ha toccato un punto nevralgico: “In alcuni casi – ha affermato Musumeci – abbiamo ricevuto denunce di incompatibilità, eccessiva concentrazione di incarichi, in altri tentativi di favorire società o studi professionali vicini all’amministratore”.

Poi è stata la volta del Presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, nominato dal governo all’Agenzia nazionale oggi guidata dal Prefetto Umberto Postiglione. L’azione di Montante è durata poco, perché a suo carico è stata data notizia di un’indagine che lo vedrebbe coinvolto per fatti di mafia.

Sul sito Zone d’ombra tv si leggono alcune notizie che fanno chiarezza su un argomento complesso (che potete leggere qui). Si ricorda la raccolta di firme lanciate dall’associazione Libera per introdurre il riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati. E l’approvazione, da parte del Parlamento nazionale, della legge n. 109 del 1996. Legge che distingue tre categorie di beni confiscati alla mafia. Vediamoli.

  1. a) I beni mobili, ovvero denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili che non fanno parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati. Anche se su questo non sono mancati i dubbi e le polemiche. Tant’è vero che, tra Montecitorio e Palazzo Madama, alcuni parlamentari meridionali hanno provato, senza successo, a far riportare i beni mobili confiscati nella disponibilità delle aree del Paese dove avvengono le confische. Battaglia parlamentare perduta, perché questi soldi rimangono a Roma.

    b) I beni immobili, ovvero appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Hanno un grande valore simbolico, perché rappresentano in modo concreto il potere che il boss può esercitare sul territorio che lo circonda. Possono essere utilizzati per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile”, come prevede la legge, o possono essere trasferiti al Comune di appartenenza. I Comuni, a propria volta, possono amministrarli direttamente o assegnarli, a titolo gratuito, ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato.

  1. c) I beni aziendali: si tratta, in questo caso, di aziende frutto di riciclaggio di denaro ‘sporco’. In questa categoria ritroviamo aziende di vario tipo: agroalimentari (per esempio, supermercati), aziende che operano nell’edilizia, ristoranti, pizzerie e via continuando.

Pino Maniaci

Nel sito si leggono alcune dichiarazioni di Pino Maniaci: “Insieme ad altri tre, quattro giudici – dice il direttore di TeleJato – la Saguto gestisce il 43 per cento dell’intero patrimonio sequestrato ai mafiosi in tutta Italia”, che ammonterebbe a circa 50 miliardi di Euro. Beni, aggiunge Maniaci, che sarebbero gestiti sempre le stesse persone, cioè dagli stessi amministratori giudiziari.

I professionisti in grado di ricoprire il ruolo di amministratore giudiziario sono circa 4mila, tutti inseriti in un albo di amministratori competenti, che è stato costituito, per legge, nel gennaio 2014. “Alla lista – leggiamo sempre nell’articolo pubblicato dal sito – bisognerebbe attingere per la scelta delle professionalità in base a competenze e capacità. La scelta, a quanto pare, è arbitraria, effettuata dai giudici della sezione delle misure di prevenzione in cui si ritrovano molto i soliti trenta nomi.  Tra i preferiti dai giudici spicca il nome di Gaetano Cappellano Seminara, soprannominato il ‘Re’. Il 90% delle aziende sequestrate e a lui affidate, gran parte nel settore edilizio e immobiliare, sono state chiuse per fallimento”. Qui si tocca un tema caldo: la mancanza di cultura imprenditoriale da parte dei soggetti chiamati a gestire queste aziende, che spesso vanno in malora.

“Seminara – leggiamo sempre nell’articolo – oggi è uno degli avvocati più ricchi d’Italia. Un uomo che si occupa di beni sequestrati e confiscati, con 54 incarichi in varie aziende e amministratore di 250 aziende con un onorario che si aggirerebbe intorno ai 7 milioni di euro l’anno”.

Nel sito di parla anche del conflitto di interessi dell’avvocato Seminara. “La Legalgest Srl è proprietaria di un hotel di cui Seminara avrebbe il 95% delle quote, mentre il restante 5% apparterrebbe alla figlia. La curiosità è che l’amministratore della società è la nonna 82enne dell’avvocato. Nel 2011 la stessa Legalgest cede la gestione dei servizi alberghieri alla Tourism project Srl di cui è proprietaria, al 100% delle quote, la stessa Legalgest Srl”. Insomma, un gioco di scatole cinesi.

“Appare strano – leggiamo sempre nell’articolo – che nessuno si sia accorto di un evidente conflitto d’interesse quando Seminara si è occupato, come amministratore giudiziario, di un altro gruppo alberghiero: la Ghs Hotels F. Ponte Spa”.

“Esiste una sorta di cupola degli amministratori giudiziari che agiscono in perfetto accordo con il Tribunale di Palermo, in particolare col responsabile della sezione misure patrimoniali” chiarisce Salvo Vitale di Radio Aut e collaboratore di TeleJato. Nell’articolo si racconta anche del ruolo dell’avvocato Seminara nella discarica di Bucarest, ritenuta la più grande d’Europa. “Quando uno dei proprietari si ritirò e bisognava rinnovare il Consiglio di amministrazione – si legge sempre nel sito che cita un articolo de I Siciliani –  Cappellano Seminara pagò un lavavetri per acquistare, come prestanome, una quota importante ed entrare nel consiglio di amministrazione, per poi diventarne Presidente, giochetto che gli è riuscito numerose volte. Questa volta il gioco è stato smascherato”.

Il caso è stato smascherato, manco a dirlo, dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone, già magistrato inquirente di punta al Tribunale di Palermo.

“A non essere rispettata è la Legislazione Antimafia – Vittime della mafia e relativo Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia – si legge sempre nell’articolo -. La fase del sequestro, secondo la legge, non deve superare i 6 mesi, rinnovabile al massimo di altri 6, periodo in cui vengono svolte le dovute indagini e si decide il destino del bene stesso: se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale; se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario. Nella pratica il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media, il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni”.

“Una legge limitata – si legge ancora nell’articolo – da aggiornare, che non permette gli adeguati controlli e conduce troppo spesso al fallimento dei beni per le – forse volute – incapacità del sistema”.

Su Live Sicilia leggiamo la replica di qualche tempo fa dell’avvocato Cappellano Seminara: “Ho presentato una parcella lorda di 7 milioni di euro per 15 anni di lavoro durante il quale ho amministrato, insieme ad un team di 30 collaboratori, 32 società e ho accresciuto il valore commerciale degli asset a me conferiti a 1,5 miliardi di euro. Nel periodo di gestione giudiziaria i soli beni aziendali giunti a confisca hanno prodotto ricavi per oltre 280 milioni di euro, attestando così il costo della gestione giudiziaria a circa il 2,50% dei ricavi. Giova inoltre ricordare che dalla liquidazione disposta dal Tribunale, interamente corrisposta con fondi del patrimonio confiscato, ne è derivata a mio carico, in favore dell’Erario una imposizione fiscale di complessivi euro 4.248.281 pari al 60% del lordo percepito”.