di Marcello Veneziani

La gioia di ritrovare vivi sei, otto scampati alla furia incrociata di neve, slavina e terremoto, non può farci dimenticare l’incredibile copione nazionale e locale che si ripete ogni volta in tutte le sue sequenze.

In principio è il disastro, la chiamata in cerca di soccorso e la sottovalutazione dell’evento. Poi si capisce la dimensione della tragedia, ma sono sempre tardivi i soccorsi, quelle due-tre ore perdute, decisive e fatali che rendono la tragedia di dimensioni catastrofiche. Poi comincia a filtrare la notizia sui mass media, si ingigantisce nei suoi contorni.

E allora comincia la teatralizzazione della tragedia, tutto viene enfatizzato e le scene sono sempre le stesse: sembra che tutto il Paese legale, dal governo all’ultimo impiegato, siano concentrati a mettere in salvo il Paese reale. Grande attenzione ai fatti, per giorni, fino alla nausea: denunce, promesse, interviste, visite istituzionali – non vi lasceremo soli, non vi abbandoneremo – primi lavori, prime case, primi segnali di ripresa. E si comincia a ritrovare sempre una storia di permessi concessi, incauti o sbagliati, o peggio dovuti a corruzione, salvo proscioglimenti.

Vogliamo i colpevoli, partono le indagini per omicidi colposi. Poi comincia il lento scivolare nell’oblio, man mano che i media spengono i fari sull’evento o li accendono su altre notizie. E così accade che dopo mesi e mesi la situazione non migliora e sentiamo ieri nei tg quel che sentimmo nei tg già qualche mese fa: consegnate le prime case ai terremotati, casette d’emergenza, per sorteggio.

Ma non erano già state assegnate le prime case, e perché sempre le prime, gli altri senzatetto che fanno, quelli che non hanno avuto fortuna nel sorteggio o non hanno un famigliare disabile, devono aspettare quanto tempo? E allora ti chiedi: ma non sai mai a chi chiederlo, di preciso: perché questa sequenza rituale, obbligata, queste stazioni della via crucis, più tutta la risaputa drammaturgia del dolore, della speranza, del salvataggio miracoloso; le storie spezzate, la coppia sepolta, la bimba salvata, l’umanità delle vittime, dei soccorritori, degli scampati e dei familiari.

Tutto secondo una perfetta sceneggiatura, come se fosse una replica fedele di una tragedia greca. Ma possibile che da noi debba sempre accadere così; possibile che non si possa mai evitare una sola, una sola di queste tappe? Tutto si ripete, i ruoli sono fissi, non c’è scampo. Per non dire del terremoto. Ma perché nel 1930, in un’epoca tecnologicamente più arretrata, davanti a un terremoto di proporzioni più gravi, ci vollero solo pochi mesi perché il ministro dell’epoca Araldo di Crollalanza, consegnasse case definitive, non provvisorie, a centinaia, migliaia di terremotati dell’entroterra meridionale.

E qui, oggi, ad Amatrice, ad Accumoli, da mesi si parla di consegna a sorteggio delle prime casette provvisorie d’emergenza. E da anni si parla dei postumi di altri terremoti ancora insuperati. Non voglio dire “nevica governo ladro”, “trema la terra, governo assassino”. Ma perché non è possibile trovare una terza via tra il fatalismo degli eventi naturali e l’imprecazione verso chi governa e si occupa di protezione civile?

E stiamo ancora ai tetti provvisori per pochi “fortunati”…

M.V., Il Tempo 2017

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/in-evidenza/sempre-cosi/