erdogan+francescoL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Farsa o no, il golpe in Turchia è stato così maledettamente ben riuscito da svelare una sua natura preternaturale per il flagello di un mondo che da mo’ si è venduto l’anima. Poiché scrivo sempre da cattolico, avendo in mente la Parola del Signore, e nel Suo segno quella del senso cristiano della Storia, ricordo ora l’Apostolo Paolo, nella lezione sulla natura dei grandi conflitti mondiali, come questo golpe: «Non lottiamo contro una natura umana mortale, ma contro i prìncipi, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo oscuro, contro spiriti maligni delle regioni celesti.» (Ef 6, 12)

Si tratta del colpo straordinariamente favorevole al futuro sultanato di Erdogan per compiere la rivincita storica sull’Europa vittoriosa a Lepanto. E dico compimento perché da tempo è in atto un’invasione islamica dell’Europa, che ora segue a ritmo accelerato. Manca solo l’erezione della potenza mondiale di marchio «otomano». Perciò la repressione «rivoluzionaria», che, incidendo sui professore, magistrati, università,.. mira a una «nuova cultura» statale.

Il «gran sultanato di Erdogan», fondato sull’ideale di uno stato islamico «democratico», non è nessun miraggio per chi segue la politica di quella regione. Lo sanno bene i turchi dell’opposizione, che lo temono diretto da questo apprendista gran dittatore. Perciò il colpo militare andato a male, anzi malissimo, perché ha travolto in modo drastico un antico mondo turco che voleva modellarsi nella politica laica si Kemal Ataturk. L’esercito era il garante «democratico», che avvicinava il mondo turco all’europeo. Tutto questo ora sembra andare a monte, salvo quanto è preservato della politica fin’ora in atto a favore dei piani di Erdogan. 

Infatti, lui potrà ancora fare da moderatore delle opposte forze mondiali, al contrario di quel che temono tanti a causa del suo tono di sfidante verso le attuali forze occidentali titubanti. Infatti, Erdogan appare ora come potere di mezzo in rapporto ai «grandi», cioè sugli SU dell’incerto Obama, sulla titubante NATO, che non può fare a meno della Turchia, e sulla UE, la cui intellighenzia asservita all’altro era assente, isolata in Mongolia, per occasione del colpo.

La loro NATO in Ucraina, per affrontare l’impresa teorica della reintegrazione del «territorio nazionale», al massimo manderà lì quei tanti polacchi, ceceni, arabi, tra i giovani turchi, che sarà riuscita a racimolare tra quanti amano l’avventura militare di legioni straniere bene rimunerate.  L’America, allora, con qualsiasi risultato elettorale, sia la vittoria della improponibile Killary, sia dell’avversato Trump, non avrà più la posizione di potere arbitro negli equilibri internazionali. Intanto, la Turchia di Erdogan breve lo potrà essere nel così detto Medio Oriente, con l’assenso della Russia di Putin, di Israele di Netanyhau, dell’Arabia e vicinato, dell’Iran… e il principale, col cosi detto «stato islamico», che potrebbe presto trovare l’ideale del califfato originale, incarnato nel «sultanato» per un nuovo «impero ottomano». 

Ecco l’apparente potere che a media scadenza potrebbe essere riconosciuto e anche applaudito come nuovo dispotismo «moderatore» dalle decadenti democrazie occidentali. Esse oggi, si fanno forte dei loro «valori» come sia l’avversione alla pena di morte, come condizione per appartenere alla UE! Ma i loro capi non sembrano distinguere tale pena di morte applicata come arma di repressione politica, da quella contro efferati delitti. E la prima applicazione è quella che si profila oggi in Turchia! Erdogan sa manipolare così bene tali capi – in nome della difesa della democrazia – che quelli dell’EU in breve capiranno che la minaccia che, se la Turchia adotta tale pena non potrà entrare nel concerto delle nazioni europee, può essere invertita, cioè che sia Erdogan a minacciare di prendere le distanze da quest’Europa. E infatti, lo fa già alzando la voce con patrone americano e avvicinandosi alla Russia di Putin e alla cultura eurasiatica di Dugin (Katehon).

La Cia è stata accusata da Erdogan di aver tramato il golpe orchestrato dal suo rivale Golen che vive in America, in combutta con alte patenti dell’esercito turco. Tanto alte da far credere essere irreversibile il successo del colpo perché sulla carta si trattava dell’esercito più forte della NATO contro una polizia locale. Infatti, le prime notizie sembravano riflettere fatti inarrestabili. Già si dava la notizia in Italia di Erdogan in fuga. Erano i primi titoli della Stampa di Molinari. Da dove tanta certezza? Non poteva fallire la superiorità delle forze militari mobilitate per il cambio di governo? Potrebbe una superiore esperienza militare pianificare un colpo di stato senza immobilizzare subito il capo avversario, ma lasciando che fosse libero di muoversi e comunicare direttamente col suo popolo? E così, mentre i golpisti ordinavano la gente di restare a casa, Erdogan li invitava a venire fuori per fare opposizione. Risultato: il popolo che sentiva i golpisti spariva, mentre quello che sentiva Erdogan straripava. 

E i giochi si sono così invertiti in poche ore, a punto di sembrare un colpo di plastica articolato dallo stesso Erdogan. E il colpo che doveva spodestare il potere dittatoriale del regime di Erdogan, ha finito per fornirgli le «ragioni democratiche» per la repressione! Una repressione da rivoluzione culturale cinese, che per la sua dimensione doveva già essere scritta come programma della politica di governo; sì, la lunga lista di quelli che contavano nell’opposizione al regime! Questi oggi, qualcosa come 50 mila persone, sono oggetto della repressione che «richiede dichiarare lo stato di emergenza» contro tale onda del terrorismo interno: opporsi al nuovo potere (presidencialista!) di Erdogan!

Eppure, dalle prese di posizioni di tale leader in questo periodo, si può pensare che può divenire un grande potere moderatore delle forze nello scacchiere mediorientale. Ora si lamenta che i diritti elementari in Turchia sono stati compromessi dallo stato di emergenza. Ma esso non esiste come quello francese per colpire il terrorismo? Si può criticare all’estero quanto vuole Erdogan, che ha avviato l’approccio alla Russia di Putin e alla Siria di Assad, ma il presidente turco è estremamente popolare in Turchia e il popolo turco ha dato retta al sua appello via webcam a occupare le strade e a colpire e consegnare i «traditori» che hanno orchestrato il colpo militare, presto fallito. L«uomo forte è sempre piaciuto alla massa, specialmente ora che gli altri capi sono confusi.

In Francia, intellettuali di sinistra ora reagiscono come quelli di destra contro un fallito multiculturalismo, che i flussi migratori conseguenti alla politica musulmana hanno provocato. 

L’Europa è comunque sotto l’assedio dell’Islam da decenni» e la Turchia è della parte dei «vincenti» in Germania, dove Erdogan fa tenuto un gran comizio da leader locale. E un comico che l’ha preso in giro rischia ora 5 anni di galera. Eppure in Europa alcuni cominciano ad accorgersi, quanto ai rapporti tra Islam e Europa, del disastro in cui si sono cacciati, cioè “illudersi che si possa integrare pacificamente un’ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica” (Sartori), equivoco ormai in atto che precluse soluzioni.

Ora, il sempre più pericoloso risveglio dell’Islam negli ultimi venti-trent’anni in forma infiammata, si deve anche a capi decisi come Erdogan. Lui è capace di invocare la democrazia, cioè la decantata sovranità popolare di società libere, come dicono di essere in Occidente, per rivendicarla per il suo Islam, sempre fondato sulla sovranità di Allah. E i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali, richiamandosi alla «democrazia turca»! Quindi, in Europa, le classi dirigenti laiche e religiose (si fa per dire) hanno imposto l’illusione dell’integrazione islamica, che si è dimostrata storicamente impossibile.

“Siamo al disastro perché ci siamo illusi di integrare l’islam”, il politologo Giovanni Sartori sul politicamente corretto: “La sinistra non ha il coraggio di affrontare il problema” (Il Giornale, 17.01.16) spiega: «Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l’integrazione di islamici all’interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all’India o all’Indonesia». – Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece… «…se invece l’immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».

–          Ma il multiculturalismo… chiede l’intervistatore.

«Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l’Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».

–          Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.

“La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».

–          Cosa serve?

«Regole. L’immigrazione verso l’Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un’identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent’anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».

–          E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?

«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all’ultimo, lo stadio della guerra – noi siamo gli aggrediti, sia chiaro – e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

–          Cosa sta dicendo?

«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l’unico deterrente all’assalto all’Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».

–          Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell’Occidente…

«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch’io che l’Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l’Occidente l’ha superata da secoli. L’Islam no. L’Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l’Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l’industria, ma il mercato, il suq».

–          Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.

«Se c’è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l’arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».

–          E l’Europa cosa fa?

«L’Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l’immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l’economia continentale. Non è questa la mia Europa»…

Ecco, siamo a questa «intellighenzia europoide» «stupida e autolesionista» che vuole l’integrazione a qualsiasi prezzo dell’Islam turco di Erdogan, che personifica il retaggio ottomano e aiuta a liberare i turchi dalla loro identità pseudo-occidentale imposta loro un secolo fa da Kemal Ataturk. La verità è che Erdogan vuole, come la maggioranza turca, il ritorno al loro status di nazione imperiale; a livello delle forze preternaturali vuole l’Europa che non ha conquistato a Lepanto.

Per ora si accinge a essere la superpotenza regionale, ma attore chiave di una politica con cui mezzo mondo dovrà fare i conti. Pur a Israele può non piacere Erdogan, ma sarà la prima ad accordarsi al suo potere, se vince. Importa soprattutto, per loro, superare il tempo scaduto del potere crociato della Lepanto cristiana!

Ma il Signore vigila, malgrado la decadente indegnità dei discendenti di allora; non ci chiede di vincere, ma di combattere.

«Per questo motivo indossate l’armatura di Dio per resistere nel giorno malvagio e, dopo aver tutto predisposto, tenere saldamente il campo.  State saldi, dunque, avendo già ai fianchi la cintura della verità, indosso la corazza della giustizia e calzati i piedi con la prontezza che dà il vangelo della pace;  in ogni occasione imbracciando lo scudo della fede, col quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio. E pregate…» (Ef 6, 13 – 17)