kippahSegnalazione del Centro Studi Federici

L’ottimismo di Gerusalemme. Israele riscopre un alleato sugli insediamenti e l’Iran 
 
Un presidente imprevedibile, che ama Israele, d’istinto. L’inaugurazione della presidenza Trump è vista a Gerusalemme come il ritorno della vecchia America dalla parte dello Stato ebraico. «Basta vedere il suo entourage, a cominciare dal genero Jared Kushner», conferma Efraim Inbar, direttore del Begin Sadat Center. Ma al di là della simpatia, Trump offre a Israele «un’opportunità storica per realizzare i suoi obiettivi strategici». Inbar, a differenza dei diplomatici, non ci gira intorno: «Tenersi Gerusalemme Est, gli insediamenti e la riva del Giordano come confine». È l’addio all’ipotesi «due popoli, due Stati», in piedi dagli accordi di Oslo del 1993. Anche se Trump non ha definito una politica mediorientale chiara, dalle dichiarazioni e dal personaggio, Inbar ha dedotto la linea principale, molto favorevole allo Stato ebraico: «Cercherà un grande accordo con Putin. É disposto ad abbandonare l’Ucraina, in cambio chiederà a Putin di ridurre il suo sostegno all’Iran», vera potenza imperiale della regione, il maggior rivale di Israele. Trump «è uomo d’affari, negoziatore, deciso, prepotente». Se l’accordo riesce, vedremo una diminuzione della presenza iraniana in Yemen, Siria, forse in Libano «a nostro vantaggio», sottolinea Inbar. Quanto all’accordo di pace con i palestinesi, «non ci sarà», sotto Trump almeno. Assisteremo a un «processo» infinito «che sta bene a tutti, anche alla leadership palestinese, che così continuerà a ricevere aiuti internazionali». Lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme è probabile in tempi brevi, ma è un «non-problema», perché la nuova sede è nella parte Ovest della città, che tutti riconoscono come legittimo territorio di Israele. Il portavoce di Trump, Sean Spicer, ha avvertito: «La decisione può essere imminente, restate sintonizzati». Lo restano anche i palestinesi, che ieri a Gaza e in Cisgiordania, hanno partecipato a manifestazione massicce preventive, mentre i servizi israeliani temono «gravi disordini» in vista.
 
(La Stampa del 21 gennaio 2017)