di Alexander Dugin

L'ultimo punto di discesa all'inferno

Fonte: geopolitica

Alexandr Dugin è il più importante geopolitico della nuova scuola geopolitica russa, cosa che, tra l’altro, è testimoniata dal suo libro Fondamenti di Geopolitica, pubblicato nel 1997 a Mosca. Ma Dugin è molto più di questo: è un pensatore tradizionalista ed esoterico, mistico, politologo, culturologo ed editore di molte opere capitali della cultura russa ed europea.

Il libro Quarta Teoria Politica [pubblicato nel 2012 e tradotto in italiano nel 2017 dalla casa editrice NovaEuropa Edizioni, ndt] è stato tradotto in quasi tutte le lingue europee. In esso, Dugin accusa ferocemente il liberalismo, il flusso di pensiero principale in Occidente e la sua unica ideologia come razzista e totalitaria, e suggerisce la propria alternativa. Questa è la quarta teoria politica, un progetto aperto intellettualmente, non un dogma. A differenza del dogma liberale, la quarta teoria politica tiene conto dell’eredità e della tradizione del popolo, del suo Logos e del suo “Dasein” (Martin Heidegger), che ha quante più nazionalità possibili. Essa non proviene da dettami, ma dalla necessità e dal dialogo della diversità: delle nazioni, delle civiltà e delle religioni.

Lei è, in breve, “l’uomo che ha riportato la geopolitica in Russia”. Inoltre, secondo i media occidentali, lei sarebbe il “Rasputin di Putin”, il “cervello di Putin” e “l’eminenza grigia”, o “l’ombra che governa il Cremlino”. Paul Ratner ha dichiarato che lei è “il più pericoloso filosofo in circolazione”. Altri la definiscono “un estremista nazionalista russo”, un fascista, ecc. Come affronta questa vera e propria battaglia che si sta combattendo contro di lei nei media occidentali? Non è questo un qualche tipo di onore e riconoscimento per il suo lavoro? E chi è, in realtà, Alexandr Dugin?

«La mia persona non è di alcun interesse per me. Cerco di rappresentare nient’altro che idee. Quindi, trattiamo di loro, non di me. I liberali proiettano su di me le loro paure, il loro odio e i fantasmi dei loro incubi. Lasciamoli fare. Tutto ciò non ha importanza.»

Il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump è imprevedibile da lui a quanto pare possiamo aspettarci più sorprese. Comunque, con la sua vittoria sembra che un’epoca storica sia finita. La comparsa di Trump ha cambiato i paradigmi politici fondamentali in Occidente. Tra gli ex alleati statunitensi, ci sono nuove e più profonde divisioni e distorsioni.

«Trump è un sintomo. Il trumpismo è più interessante. Il trumpismo è l’insieme antiglobalista e realista di idee e concetti per cui hanno votato gli americani. È una gran cosa. Il popolo americano non è morto e ha rifiutato il globalismo, le élite corrotte e ha iniziato a lottare contro la Palude. È grandioso. La lotta è appena iniziata e Trump e il trumpismo testimoniano che c’è una divisione nella società Americana: una parte sta con l’elite globalista (Palude), mentre l’altra parte sta con il popolo. Noi desideriamo una vittoria del popolo, certo, ma in ogni caso, gli Stati Uniti sono divisi e immersi in una selvaggia lotta interna. E ciò è un bene. Ci dà una possibilità.»

Nel 2012, il suo libro Quarta Teoria Politica è stato pubblicato in inglese. In questo libro lei sostiene che le tre principali ideologie politiche della modernità (liberalismo, fascismo e comunismo) non sono più in grado di rispondere alle sfide attuali. Il liberalismo è, a suo parere, un’ideologia nichilistica e totalitaria. Questa teoria ha suscitato una serie di polemiche, soprattutto in Occidente. Le idee vivono indipendentemente dai loro autori. È soddisfatto delle reazioni provocate da questo suo libro? Cosa contiene il secondo volume della Quarta Teoria Politica, che recentemente è stato pubblicato: The Rise of the Fourth Political Theory [“L’ascesa della Quarta Teoria Politica”, libro pubblicato da Arktos a maggio 2017 non ancora tradotto in italiano, ndt]?

«Sommando i diversi aspetti della ricezione della 4TP in Occidente (così come in Oriente, dove il libro è stato anche tradotto e pubblicato), sono d’accordo sul fatto che le idee vivono la loro vita in modo indipendente dagli autori. L’idea appartiene a colui che la comprende. Se sei d’accordo con la logica della 4TP – che il liberalismo si rivela essere totalitario e puramente nichilista, e che rifiutandolo abbiamo bisogno di andare al di là di comunismo e fascismo – allora la 4TP sarà la tua posizione così come la mia. La 4TP è un progetto intellettuale “open source”, aperto. Se accetti i principi fondamentali, puoi suggerire o costruire la tua versione della 4TP da solo. The Rise of the Fourth Political Theory continua a sviluppare gli argomenti della 4TP. Ora ho materiale per il terzo volume. Quindi l’elaborazione della 4TP avanza. Vorrei sottolineare che ci sono almeno due libri filosofici interamente dedicati allo sviluppo della Quarta Teoria Politica: quello di José Alsina Calvés in spagnolo, e il libro “Uscire dal XX secolo. Un’idea nuova per il Terzo Millennio. Per una Quarta teoria politica”, scritto dall’italiano Roberto Pecchioli. La 4TP diventa oggetto di un crescente interesse. Esattamente come dovrebbe essere.»

La Cina è rimasta un paese socialista, la sua ideologia oggi è, almeno nominalmente, basata sul marxismo (con qualche specificità cinese). “Il marxismo non è la fine della verità, esso apre la strada alla verità”, ha detto di recente il Presidente Cinese Xi Jinping. Che tipo di accoglienza ha avuto la Quarta Teoria Politica in Cina, si può vedere la possibilità di un suo sviluppo nella Cina moderna?

«Non vi è alcuna traduzione della 4TP in Cina. Ma giornalisti cinesi mi hanno intervistato di tanto in tanto. Non conoscendo la lingua cinese, non ho idea di cosa pensino di tutto ciò. Ma spero che in futuro i cinesi possano scoprire la 4TP, che corrisponde alla loro identità profonda. Ora essi hanno un’amalgama delle tre teorie politiche: la loro economia è liberale, la loro struttura politica è comunista e la loro strategia è nazionalista. La 4TP non è l’insieme di tutto questo, piuttosto il passo successivo a tutto questo.»

George Washington parlò dell’America come di una biblica e post-apocalittica “Nuova Gerusalemme”. I puritani come di una “scintillante Città sulla collina”. È il complesso della “mitica America”, il prodotto di questa ideologia è la moderna ideologia dell’espansionismo americano. Gli americani sono, in breve, “il nuovo popolo eletto” che non deve sottostare alle stesse regole che si applicano agli altri, cioè alle “nazioni meno importanti”. Queste idee messianiche sono profondamente radicate nella mentalità americana. L’ideologia dell’eccezionalità è uno dei miti costitutivi dell’America. È possibile che l’America cambi le sue relazioni con le altre civiltà e tradizioni e inizi a trattarle con rispetto?

«L’America è una società diversificata. Senza dubbio c’è la dimensione di cui lei sta parlando, ma ce ne sono molte altre. Penso che l’alternativa a questo imperialismo messianico possiamo trovarla nell’antropologia culturale a sinistra e nei paleoconservatori (realisti, isolazionisti) a destra.»

Steve Bannon, il consigliere di Trump (che è anche una sorta di ideologo e stratega del Presidente Trump) nel suo documentario Generazione Zero parla di quattro grandi crisi, periodi di violenza nella storia Americana. A quanto pare ora l’America è all’inizio della “quarta svolta”. Lei sostiene che “l’America è alle soglie di una guerra civile”.

«Qualcosa di simile è semplicemente inevitabile. La “Quarta svolta” io la interpreto come la scelta tra l’ideologia globalista e la 4TP. Il Quarto Nomos della Terra di Carl Schmitt, si adatta anche qui.»

Il liberalismo è, secondo lo storico delle idee italiano Domenico Losurdo (nello studio Controstoria del Liberismo, 2007), “l’ideologia nata con due facce”. La faccia nascosta e oscura di questa ideologia è il razzismo. Questi eleganti gentleman, per lo più inglesi, che, senza compromessi, hanno combattuto per la libertà e i diritti individuali, sono allo stesso tempo convinti razzisti. Con le tre gloriose rivoluzioni che hanno caratterizzato la storia moderna – in Olanda, in Inghilterra e in America – c’è stato un rinnovamento e sviluppo dell’istituzione della schiavitù nei tempi moderni. Nella metà del XIX secolo, il numero degli schiavi nel Regno Unito era pari a quasi 900.000 (negli Stati Uniti era di gran lunga superiore).

«Sì, esattamente. Il liberalismo è essenzialmente razzista. Si impone come qualcosa di universale e obbligatorio, essendo il prodotto dell’esperienza storica della società occidentale moderna. L’ideologia dei diritti umani è anch’essa razzista, affermando l’individuo (concetto liberale) come unica strada per comprendere la natura umana. Anche la schiavitù è un fenomeno moderno. Nel Medioevo Cristiano essa era assente. È iniziata con il passaggio dalla società tradizionale alla modernità, al capitalismo e al liberalismo. Il liberalismo è un’ideologia razzista e totalitaria che pretende di darci la libertà ma instaura la schiavitù.»

L’Occidente del XIX e del XX secolo non esiste più. È stato sostituito da un indebolito “Post-Occidente”, che non è più interessato dal processo di modernizzazione. Un tale “Post-Occidente” è destinato a svilupparsi nella direzione dettata dal “trans-umanesimo”?

«L’Occidente non è un concetto geografico, è piuttosto un tipo di società, un paradigma di civiltà. Esso diventa sempre più indipendente dalla geografia, passando alla virtualità e al cyberspazio. Così il trans-umanesimo è essenzialmente occidentale, crea un nuovo network cyber Occidente elettronico. Il momento della Singolarità significherà l’ultima vittoria dell’Occidente come principio metafisico, e ciò sarà la totale decadenza e la fine dell’umanità.»

Dopo la Georgia e il ritorno della Crimea sotto la sovranità russa, è seguito l’impegno russo in Siria. La Russia sta tornando alla sua missione imperiale? Quanti occidentali e liberali sono influenti nella Russia di oggi? Lei ha parlato di una “quinta” e “sesta colonna” in Russia, situate tra il Presidente Putin – il “solare Putin” – e il popolo russo.

«La Russia colpisce in Georgia, in Ucraina e in Siria contro l’unipolarismo e l’imperialismo liberale. Si tratta di difesa piuttosto che di attacco. Il liberalismo è ancora molto forte in Russia. Il Putin solare è lo specchio dell’identità russa. Ma il Putin lunare è il suo alter ego preso come ostaggio dalle élite liberali.»

 

In una occasione lei ha detto che niente di più dipende dai serbi e dalla Serbia. È ancora così? Durante il suo recente soggiorno a Belgrado, ha tenuto una conferenza sulla quarta teoria politica e ha fatto molte proposte concrete o suggerimenti alle autorità serbe: invece di perseverare sull’idea di una integrazione europea, che mette in discussione non solo l’integrità territoriale ma anche l’identità del popolo serbo, la Serbia può presentare domanda di ammissione all’Unione Eurasiatica e all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), e in questo modo cambiare la sua disinibita posizione geopolitica.

 

«Sì, dai serbi e dalla Serbia non dipende nient’altro. Si è lottato fino all’ultimo, militarmente e politicamente. L’unica possibilità di salvezza al momento è di unirsi all’Unione Eurasiatica e trasmettere alla Russia la responsabilità di risolvere il problema del Kosovo, così come tutto il resto. Non si può fare nulla di più. Quando Vucic sarà costretto ad abbandonare il Kosovo definitivamente, egli dovrà affrontare la sommossa e il futuro collasso del paese. Per logica delle circostanze e per il suo pragmatismo egli potrebbe provare a lanciare la palla a Mosca. Se la Russia la respinge, Vucic legittimamente firmerà il documento richiesto dalla UE che riconosce l’indipendenza del Kosovo. Abbiamo solo una possibilità in più: l’ultima.

Non è il sogno di Mosca, che è impegnato nella difficile situazione in Ucraina e in Siria, ma allo stesso tempo credo che Putin non respingerà la proposta sin dall’inizio e sarà obbligato ad affrontare, in qualche modo, la sfida.»

 

Una delle sue idee è quella di formare una scuola di geopolitica in Serbia. Le élite politiche serbe oggi non hanno familiarità con la geopolitica e, sfortunatamente, con il loro popolo.

 

«La prevista scuola geopolitica è orientata all’élite intellettuale: scientifica, militare e così via. Così le persone interessate potranno migliorare le loro conoscenze di geopolitica e il resto procederà tranquillamente senza di essa. Ma la geopolitica oggi, nell’epoca della fine delle ideologie è il solo modo di interpretare le Relazioni Internazionali e alcuni processi interni correttamente. Quindi, l’ignoranza in geopolitica è auto-rapina. Se non sei un soggetto della geopolitica sei semplicemente il suo oggetto.»

 

L’Unione Europea è un punto cieco della storia e della tradizione europea, secondo lei l’UE è “anti-Europa”. Cosa è accaduto, a suo parere, agli europei?

 

«Gli Europei sono arrivati all’ultimo punto della loro discesa all’inferno. Il buio è così forte che nessuno ricorda più ciò che la luce può essere. Questa è la conseguenza della vendetta del Logos di Cibele padroneggiato nelle origini della civiltà Europea dalle culture indoeuropee apollinee, ma liberatosi dalle catene, come Satana nella storia dell’Apocalisse. La metafisica della tecnica è l’essenza del titanismo. L’attuale stato delle cose in Europa non è casuale, è una fase logica – quella finale – del processo che ha origine con la Modernità e il rifiuto della Tradizione. L’Europa senza la Tradizione non è Europa, è Anti-Europa.»

 

Lei ha adottato la filosofia di Martin Heidegger e il suo termine “Dasein”. Il “Dasein” del popolo russo deve essere trovato nella necessità, non per ordine, dettato. Questo vale per ogni nazione europea ed eurasiatica. Recentemente lei ha scritto un documento molto stimolante circa la storia e la cultura serbe, in cui lei menziona anche uno scrittore serbo, Milorad Pavic. Si tratta della “intramontabile mappa dell’anima serba”, “Dasein serbo” e “Logos serbo”.

 

«Ci sono tanti Dasein quanti sono i popoli e le culture. E tutti sono piuttosto originali. Non possiamo paragonarli tra loro, perché non c’è una misura comune. Ogni “Dasein” ha la sua misura, la sua idea di tempo, di spazio, di uomo, di Dio, di natura e così via. Il “Dasein” serbo l’abbiamo potuto afferrare con la cultura serba da Pavic, da Milic di Machva, dalle danze e musiche serbe, dalla storia serba (o, piuttosto dallo storico – Seynsgeschichtliche). Ogni popolo ha la sua maniera di morire. E la maniera serba è eroica e profondamente cristiana, esemplificata da Vidovdan.»

Traduttore: Donato Mancuso