Segnalazione Arianna Editrice

di Marco Tarchi 

I populisti sono una minaccia solo per l’establishment

Fonte: Il Giornale

“​Oggi i temi su cui l’opinione pubblica si divide sono altre: l’immigrazione, le nuove povertà, l’allargamento della sfera dei cosiddetti diritti civili, la possibilità o meno della coesistenza di stili di vita molto diversi sullo stesso suolo.

E i populisti sono i soli ad averlo capito”. Così il politologo Marco Tarchi spiega a ilgiornale.it il successo dei movimenti anti-sistema e di leader come il presidente americano Donald Trump che “è certamente un populista: nella mentalità, nello stile, negli obiettivi che si propone”.

Trump, quindi, non è semplicemente un esponente della destra repubblicana più conservatrice?

Se un certo numero di sue affermazioni e di suoi comportamenti può rientrare in una visione del mondo conservatrice, alcuni aspetti della sua critica all’establishment lo differenziano piuttosto nettamente da quel contesto, il che spiega perché, stando ad alcuni dati di sondaggio, un 30% di coloro che avevano votato per il “populista socialista” Bernie Sanders nelle primarie democratiche lo abbiano preferito a Hillary Clinton al momento della scelta decisiva.

Crede che la sua politica di chiusura delle frontiere possa essergli controproducente in termini di politica estera e di consenso elettorale interno?

Occorre distinguere tra i due versanti. Sul piano internazionale, la decisione non potrà che causargli una serie di grattacapi, anche gravi, che d’altronde si sono già manifestati: organizzazioni sovranazionali e Stati non possono che reagire negativamente a una simile politica. Tutt’altro discorso si può fare sul piano interno, perché sicuramente molti di coloro che hanno votato Trump – probabilmente tutti – si aspettavano da lui che mantenesse le promesse fatte, e sapevano che questo irrigidimento era nelle previsioni.

Il suo ‘modello protezionista’ anche in economia può portare alla rottura dell’economia globalizzata così come l’abbiamo conosciuta finora?

Quantomeno può crearle delle forti incrinature, di cui non è facile prevedere le conseguenze. Va detto che, da questo punto di vista, la logica dell’America first rischia di dispiacere, in futuro, agli attuali estimatori di Trump collocati nelle file populiste, perché, soprattutto sul piano economico, non è affatto detto che quel che può giovare al popolo statunitense gioverà agli interessi dei popoli dei vari paesi europei. Ci si può quindi aspettare, fra qualche mese o anno, una frattura dell’odierno fronte dei sostenitori del trumpismo nel Vecchio Continente.

L’amicizia tra Trump e Putin come cambierà lo scenario internazionale della lotta al terrorismo?

Potrebbe favorire alcune sinergie importanti, soprattutto sul versante dell’impegno diretto sul terreno contro l’Isis. Resta da vedere però come reagiranno ad un eventuale cambiamento di rotta i vertici del Pentagono, che si sono dimostrati sinora molto restii ad impegnare le truppe Usa in uno scontro frontale con le forze del califfato. Ad ogni modo, anche una semplice maggiore cooperazione sul piano dell’intelligence – ferme restando le ovvie diffidenze reciproche, che senza dubbio non si appianeranno – potrebbe avere esiti importanti.

Cambiando continente e, passando all’Europa, cosa pensa delle destre europee che si sono recentemente riunite a Coblenza? Hanno delle reali possibilità di vincere e le capacità per governare Paesi come Italia, Francia e, chissà, Germania?

Nell’immediato, considero improbabile una loro piena affermazione elettorale. E la ritengo ancor più difficoltosa se dovessero insistere nel considerarsi destre, piuttosto che partiti populisti, perché in ognuno dei paesi citati – e soprattutto in Francia e in Germania – le destre vere (Cdu-Csu e Les Républicains) non sono loro potenziali alleati ma principali avversari, con cui intese post-elettorali saranno impossibili per le evidenti incompatibilità di visioni e programmi. Il successo dei populisti dipende dalla loro capacità di superare, agli occhi degli elettori, il discrimine sinistra/destra e di proporre più attuali spartiacque che lo sostituiscano.

Perché l’elettorato mondiale è affascinato da questi movimenti anti-sistema e a cosa è dovuta la crisi dei partiti tradizionali di tutto il mondo, soprattutto quelli di sinistra come il Pd italiano, i democratici americani e socialisti europei?

Ad un esaurimento della capacità di attrazione delle fratture sociali e culturali da cui quei partiti avevano tratto la loro forza. Talune di quelle linee di conflitto – centro/periferia, scontro di classe, laicismo/credenze religiose – non sono state cancellate, ma il loro modo di manifestarsi è molto cambiato e i partiti tradizionali non se ne sono accorti o hanno preferito far finta di niente.

Questi movimenti populisti sono realmente una minaccia? E, se sì, per chi? Per il mondo o per la grande finanza?

Sono una minaccia per coloro che fanno parte dell’establishment da loro preso a bersaglio e/o che sostengono sui temi che ho appena citato posizioni opposte: i seguaci della globalizzazione neoliberista, i partigiani del cosmopolitismo del “senza frontiere” e della commistione etnica e culturale, i detrattori degli schemi di organizzazione sociale e familiare tradizionale e così via.

La loro avanzata può decretare seriamente la fine dell’Ue e dell’euro?

Se dovessero riuscire a conquistare da soli il governo di qualche paese importante d’Europa, l’euro potrebbe subire contraccolpi importanti ed essere rimesso in discussione. Per quanto riguarda l’Unione europea, contrariamente a quanto sostiene la vulgata massmediale, nessuno di questi partiti ne auspica l’estinzione; se potessero, la riformerebbero radicalmente e di sicuro ne ridurrebbero molto i poteri di ingerenza sulle legislazioni nazionali, ma dovrebbero comunque porsi il problema di mantenere stretti rapporti fra gli Stati che oggi ne fanno parte.

Per quanto riguarda l’Italia un governo Cinquestelle può destabilizzare il sistema politico italiano oppure, come pare, verrà “inglobato”, “normalizzato” dal sistema stesso e dalle vecchie logiche di partito?

Se ciò avvenisse, riterrei più probabile una terza ipotesi: né normalizzazione completa – che ne segnerebbe l’immediata crisi e un drastico ridimensionamento elettorale nel giro di pochi anni – né destabilizzazione del sistema politico. Immagino piuttosto un cambiamento piuttosto marcato di alcuni aspetti della prassi che si è andata consolidando nei decenni: meno mediazioni e compromessi, più decisionismo, meno peso dei partiti e più consultazione diretta degli umori popolari. Con quali esiti, non so: fare previsioni non è il mestiere di chi studia scientificamente la politica, ma delle chiromanti.