quinquagesima

di Fra Leone da Bagnoregio

Qualunque uomo, perché è essere ragionevole, di sua natura possiede, illuminato dalla grazia, una luce per cui può vedere quale sia il suo fine e la giusta sua attività, può infatti comprendere la verità ed esercitare la bontà e cercare la bellezza. Questa luce non viene mai persa dall’uomo, perché fa parte dell’essere umano. La luce di grazia che gli permette di conoscere il vero bene e di vivere rettamente e di piacere a Dio, può essere persa con il peccato, perché il peccato comporta la privazione della luce della grazia santificante che è la luce divina. La cecità mentale avviene come colpa nello spirito umano, perché l’uomo non vuole considerare i principi che lo condurrebbero alla salvezza. Questo è il tema che si scorge nell’Ufficio divino di questa domenica di Quinquagesima.

L’Introito, è preso dal Salmo 30 (versetti 3° –  4° e 2°) Il salmista mostra che l’uomo non può essere salvato se non da Dio ed a Dio l’uomo e rivolge un’invocazione piena di fiducia che non è altro che la virtù di speranza di chi crede nella Verità Eterna e comprende che solo nel Nome del Signore si può giungere in Paradiso per le vie tortuose del Calvario mediante la sua grazia

«Sii per me un Dio protettore, e un asilo che mi salvi, perché la mia fortezza e il mio rifugio sei tu; e per il tuo Nome sarai la mia guida e il mio sostentamento. In te, Signore, io spero, che io non sia confuso in eterno; per la tua giustizia liberami e salvami …».

L’Oremus mostra come il peccato è ciò che rende infelice l’umanità, per questo motivo la Chiesa oggi mostra nella sua preghiera ufficiale come il peccato sia come una catena che tiene legato l’uomo alle sue passioni che sono un carcere tenebroso e che soltanto Cristo Nostro Signore può aprire con la sua luce soprannaturale:

«Signore, esaudisci clemente le nostre preghiere, sciolti dai legami dei nostri peccati, preservaci da ogni avversità. . .».

L’Epistola è tratta dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinti (XIII,1, 13).

San Paolo che nella domenica di Sessagesima narrava di essere stato rapito fino al terzo cielo e di aver udito parole arcane che non sono esprimibili da parola umana, oggi ci consegna una delle pagine più mirabili e sublimi del suo Epistolario. La Chiesa ce la propone proprio in questa domenica che conclude in ciclo pre penitenziale. E’ un canto alla Carità che ci vorrebbero libri per commentarla. La Carità non è zelo amaro per la fede e neppure filantropia nell’elargire tutto quello che si ha per i poveri e neppure eroismo che ci porta a dare la nostra vita per una causa. La Carità è l’amore per Dio che ci porta a compiere queste cose. La Carità non è voce squillante per far udire a tutti il nostro pensiero o per mostrare i doni che ci ha dato il Buon Dio, è l’amore che deve provenire come da una fonte dalle parole che escono dalla nostra bocca.

Cesseranno le nostre prerogative e i nostri talenti anche importanti come la profezia, ma l’amore per Dio non verrà mai meno.

Alla nostra morte avranno termine pure le virtù di fede e di speranza, perché vedremo ciò in cui avevano creduto e sperato, infatti, vedremo viso a viso la bellezza di Dio e lo conosceremo intimamente non più tramite uno specchio od un enigma. Noi ora conosciamo Dio soltanto come dei bambini e ragioniamo di Dio come dei bambini, anche se grandi teologi o filosofi, dopo la nostra morte avremo la vera vita adulta ed avremo una conoscenza di Dio che ci riempirà l’anima e la mente completamente.

Il Graduale con il suo responsorio che è preso dal Salmo 76 (versetti 15° e 16°) è meno cupo di quelli delle due domeniche precedenti, la Santa Gerusalemme pur essendo ancora circondata dal nemico, già vede l’arrivo della salvezza, già prospetta la vittoria grazia all’aiuto di Dio, le nazioni, conoscono ormai la potenza del nostro Dio.

«Tu solo sei il Dio che operi meraviglie; tu facesti conoscere tra le nazioni la tua potenza. Liberasti col tuo braccio il tuo popolo, i figlioli d’Israele e di Giuseppe».

Il Tratto è ripreso dal Salmo 99 (versetti 1° e 2°) E’ un inno di riconoscenza a Dio perché ha concesso aiuto ai suoi figli, Lui Padre e Pastore del suo popolo non l’ha abbandonato nella tribolazione, per questo bisogna cantare al Signore inni di lode, perché ci ha creati e sostenuti con la sua grazia

«Uomini tutti acclamate a Dio, servite il Signore in letizia. Entrate, esultanti, alla sua presenza; riconoscete che il Signore, Egli è Dio. Egli ci ha fatti e non già noi stessi; noi poi siamo il suo popolo e le pecorelle del suo pascolo».

Il Vangelo è preso nuovamente come la scorsa domenica dall’Evangelista San Luca (XVIII, 31 – 43) Nostro Signore volge i suoi passi verso Gerusalemme, il luogo dove regolarmente si consumava l’assassinio dei profeti ed annuncia ai Dodici la sua passione, morte e resurrezione, ma essi non capiscono. Il mistero della Croce è molto profondo che neppure gli Apostoli riescono in quel momento a comprenderlo, non lo intesero qui durante l’ascesa a Gerusalemme e non lo intenderanno neppure il giovedì santo, quando ci fu l’istituzione della Santa Eucarestia e la loro consacrazione pontefici del Nuovo Testamento, infatti poco dopo lo abbandonarono in mano ai suoi carnefici.

Appare nel racconto evangelico il miracolo del cieco, questo ci fa tornare al tema principale di questa domenica di Quinquagesima, la luce, in questo contesto, la luce della fede che deve illuminare gli Apostoli che il Signore avverte scossi dalla sua profezia e mostrava loro con questo miracolo, che se l’umanità di Cristo avrebbe ceduto volontariamente difronte ai suoi persecutori, la sua divinità ne sarebbe stata immune ed avrebbe richiamato il Lui la vita il terzo giorno risuscitando da morte. La luce per cieco che è l’immagine di noi poveri peccatori che dobbiamo gridare sempre più forte per ottenere la misericordia con il nostro pentimento dei i peccati commessi.

E’ necessario riflettere che il Crocifisso e la Passione devono essere costantemente meditati e tutta la nostra vita deve essere indirizzata alla Croce che è la luce nelle tenebre che ci circondano e la nostra salvezza e speranza “Ave crux spes unica”.

L’Offertorio è tolto dal Salmo 118 (versetti 12°e 13°) Il salmista benedice il Signore perché gli ha dato la grazia di parlare coraggiosamente e di esprimere i suoi giudizi davanti ai potenti del mondo e difronte agli empi, prega affinché Dio continui a mostragli la vera via della salvezza.

«Benedetto sei tu Signore, insegnami i tuoi precetti; colle mie labbra io ripeto tutte le sentenze della Tua bocca».

La Secreta supplica il Signore che le offerte che sono poste sull’altare siano idonee a purificare da ogni macchia la nostra anima, cosicché con spirito e cuore puro possiamo offrire il santo sacrificio Eucaristico.

«Quest’ostia, o Signore, te ne preghiamo, ci mondi dai nostri peccati e, per la celebrazione del sacrificio, santifichi i corpi e le menti dei tuoi sudditi …».

Il Communio è preso dal Salmo 77 (versetti 29° e 30°) il salmista ci mostra gli Ebrei che nel deserto si nutrirono miracolosamente delle carni delle quaglie, loro desiderate, ma qui si applica al Santo Sacrificio dell’altare, di cui i miracoli dell’Antico Testamento sono prefigurazioni:

«Mangiarono e si saziarono pienamente e il Signore soddisfece la loro brama, non fu vana la loro speranza».

Nel Post Communio, la Chiesa vuole che si invochi il Signore affinché il cibo celeste a cui abbiamo partecipato, ci protegga contro ogni assalto ostile del peccato:

«Ti preghiamo, onnipotente Dio, che noi i quali abbiamo percepito i celesti alimenti, siamo protetti, per mezzo loro, da tutte le avversità . . .».