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di Raimondo Gatto

RODRIGO DUTERTE BALZA AL PRIMO POSTO NELLA CLASSIFICA DELL'”UOMO NERO” DI TURNO, SUPERANDO TRUMP, la LE PEN e FARAGE. Ecco ciò che scrive di lui “La Repubblica”.

Duterte: “I trafficanti? Datemi il tempo di ucciderli tutti”(reuters)
Sono due le cose alle quali il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte non vuole rinunciare. La prima è la lotta ai narcotrafficanti. La seconda sono le sue parole inappropriate. Dopo aver definito il presidente Obama un “figlio di …”, Duterte era finito al centro delle attenzioni internazionali per le dichiarazioni di un suo sicario che aveva rivelato i metodi sanguinari di Duterte nei confronti dei suoi oppositori. Ma nulla può fermare le affermazioni di Duterte che oggi dichiara di aver ancora bosogno di altri sei mesi per portare a termine la sua lotta alla droga.

Rodrigo Roa Duterte, detto anche Rodi o Digong, è alla presidenza delle Filippine dal 30 giugno e da allora sembra che questo Stato insulare non voglia uscire dalle polemiche. L’uomo forte che le governa non frena la lingua durante le conferenze stampa e dopo gli epiteti riservati a Obama, e le successive scuse, ha anche attaccato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, “è un pazzo” ha detto ai giornalisti e poi se l’è presa anche con l’ambasciatore americano a Manila, Philip Goldberg, “un gay figlio di …” secondo le parole del presidente. Non lo fermano neppure le accuse di Edgar Matobato. L’uomo ha rivelato di fronte a una commissione del Senato sui crimini commessi dalle forze di sicurezza dal 1998 al 2013, che il presidente filippino, quando era sindaco di Davao, ordinava la morte dei suoi oppositori.
Duterte va avanti e nella conferenza stampa di domenica si rammarica di non aver potuto porre fine al problema della droga.

Human Rights Watch ha dichiarato che la nazione dovrebbe essere sottoposta ad attente indagini da parte della comunità internazionale. Il presidente va avanti, forte del supporto dei suoi cittadini, entusiasti del giro di vite imposto dalla politica di Duterte.

“Il problema è che non ho potuto ucciderli tutti, anche se avrei voluto. Non sapevo che ci fossero così tante persone immischiate nel narcotraffico e che avessero anche contatti con membri del governo”. Così Duterte ha riferito ai giornalisti presenti alla conferenze stampa di ieri a Davao. La lista delle persone coinvolte nel traffico della droga è ancora molto lunga e contiene diversi nomi di politici, spesso all’opposizione. “Non avevo capito quanto fosse grave e seria la minaccia in questa repubblica. Ora, che sono presidente, ho capito e chiedo altri sei mesi per continuare la lotta”.

Dalle dichiarazioni della polizia sembra che siano state uccise 1.105 persone sospettate di narcotraffico. Aggressioni non commesse ufficialmente dalla sicurezza hanno, invece, causato la morte di altre 2.035 persone, ma l’obiettivo di Duterte era di riuscire ad eliminarne almeno 100mila, offrendo anche delle taglie per chi consegna i cadaveri dei trafficanti. Le parole e le iniziative di Rodrigo Duterte hanno già inasprito il suo rapporto con Stati Uniti e Australia, entrambi alleati chiave e gli sono valsi anche il richiamo formale da parte delle Nazioni Unite al rispetto dei diritti umani. Ma il presidente non si ferma.

La diffusione della droga in Italia è stata causata da una legge del dicembre 1975, sotto il IV governo Moro (DC, PSI, PSDI, PRI), dove si volle  distinguere tra lo spacciatore ed il consumatore, liberalizzandone così il suo consumo.