ahmed abdallah

Segnalazione di Raimondo Gatto

Una raffica di arresti che hanno coinvolto anche persone vicine a Giulio Regeni. Nel mirino della diplomazia internazionale a causa della morte dello studente italiano, che ancora non ha colpevoli, l’Egitto mostra il volto più duro della repressione. Lunedì a Il Cairo sono finite in manette almeno 238 persone, tra cui attivisti e giornalisti locali e stranieri, accusati di voler sovvertire il governo e partecipazione a gruppi terroristici. Una vera e propria retata, che ha coinvolto frange antigovernative del paese, così come esponenti della stampa estera e di quella locale. Un vero e proprio giro di vite che sullo sfondo ha l’omicidio del ricercatore italiano.

Tra gli arrestati, infatti, c’è Ahmed Abdullah, il presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, un’organizzazione non governativa per i diritti umani che sta offrendo attività di consulenza proprio ai legali della famiglia di Regeni. Poi la nota attivista Sanaa Seif, e l’avvocato Malek Adly, che aveva conosciuto il 28enne alla fine del 2015 e che nelle prime ore della sua scomparsa si era occupato del caso. Per Abdullah la questione è particolarmente complicata. Si trova in carcere ed è tra quelli che rischia la pena di morte.

Il consulente della famiglia Regeni è stato prelevato dalla polizia lunedì mattina, mentre si trovava nella sua abitazione a Heliopolis, nell’area metropolitana de Il Cairo. La motivazione ufficiale è quella del giro di vite della sicurezza egiziana in occasione della protesta contro la vendita delle isole del Mar Rosso, Tiran e Sanifr, all’Arabia Saudita, tenutasi in occasione dell’anniversario della liberazione del Sinai dalle forze militari israeliane nel 1982. Secondo Amnesty international, la Ong che ha denunciato l’ondata di arresti, «il massiccio spiegamento di forze e mezzi di sicurezza ha di fatto impedito lo svolgimento delle manifestazioni pacifiche indette per protestare contro la cessione di due isole del mar Rosso all’Arabia Saudita, una decisione che secondo molti gruppi della società civile egiziana è stata presa in modo incostituzionale e privo di trasparenza».

La sensazione, però, è che l’Egitto stia compiendo operazioni che mirano anche a reprimere il dissenso contro il regime, balzato con forza agli onori della cronaca internazionale dopo la morte di Regeni. Proprio Abdullah, infatti, è accusato anche di adesione a un gruppo terroristico e di incitamento alla violenza per costringere il presidente della Repubblica, Abdel Fatah al Sisi, a lasciare il potere.

Sul caso di Abdullah sono intervenuti i genitori di Regeni, che attraverso il legale Alessandra Ballerini, in una nota hanno espresso tutta la loro preoccupazione per quanto accaduto in Egitto: «La famiglia Regeni alla luce anche del comunicato di Amnesty International esprime preoccupazione per la recente ondata di arresti in Egitto ai danni di attivisti per i diritti umani, avvocati e giornalisti anche direttamente coinvolti nella ricerca della verità circa il sequestro, le torture e l’uccisione del figlio Giulio.

Particolare angoscia – continua la nota – suscita l’arresto di Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, (Ecfr), ong che sta offrendo attività di consulenza per i legali della famiglia Regeni».

L’avvocato Adly, invece, aveva conosciuto Giulio a fine dicembre 2015. Non si trattava di un vero e proprio rapporto di amicizia, ma quando il giovane è scomparso il 25 gennaio scorso, alcuni amici comuni lo interpellarono per chiedere aiuto. Nelle prime ore l’attivista si è occupato del caso e non ha mai escluso l’ipotesi del movente politico. Sulla sua pagina Facebook, dopo il ritrovamento del corpo dell’italiano, Adly scrisse: «Le mie condoglianze a tutti gli amici italiani e alla famiglia di Giulio. Come egiziano chiedo scusa a tutte le vittime di questa folle situazione. Come legale sono pronto a dare una mano in ogni azione legale necessaria per raggiungere la verità sulla morte di Giulio e sui bastardi che hanno compiuto quest’atto». Parole dure, che forse sono alla base del suo arresto, oltre che per l‘impegno come attivista a sostegno dei diritti umani.

Tra i giornalisti stranieri arrestati ci sono il danese Stefan Sigurd Weichert, del settimanale egiziano «Al Ahram Weekly», la francese Jenna Le Bras, del sito internet «Middle East Eye», il freelance francese Samuel Forey, il giornalista francese Francois Hume-Ferkatadji, di «Radio Free Europe» e il freelance norvegese Christian Hoff.

IL TEMPO.IT 27 aprile 2016