Risultati immagini per marco tarquinio direttore de L'AvvenireRiceviamo con cortese richiesta di pubblicazione il presente articolo del Prof. Pranzetti, nostro assiduo lettore

del Prof. Luciano Pranzetti

Gent. ma Redazione e carissimi lettori:

sento di dovervi trasmettere  quanto in appresso dirò in merito alla risposta che, a una mia ben precisa e motivata osservazione, il Direttore di AVVENIRE, il sig. Marco Tarquinio, ha reso pubblica, poiché da ciò che il medesimo scrive si palesano non tanto uno scantonamento logico e una mancata replica al tema da me  trattato, quanto un’evidente e  grave deriva teologico- etica verso un pensiero che ben si apparenta a quello modernista -luterano, del che è prova la politica Vaticana già in tal senso iniziata da GP II – incontro di Paderborn (O. R. 24/25 1996) – e resa definitiva dal recente viaggio di Papa Bergoglio a Lund dove si è capito che Lutero “aveva ragione”.

Per comprendere appieno le chiose che io apporrò alla risposta del Direttore, è bene che renda nota la causa che mi indusse ad indirizzare la mia rimostranza (ché la mèsse di spunti avrebbe avuto necessità di un esteso approfondimento), un articolo, cioè, redatto sul medesimo foglio CEI in data 24/11/2016, e  così intitolato: “I dubbî di un medico” firmato: Marina Corradi. Ne riporto i tratti più rilevanti, quelli che giustificheranno le mie rispettive obiezioni.

“È un ginecologo 62 enne, non obiettore, vice primario in un ospedale del Vicentino. Ha migliaia di aborti sulle spalle, nella sua lunga carriera. Ateo, simpatizzante dei radicali, dice di averlo fatto per i diritti delle donne, perché c’era una legge dello Stato, e qualcuno quel lavoro lo doveva fare. Non parla come un pentito, il medico intervistato ieri dal “Corriere della Sera”. Parla come uno che ha dei dubbî, della sofferenza, perfino della nausea davanti a quelle serie infinite di interventi uguali. Non è il solo, e neanche il primo. Ma ciò che colpisce è quando racconta del suo errore. Un giorno, trent’anni fa’, praticò un aborto, ma un mese più tardi si scoprì che la gravidanza di quella donna proseguiva. Lei, all’inizio, voleva denunciarlo. Pochi mesi dopo il dottore la incrociò nei corridoi della nursery: aveva un bambino in braccio, un bambino bruno attaccato al seno. La madre, ora, sorrideva. Quell’incontro deve essere rimasto indelebile nei ricordi del medico. “Quanti bambini mai nati potevano essere come quel piccolo?” racconta di essersi chiesto, turbato. “Ma – prosegue – mi rispondevo che sì, che era giusto. Lo era per le donne”. Quelle altre donne che peraltro quando, anni dopo un aborto, lo incontravano in ospedale, gli dicevano: “Dottore, io questa croce me la porterò nella tomba”. . . .La medesima evidenza che ha fatto vacillare un medico con mille aborti sulle spalle. . . C’è la militanza. . .come un soldato, se c’è la guerra, è pronto a partire. La sola speranza, è il perdono di Dio. Scrive il Papa nella sua Lettere apostolica Misericordia et misera: “Non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere”. E allarga in modo permanente la possibilità di dare l’assoluzione per un aborto a ogni sacerdote. . .”

A siffatto servizio, nel giorno 26 novembre c. a. mi permisi inviare al Direttore sig. Tarquinio, e all’attenzione della signora Corradi, questa mia critica osservazione:

“Gentile Direttore, pietoso, veramente pietoso e “commovente” il ginecologo che sente la sofferenza del crimine di aborto. Un tipo alla “chiagne e fotte”, come direbbero a Napoli. Se davvero sente il peso dei plurimi omicidî commessi, perché non smette? Troppo comodo dichiararsi oppresso, di sentirsi la croce addosso per tutta la vita – abietta espressione quel citare la Croce abbinata al crimine – e poi continuare “obbedendo prima agli uomini che a Dio”. Vorrei dire a Marina Corradi, che ne ha scritto il 24 novembre 2016, che costui aggrava  davanti a Dio e all’umanità la sua posizione. Ma, da come si legge nel suo articolo, sembra quasi che esprimendo un rammarico senza lagrime il ginecologo omicida si senta a posto con la coscienza, giusta lettera papale Misericordia et misera. Siffatti articoli che lei pubblica, direttore, glielo dico senza remore o velamenti lessicali, sono un’esortazione a continuare la strage perché al lettore, tipi come quello descritto da Marina Corradi, ispireranno pietà facendo passare in terzo, quarto, millesimo piano, il delitto che compiono ogni volta che macellano un feto”.

Il Direttore risponde, in data 26 novembre 2016 a un lettore e a me, con i complimenti al primo che si lascia andare a un espansivo panegirico sul corso pastorale dell’attuale pontificato riservando, invece, a me la seguente ramanzina in tipica “lingua di legno”, di cui riporto i due stralci più “significativi”, ove nulla argomentazione  galleggia a quanto ho obiettato:

1 – “Le dico subito, gentile signor (. . .), un franco “grazie” per l’apprezzamento e la libera condivisione del nostro lavoro. E a lei, signor Pranzetti, dico un altrettanto franco “mi dispiace” per come riesce a distorcere sia la parola di misericordia del Papa e della Chiesa. Non serve a un bel nulla la pura affermazione dei cosiddetti “valori non negoziabili”: vita umana, famiglia fondata sul matrimonio, libertà di educare, di pensare e di credere. Non serve perché una simile “difesa” tradirebbe e in effetti – quando è stata fatta – ha tradito la stessa intenzione che, da un punto di vista umano e cristiano, dovrebbe muoverla”.

Tarquinio, invece di elogiarmi per aver sottolineato, nel caso del ginecologo “sofferente”, la necessità per questi del ravvedimento, coniugato alla ferma volontà di non cadere più in quell’efferato peccato di infanticidio, mi risponde sparando alle farfalle e accusandomi di distorcere le parole del Papa e della Chiesa.
Deve, allora, star bene attento, perché in tal caso egli sta bacchettando anche Nostro Signore che, alla prostituta, concessole il perdono, intimò: “Va’ e d’ora in poi non peccare più!” (Gv. 8, 11); deve stare ancora attento perché, secondo il suo parere, anche il povero Zaccheo, pentendosi ma proponendosi di riparare, avrebbe distorto la volontà di Cristo col dire: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quatto volte tanto”.(Lc. 19, 8).
Insomma, stare alla sequela del Vangelo, spendersi per la difesa della vita umana, della famiglia naturale, della libertà ecc, “valori non negoziabili” – tra virgolette come se fossero estraneità curiose e miserande – è, per Tarquinio, non solo tempo perduto ma controproducente, addirittura un tradimento.

Nel mio definire quel tal ginecologo un tipo alla partenopea “chiagne e fotte”, mettevo in mostra l’ambiguità, in termini morali, di una persona che, pur sentendosi rammaricato per quanto abietto commesso, non se ne pente, anzi continua a delinquere convinto, forse, che siffatta compunzione emotiva e verbale sia più che sufficiente a mettere in quiete la coscienza. E proprio su  questo tema si appuntava la mia riprovazione quando citavo la Misericordia et misera. Sì, la coscienza.

Forse, a beneficio di Tarquinio, avrei dovuto far cenno a quella funesta, devastante intervista rilasciata da Papa Bergoglio al dottor Eugenio Scalfari (24 settembre 2013), perché è da quello sproloquio che ha preso maggior vigore la mala pianta del soggettivismo etico, lo stesso che traspare dalle parole del ginecologo. Eh sì, perché alla domanda del laico giornalista, pertinente il concetto di Bene e di male, Jorge Mario Bergoglio, il Papa del “buonasera” risponde: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male(maiuscolo!). Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene. . . e qui lo ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il male come lui li concepisce”.

E allora qui, se c’è uno che distorce l’Etica e i 10 Comandamenti, è proprio il Papa che, eleggendo la coscienza individuale a giudice unico in foro esterno/interno, dà modo al singolo di legittimare anche le peggiori azioni con il grimaldello della “buona fede”. Il principio primo del soggettivismo etico. È ciò che, infatti, pensava Stalin – o Lutero, Castro, Mao, Hitler, fate voi –  ogni volta che si accingeva a decretare massicce purghe e deportazioni, funzionali alla purificazione e alla libertà dell’uomo.

Forse, a beneficio di Tarquinio, avrei e dovuto giustificare quel ginecologo che, nutrendo serî dubbî sullo sporco lavoro svolto, si colloca nella configurazione del cristiano adulto, caro a Papa Bergoglio, il cristiano che dubita, che deve dubitare fortemente e metodicamente, anche su chi è Via, Verità e Vita. Figuratevi che càpita anche a lui, Vescovo di Roma, dubitare. . .

E allora, qui, se c’è uno che distorce la Parola del Verbo di Dio – “Non essere incredulo ma credente” (Gv. 20,27) – non sono io ma è addirittura il Sommo Pastore, colui che è inconsapevolmente il Vicario di Cristo.

Se indicare nella famiglia naturale, quella istituita da Dio e fondata sull’unione uomo/donna (Gen.2, 24 /Mt. 19, 4-6/Conc. Trento, sess. XXIV, 1), il pilastro primo della società non serve a un bel nulla in quanto pura affermazione di principio, io sento di trovarmi  – absit injuria verbis! – in buona compagnìa dal momento che è “El Papa” medesimo a dire la egual cosa quando, in Santa Marta, se ne uscì, con intento magisteriale, rivelandoci che “in passato la Chiesa ha presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto” (Franca Giansoldati – Il Messaggero.it, 27 ottobre 2016). E non è occasione nuova ché il sostegno a questa aberrante sciocchezza, vera eresìa, se l’era già premunito quando sentenziò che “a livello educativo le coppie gay pongono sfide nuove che per noi, a volte, sono persino difficile da comprendere” (Il Messaggero, 4 gennaio 2014), non tacendo dell’esortazione alla convivenza, preferibile esperienza prematrimoniale quale periodo di necessario rodaggio alle future responsabilità, in pratica promuovendo il peccato contro il sesto comandamento (Convegno Diocesi di Roma 18 giugno  2016).

Chiedo, pertanto, al Direttore Tarquinio, chi sia il soggetto che distorce la perenne dottrina della Chiesa e se in queste eversive e sovvertitrici parole del Pontefice, e non mie, non ravvisi  gravissima offesa al Signore che, quanto ai sodomiti, è noto il trattamento che riservò in quel di Gomorra e dintorni.

2 – “Non a caso Benedetto XVI amava definirli più propriamente “principî irrinunciabili”. Principio è una parola che ha in sé l’idea di origine, di inizio. È ciò che avvìa un processo e gli dà senso, come direbbe Papa Francesco. Ma anche valore – lo sappiamo – è una bellissima parola, che non ha neppure bisogno di essere spiegata. L’una e l’altra sono parole di cammino e però possono essere fatte deragliare nel significato e capovolte nella direzione. Insomma, sono vere solo se non diventano il coperchio parolaio” – cioè formale, astratto, moralistico – di una “pentola del niente” dal punto di vista della vita concreta”.

Caro Tarquinio, non è davvero l’emerito Papa cardinal Ratzinger il puntello, il fulcro su cui lei deve far leva perché in quanto ai principi irrinunciabili, o ai valori non negoziabili e alla loro difesa, non è lui il soggetto che possa esserne additato quale paladino. Parlò di relativismo, indicandolo come il germe perverso della scristianizzazione dell’Occidente, e poi organizzò Assisi 2011, andando a far comunella irenistica con confessioni false e bugiarde; parlò di restauro della liturgìa, e poi lasciò che chitarre, bongos, balletti fossero corredo urlante della Santa Messa; parlò di santità dei sacramenti, e poi si fece “segnare” la fronte, con una tintura terrosa, da uno sciamano; parlò a Ratisbona di fede e di primato della Chiesa, e poi chiese scusa all’Islam e sostò a pregare nella Moschea Azzurra di Istanbul; chiese, al momento della sua elezione, preghiere perché non fuggisse davanti ai lupi, e poi, causa una “ingravescente aetate” – latino di comodo! – abbandonò la barca di Pietro al primo guaito di qualche bòtolo; commentò il Credo affermando la verità di Dio Creatore, e poi nominò patrono dell’Università Lateranense (Luteranense?) il fraudolento paleontologo,  gesuita, darwinista, massone ed eretico Pierre Teilhard de Chardin, caldamente consigliandone lo studio (J. Ratzinger: Introduzione al Cristianesimo – ed. Queriniana 2005, pag. 77, 226, 294, 309). E non diciamo di quella vetrina vip, patinata e radicaleggiante, il famoso quanto sterile “Cortile dei Gentili” di cui si cercano ancora resti, esiti, tracce di conversioni che, semmai, vista l’escursione turistico-pagana del cardinal Gianfranco Ravasi danzante sileno in onore di Pacha Mama – la Grande Madre inca – in quel delle Ande cilene (Novembre 2014), raccontano qualcosa di contrario.

Principî o valori, parole di cammino:  capziosa e vacua definizione cara ai modernisti liberalmassoni,  per dire che i siffatti termini sono di tipo evolutivo, che seguono e si adattano al mutar dei tempi umani seco mutando i dogmi; discorso bizantino che sfuma ed elude il tema che io ho posto con la mia obiezione.

Ma il Direttore, con fare e dire di chi la sa lunga, conclude la sua lezioncina riportando [la risposta data nel marzo 2014 da Papa Francesco a una domanda di Ferruccio de Bortoli, allora direttore del “Corriere della Sera”: “Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia uno meno utile di un altro. Per cui non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili”. Ce ne vuole, signor Pranzetti, per pensare che si tratti di una resa, e non di una chiamata a non fare a pezzi la vita propria e degli altri e non fare una difesa della vita a pezzi].

Intanto ‘valore’ è termine che indica e copre varie categorìe sicché abbiamo i valori bollati, i valori monetarî, i valori immobili, i valori sociali, familiari, culturali…, potendo, quindi, parlare di “sistemi di valori” e di “scala di valori”, con che si ammette in alcuni un pregio maggiore che in altri. In quanto “valore” (valor- oris lat. tardo, der. di valere), esso contiene la connotazione della valutazione, del confronto, della negoziabilità, del baratto, dello scambio alla pari o al conguaglio. Nel caso nostro in questione, la Chiesa fino a ieri dichiarava “valori non negoziabili” quelli che posseggono un’intrinseca e universale importanza così alta, intangibile, unica e preziosa – come, nella fattispecie, la dignità della persona fin dalla sua iniziale formazione (Sal. 138, 13) – da non poter mai esser immessi sul mercato delle dottrine e dei comportamenti.

Ora, che il Papa dichiari di non aver mai compreso l’espressione ‘valori non negoziabili’, come e qualmente quella dei ‘valori negoziabili’, dimostra che, nella sua visione della realtà i valori, se esistono, sono tutti neutri di cui alcuni più neutri degli altri. Ed allora non si spiega – anzi, sì – perché se ne stia lontano dalle manifestazioni Pro Vita – Pro Familia, preferendo la pastorale compagnìa dell’abortomane Emma Bonino, dell’ateo Scalfari Eugenio, del comunista Evo Morales, nel gaudio dell’applauso della B’naï B’erith, del Davos Forum, del GOI, del complesso LGBT, cioè di tutta quella parte dell’umanità che tira verso le cose di quaggiù, “quelle di lassù” (Col. 3, 2), essendo troppo lontane. La verità è che, per lui, esistono valori e valori e, disgraziatamente per la Cattolicità di cui è capo, quelli sopra citati sono gli unici che riconosce, alla faccia del teorema: “i valori sono valori e basta”.

E se alto è il valore della vita che riveste la persona umana, infinitamente alto è il ‘valore’ della dignità divina di Cristo. Eppure, eppure, il Papa ci ha fatto capire che anche questo è, in fondo un valore e basta, né negoziabile né non-negoziabile. Tanto è vero che il 16 giugno 2016, durante il Convegno Ecclesiale Romano, commentando l’episodio evangelico dell’adultera (Gv. 8, 13), producendosi a braccio, è riuscito a dire che “Gesù non era pulito… ha mancato la morale… fa un po’ lo scemo”. Che non è il massimo del rispetto per la Seconda Persona della Santissima Trinità. Tanto per dire che Cristo è un valore come tanti.

Ce ne vuole, Direttore, per non pensare che si tratti di cialtroneria blasfema e di vergogna. Sicché, prima di stilare sciocchezze, quali quelle che quotidianamente galleggiano e pullulano su AVVENIRE, si dia una ripassata ai fondamenti della logica prima e della dottrina cattolica poi. O viceversa.

Santa Marinella, 29 novembre 2016

In Christo et Maria Matre ejus.