scuola cattolica

L’Istituto paritario di Trento “Sacro Cuore” è stato condannato dal tribunale di Rovereto per discriminazione nei confronti di una insegnante cui l’allora dirigente dell’istituto chiese di smentire le voci circa una sua relazione “sentimentale” con un’altra donna. La docente, sdegnata per quella che considerava un’ingerenza nella sua vita privata, si rifiutò di rispondere alle domande del suo interlocutore, il quale le chiese comunque di cercare di “risolvere il problema”.

Constatato il fallimento di tutti i tentativi compiuti allo scopo di salvaguardare, giustamente, il buon nome dell’Istituto e di eliminare lo scandalo pubblico di un’insegnante convivente con un’altra donna, lo stesso Istituto non la riassunse ed ella perse il diritto di ottenere un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Il giudice di Rovereto ha così condannato L’Istituto “Sacro Cuore” di Trento a risarcire l’ex docente con 25.000,00 per danni patrimoniali e non e con 1.500,00 ciascuna delle organizzazioni che hanno presentato ricorso, ossia la Cgil del Trentino e l’Associazione radicale “Certi diritti”, accogliendo dunque la domanda posta da codeste associazioni di accertare «il carattere di discriminazione collettiva delle diverse dichiarazioni rilasciate dall’Istituto con le quali si rivendicava il diritto di non assumere persone omosessuali, ritenute inidonee ad avere contatti con minori». (Il Messaggero, 23 giugno 2016).

Si tratta della prima sentenza che condanna per discriminazione individuale a causa dell’orientamento sessuale un’organizzazione di tendenza dopo l’entrata in vigore della normativa antidiscriminazione emanata nel 2003.

E’ evidente come il caso dell’Istituto di Trento non rimarrà purtroppo isolato ma sarà il primo di una lunga serie di persecuzioni nei confronti di chi intende affermare pubblicamente l’intrinseca illiceità dei rapporti omosessuali. E’ altresì evidente come la generale accettazione (anche da parte del mondo cattolico) del principio secondo cui è comunque sbagliato discriminare le persone sulla base dei loro “gusti” sessuali, costituisce la base filosofica e normativa che “arma” i giudici e consente loro di “chiudere la bocca” a tutti coloro che pensano e agiscono coerentemente coi dettami della ragione nonché con quelli della religione cattolica.

A questo punto, è lecito chiedersi se sarebbe preferibile lasciare per strada qualche presunto diritto di una minoranza deviata piuttosto che doversi trovare, prima o poi, a dover accettare supinamente il ribaltamento totale della legge naturale e il conseguente dilagare dell’immoralità sia a livello individuale che pubblico.

La strada purtroppo è stata già tracciata ed ora risulta molto difficile, se non quasi impossibile, tornare indietro. In questi casi vale il detto “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”. (A. D. M.)