tenda_chiesa_erbilSegnalazione del Centro Studi Federici

Cacciati dai loro villaggi dall’avanzata dell’Isis, sono pochi i cristiani della Piana di Ninive che hanno le forze materiali e morali per ritornare nelle loro case ora che l’esercito iracheno ha liberato quel territorio. 
 
Iraq, la speranza dei cristiani non abita più qui
 
Se i cristiani perseguitati dall’Isis in Iraq conservavano ancora una speranza, ora sembra perduta per sempre. Come le briciole usate da Pollicino per segnare la strada del ritorno a casa, è stata divorata da un mostro chiamato distruzione. I cristiani di Ankawa – sobborgo di Erbil nel Kurdistan iracheno – e del campo profughi di Kirkuk sono sempre più depressi da quando le loro città di provenienza, principalmente Qaraqosh e Bartalla, sono state liberate.
Sembra un paradosso, ma se durante le battaglie tra il Daesh e la coalizione di forze irachene, curde e internazionali, nei profughi cristiani era ancora vivo il desiderio di tornare nelle città dalle quali erano dovuti fuggire, i seguaci di Cristo hanno dovuto capire, dopo la liberazione, che il ritorno al passato è estremamente complicato. A frenare i loro entusiasmi non è stata solo la paura di dover subire nuove persecuzioni da parte dell’Isis che li stermina o tenta di convertirli. Alcuni di loro, appena i guerriglieri del Daesh sono stati cacciati da città come Qaraqosh, sono risusciti tra mille pericoli a rientrare nei luoghi d’origine. Non vedevano l’ora di ritrovare i ricordi, la memoria, assieme alle cose più care. Ma ai loro occhi si è presentato il nulla. Le loro case non ci sono più. I beni sono stati sottratti dai combattenti del Daesh. Tutto è ormai vuoto e squallore. “È così che abbiamo preso la nostra decisione. Meglio restare nei campi profughi. Ripartire daccapo sarebbe impossibile. Non abbiamo soldi per ricostruire tutto ciò che è perduto. Non abbiamo trovato niente di quello che ci era familiare. È tutto finito”, dice uno di loro in rappresentanza degli altri che, in cerchio intorno a lui, fanno “sì” con la testa.
 
Container e teli di plastica sono la nuova casa che li accoglie. Le strade sono di fango. Solo un po’ di fantasia e l’aiuto di tante associazioni umanitarie rendono la vita più sopportabile. Il bisogno di crearsi uno spazio personalizzato ha scatenato una sorta di “abusivismo edilizio” che ha portato diverse famiglie ad allargare i propri container costruendo, con materiali di fortuna, qualcosa che li rendesse più vicini ad una vera abitazione. Ingressi con tavoli e vasi di fiori, gabbie per uccellini che col loro cinguettio rallegrano le tristi giornate, tutto è destinato a contrastare la sensazione di essere in prigione.
Una prigione accogliente, grazie alle organizzazioni umanitarie come la Focsiv che hanno reso sempre più gradevole l’ambiente, con l’aiuto ad esempio di condizionatori atti a contrastare i freddi inverni e le torride estati, ma pur sempre un luogo al di fuori del quale non c’è futuro. “Fuori di qui, vivono solo i curdi. Il lavoro per i cristiani non c’è. Molti si sono adattati costruendosi i loro negozi all’interno del campo. Fanno i parrucchieri, vendono bibite. Per chi ha voglia di iniziare un’attività abbiamo organizzato diversi corsi di formazione, come quelli per estetista e per sarta, seguito dalle ragazze con interesse”, spiega Teresio Dutto della Focsiv.
 
Darsi da fare e prendersi cura di sé è un modo per non lasciarsi andare, infatti le ragazze sono ben truccate e ben vestite, con i capelli sempre in ordine. Teresio, chiamato da tutti affettuosamente “Terry”, è preoccupato per i giorni a venire. “I curdi sono sempre più sospettosi nei confronti dei profughi che arrivano da ogni parte dell’Iraq – spiega – perché temono infiltrazioni dei guerriglieri del Daesh. Questi ultimi, ormai, utilizzano tutti i metodi per ramificare la loro presenza in Kurdistan, quindi le vie di accesso per i profughi sono state chiuse e sarà sempre più difficile arrivare nei nostri campi”. La Focsiv cerca di fare del proprio meglio per contenere i danni, soprattutto psicologici, che la situazione può creare, intervenendo soprattutto sui bambini. Uno dei problemi maggiori è infatti l’aggressività dei più piccoli. “Sono agitati, violenti, hanno subito troppi dolori e troppe umiliazioni e non sanno come scaricare le frustrazioni. Nel nostro asilo e nella scuola cerchiamo di tenerli a bada con i giochi, col canto. Abbiamo anche lezioni di sport come il taekwondoo, che serve a convogliare le energie verso l’autodifesa. Per i più adulti ci sono corsi di inglese e di computer”. Anche nel campo di Kirkuk la Focsiv ha organizzato corsi di formazione e sportivi, ma la presenza di un ambiente particolarmente ostile, dove l’ideologia del Daesh si fa sentire con forza, rende tutto più complicato e le strutture sono peggiori rispetto a quelle di Ankawa. In molti, comunque, sono ormai convinti di ciò che faranno. Vivranno per sempre in questi spazi circoscritti, pur di non affrontare i problemi che ci sono fuori.