di Alessio Mannino

Il giornalista Caputo che ha visitato la Siria in guerra: «questa non è una guerra religiosa, dietro ci sono interessi e ambizioni politiche»

sebastiano-caputo

Sebastiano Caputo è uno che Aleppo l’ha vista coi suoi occhi. Giornalista, giovanissimo inviato di 24 anni, autore del libro “Alle porte di Damasco. Viaggio nella Siria che resiste” (Circolo Proudhon Edizioni, 2015), a cavallo fra quest’anno e lo scorso ha visitato tre volte il Paese martoriato dalla guerra. L’ultima nel mese scorso, girando nella capitale e nelle città di confine. «Ad Aleppo sono stato ad aprile, ma non per molto tempo: era accerchiata, e avrei rischiato di rimanere prigioniero». I canali usati per arrivare in Siria sono stati quelli legati all’assistenza alla popolazione: «la prima volta su invito di un’associazione di medici e professionisti che convocarono giornalisti occidentali per mostrare la realtà della guerra, la seconda con “SOS Cristiani d’Oriente”, che sono un gruppo di volontari francesi, e infine coi medici italiani di “Emergenza Sorrisi”, i primi che lavorano nella parte governativa».

Aleppo città-simbolo della devastazione, di cui si accusa il regime di Bashar Assad e i suoi alleati russi. Che significa oggi, Aleppo? «E’ la seconda città della Siria, la capitale economica. Per il governo è la roccaforte a nord, a 100 km dalla frontiera con la Turchia. I jihadisti la puntavano perchè sapevano che prenderla avrebbe significato tagliare in due il Paese. Per i sostenitori del governo, dal 2012 è iniziata quella che loro chiamano “liberazione”: l’avanzata dei jihadisti, infatti, era funzionale al disegno dell’Occidente di distruggere la Siria». Quella in cui ha girato Caputo «era una città divisa in due, come Berlino, dove i civili morivano da entrambe le parti, coi cecchini ovunque. Un po’ di consenso c’era, nei confronti dei jihadisti, ma molti ne erano prigionieri. E infatti molti fuggivano ad Aleppo Ovest, in mano ai governativi. E si poteva fare un raffronto fra questi fuggitivi, con le donne tutte velate, e gli abitanti a Ovest, dove c’era ancora la Siria laica e multiconfessionale» del regime baathista di Assad. Le fiaccolate, i ceri, le marce che non si contano da noi sono, secondo Caputo, «solidarietà falsa e ipocrita: dove erano quando c’erano i morti dall’altra parte?».

I “ribelli” non sono migliori dei soldati del regime, anzi: «tagliagole e mercenari. Tanto è vero che nei negoziati, l’accordo era di non filmare i loro miliziani, perchè in realtà pochissimi erano siriani. I civili mi raccontavano che nell’evacuazione di Tartus si vedevano tanti ceceni, afghani, soldati comunque stranieri». Ma allora cosa c’è da vendicare in Siria, come ha urlato l’assassino turco dell’ambasciatore russo Karlov? «Questo poliziotto, che pare fosse della scorta di Erdogan, proviene dalla divisione che è avvenuta nei corpi dello Stato turco dopo il golpe fallito. Colpire il rappresentante della Russia significa colpire l’apparato bellico russo sul campo. Ma questi episodi non avvengono mai per caso: è avvenuto dopo il riavvicinamento fra Russia e Turchia, in seguito all’accettazione da parte di Erdogan dello scambio proposto da Putin: se vuoi che faccio passare il gasdotto a sud da te, mi lasci la Siria». Si chiama geopolitica.

Ma praticamente nelle stesse ore un altro attentato ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale: quello del tir che ha fatto 12 morti nei mercatini di Natale a Berlino. Caputo, anche qui, non segue la corrente che collega il terrorismo (supposto che sia tale a tutti gli effetti) e la politica immigrazionista della Germania e più in generale dei Paesi occidentali: «il profugo pakistano è stato rilasciato, al momento c’è una rivendicazione dell’Isis. Ma preferirei fare un collegamento con la politica internazionale dell’Occidente. L’Isis sta perdendo terreno, questi attacchi sono l’unico modo che ha per creare eventi mediatici così da dare l’idea di essere ancora vivo e forte. Anche chi fa una politica restrittiva sugli immigrati può essere colpito, o anche chi non ha mandato i suoi soldati sul campo. Perchè nell’immaginario arabo-musulmano fanno tutti parte dell’Occidente nemico». Anche l’Italia, dunque. «No, l’Italia si salva perchè è una stazione di transito, e come in tutti i mercati illegali dove c’è transito è meglio non fare casini». Ma c’è Roma dove ha sede il Vaticano, capitale del Cattolicesimo. «L’Isis non ha nulla di religioso» – ribatte Caputo – «fa ridere sentire che sono stati presi di mira i mercatini di Natale per le “radici cristiane”. Questa è gentaglia che abbiamo foraggiato noi, e contro cui non c’è la volontà politica di agire sul serio: l’Isis può essere spazzato via in tre giorni. Gheddafi è stato abbattuto in una settimana».
«La verità», conclude ribaltando ancora la vulgata, «è che non siamo in guerra, perchè le cancellerie occidentali fanno ottimi affari con l’Arabia Saudita e con il Qatar grandi sponsor del jihadismo. Abbiamo stretto un patto col diavolo».

Fonte: http://www.vvox.it/2016/12/21/berlino-e-aleppo-occidente-ipocrita-non-combatte-davvero-lisis/