di Alain de Benoist 

Povertà e precarietà minano le comunità

Fonte: Barbadillo

Signor de Benoist, una parola scaccia l’altra: si evoca ormai la precarietà piuttosto che la povertà. Le due parole significano la stessa cosa?

“La povertà colpisce una parte della popolazione, la precarietà tende a divenire una realtà generale. In Francia si contano 8,6 milioni di poveri, corrispondendo la soglia di povertà al 60 per cento del salario medio, ossia circa 1.000 euro al mese. I disoccupati non sono gli unici interessati. Si aggiungono i beneficiari del Rsa (Révenu de salaire active, reddito di salario attivo, ndr) pari a due milioni di persone che percepiscono meno di 500 euro al mese, pensionati (più di un milione di persone) e anche alcuni salariati (i “lavoratori poveri”, circa due milioni persone), perché avere un lavoro non protegge più automaticamente dalla povertà. Si contano anche 3,8 milioni di persone mal alloggiate e 3,9 milioni di beneficiari di aiuti alimentari. Ciò che preoccupa è che la situazione peggiora. All’epoca del boom economico, la classe media si estendeva costantemente perché i figli furono in grado, in generale, di ottenere posti di lavoro migliori e meglio pagati rispetto a quelli dei loro genitori. E’ il contrario di quanto sta accadendo oggi. La disoccupazione strutturale produce salari più bassi o stagnanti, numerosi figli vivono meno bene rispetto ai loro genitori e la classe media non ha altra risorsa che indebitarsi per mantenere il proprio tenore di vita. L’ascensore sociale si è trasformato in “discensore”. La precarietà, che è etimologicamente legata alla dipendenza (nel Diritto romano, è precario chi non ottiene una concessione se non attraverso una revocabilità in qualsiasi momento da parte di chi l’ha accordata), si accentua a partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, costituendo una trappola che si stringe sulla popolazione più vulnerabile. In un mondo liquido, in cui nulla si inscrive più nella durata, diventa una norma, un orizzonte insuperabile, legato all’ideologia della “flessibilità” e dell’adattamento permanente alle esigenze del Capitale”.

Un numero crescente di francesi si sente abbandonato, socialmente e culturalmente. La domanda di protezione è quindi forte?

“Sì, ma la protezione sociale si è molto evoluta in questi ultimi anni. Tradizionalmente, i liberali l’accusano di costare troppo cara e di frenare la dinamica economica. Gli Stati, di fronte alla globalizzazione e a un rischio di dumping sociale e fiscale, cercano anche loro di rimettere in causa le conquiste sociali, quando gli stessi programmi di austerità che hanno messo in atto per affrontare il loro debito hanno per effetto il deterioramento della condizione sociale di molti. Una parte crescente del mondo del lavoro è costituito da salariati precari, poco qualificati, poco remunerati che subiscono la forte concorrenza da parte dei salariati dei paesi emergenti, manodopera a basso costo. La flessibilità dei tempi sociali si traduce in una precarizzazione della condizione sociale.

L’accordo realizzato nel periodo fordista tra il mercato del lavoro e le garanzie sociali si è spezzato sotto l’effetto dei cambiamenti socioeconomici. Il modello della famiglia stabile, con un solo stipendio, che a lungo è servito come punto di riferimento, è stato eliminato davanti al modello di famiglia instabile con reddito doppio (l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro ha esercitato una pressione al ribasso del livello medio dei salari). La proliferazione di famiglie monoparentali o “ricostituite” ha rimesso in discussione la logica dei diritti derivati, che hanno permesso l’estensione di certi diritti al coniuge e ai figli. Infine, il riferimento a un impiego stabile con contratto a tempo indeterminato non è più la norma, poiché i nuovi posti di lavoro sono all’85 per cento dei contratti di lavoro a tempo determinato”.

La frustrazione e la rabbia sono alimentati anche dall’aumento delle ineguaglianze…

“Le remunerazioni dei capi del Cac 40 (principale indice di Borsa francese, ndr) sono stati in media più di quattro milioni di euro l’anno, ossia 240 volte il salario minimo. Ricordiamo le reazioni provocate nel maggio scorso, per lo stipendio di 7.200.000 euro assegnato a Carlos Ghosn (amministratore delegato della Renault, ndr) dal Consiglio d’amministrazione di Renault. Ma all’estero, i dirigenti più pagati colpiscono ancora di più: il massimo dirigente della General Motors riceve 16 milioni di dollari l’anno, il capo della Ford 18,5 milioni di dollari l’anno. Negli Stati Uniti, dove la mobilità sociale – che una volta era la norma – è ora caduta a un livello più basso che in Germania o in Francia, le disparità di reddito hanno raggiunto un livello mai visto dagli anni Venti del secolo scorso, il che spiega sia il fenomeno Trump che il fenomeno Sanders. Le venti persone più ricche possiedono, da sole, più denaro di quanto ne disponga la metà inferiore (per reddito, ndr) della popolazione (152 milioni di persone). All’altra estremità della scala, 110,4 milioni di persone – più di un terzo della popolazione totale – dipendono dall’assistenza sociale e 41,7 milioni ricevono l’aiuto alimentare.

Ma la cosa più sorprendente è che anche lì, il movimento si accelera. Nel 1965, il reddito medio di un dirigente di una delle 500 più grandi società statunitensi era di venti volte lo stipendio dei suoi dipendenti meno qualificati. Nel 1990, il divario era aumentato da 1 a 60, poi saltò nel 2000 da 1 a 300. Nel 2015, ha raggiunto il livello di 1 a 373, il che significa che questo dirigente guadagna in un giorno tanto quanto i suoi dipendenti in un anno intero. Nello spazio di cinquant’anni, i guadagni generati dall’azienda non sono stati moltiplicati in proporzione, non più dei meriti e dell’intelligenza dei dirigenti. La causa di questa accelerazione è duplice: in primo luogo, la connivenza (membro del tuo Consiglio di amministrazione, io voto il tuo compenso e tu, membro del mio consiglio, voti il mio), d’altra parte – e paradossalmente – il fatto che i salari sono ora pubblici: non è più quindi questione di toccare o meno un dirigente con il rischio di apparire come meno competente. Questo effetto, noto negli Stati Uniti sotto il nome “effetto lago Wobegon”, spiega anche le deliranti remunerazioni di stelle dello sport e di stelle del cinema”.

Intervista di Nicolas Gauthier apparsa su Boulevard Voltaire (bvoltaire.fr). [Traduzione di Manlio Triggiani]