GANDALF IL PIRLA

del Prof. Antonio Diano

NOTA EDITORIALE

Il breve saggio che segue porta un rapido ed essenziale (e tuttavia, sic stantibus rebus, indispensabile) mannello di indicazioni e consapevolezze su un punto di dottrina, senza conoscere  il quale risulterebbe impossibile ritenere l’attuale esigenza – non eludibile, si ripete, per dottrina intrinseca – di aderire in modo pieno e corretto alla Verità cattolica stessa; né l’ignorarlo sarebbe privo di conseguenze circa la possibilità stessa d’intendere questo volume.

Desideriamo precisare che non abbiamo ritenuto strettamente necessario ‘aggiornarlo’ alla luce dello pseudo-pontificato dell’attuale illegittimo occupante del soglio petrino J. M. Bergoglio, non certo per indifferenza verso i paurosi virages di questo personaggio, ma in quanto riteniamo (e l’abbiamo spiegato più volte nel sito www.agerecontra.it ai cui interventi d’approfondimento rinviamo) che la sostanza dell’anticattolicesimo di Francesco sia la medesima del suo “predecessore” Ratzinger. Entrambi sono non-cattolici quindi non pontefici. Atteso lo scopo specifico della nota a seguire, tanto basti.

Vorrei fissare in questa occasione di messa a punto di un dibattito interno alla galassia tradizionalista (ma non per questo meno specioso, almeno in factis) alcune questioni, alla luce della dottrina cattolica e del magistero perenne, che sembrano esser state dimenticate, oppure eluse e mal comprese.

Il motivo di tale incomprensione, storico giuridico o morale ch’esso sia, non interessa, hic et nunc, in quanto tale.

In questa sede desidero far chiarezza su tali punti, che giudico essenziali e sui quali non mi risulta sinora svolta un’analisi chiara, almeno in relazione ad alcune prassi che occorre a tutti i costi rispettare, pena la caduta nella condizione di non far più parte della Chiesa. L’intento è divulgativo, per i fedeli che si avvicinano a questi complessi problemi e hanno la necessità di saperli affrontare, a beneficio della salus animarum.

Non si tratta – preferisco chiarirlo – delle posizioni di chicchessia (persone, gruppi, etc.), ma della dottrina cattolica, la quale pervade nondimeno le ‘posizioni’ dei gruppi ecclesiali cattolici che si riconoscono nel cd. sedevacantismo (utilizzo questo termine – di cui riconosco l’intrinseca ambiguità ma pure, per ora, l’insostituibilità – solo per chiarezza e comodità) e son persuasi dell’attuale ineludibile necessità di storicizzarlo, essendo le condizioni presenti, relativamente alla questione dell’autorità nella Chiesa, perfettamente coerenti con tale specifico punto della dottrina cattolica.

Malauguratamente oggi nel milieu ‘tradizionalista’, ad iniziare da gruppi ecclesiali meritevoli sin a pochi mesi fa di fiducia e di sommo riguardo, alcuni (molti; troppi) hanno scambiato per possibili traguardi un insieme di sconfitte della verità e dell’operatività militante e pastorale cattolica che stanno conducendo ad una caduta generale (sul piano umano, s’intende, giacché Iddio Onnipotente può risolvere ogni problema terreno con una semplice deliberazione della Sua Volontà) sul campo di quella “buona battaglia” per la restaurazione cattolica che molti di noi han dovuto combattere dal cd. Concilio Vaticano II in poi.

I due corni del problema sono, lo ricordo per sommi capi, essenzialmente questi: alla luce del magistero (e sulla scorta della bolla Cum ex apostolatus officio di Paolo IV, ove chiaramente – e con tutte le caratteristiche dell’infallibilità, come ha ben ricordato C.A. Agnoli, non dobbiamo dimenticarlo – si dice in proposito: “…ipso facto et sine ulla declaratione”: cfr. can. 188 del CIC, 1917, perfetta trasposizione nel diritto canonico di un’espressione infallibile del magistero) non è in alcun modo possibile non applicare alle presunte (da parte di alcuni, compresi purtroppo i “cugini” della Fraternità Sacerdotale San Pio X, almeno nelle posizioni ufficiali di “dialogo” e di legittimazione) autorità “pontificie” da Giovanni XXIII compreso in poi, e ora in particolare al card. Ratzinger (pseudo-Benedetto XVI), la dottrina, meglio la nozione teologica perfettamente fondata sulla dottrina della quale anzi è espressione, che viene denominata sedevacantismo (lasciamo stare ora se tesista o simpliciter). Il motivo è semplice: il card. Ratzinger, prima e dopo l’elezione, ha professato (e continua a professare) dottrine non cattoliche (talora assolutamente blasfeme, come ad es. la dichiarata possibilità per i giudei di attendere un altro Messia o l’equiparazione alla condizione di creatura di Nostro Signore Gesù Cristo!). Ora, poiché è ben chiaro che non è affatto necessario e sufficiente, perché un “papa” (al pari di chiunque, ma nel caso del papa è tutto ovviamente assai più grave e le implicazioni teologiche e pastorali diversissime) possa venir considerato cattolico nonostante affermazioni eretiche o ereticali, ch’egli non parli ex cathedra, più che bastando i pronunciamenti di natura magisteriale (i quali non sono le opinioni di un dottore privato!) che gli escono in modo dottrinalmente deviato e deviante ex ore o per iscritto perché si debba considerarlo privo dell’autorità suprema, è conseguenza tenuta dalla dottrina cattolica che tale persona, in quanto eretico materiale pubblico (del foro privato s’occuperà soltanto Iddio), non possa dunque essere considerato capo della Chiesa (debba non essere considerato tale, per essere più precisi) poiché non professante la dottrina cattolica. Il problema di chi “dichiari” la sede vacante, sia ribadito con grande chiarezza, è un falso problema.

Questa infatti è la dottrina cattolica, non l’ho inventata io né Mons. Guérard des Lauriers (cui pure va – con altri – il merito d’averla ben chiarita intorno a tali questioni essenziali). Un non cattolico non può essere papa. Storicizzando tale punto di dottrina, ci avvediamo di come esso si attagli perfettamente al caso del card. Ratzinger, che dunque non possiamo in alcun modo considerare o riconoscere legittimamente papa senza cadere in gravissimo peccato mortale (attesa ovviamente la piena avvertenza personale).

Si potrebbe, azzardo, piuttosto istituire una cronotassi di antipapi.

Che poi la maggioranza dei cattolici lo ignori o non se sia avvertita, come senza dubbio accade, è tutt’altro discorso, che nulla toglie purtroppo all’essenziale, cioè a quanto or ora riferito. Ne riparleremo più oltre.

E dunque, cercare un ‘accordo’ con gerarchie usurpatrici non solo è pastoralmente suicida, ma significa anche, anzi primariamente, legittimare nel ruolo di autorità persone che in alcun modo ne sono investite, salvo una per adesso assai improbabile (e comunque mai avvenuta) resipiscenza totale, radicale e pubblica degli errori professati: ed è cosa di gravità inaudita, in quanto lascia credere al gregge che una legittima autorità possa insegnare l’errore, e persino che, ad una legittima autorità, si possa impunemente disobbedire allorché si ritenga, in base a non si capisce quale sentenza di respiro più o meno ecclesiale (o personale!), che essa autorità sia caduta in errore grave pur restando assolutamente tale.

Si badi, qui non c’entra la questione dell’assistenza dello Spirito Santo, o meglio c’entra nella maniera cattolicamente corretta, perché Dio ha promesso la Sua assistenza (che c’è ed opera nella storia, questo è ben certo, ma talora in modi che possono superficialmente sfuggirci) non perché la Chiesa insegnasse l’errore ma perché perseverasse nel difendere la Verità. Se qualcuno che appare posto in alto o altissimo loco insegna un errore, quest’ultimo non può provenire dalla Chiesa ma da un’istanza o da un livello illegittimo e usurpatore.

Né ciò intacca minimamente la dottrina sul papato, anzi ne conferma la professione cattolica in senso reale e totale: non datur che un papa insegni costantemente e d’abitudine l’errore, se lo fa – e non necessariamente ex cathedra – non è papa. Punto e basta.

Obiettare polemicamente attraverso questioni che nulla c’entrano con i fatti in sé è operazione antilogica e surrettizia.

Come dire: se il papa dice così allora è così. No: se il “papa” dice che la Redenzione non è universale non è papa. Punto e basta. E questo non toglie assolutamente alcunché alla dottrina cattolica del papato, anzi – ci ripetiamo – la conferma. Contra factum non valet argumentum: possiamo aggiungere che contro un fatto umanamente inesplicabile (quali certamente, ahimè, son quelli che ora stiamo studiando) non vale opporre obiezioni che, nel mentre come tali non sussistono (e questo è di primaria importanza), lasciano per di più del tutto inalterato un problema che – esso sì – sussiste in toto e continua a non venir risolto. Certo, non praevalebunt, ma ciò non significa in alcun modo la traduzione dell’assistenza sovrannaturale al fine che la Chiesa insegni l’errore, come già evidenziato.

Secondo punto.

Anche la considerazione del Vaticano II non può essere, a voler restare cattolici tout court, che una: esso non è in alcun modo opera della Chiesa, neppure di uomini di Chiesa che sbagliano, in quanto un concilio ecumenico non può presumersi senza l’adesione alla dottrina cattolica e la conseguente conferma integrale e inderogabile della stessa. Ora, dato che il Vaticano II, nella lettera oltre che nello spirito, è tutto tranne che cattolico (uso i termini nel loro significato preciso e non in senso anfibologico o incerto), né occorrerà qui ancora una volta dimostrarlo (non è questo, come detto in esordio, lo scopo della presente nota), esso è, né altro può essere che opera della contro-Chiesa, vale a dire del demonio, e in alcun modo proviene dalla Chiesa cattolica, santa e immacolata. Il fatto su cui oggi tanto si discute, se si tratti cioè di concilio pastorale o dogmatico, come se a un concilio soltanto (?) “pastorale” (o meglio per il fatto d’essere stato dichiarato – provvidenzialmente, dice qualche stolto e insano di mente – “pastorale”) non si dovesse obbedienza (tra l’altro senza specificare bene tutte le implicazioni di una questione così spinosa), e come se un concilio ecumenico potesse essere adogmatico o addirittura contrastare la dottrina in quanto non dichiaratamente “dogmatico” (che distinzione è mai questa?), è tutt’affatto specioso, e come tale da rigettare – nella polemica – in modo diretto e non obliquo. Se a un concilio non “dogmatico” (ammesso che se ne possa parlare), che esigerebbe comunque – come tale e in quanto tale – obbedienza, non è possibile renderla (come nel nostro caso), allora non si tratta di un concilio dimidiato, come se la Chiesa potesse emettere checchessia di profondamente errato e si potesse senza alcun problema evitar d’obbedire sul punto (che concezione della Chiesa è mai questa?), ma di un conciliabolo e quindi di opera satanica. Punto e basta. <1>

L’ermeneutica della continuità è un balocco dialettico che equivale, alla fin dei conti, alla ricerca della discontinuità: quest’ultimo neppure, infatti, è concetto propriamente da ritenere, giacché la discontinuità non è un semplice fatto storico o dialettico, ma il

segno di una differenza, vale a dire dell’antinomia assoluta e assolutizzante (e quindi in alcun modo componibile) che corre tra verità ed errore.

Analogamente, non è il sedevacantismo (continuiamo ad usare tale lemma per intenderci) che interviene quasi ex post a sanare una situazione che la storia ci pone davanti e che non sappiamo come affrontare; viceversa è stata la divina Provvidenza a renderci consapevoli <2> di siffatta realtà teologicamente fondata la quale ci fa comprendere alla luce della dottrina della Chiesa situazioni d’apparente mistero entro il quale altrimenti non saremmo forse in grado di penetrare.

Appare sin pleonastico precisarlo: “sedevacantismo” è una nozione teologica, “sede vacante” è una condizione che si verifica – con tutte le implicazioni anche giuridiche del caso – nel tempo storico (non si scordi anzi che si tratta di una situazione ordinaria tra la morte di un Papa e l’elezione/accettazione del successore). Oggi è improponibile, purtroppo, non riconoscere la seconda alla luce della prima.

Tanto mi premeva ribadire: per essere cattolici occorre appunto accogliere il depositum fidei e professare in tutto l’irreformabile dottrina cattolica; non può essere possibile ‘tentare di esserlo’ abborracciando un compromesso con l’errore.

Anzi, occorre che la dottrina sia ben conosciuta onde ottenerne le buone disposizioni. Più che mai in tempi di umano abominio e di apostasia ai massimi livelli.

Insomma, non si può essere cattolici che così (cioè… essendolo!), come insegna la Chiesa su mandato divino e com’è sempre avvenuto.

Per finire, mi si consentirà di esprimere una convinzione che è maturata in me in questi ultimi tempi e che qui viene recata all’attenzione dei lettori. Si badi: chi scrive non è un teologo, né un ecclesiastico, e quindi intende sottoporre lo spessore di tali assunti al vaglio di preparati sacerdoti. Intanto anticipo il succo di questa riflessione, suggeritami – se non m’inganno – dallo studio e dalla condivisione della retta dottrina.

Ci siamo abituati dal Vaticano II in poi a parlare e discutere di “crisi nella Chiesa” (naturalmente non della Chiesa). Forse sarebbe opportuno, nella congiuntura presente, spostare l’accento sul fatto che quella che si esibisce come “Chiesa” e che in effetti – questo senz’altro! – ne usurpa spazi (a partire dalle chiese-edifici), proprietà, luoghi di riconoscibilità ecclesiale simbolica veritativa (Roma in primis), non solo nulla ha a che vedere con la Chiesa (lo dicevamo: neppure con uomini di Chiesa che sbagliano), ma è – in effetti e in realtà – la contro-Chiesa all’opera; il dato tremendo, orribile, sta però nel fatto che la stragrande maggioranza del gregge riconosce nella contro-Chiesa, la quale (attenzione: questo è il punto centrale), grazie all’abilità del demonio, s’è travestita con i panni istituzionali (falsi e indebiti, certo, ma perfettamente indossati, talché l’inganno funziona presso masse lontanissime ormai da un minimo di ‘alfabetizzazione’ cattolica) della Chiesa cattolica, riconosce – dicevo – appunto quest’ultima. Ovviamente la Chiesa cattolica sussiste eccome, una santa apostolica romana, ma umanamente può accadere (come accade) che la sua visibilità – pur rimanendo tale, nei vescovi e nei fedeli veramente cattolici, che sono moltissimi – sia oscurata (ciò che non significa affatto cancellata!) dal demonio; ergo non si deve in alcun modo restar vellicati dalla fallace ed ereticissima idea di una sorta di Chiesa pneumatica e para-gnostica, ovvero esoterizzante o ‘spiritualistica’ (à la ‘ultimi giorni’, millenaristica; e non invece la “società visibile” fondata da Nostro Signore), come qualcuno in questi giorni torbidissimi vorrebbe giungere a sostenere (“la Chiesa non c’è più” e simili perversità) a fronte della tremenda crisi che viene attribuita stolidamente alla Chiesa (quod Deus avertat!); nel contempo – restando fedeli alla dottrina e alle prassi di sempre – occorre combattere con i denti il lupo travestito da agnello e, nelle condizioni presenti, apparentemente vittorioso, squarciando il velo di Maya ingannatore onde n’esca l’autentico fattore, cioè l’antico nemico.

Occorre dunque liberarsi dai condizionamenti psicologici che provengono dall’inferno e tornare alla Chiesa di Cristo, la Chiesa cattolica, che in alcun modo è costituita (per metà, per un millesimo, in toto), né – per dir così – ‘ricompresa’, occultata, celata, melangée dalla o nella contro-Chiesa vaticano-secondista contratta attorno a degli usurpatori. Più che una Chiesa attaccata, invasa, incancrenita, occorre riconoscere nelle attuali gerarchie usurpatrici la forze sataniche, nemiche di Dio, della Chiesa e della anime: infatti, confondendo Chiesa e contro-Chiesa, un’infinità di anime rischiano di non salvarsi e di perire nel fuoco eterno; ancor prima, e ancor peggio, invece che render lode a Dio lo si bestemmia.

Il problema, allora, non sta nella non visibilità della Chiesa (cosa impossibile: non praevalebunt, e l’abbiam visto), ma nell’abbandono della religione e dei suoi eterni e immutabili contenuti (fornicando invece con la pratica di una pseudo-religione – o ‘religiosità’ orizzontale, laicista – che milioni di infelici pusilli hanno appreso dal mondo – il quale sa assumere una facies benigna laddove agisce l’opera distruttiva del male – quindi non da Dio) nonché nell’opaca e gelatinosa realtà terrena di società non più christianae.

Momento storico senza precedenti (né v’ha dubbio), non per una sorta di assurda ‘carenza’ o ‘non sussistenza’ della Chiesa, ma per opera del demonio che ha fatto indossare – con provvisorio ma pernicioso successo – ai suoi turpi soldati la divisa esterna della Chiesa, inducendo nel tranello la maggioranza (quantitativa, dunque: né questo è fatto che possa render concussa la Chiesa di Dio) di quel ‘popolo di Dio’ che sta precipitando verso la rovina.

Mai la Chiesa potrebbe sbagliare: se errore c’è, esso non proviene dalla Chiesa ma da una sua pur abile controfigura incarnata in realtà in satana e nei suoi accoliti.

Il disastro sta per compiersi. Che il Signore doni a tutti i fedeli ingannati la capacità di comprendere la verità e di abiurare la perfidia della ‘nuova’ (e demoniaca) pseudo-chiesa ‘conciliare’.

[2011]

Note

* Questo saggio impegna esclusivamente la responsabilità dello scrivente.

  1. Su questi punti rinvio, da ultimo, allo splendido intervento di A. Daniele, Il miracolo del Conclave e il virus “conclavista”, www.agerecontra.it (ott. 2011), ove si ricorda ordinatamente che la validità del pontificato dipende dalla fede (almeno ‘esterna’) dell’eletto e che esso perviene non dalla Chiesa ma direttamente da Dio.
  2. Parlo di consapevolezza e non di scelta perché scegliere di aderire alla verità (esercizio moralmente retto del libero arbitrio) non significa scegliere quale sia la verità: la verità non ammette discussione, ma adesione. Ora, che la nozione teologica di sedevacantismo – che la Chiesa provvidenzialmente ha nel suo patrimonio teologico-dottrinale, benché certo non si tratti di un dogma – debba nelle condizioni presenti essere applicata nei modi che abbiamo visto, è una necessità integrante dell’adesione (non del dibattito, foss’anche quello legittimo) alla Verità, la quale est e stat. Tale necessità, che ovviamente prende corpo allorché se ne presentino oggettivamente (ancorché malauguratamente) le precise condizioni, è vincolante, e nessuno (che ne sia pienamente avvertito) può ‘scegliere’ posizioni diverse.