Vvox: Nizza, retroscena sul kamikaze che non voleva morire

 

di Matteo Castagna

Nizza, retroscena sul kamikaze che non voleva morire

Vari indizi farebbero pensare che «il killer non ha agito da martire». E che potrebbe non essere neppure Bouhlel

bouhlel

Nell’articolo sui fatti di Nizza del 15 luglio scorso avevo detto che avrei fornito un’analisi più completa, dopo alcune indagini. Le promesse si mantengono. La fonte che utilizzo è un noto giornalista libero e, per questo, più affidabile di altri, che conosco personalmente: Maurizio Blondet, che riporta sul suo maurizioblondet.it questi ed ulteriori contenuti.

La Repubblica, che non è certo un giornale “border-line”, ha inviato a Nizza Carlo Bonini, uno dei più sperimentati cronisti di nera in Italia. E lui scrive: «Il killer non ha agito da martire». Riporta «una testimonianza che rende faticoso credere che Mohamed si stesse preparando a morire». Quella del fratello Jabeur, che dalla Tunisia dice: «mi ha telefonato il pomeriggio di giovedì 14 luglio. Sembrava molto contento. Non faceva che ridere. Negli ultimi tempi non faceva che chiedermi dei nostri genitori. Mi aveva detto che sarebbe tornato presto a vivere a Msaken. E aveva anche cominciato a spedire telefoni cellulari e del denaro. Piccole somme. Trecento, quattrocento euro alla volta».

Era stranamente contento, euforico, dice il fratello. Infine, la corsa del camion. «Lenta, in principio. Poi, dopo una breve sosta, improvvisamente furiosa nel suo ultimo tratto, dove si concentrerà per altro il massimo numero di vittime. Come se a metà di quel tragitto fosse accaduto qualcosa. Un qualcosa che andrà compreso presto se si vuole arrivare alla verità sulla notte del 14 luglio».

Poi: per raggiungere il camion che ha noleggiato e parcheggiato in anticipo di giorni, ci arriva in bicicletta. «Una bicicletta – dice Bonini — che, curiosamente, non abbandona, ma carica diligentemente nel cassone del camion. Come se a un certo punto di quella notte gli dovesse servire. Come se ci debba essere un dopo», appunto. E poi: le armi. Una granata, un kalashnikov, un fucile e una pistola. Solo questa è vera, le altre sono repliche innocue. A che dovevano servire? A un “dopo” che non prevedeva la sua morte. L’ultimo sms che scrive ad uno dei suoi interlocutori, mentre già il camion è in moto, dice: «Manda altre armi».

Non certo a lui, che già è al volante e in marcia. Armi, poi, del tipo finto? «E lo scrive cinque minuti prima di forzare il blocco che immetterà il tir bianco sulla Promenade. Dunque, quelle “altre armi” vanno “mandate” in un punto di consegna che non può essere certo il camion già in movimento». La marcia dapprima lenta. Poi, la breve sosta. Da quel momento, la corsa assassina a 90 all’ora.

Bonini non lo dice chiaro, ma lascia che il dubbio affiori nella nostra mente: dopo la breve sosta, era ancora Mohamed Lahouaiej Bouhlel al volante? O un’altra persona, magari? Di Bouhlel sono rimasti sul cruscotto, accuratamente in vista, la carta d’identità e persino la carta di credito.

E’ il noto classico di queste stragi: anche gli assassini della redazione di Charlie Hebdo sono stati identificati come i fratelli Kouachi perché, nell’auto che avevano abbandonato nella fuga, c’era un documento di uno dei due. Dimenticato, s’è detto: come fosse logico. I Kouachi non li abbiamo mai visti davvero, e sono morti; anche Bouhlel è morto; sarà lui? O solo i suoi documenti?

Perché a Francois Molins, procuratore della repubblica di Parigi, è scappato detto il seguente particolare: il corpo dell’assassino è stato “trovato morto sul sedile passeggeri” del camion. Qualcun altro guidava? Una giornalista del Telegraph intervista un sopravvissuto, Damien Zamon, 25 anni, che era a Nizza quel giorno. Ci abita. «Mio padre, quando al telefono gli ho detto che sarei andato a vedere i fuochi artificiali, mi ha supplicato di non andarci, perché poteva avvenire un attentato».

Il padre si chiama Israel Zamon. Lo ha “supplicato”… Non è affatto insolito: fin dai tempi della Bibbia, ci sono profeti in Israele. E già che ci siamo, poniamo la domanda: come mai lo Stato Islamico è così feroce con la Francia? Tre attentati in 18 mesi, e uno più sterminatore dell’altro. Tutti sotto la presidenza Hollande: eppure Hollande è uno dei più accaniti nemici di Assad in Siria; vuole rovesciarlo da anni.

Era pronto a intervenire militarmente se l’avesse ordinato Obama. Eppure, lo Stato Islamico ce l’ha con Hollande. Precisamente, quello Stato Islamico o Daesh i cui comunicati vengono diffusi dal Site di Rita Katz, rivendica tutte le stragi che hanno costellato la presidenza del Beduino – il più sanguinoso abitante dell’Eliseo.

Come mai? C’è qualche vendetta da consumare fra Hollande e, diciamo, “Rita Katz”? Qualcosa di inconfessabile? Forse può aiutare una vecchia nota di Thierry Meyssan, di Voltairenet. E’ del 2014: «Nel gennaio 2014, Francia e Turchia hanno armato Al Qaeda per attaccare l’”Emirato Islamico in Iraq e Levante” (EEIL, Daesh). Si trattava allora di silurare il piano americano di creazione di un Kurdistan indipendente in Iraq e nel Nord della Siria. Ma a seguito di un accordo con gli USA, nel maggio 2014, la Francia cessava le ostilità contro lo EEIL».

Più che un piano americano, era una promessa israeliana: il governo israeliano ha promesso ai curdi di Mossul che nella risistemazione del Medio Oriente, sarebbe stato dato finalmente loro uno stato nazionale – ritagliandolo fra Irak, Siria e Turchi. Il che può spiegare anche come mai Erdogan sia impazzito e si sente tradito dagli “americani”.

Quanto all’accordo raggiunto da Hollande con “gli americani”, di non impedire più la formazione di uno stato curdo, va aggiunto che è avvenuto dopo alcuni ammazzamenti dalle due parti: un drone americano uccide il comandante di Al Nusra che rispondeva al nome di David Drugeon, militare francese; e un “terrorista islamico” professionale, di nome Mehdi Nemmouche al museo dell’Olocausto di Bruxelles, fulmina due coniugi lì abitanti, che i giornali israeliani diranno agenti del Mossad. Poi Nemmouche salì sul pulmann e si consegnò, con tutto il suo armamento e la telecamera che s’era appuntato sul petto per documentare la sua esecuzione, ai suoi superiori – volevo dire alla polizia francese – a Marsiglia, dopo 800 chilometri.

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