L’immagine sinistra della globalizzazione

borgognone_immagine_sinistra_globalizzazione-341x350di Paolo Borgognone
Fonte: Italicum

Intervista con Paolo Borgognone, autore del libro”L’immagine sinistra della globalizzazione”, Edizioni Zambon 2016

Nel tuo libro “L’immagine sinistra della globalizzazione” è ricorrente il tema della anomalia italiana. Quest’ultima, non si identifica secondo te, come nella vulgata storico-mediatica, nella corruzione endemica, nell’incapacità congenita dei governi, nello scarso senso civico della popolazione. La anomalia italiana consiste invece nella mancanza di senso dello stato, di una coscienza nazionale condivisa, nella assenza di sovranità non avvertita dagli italiani, cui fa riscontro un senso di subalternità verso l’Europa e l’Occidente. Forse nell’approccio alla realtà negli italiani prevale l’elemento ideologico-religioso universalista a discapito della coscienza civile? L’individualismo esasperato, la faziosità politica, il primato dell’interesse particolare-localistico, sono tratti identitari ineliminabili del popolo italiano? Quali le cause di questa fino ad oggi ineliminabile anomalia italiana?
A mio parere, e questo nel libro lo affermo apertamente, l’anomalia italiana risiede nel settarismo delle sinistre, che anteposero per tutto il perdurare della loro storia politica una certa versione, ideologica ed economicistica e non culturale e spirituale, della lotta di classe, nel conservatorismo delle destre, dogmaticamente, salvo alcune lodevolissime eccezioni, come ad esempio quella legata al circolo politico-intellettuale scaturente nelle riviste Orion e Origini, anticomuniste e atlantiste, al cosmopolitismo filo-“europeista” delle classi imprenditoriali subalterne ai dettami della cosiddetta “rivoluzione tecnologica”, al clientelismo politico-affaristico democristiano e, ultimo ma non ultimo, al secessionismo della Lega. Sono settentrionale, sono infatti nato in Piemonte, ma ritengo il secessionismo e l’invenzione della Padania mali politici paragonabili al cancro in patologia clinica. Ciò non significa affatto che disprezzi quanto veicolato, soprattutto per quel che concerne il rapporto con la Russia, in politica estera dalla Lega, anzi, sono d’accordo su questi temi e concordo anche sul giudizio negativo che la Lega esprime per quel che concerne il caos morale provocato dal dilagare, pilotato, del costume gay-friendly ma il separatismo no. Il separatismo è uno strumento politico assai utile a Umberto Bossi per spostare l’attenzione del suo stesso elettorato da tematiche concrete (la giusta lotta dei popoli ribelli contro Washington imperialista e Bruxelles prigione) a una rappresentazione della realtà del tutto fuorviante (“Roma ladrona”, “Sud parassita”, ecc.) che fa perdere di vista il nemico principale (la globalizzazione) per concentrare l’attenzione di persone sicuramente in buona fede su obiettivi secondari e manipolati ad hoc per contrapporre, ancora una volta, italiani a italiani. Questo non significa affatto che sia un sostenitore della vulgata “risorgimentale”, anzi. Sono convinto che nel 1861 fu portata a termine, da liberali, sabaudi e massoni, una guerra di sterminio dei popoli italiani realmente esistenti in nome della costruzione dell’odiosa Italia liberale e centralizzata. Chi studia la storia sa benissimo che nel 1861 gli inglesi (e gli americani) furono i principali sostenitori del processo di unificazione della Penisola attuato in quel modo, con dietro quei soldi e a monte quell’ideologia (il liberalismo, il protestantesimo). La storia dell’Italia moderna e contemporanea, soprattutto contemporanea, dunque, è un coacervo di anomalie da sanare, per ripartire.

Il mutamento “genetico” della sinistra è dovuto, secondo te, alla sua progressiva assimilazione all’ideologia liberal-liberista-libertaria occidentale, impersonata dal partito radicale di Pannella e la Bonino. Secondo me questi due personaggi assumono più un ruolo simbolico culturale di una trasformazione della sinistra e della intera società italiana, piuttosto che una valenza politica sostanziale. Infatti, la sinistra interprete delle problematiche sociali e della lotta di classe si è esaurita all’indomani della marcia dei 40.000. Certo è che se è bastata una marcia organizzata dalla Fiat per sconfiggere decenni di sindacalismo classista, sulla capacità rivoluzionaria di quella sinistra è lecito dubitare. Secondo me la trasformazione ideologica della sinistra in senso radical-capitalista ha avuto come protagonista “la Repubblica” di Scalfari, assurta a guida ideologica e coscienza critica della sinistra. L’unico partito di origini ideologiche liberal era il partito radicale, che era l’espressione modernizzata della vecchia tradizione azionista, sprovvisto però di consensi elettorali rilavanti. Attraverso “la Repubblica”, i suoi messaggi ideologici di una cultura individualista, laicista, economista, edonista, tale testata ha avuto una funzione di assimilazione della sinistra all’Occidente capitalista. Mediante la lunga marcia della sinistra verso la società liberal-radicale, si è riusciti ad attribuire un consenso di massa ad una ideologia elitaria, ristretta fino ad allora alle classi dominanti e agli intellettuali.
La sinistra affondò se stessa, entusiasta di farlo, dal punto di vista culturale con il Sessantotto, momento culminante del capitalismo e non avanguardia di qualsivoglia palingenesi anticapitalistica, rivoluzionaria e comunista. Poi certo, a ciò seguirono altri episodi di autoaffondamento, marcia dei 40 mila in testa. Di fatto, alla Bolognina, alla “svolta” liberaldemocratica di Occhetto, il PCI arrivò già ridotto a relitto politico più che altro residuale. Il PCI, e nel libro lo scrivo apertamente e sin dalle prime righe, fu il più grande bluff ideologico della storia d’Italia contemporanea. Il PR e la Repubblica, con il loro azionismo, si innestarono sul tronco di un albero avente radici in un terreno avvelenato (il terreno della cultura settaria animante il movimento comunista dalle origini). I risultati sono quelli che abbiamo sotto gli occhi oggi. Il PCI, ammiccamento dopo l’altro ai peana de la Repubblica e dei gruppi d’interesse speculativi e atlantici, è divenuto il PD… Renzi, politicamente parlando, è figlio di D’Alema, a sua volta prodotto del PCI tardo-togliattiano e berlingueriano, e non tanto di Berlusconi, che rappresenta altro ancora nel novero dell’intreccio di politica e affarismo contraddistinguente la storia del nostro Paese. Nel libro, però, parlo anche del crollo politico-ideologico della destra, dopo il 1945 divenuta, eccezion fatta per alcune meritorie ma limitate eccezioni, partito atlantico.

La assimilazione del popolo della sinistra alla società del capitalismo assoluto si è potuta realizzare senza grandi difficoltà, nonostante la contrapposizione ideologica frontale tra marxismo e liberalismo. Infatti nell’apparato ideologico sistemico introdotto dal comunismo storico novecentesco, erano fondamentali i valori del cosmopolitismo, del culto del progresso, del laicismo, del produttivismo, già propri della cultura liberale. La psicologia di massa del popolo di sinistra era estremamente subalterna ai dogmi ideologici della classe dirigente. Il conformismo e l’accettazione acritica dell’ideologia erano i dati caratteriali identitari del popolo di sinistra. Pertanto, la manipolazione delle coscienze in senso liberal-radicale si è potuta agevolmente realizzare nei confronti di una massa predisposta all’indottrinamento ideologico percepito come “quasi-religione”. Tale processo ha dunque favorito la trasmigrazione delle classi dirigenti della sinistra verso il capitalismo assoluto. Ma dinanzi ai costi sociali che ha comportato la globalizzazione, dinanzi alle crisi ricorrenti, saranno possibili nel futuro ulteriori manipolazioni ideologiche di massa?
Domanda interessantissima e riflessione, la tua, molto pertinente. Io credo che le manipolazioni saranno, e sono, possibilissime fintantoché non si costruiscono nuove sintesi di azione ideologia e politica in opposizione radicale al liberalismo, alla società di mercato e al cosmopolitismo. Personalmente insisto molto, in questa fase di eclatante ridefinizione delle identità politiche novecentesche, affinché possa sorgere, in Italia, un movimento o un partito di antitesi allo stato di cose presenti. Questo partito non potrà che rifarsi a quella che Aleksandr Dugin, insigne filosofo e geopolitico eurasiatista, definisce Quarta Teoria Politica (né liberale, né fascista, né comunista). Dugin ha scritto , insieme ad Alain de Benoist, un libro dal titolo Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica (Controcorrente, 2014) che può assurgere al rango di testo-base per tutti coloro i quali vogliano avvicinarsi senza preconcetti alla Quarta Teoria Politica. Concretamente, occorre andare oltre le dicotomie novecentesche (sinistra/destra, borghesia/proletariato, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo) e puntare su un fronte patriottico, unitario (per inciso, che coinvolga tutti i popoli d’Italia), per la democrazia organica e per il socialismo in economia. Credo che le parole Spiritualità, Sacro, Sovrano, Patria e Socialismo dovranno costituire il lessico politico di questa nuova aggregazione di cui per ora, ahimè, non si scorgono che piccoli, anche se meritori, focolai identitari a livello associazionistico e di mobilitazione metapolitica. Ma la strada da intraprendere è questa. Le categorie politiche novecentesche sono obsolete. Il progressismo, la filosofia del progresso, è oggi la chiave di volta per comprendere i percorsi del capitalismo culminante nella sua fase terminale e io ho ribattezzato, in un libro di prossima pubblicazione (Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo, Controcorrente), questa parte politica “sinistra iperliberale LGBT” per sottolinearne il ruolo di vettore propulsore delle dinamiche di modernizzazione accelerata dei costumi borghesi. La destra, dal canto suo, suicidatasi più volte nel corso del XX secolo, è andata screditandosi tanto che se uno, oggi, si definisce “di destra”, viene immediatamente additato dal commoner, dall’uomo della strada, dal cittadino comune, come un simpatizzante di Berlusconi, di Sarkozy o di George W. Bush. Per cui, la stessa parola destra oggi significa più nulla perché, secondo me, Hollande, Renzi e Hillary Clinton sono di destra e io, politicamente parlando, mi definisco socialista e di sinistra. Anche il fascismo nacque (e, per molti aspetti, morì, anzi, fu militarmente assassinato) a sinistra e divenne di destra nel suo periodo a mio avviso più deteriore, all’epoca del regime nazional-monarchico e coloniale.

La conversione della sinistra al liberalismo dopo il 1989, senza passaggi intermedi per la socialdemocrazia, fu solo l’ufficializzazione politica di una trasformazione sociologica e culturale già in atto nel popolo dei militanti, maturata dal ’68 in poi. La base operaia ebbe un notevole decremento a favore del ceto piccolo-medio borghese. Alla ideologia classista si era sostituita progressivamente la cultura liberal-radicale americana. I miti dell’URSS e del proletariato erano stati soppiantati dal pacifismo, dalla cultura on the road e dalla diffusione dei generi musicali americani. Almeno per due generazioni l’URSS non aveva costituito un modello ideale di riferimento, l’americanismo aveva colonizzato i cuori e le menti del popolo di sinistra. Ricordiamo che il PCI di Berlinguer già aveva aderito all’Occidente della Nato. Occorre rilevare inoltre che l’ideologia liberale non fu sostitutiva del marxismo. Il liberismo è un sistema economico autoreferente e totalizzante, che ha il suo raddoppiamento nella politica e nella cultura. L’ideologia liberale non è un ideale e nemmeno una utopia che genera una militanza politica che attribuisce senso all’esistere e alla storia. Essa struttura la società in base a rapporti economici e non prospetta orizzonti utopici futuribili ma solo processi progressivi necessari. Il capitalismo si alimenta dell’esistente, dell’eterno presente. Tu cosa ne pensi?
Sì, il capitalismo si crogiola nel dogma di questa “stabilità”, che in realtà è tentativo di imporre una strategia del caos morale, ostentatamente invocata dai banchieri internazionali e dai loro servi politici e mediatici. Tutto deve rimanere inalterato affinché possa essere meglio distrutto. Il capitalismo odierno, culturalmente gauchiste ed economicamente di destra (finanziaria), esige la cancellazione della memoria storica, la demonizzazione del Novecento alla stregua di secolo mostruoso delle ideologie assassine fascista e comunista e la fine di ogni utopia perché il passato e il futuro, la Tradizione e l’emancipazione, sono i principali nemici di un modello socio-politico ed economico tendente alla centrifugazione delle identità. E tale obiettivo può essere raggiunto, innanzitutto, attraverso la sistematica riproduzione seriale di automi integralmente subalterni e dipendenti dalla società dell’infogossip e pertanto strutturalmente ignoranti del passato e impossibilitati, per manifesta impotenza intellettuale, politica e fisica, a concepire una qualsivoglia idea di futuro. La sinistra occidentale, da sempre culturalmente russofobica e simpatizzante, per un certo periodo storico, nei confronti dell’Urss esclusivamente per il fatto che intravide, in larga parte a torto peraltro, nella Rivoluzione d’Ottobre una rivoluzione per il comunismo internazionale e contro la Russia, contro la tradizione della Russia storica, guardò sempre con sospetto al patriottismo dei popoli slavi, ebbe in odio la loro religione e simpatizzò apertamente con i movimenti radicali dei campus universitari americani all’epoca della grande contestazione antiborghese e ultracapitalistica del Sessantotto. Se così non fosse, se l’animo degli adepti della filosofia del progresso non fosse naturaliter slavofobica, costoro non avrebbero partecipato alla campagna Nato di bombardamenti contro la Serbia nel 1999 e, oggi, non si accanirebbero a definire, meccanicamente, Vladimir Putin un “dittatore” dedito all’“omofobia” e al “nazionalismo”. I progressisti hanno sempre rifiutato di confrontarsi con la struttura nazionale dei popoli eurasiatici in quanto perseguono un ideale di società diametralmente opposto rispetto a quello delle nazioni culturalmente anticapitalistiche. La sinistra occidentale, appunto perché occidentale nell’accezione odierna del termine, è soltanto capace di parlare il lessico dei mercati.

La trasmigrazione della sinistra marxista verso il liberalismo si è realizzata secondo i parametri della necessità storica. La sinistra quindi non avrebbe compiuto alcuna abiura ideologica con l’adesione ad una nuova ideologia contrapposta, in quanto quest’ultima altro non sarebbe se non l’interprete di un progresso evolutivo immanente alla storia. La trasformazione della sinistra è avvenuta mediante la presa di coscienza di una oggettiva mutazione della società, avvenuta a seguito della fine dell’URSS. La sinistra si è oggettivata in conformità delle mutate condizioni storiche e pertanto la sua adesione al capitalismo può essere interpretata come un naturale trapasso verso una società su nuovi equilibri socio-economici dominanti, che si impongono nella storia al di là delle aspirazioni delle coscienze individuali. Tutto ciò è avvenuto in coerenza con lo storicismo ideologico già patrimonio della cultura della sinistra. Attraverso quindi un falso e manipolato hegelismo ideologico, che oggettiva l’uomo e lo rende subalterno al divenire della storia. La stessa concezione della “fine della storia” di Fukuyama, quale processo compiuto con l’avvento del capitalismo assoluto, non è assimilabile a certo utopismo ideologico della sinistra che vedeva nella società comunista la realizzazione delle finalità immanenti della storia?
Sì, sono perfettamente d’accordo con questa tua riflessione. Proprio per questo motivo, per costruire un percorso di analisi politica, filosofica, sociologica e psicologica dell’idea di sinistra nel momento del trapasso dalla modernità borghese/proletaria in postmodernità iperborghese e neoliberale, nelle 1044 pagine del libro salvo davvero nulla della storia politica della sinistra contemporanea, eccezion fatta per alcune prese di posizione antimperialiste effettivamente assunte da alcune correnti antibertinottiane all’interno del PRC all’epoca della guerra della Nato contro la Jugoslavia. Il fideismo storicistico-progressista è infatti il vizio d’origine della cultura di sinistra. In questo senso, è chiaro che l’odierno PD, partito americano per antonomasia, sia il vecchio PCI metamorfizzato in chiave liberaldemocratica. Il PD ha mutato, rispetto al PCI, il mezzo (la liberaldemocrazia “pura” in luogo del “comunismo-socialdemocrazia” con Togliatti e dell’“eurocomunismo”, la più infame delle mutazioni antropologiche della sinistra in accezione propriamente eurocentrica e proto-liberistica, con Berlinguer) attraverso cui intende arrivare al fine ultimo (il monoclassismo cosmopolita), che poi, in definitiva, è anche “fine della Storia”. La stessa chiacchiera antifascista portata avanti dalle sinistre dal 1945 a oggi non è che, in questo senso, un mito di fondazione e di autoapologia nonché un abile e ipocrita tentativo di trassare (come si dice da noi in Piemonte) il popolo a scopi meramente politico-affaristici. È infatti ricorrendo al mantra antifascista (in totale assenza di fascismo) che D’Alema, Veltroni e compari hanno giustificato e condotto, in Italia, le cosiddette riforme di libero mercato tese alla demolizione del precedente Stato sociale assistenzialistico democristiano. È inoltre, sempre facendo ricorso al Vangelo ultracapitalistico dell’antifascismo in assenza di fascismo che i signori pidiessini di cui sopra si sono vantati di aver “esportato”, manu militari, insieme ai loro idoli Bill Clinton e Tony Blair, la democrazia anglosassone di libero mercato in Jugoslavia, ultimo Paese in qualche modo socialista e non allineato nell’Europa post-1989. Il PCI infatti, per tutto il corso della sua storia, strillò contro la “destra fascista” e difese, al contempo, quelle istituzioni “democratiche”, ossia severamente antifasciste, integralmente controllate, nei loro centri nevralgici decisionali e strategici, da quei servizi di intelligence atlantici, americani, che si servirono della manovalanza neofascista per attuare i loro piani di stabilizzazione liberal-moderata, padronale, del sistema capitalistico vigente. Oggi i piddini, ossia i piccisti del tempo presente, sbraitano contro il “fascismo” rappresentato, a loro dire, dai cosiddetti populisti euroscettici in stile Marine Le Pen e appoggiano i gruppi armati neonazisti in Ucraina. Perché questa contraddizione? Semplice. Perché i “democratici” italioti, le sinistre de noantri, hanno perfettamente capito che i neonazisti ucraini, schierandosi dalla parte della Nato in funzione anti-russa, di fatto si sono posti in alleanza tattica con i fautori dell’ideologia della fine liberaldemocratica della Storia… E, dove c’è liberaldemocrazia, dove c’è mercato libero con annesse frontiere aperte e cosmopolitismo giovanilistico integrale, ci sono i postpiccisti.

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