Segnalazione di Raimondo Gatto

olycom_20161224135739_21687128Il cessate il fuoco entrato in vigore a mezzanotte tra il 29 ed il 30 dicembre in Siria, promosso da Russia e Turchia, ratificato dal governo di Damasco, da diverse sigle armate dell’opposizione (Esercito Libero Siriano, Ahrar al – Sham, Jaysh al Islam e altre sigle minori per un totale di circa 50.000 combattenti) e sostenuto con una risoluzione adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sancisce, nonostante le violazioni già registratesi nelle ultime ore, una nuova fase del conflitto siriano. Esclusi, come prevedibile, il Daesh e Jabhat Fateh al-Sham dall’accordo ma anche le milizie curde dell’YPG, considerate da Ankara un movimento terroristico.

I segnali di quanto concretizzatosi con il vertice di Mosca tra Russia, Turchia e Iran dello scorso 20 dicembre si possono ricercare già in alcune scelte fatte dai principali attori del campo di battaglia lo scorso 18 agosto, quando i raid di Damasco presero di mira le formazioni dell’YPG, sostenute dalle forze speciali americane nella città di Hasakah. L’attacco rappresentava un’inversione di tendenza delle priorità del regime di Damasco che, sin dal 2011, aveva considerato il fronte delle aree popolate dai curdi siriani secondario, rispetto ad altri. Un segnale che anticipava di pochi giorni l’operazione militare condotta da Ankara in territorio siriano, Scudo dell’Eufrate, che aveva come obiettivo l’ISIS ma soprattutto le milizie curde dell’YPG. Un’operazione militare, iniziata il 24 agosto, che di fatto violava la sovranità della Siria e che, al di là di qualche protesta di Damasco, non provocava nessuna reazione militare né del regime né dei suoi alleati iraniani e russi.

Sempre il 24 agosto il Vice Presidente Americano, Joe Biden, intimava, pena l’interruzione degli aiuti americani, alle forze curde del PYD (il braccio militare delle YPG) di ritirarsi ad Est dell’Eufrate. È in questo clima di ridefinizioni di priorità strategiche, in cui Ankara ha allentato il sostegno ai gruppi anti – Assad sconfitti ad Aleppo per prevenire la possibile costituzione di una regione autonoma nel Nord della Siria, il Rojava, che si colloca l’azione di Mosca, abile, negli ultimi mesi, a cogliere le insofferenze e le accuse di Erdogan verso gli Stati Uniti, accusati di aver fatto ben poco a sostegno delle operazioni turche in territorio siriano e di sostenuto l’ISIS.

Un’inversione di 360°, quella di Erdogan, che appena un anno fa si era scontrato duramente con la Russia dopo l’abbattimento del jet russo Su–24 e che aveva scatenato una durissima reazione di Putin che aveva accusato Ankara di contrabbandare petrolio con l’ISIS. Gli equilibri, almeno fino al prossimo giro di valzer, sono cambiati e i primi a farne le spese sono le milizie dei curdi di Siria, spalleggiate a lungo da Washington, quando quest’ultime rappresentavano le uniche forze sul campo contro l’ISIS e corteggiate da Mosca nel momento di massima tensione con Ankara.

La necessità da parte degli Stati Uniti di non compromettere ulteriormente i rapporti con l’alleato NATO e la volontà di Putin di avviare una soluzione della crisi in Siria prima dell’insediamento del Presidente Donald Trump, impegnando il principale sostenitore dei ribelli anti – Assad nel negoziato, fanno tramontare per il momento il progetto del Kurdistan siriano.

Perduti i principali sponsor internazionali alle ambizioni di un Kurdistan siriano, non si può escludere, come riferito agli Occhi della guerra da Ali Risk, analista esperto di Medio Oriente per Al Akhbar a Al Monitor, che alla fine i curdi siriani possano addirittura cercare un accordo con Assad per ottenere qualche forma di autonomia. In attesa dell’insediamento di Donald Trump e in vista del vertice di Astana, dove dovrebbero iniziare i negoziati politici per una soluzione definitiva della crisi, il conflitto siriano continua a ridefinire i rapporti di forza del Medio Oriente degli ormai dissolti confini di Sykes – Pikot, orfano della presenza americana.

Un Medio Oriente in cui le implosioni di stati come l’Iraq e la Siria, abbinati al ruolo sempre più determinante politico e militare delle milizie, curdo siriane e Peshmerga iracheni e dei non state actors, come gli Hezbollah in Libano e i ribelli Houthi nello Yemen, rendono di difficile applicazione gli strumenti tradizionali, politici e diplomatici, di composizione delle crisi.

La serie di vertici tenutisi a Ginevra sulla crisi siriana ripetutamente falliti a causa della distanza tra le parti, con le opposizioni che chiedevano come precondizione l’allontanamento di Assad, lascia ora il posto ad una fase nuova in cui, con molta probabilità, le istituzioni internazionali dovranno appoggiare e riconoscere le iniziative intraprese da Mosca, come già accaduto con la risoluzione Onu di sostegno alla tregua tra Russia e Turchia. La vittoria di Assad e dei suoi alleati ad Aleppo, così come la tregua, non rappresentano tuttavia la soluzione del conflitto siriano ed è qui che Mosca si giocherà una partita fatta di equilibri tra i vari attori regionali, cercando soprattutto di non conferire alla sua missione in Siria un connotato eccessivamente confessionale e di scelta di campo. Questo potrebbe spiegare le dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, che ha aperto la partecipazione dei negoziati di Astana all’Egitto e successivamente all’Arabia Saudita, al Qatar, l’Iraq e la Giordania, considerati, dal capo della diplomazia russa, attori fondamentali sui possibili sviluppi siriani. La Russia è evidentemente consapevole che senza un coinvolgimento di tutti i partner, compreso un dialogo costante con Israele, confermato dalla telefonata intercorsa ieri tra Putin e Netanyahu non sarà possibile stabilizzare la Siria e i paesi, come il Libano, direttamente coinvolti nella crisi. Proprio quest’ultimo paese, con l’elezione del Presidente Aoun e il recentissimo insediamento del governo Hariri, si trova in un’insolita fase di stabilità confermata dalla presenza di tutti i partiti, escluse le Falangi, all’interno del nuovo esecutivo. Uno scenario impensabile soltanto pochi mesi fa che potrebbe addirittura aprire la strada ad una nuova legge elettorale sulla quale potrebbero confluire, come già accaduto con l’elezione di Aoun, forze politiche assai distanti tra loro, come le Forze Libanesi e gli Hezbollah.

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