Il Circolo Christus Rex porge all’autore i migliori auguri di un pronto ristabilimento e prega per lui e per la sua famiglia, facendo appello agli amici ed ai lettori affinché aiutino Danilo con un’offerta volontaria, come da indicazioni a fine articolo. 

Scritto e segnalato da Danilo Quinto

San Francesco d’Assisi la chiama sorella nel Cantico delle creature: «Laudato sii, mio Signore, per sora nostra morte corporale». Don Divo Barsotti, durante le Meditazioni predicate in un ritiro spirituale a Fiesole del 1953, contenute in un libretto intitolato Loquere Domine, scrive: «E’ la morte il prezzo della vita. E’ la morte che fa grande la vita. Senza la morte la vita presente sarebbe veramente la morte, una morte peggiore di ogni morte. La vita non è che anticipazione e promessa, non è che desiderio e attesa di quel giorno. Quando cadrà il velo che ci nasconde la visione di Dio, quando saremo a Lui uniti e in Lui eternamente vivremo nel dono totale di tutto l’essere nostro».

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Scriveva Santa Teresa d’Avila: «Vivo ma non vivo in me, e attendo una tal alta vita, che muoio perchè non muoio». E’ necessario, per il cristiano, vivere così, nell’attesa della morte, del compimento del disegno divino. Castigo e liberazione: questo è l’evento morte. Se il nostro primogenitore non avesse peccato, i suoi successori non avrebbero conosciuto la morte e la loro vita non sarebbe stata quella che conosciamo. In questo senso, la morte è castigo: è conseguenza del peccato originale, che ha segnato il distacco dell’uomo da Dio, la ribellione al Suo disegno e la necessità della successiva purificazione, nella certezza che l’uomo sarà liberato anche dalla morte. Così come fa l’Antico Testamento (Gn 3,17-19; Sap 1,13 s.; 2,23), San Paolo collega strettamente la morte con il peccato originale, di quella favoletta raccontata dalla Genesi, che non serve più neanche per far addormentare i bambini. Meglio parlare loro di Halloween: la mela, il frutto proibito, è stata sostituita dalle zucche colorate. Scrive San Paolo: «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato» (Rm 5,12). E dopo: «Il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 6,23). Come la morte è entrata nel mondo a causa del peccato, essa sarà superata nella risurrezione finale (1 Cor 15,3-58).

La morte è anche liberazione, «da una vita», afferma Barsotti, «che è per l’anima un peso, liberazione da un mondo che rimane un esilio. Essere contenti di questo mondo, voler eternamente vivere la vita che ora viviamo, non è forse un voler eternamente rinunciare alla visione di Dio, al possesso definitivo e perfetto della Sua vita?».

Quanto farebbe bene alle anime di coloro che frequentano le Chiese di oggi – per la maggior parte impregnate di quel sincretismo religioso che vuole omologare l’unica religione che salva ai riti pagani – ascoltare la potenza, la forza e la verità, anche consolatoria, che esprimono queste parole del grande mistico che ha fondato la Comunità dei Figli di Dio. Quanta sapienza cristiana queste parole celano! Barsotti parla di desiderio della morte; spiega così il cupio dissolvi di cui parla San Paolo: «Quanto è grande e bella la morte! E’ l’unica cosa veramente bella quaggiù. Totalmente bella è solo la morte. Tutto è in sé relativo, povero, non ha una piena ragione. Solo nella morte è la risposta a tutte le ansietà e le attese che la parola divina ha suscitato nell’anima nostra. Tale è la parola divina che quello che opera in noi è sempre soltanto una nuova promessa. Solo la morte compie l’annuncio: solo la morte realizza la promessa, solo attraverso la morte si realizza in noi l’incarnazione della Parola. L’anima nostra la vuole non solo come atto supremo di amore onde a Lui per sempre si dà, ma anche perché solo nella morte è l’adempimento ultimo dei disegni di Dio. Non è cristiano chi non vuole la morte. Chi non la vuole, non vuole di fatto il compimento ultimo della Sua Volontà. ‘In principio era il Verbo…’ e così alla fine, oltre le ombre, oltre queste parvenze, al di là di questa vita che ci ritarda, che impedisce il totale donarci a Lui».

Commovente è, a questo proposito, il dialogo-preghiera che Sant’Agostino riporta nelle Confessioni, con sua madre, mentre sono al lido di Ostia. Scrive Sant’Agostino: «Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: ‘Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente’; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’’entra nel gaudio del tuo Signore’? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati?».

Aggiunge Sant’Agostino: «Il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: ‘Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, perché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire Lui. Cosa faccio qui?».

E’ il commiato di una madre, di una madre santa, ma è anche il desiderio di morire, perchè «Tutto è compiuto», come dice Cristo sulla Croce (Gv 19, 30). Come Cristo ha portato a termine il compito per il quale era venuto, Santa Monica ha realizzato il suo compito: vedere suo figlio cristiano cattolico prima di morire.

Qualche anno fa, un mio carissimo amico che sapeva di dover morire, mi scrisse queste parole: «(…) Mi spiace di far soffrire gli altri con la mia vicenda, però penso che Dio tenga conto di ogni lacrima che versiamo, e che nemmeno una goccia sfugga alla sua contabilità.  Io penso che l’uomo che piange è l’uomo che viene salvato. Forse lo dico per tornaconto, perché in questi mesi mi capita ogni tanto di piangere, è più forte di me. Anche io alle volte penso che sia ingiusto quello che mi succede. Penso che i miei figli e mia moglie avrebbero ancora bisogno di me. Ma poi mi dico che secondo la nostra fede, una volta che sarò morto e andrò a raggiungere i miei genitori (spero, non sono sicuro, perché il giudizio di Cristo nessuno può prevederlo) potrò aiutare ancora di più che non stando in questa vita, da povero peccatore. Però prepararsi a morire e a soffrire è dura, io sono molto debole, non sono quello che magari sembro. Se avessi una fede salda nella resurrezione non soffrirei così tanto. Chi vive accanto a me sa tutti i miei difetti e i miei limiti. E’ più difficile conservare la grazia facendo una conferenza che aiutando mio figlio a fare una versione di greco. E’ più facile parlare dell’importanza della preghiera, che pregare (…)». Il suo comportamento di fronte alla morte che si avvicinava m’insegnò molte cose. Quel mio amico non aveva paura della morte, perché, come scrive Barsotti – a differenza di quel che sentiamo ripetere in quest’epoca di apostasia e di negazione del nostro destino soprannaturale – «fa paura, la morte, a chi non è cristiano». Egli era cristiano. Sapeva che la morte è il passaggio dall’era profetica all’adempimento definitivo del mistero divino e così viveva la sua attesa. «Anche il Cristianesimo» – afferma Barsotti – «è un’economia profetica, ma tende aldilà di ogni tempo, alla fine. Se l’Antico Testamento tende alla venuta del Cristo, tutto il Cristianesimo primitivo tende alla parousia, alla fine del mondo: ‘Venga la tua Grazia e passi questo mondo’, termina la Didachè e l’Apocalisse: ‘Amen. Veni, Domine Jesu!’. La fine è per noi questo incontro con Dio cui l’anima aspira: la morte».

Quando sa che la morte è vicina, Luigi Gonzaga esclama: «Mi son rallegrato allorchè mi hanno detto: – Andremo alla casa del Signore. Già i nostri passi si fermano dentro le tue porte, o Gerusalemme!». «Era tempo, Gesù, di vederti!», dice Santa Teresa nell’imminenza della morte. Commenta Barsotti: «La minaccia peggiore per chi è lontano da Dio diviene il dono supremo di Dio per noi che lo amiamo. La vita nostra è dispersa, incompiuta, imperfetta, finchè non ottiene il suo compimento in questo dono della visione divina. Noi siamo deboli, fiacchi, imperfetti, balbettanti nelle vie del Signore, eppure quello che il Signore ci ha fatto intravedere, quello che abbiamo ascoltato nell’intimo, ecco, oggi fa fiorire in noi quest’attesa, questa aspettazione. Quando sarà? Non abbiamo da disperare: la parola divina è efficace. Quando si compierà? Fra poco. Non è mai lunga l’attesa. (…) Che il Signore si degni accendere questo desiderio del compimento divino, di questo precipitare nel seno di Dio, di questo sprofondare nella luce infinita. Come si tendeva al Cristo venturo, anche noi tendiamo ad essere assunti nel Verbo per essere eternamente nella luce di Dio».

Accogliamo la morte, allora, come compimento atteso di questa nostra vita e prepariamoci ad essa imitando coloro che hanno saputo affrontarla con felicità, certi di poter vedere finalmente Dio. Quel mio amico, cantò il Salve Regina negli ultimi suoi momenti terreni, come San Francesco, che nudo sulla terra nuda, aspettò la morte cantando («A gran voce io grido al Signore ‘cavami fuori dal carcere sicchè renda grazie al Tuo nome. I giusti mi faranno corona quando tu mi avrai fatto del bene») o San Luigi Maria Grignion da Monfort, che cantò versi popolari: «Allons, mes chers amis, Allons en Paradis; Quoi qu’on gagne en ces lieux, Le Paradis vaut mieux!».

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