Fascismo italiano ed Estado Novo salazarista: un medesimo baluardo rispetto al Modernismo (Parte IV)

Salazar foto MussoliniRUBRICA “REX”

La Contro-Rivoluzione nel ‘900: Benito Mussolini e Antonio Salazar (IV Parte)

di Cristiano T. Gomes

A. Romualdi, un teorico della destra radicale italiana, che era comunque ormai lontana dalla prospettiva Contro-Rivoluzionaria, scomparsi gli originari impulsi presenti dal primo MSI sino agli anni ’60, quando la componente interna corporativista e cattolico-integrale era ancora forte e poteva reggere il confronto con la sinistra filo-rivoluzionaria e con una destra neo-pagana e di fatto filoamericana (cfr P. Vassallo, “Il fascismo e la tradizione italiana”, Solfanelli 2012, pp. 71-80), prematuramente scomparso nell’agosto 1973, scrive nel febbraio ’72 che “non è storicamente serio paragonare Mussolini con Franco e Salazar. Nè si può paragonare l’Italia fascista con il paternalismo cattolico franchista o salazariano, il cui fine fu sempre quello di mandare a letto i giovani onde evitare che facciano politica”; Romualdi parlava poi di un presunto “vuoto spirituale” presente nel Portogallo fascista, vuoto che sarebbe stato presto riempito dal diffondersi dell’americanismo e della cultura di sinistra tra la gioventù lusitana. Pochissimi anni dopo, R. De Felice nella sua nota “Intervista sul fascismo” (ed. Laterza), caratterizzava nello stesso senso la relazione politica tra Italia fascista ed Estado Novo portoghese; pur senza citare direttamente il Dottor Salazar e l’estadonovismo, lo storico italiano differenziava il fascismo dai successivi regimi post-fascisti (dunque chiaro il riferimento alla società lusitana) in quanto la visione dei dirigenti di tali regimi non avrebbero fondato la propria azione sull’idea di “uomo nuovo” e non sarebbero stato inclini alla mobilitazione di base delle varie comunità interne. In realtà se tutto ciò può essere giusto ove si esamini una eventuale relazione tra il Regime fascista ed il tardo franchismo, è altamente scorretto per quanto concerne il Portogallo fascista. Grazie agli studi più datati ma validi di H. Martins e a quelli più recenti di Luìs Torgal (un intelettuale lusitano antisalazarista ma come De Felice per certi versi “revisionista”), si può invece comprendere il Salazarismo solo se lo si inquadra come unico “fascismo storico novecentesco”, concretamente Contro-Rivoluzionario, assieme a quello italiano. Vediamo quali sono le grandi affinità tra i due regimi, cercando di sintetizzare il tutto in punti.

1) Sia il fascismo mussoliniano che quello salazarista non liquidano semplicemente il modernismo proponendo un esperimento reazionario destinato all’immobilismo ed alla staticità, ma realizzano, come loro meta primaria, il Corporativismo, quale attacco spirituale, ancor prima che economico e politico, al capitalismo ed al comunismo. Il corporativismo come ideale di civiltà è dunque la quintessenza del fascismo: la condizione assoluta. Se vi è Stato forte, se vi è Stato etico, se vi è necessità di un periodo di emergenza caratterizzato da una forma di Stato autoritaria o totalitaria, è proprio perché si realizzi il Corporativismo totale, che fa tutt’uno, sia nell’Italia di Mussolini che nel Portogallo del Dottor Salazar, con l’affermazione storica dell'”uomo nuovo”. L’esperienza lusitana è stata anzi l’esperienza corporativa più duratura del ‘900. La Costituzione portoghese del Nuovo Stato salazariano (11 aprile 1933), presentata come la prima “costituzione corporativista del mondo” per quanto derivi ideologicamente dalle sorgenti del cattolicesimo sociale ottocentesco e del nazionalismo francese, tradisce chiaramente la decisiva influenza dell’esperienza italiana, come l’ “Estatuto do Trabalho Nacional” di Teotònio Pereira, profondo ammiratore del fascismo, ricalca fortemente la “Carta del lavoro” del Regime fascista. L’attuazione del Regime corporativo in Portogallo, data anche la maggiore disponibilità temporale, approda ad ottimi e notevoli risultati pratici. Che i fascisti italiani fossero consapevoli della radicale affinità tra il regime italiano e portoghese è dato dalle testimonianze dell’epoca. Aldo Bizzarri e Giuseppe Bottai individuano la rinascita morale e politica del Portogallo, come quella dell’Italia, nel rinnovamento corporativo della vita sociale; lo stesso Benito Mussolini, dichiara nell’ottobre 1934 ad Antònio Ferro, propagandista del regime salazariano: “Voglio dirle che ho letto e riletto la vostra legislazione corporativa, che considero assieme a quella italiana, tra le più intelligenti d’Europa. La felice organizzazione delle “Case del Popolo” è per me oggetto di studio”. Le “Casas do Povo” univano, in ambiente rurale, contadini, piccoli, medi e grandi proprietari: conteranno 700 mila iscritti nel 1959. Simile struttura, dal 1947, avevano le “Case dei Pescatori”: nel 1959 se ne conteranno 28 in tutto il Paese, con circa 58 mila iscritti. Anche in Portogallo, però, la prospettiva di una integrale sostituzione della Corporazione allo Stato non risulta praticabile nei brevi tempi e rimane così istituzionalizzata la figura del rappresentante di Stato che esercita il diritto di veto in ogni Corporazione. La Camera Corporativa Portoghese gode comunque di poteri consultivi. Grazie al Corporativismo regolato da un decisivo intervento di Stato, in Portogallo viene frenata la concorrenza interna delle imprese nazionali; sono rigorosamente regolati gli scambi con l’estero e vengono tutelati i diritti dei lavoratori e del proletariato. Moltissime piccole e medie imprese, che in una logica di economia di mercato liberista, sarebbero state sacrificate senza problemi, nel Portogallo degli anni ’50 e ’60 vengono tutelate come bene assoluto della Nazione. Nasce in quegli anni una classe media che non aspira a diventare borghesia, come avviene nell’Europa americanizzata, ma rimane tradizionalista e portoghese. Sono forti (in particolare nel 1936 e nel 1962) le resistenze del mondo dei datori di lavoro verso il modello corporativo, ma Salazar marcia nella direzione della civiltà corporativa senza remore. Il Governo Salazar detiene il potere politico di fiscalizzare, sciogliere o modificare i monopoli “anti-nazionali”. Come fece Mussolini con la Banca d’Italia, così Salazar espropria politicamente la Banca centrale portoghese e la subordina alle esigenze primarie del “lavoro-corporativo”, definito anche dal Dottore “lavoro-gioia” e “lavoro-sacrificio”, il soggetto del processo economico. Il Salazarismo teorizza e attua la presenza di Corporazioni morali. Per le notevoli affinità tra fascismo italiano e lusitano sul piano della lotta di civiltà per la Corporazione, si raccomanda il fondamentale ed obiettivo saggio: D. Serapiglia: “La via portoghese al corporativismo”, Edizioni Carocci 2011. Lo stesso autore, un italiano grande esperto di storia portoghese, ha curato anche la ripubblicazione delle interviste rilasciate dal Salazar a Ferro negli anni Trenta; cfr, “Il Fascismo Portoghese”, Pendragon 2014.

2) Il Concordato tra Stato e Chiesa. Il Salazarismo portoghese mantiene il regime di separazione tra Stato e Chiesa, ma contro il separatismo liberalismo e riservando  un posto privilegiato al Cattolicesimo nella nazione. Dal 1958 in poi, il regime fascista avvia anche, in corrispondenza all’attacco antifascista del Vescovo di Oporto Soares (mandato poi in esilio), una moderata repressione degli ambienti modernisti cattolici, che sono in buona parte dei casi ostili al regime, sia in territorio metropolitano sia nell’Oltremare. Il Dottor Saalzar, del resto, scioglie il cattolicesimo politico e lo fa confluire nell’ Uniao Nacional (UN), il fronte comune di regime. Il Concordato tra Stato Nuovo e S. Sede (1940) pone anche le basi di un Accordo Missionario, poi perfezionato (1941), mediante il quale l’organizzazione ecclesiastica nell’Oltremare è direttamente supportata dallo Stato. In base all’Accordo, l’insegnamento destinato agli indigeni è affidato esclusivamente al personale missionario e ai suoi ausiliari. Lo scopo dei programmi missionari era la piena moralizzazione e nazionalizzazione degli indigeni e l’avanzamento culturale indigeno era dunque affidato al verbo del Cattolicesimo tradizionale. Viene però conservato l’istituto del divorzio, derivante dal diritto costituzionale della precedente repubblica parlamentaristica. La percentuale media dei divorziati sarà comunque, sino ai primi anni ’70, dell’0,3% per gli uomini e dell’0,4% per le donne. Secondo il censimento del 1950, la popolazione cattolica era il 95,1 %, mentre quella praticante il 42%. I favori concessi dal Governo fascista lusitano alla Chiesa implicavano comunque la rinunzia ad ogni attività politica autonoma e quando i cattolici contravvengono a tale patto, come successe in Italia nel 1931, vanno incontro alla repressione del regime; alcuni preti sovversivi e modernisti saranno deportati nel territorio oltremarino. Salazar frenava lo sviluppo delle scuole private cattoliche e dava il permesso per l’edificazione di un’Università Cattolica solo nel ’68.

3) Sia Mussolini sia Salazar sciolgono la massoneria. Anche Stalin sciolse la massoneria ma portò i valori massonici e modernisti al cuore dello Stato e della vita russe, almeno sino a quando non dovette ricorrere strumentale e perfidamente a ciò che rimaneva del tradizionalismo cristiano russo per motivi bellici (1941-1945), ritornando subito dopo la guerra alla persecuzione anticristiana. Come ben spiega Mola, storico della massoneria (cfr “Mussolini a pieni voti?”, Edizioni del Capricorno 2012), la visione e la pratica antimassoniche sono invece congenite nella natura di Mussolini Statista. Lo stesso si può dire nel caso del Salazar. Che poi in Italia questa battaglia fosse destinata ad incontrare fortissime resistenze in tutti gli apparati di stato – derivanti dalla rivoluzione massonica risorgimentale – lo si è visto nel corso degli anni di Regime e in modo particolare nel 25 luglio 1943.

4) Sia il Regime fascista, sia quello Salazarista sono: tradizionalisti, ruralisti ed autarchici. In entrambi i casi, la formazione dell’ “uomo nuovo” fascista è strettamente correlata ad un orientamento ruralista. L’importanza e la centralità di Serpieri durante il Ventennio è assai nota. Ciò è evidenziato nelle analisi di De Felice nel caso del fascismo italiano (“Mussolini il duce. Lo stato totalitario 1936-1940, Einaudi 1981, pp. 160-178), in quelle di Rosas nel caso del fascismo lusitano (F. Rosas, “O salazarismo e o homen novo”, Analise Sociale, XXXV, 2001). Ciò non significa naturalmente che i due regimi, come già precisato, fossero statici o immobilisti; conosciamo le sfide della modernità raccolte dal Duce, conosciamo le conquiste sociali raggiunte dall’Italia dell’epoca; ciò si sviluppa però nel quadro di una “modernizzazione politica cattolica” nel quale risultano decisive e la mobilitazione dei parroci di campagna ed una costante, intransigente, continua “battaglia per la moralità” che vede interessato Mussolini in prima persona (L. Ceci, Ivi, pp. 175-182). Peraltro, molti amano dipingere quello Salazariano come un regime che avrebbe apportato inconsistenti progressi sociali al popolo; in realtà, se Salazar era solito dire che l’autentico progresso non era quello sociale, ma quello etico e spirituale e che il primo era vero progresso sociale se non intralciava il secondo (come purtroppo avviene terribilmente oggi giorno), al tempo stesso va sottolineato che i piani di sviluppo del regime fascista lusitano, pur non raggiungendo gli standard europei del benessere di massa e del consumismo irriverente (e di ciò va ringraziato il Dottor Salazar che con tutte le sue sagge forze preveggenti di Statista cristiano volle impedire questo sprofondamento nell’abisso), portano il Portogallo ad una differente esperienza del moderno, nel quadro di un sostanziale rispetto della visione protezionistica ed autarchica che vige sino ai primi anni ’60 e di un dominio culturale fondato sull’ideale di uomo quale spirito ed anima prima che corpo, stomaco o materia. Salazar, nel dopoguerra, mostrando al mondo la sua indipendenza ed il suo coraggio di Statista realista ma idealista, si oppone all’ingresso dei capitali americani del Piano Marshall nonostante le fortissime pressioni del capitalismo USA. I primi due “piani di sviluppo” (1953-8), (1959-64) vedono l’ampliamento dei settori meccanico, petrolchimico, metallurgico e la nascita di nuove industrie. Il valore della produzione industriale cresce a livelli di poco inferiori a quelli europei (raggiungerà i 55 miliardi di escudos  nel ‘68). Lisbona e Oporto assistono alla nascita di spettacolari opere pubbliche, come ad esempio i ponti delle due città. Tutto ciò avviene senza deviare dal principio capitale del Salazarismo: “fieramente soli”. Anche dopo la guerra, continueranno a essere lanciate le famose “battaglie del grano”, nate anni prima sul modello italiano: la produzione di frumento raggiunge nel 1965 le 539 mila tonnellate e la percentuale di terra coltivabile raggiunge il 79%. Il Dottor Salazar si oppone all’eccesso di meccanicismo e di modernizzazione in ambito rurale, proprio per mantenere il contadinato, la fonte primordiale dei valori del Regime fascista portoghese, libero da una demonologia tecnicistica che se non controllata porta velocemente, in base alla visione Salazariana, alla degenerazione e al regresso morale. E’ più importante avere una riserva spirituale forte e duratura (il contadinato) che gettarsi ad occhi chiusi nel torbido fango di un progresso senza via d’uscita; Salazar lascia emigrare fuori dal Portogallo coloro che non comprendono questo suo principio, ispirato da amore per la terra lusitana. Si contrastano comunque l’enfiteusi, si migliorano le abitazioni e al nord si riuniscono, in omaggio alla visione corporativa, i minifondo già esistenti. Il fascismo lusitano mostra ad un Occidente divorato dall’americanismo e dalla febbre dell’oro che è possibile raggiungere una vita dignitosa, anche se apparentemente modesta, senza rinnegare il sacro e senza condannare l’individuo all’inferno in terra. Soprattutto conservando un clima di forte tensione ideale e di sano patriottismo nazionalista. Nazionalismo specifica Salazar, non nazionalitarismo aggressivo, razzismo darwinista.

5) Sia il fascismo italiano che quello lusitano completano la loro politica interna corporativista con una missione imperiale fondata sulla “crociata cristiana”. L’Occidente, dunque, in tale prospettiva, o è cristiano e latino o non è Occidente.  Se tutto ciò per il fascismo italiano è stato sopra visto, per quanto concerne la missione imperiale Salazariana, più propriamente Colonialista storica, si rimanda a un bel saggio del Ministro delle Colonie del Portogallo A. Monteiro, che fu pubblicato in lingua italiana nel 1934: “Ricostruzione dell’Impero”. Tale sarebbe rimasto, anche dopo il ’45, il colonialismo cristiano, missionario del Lusitanismo Salzarista. Al riguardo va segnalato il concetto di “lusotropicalismo” del sociologo brasiliano G. Freyre, il quale ben seppe differenziare il colonialismo portoghese da quelli estremo-occidentali in quanto il primo fu autenticamente “cristiano” e civilizzatore, gli altri furono caratterizzati dall’ideologia utilitaristica e schiavista, tipicamente anticristiana. La decisiva distanza geopolitica tra i due Regimi fu che l’Italia Mussoliniana, per evidenti ragioni geopolitiche e di sopravvivenza, non poteva che contrastare l’imperialismo anglosassone; il Portogallo, per le medesime ragioni (di segno opposto) era invece legato da un tradizionale e secolare accordo, peraltro anche geograficamente indispensabile, con Londra (Trattato di Methwen 1703).

6) Si è ingiustamente considerato il regime Salazarista quale regime che, a differenza di quello italiano, non fa ricorso alla mobilitazione di massa. Non è esatto. Durante la guerra civile spagnola, vinta dal “Generalissimo” Franco, Salazar invia migliaia di portoghesi volontari a fianco dei nazionalisti spagnoli e la mobilitazione popolare, in senso anticomunista ed antimassonico, è un evento noto. Durante l’eroica difesa dell’Oltremare portoghese, nel corso degli interi anni sessanta, il Dottor Salazar, il “governatore invisibile”, del quale in Portogallo si diceva governasse con la retorica dell’invisibilità (L.R. Torgal, “Estadoso Novos. Estado Novo”, Imprensa da Universidade 2009, p. 131), scende più volte in campo, mobilita popolo e soldati con il motto che ha fatto storia: “Angola è nossa” (“Angola è Nostra”). Dal 1962, dopo la tragica sconfitta dell’amica OAS in Francia ed in Algeria, dopo l’imperversare del settarismo modernista e del veleno nichilista nei più alti ambienti ecclesiastici, il Dottor Salazar comprende di essere il kathekon d’Occidente. Lancia più volte all’Occidente, proprio in questi anni, il Messaggio, ultimo e definitivo, per la salvezza della Cristianità universale. Tali appelli, purtroppo, come quelli di Suor Lucia di Fatima, cadranno nel vuoto e non faranno che accrescere l’odio dei progressisti mondiali e degli “infedeli” contro “il fascista Salazar”. La cosiddetta “inevitabilità” della decolonizzazione, è, nel Salazarismo, la rinuncia dell’Occidente ad essere cristiano-romano, ossia ad essere se stesso; la vittoria di una religiosità fasulla, riformata, giudaizzata o anglosassonizzata, mendacemente presentata come cattolica. Tra i suoi discorsi più intensi, forse l’unico in cui il Presidente perde la sua proverbiale freddezza, vi è quello dell’aprile 1963 in cui egli ringrazia il popolo portoghese della dedizione totale all’Oltremare e allo sforzo del regime: “La maniera in cui il Paese ha risposto all’appello che noi gli abbiamo indirizzato è una lezione per tutti: senza esitazione, senza lamenti, i nostri soldati ed i nostri uomini sono partiti per climi inospitali e terre lontane, a compiere un dovere religioso il quale è dettato dal cuore, dalla fede, dal patriottismo che li illumina. Davanti a questa lezione, penso che non dobbiamo piangere i morti, bisognerebbe farlo solo se i vivi non fossero degni di loro”. Il Presidente qui interrompe il discorso, spezzandolo in un singhiozzo. Ciò rimanda al sacrificio di un’intera generazione lusitana che ha lottato (talvolta sino alla morte, sacrificando tutta se stessa) per salvaguardare il vero Occidente, cristiano e non nichilista.

7) Indipendenza politica ed economica. Mussolini inizia a governare una nazione la quale, a causa dell’invasione massonica e protestante del secolo precedente, è in uno stato semicoloniale. Non solo conquista l’indipendenza politica ed economica, ma conduce il popolo italiano sul terreno di sfida dei grandi Imperi anticristiani (Usa, Russia, Inghilterra, massonica Francia). Antonio Salazar rileva il portafoglio delle Finanze con una economia in totale dissesto interno. Nel mondo, quando si è falliti si dice che si soffre di “mal portoghese”. Il ministro Salazar non solo riesce a mettere in ordine i conti, ma libera la vita economica portoghese dal pesante condizionamento tirannico della sterlina. Poi da Presidente del Consiglio finisce per restituire ai portoghesi una libertà economica-politica che perderanno il 25 aprile 1974 con la rivoluzione, in seguito alla quale il Portogallo sarà perennemente incatenato ai diktat del FMI e della BCE. Sia il Dottor Salazar, sia Mussolini combattono con forza l’analfabetismo (superiore al 60% nel Portogallo del 1930, scende al 12 % nel Portogallo del ’69), sviluppano una legislazione per i più poveri, finalizzata alla protezione della famiglia, costruendo abitazioni all’uopo ed organizzando servizi sanitari gratuiti. Soprattutto entrambi ritengono che il simbolo della sanità di uno Stato corporativo e sociale sia l’armonia e la sanità della famiglia: dunque incentivano le nascite e si soffermano quotidianamente, nella loro azione di Statisti, sul problema dell’educazione delle giovani generazioni. Il Dottor Salazar definisce la famiglia “la prima cellula spirituale” della società ed il primo focolare dell’ordine corporativo.

8) Salazar, sul modello dello Stato autoritario e corporativo italiano, rafforza l’Uniao Nacional (UN), scioglie il Centro Catòlico Portuguès (CCP), spiega ai gruppi monarchici nostalgici che non si può tornare al passato e fonda la “repubblica corporativa”. Nel 1935 fonda la Federazione Nazionale per la Gioia nel Lavoro, il dopolavoro lusitano. Nel 1936 prende vita la milizia, Legiao Portuguesa e quindi la Mocidade Portuguesa, la gioventù fascista portoghese. I giovani portoghesi indossano la camicia verde e marciano assaltando il futuro, con Fede serenità e gioia, come i giovani italiani. Nel 1937 le donne fasciste e cattoliche lusitane sono inquadrate nell’Organizacao das Maes para Educacao Nacional. La Polizia Politica Salazariana (Policìa de vigilancia e defesa do Estado) si ispira all’OVRA, i cui rappresentanti giungono in Portogallo (1937) per addestrare gli omologhi lusitani. Come Mussolini emargina e riduce al silenzio gli ambienti più anticlericali ed estremisti del fascismo, così fa Salazar con le “camicie azzurre” nazionalsindacaliste, filomonarchiche, fortemente attratte dalla Germania nazionalsocialista. Parte dei nazionalsindacalisti va con l’antifascismo in Spagna, un’altra parte rientra nei ranghi della salazariana UN. Molti di costoro – della seconda corrente – sosterranno sino alla fine il Regime nella missione coloniale.

Tale struttura di regime, anche dopo il 1945, quando Salazar tende a nascondere il più possibile le affinità con il fascismo italiano (non per opportunismo ma per pragmatismo nazionalista), rimane in vigore sino alla triste rivoluzione del 25 aprile ’74. Il saluto romano, il Decalogo nazionale, la camicia verde: tutto ciò appartiene stabilmente alla pedagogia culturale, politica Salazariana. La Tradizione cattolica è del resto vissuta e sperimentata sino al ‘74, nonostante l’attacco del clero modernista democristiano e filocomunista. Sia Mussolini sia Salazar sono nemici irriducibili della Tecnocrazia e di una civiltà sovversivo-tecnologica dove l’anima dell’uomo è subordinata ad un utilitarismo semiumano. Dice Salazar che la tecnica non può mettersi sopra la politica per il bene e la salvezza della civiltà (J.P. D’Assac, “Salazar”, Milano 1967, p. 274) ed infatti siamo giunti alla robotizzazione della vita. Dunque: non la politica sopra a tutto e innanzi tutto (espressione su cui, errando, si è troppo male speculato); ma nemmeno la politica al servizio del grande capitalismo plutocratico digitale, come avviene oggi. La politica come giusto mezzo tra Spirito e Materia. Questa la pratica politica di Mussolini e Salazar. Quest’ultimo è del resto molto critico verso una “politica idealistica” che non tenga nel dovuto conto i fatti concreti e il realismo delle forze in campo.

9) Nel corso delle celebri interviste a Ferro, il Presidente Salazar si dichiara distante dal neo-cesarismo statalista, affermando che Mussolini deve fare attenzione a non deviare in tale direzione. Ma nel corso dello stesso ciclo di interviste, parlando del nazionalsocialismo tedesco, ad esempio, il Dottore precisa: “Mussolini ha pure creato, come Hitler, una grande forza popolare, ma è stato forse più prudente, più latino, nella sua opera di rinnovamento”.

Dunque Salazar considera Mussolini più un Costantino, romano e cristiano, che un Cesare o un tiranno.

 Il Presidente vuole ricevere nel ’34 una foto con dedica di Benito Mussolini. Ricevuta da Roma, quella è l’unica foto che compare spesso nel suo tavolo di lavoro. Scomparsa alla fine degli anni quaranta, riappare nei primi anni sessanta, con la decisiva svolta neo-Imperiale (H. Martins ha identificato questo periodo con una nuova, più radicale fascistizzazione della vita politica e sociale lusitana). Il nazionalismo Salazariano, a differenza di quello Mussoliniano, rimanda all’Action francaise ed è una sorta di principio originario. Salazar non ha mai nascosto la sua ammirazione e il suo debito verso Maurras (Egli ci dice che i libri del Maurras “seducono per la chiarezza e la trasparente logica della costruzione di pensiero”) e, come ha ben mostrato la Pinto Janeiro (“Salazar e Pètain”, Cosmos Lisboa 1998) il Maresciallo Pètain, nel corso della Rivoluzione Nazionale francese, si ispira decisamente all’omologo Statista lusitano. Da un punto di vista istituzionale, la suprema magistratura di Stato, la Presidenza della Repubblica, appartiene di diritto ad un militare ed il Nostro non è mai stato Presidente della Repubblica.  Rimane aperta la questione sulla natura dello Stato lusitano salazarista. Secondo Fisichella, lo Stato fascista italiano non sarebbe stato totalitario ma autoritario, cattolico, corporativo, fondato sulla mobilitazione popolare; il ricercatore fornisce molti dati che differenzierebbero la legislazione e le pratiche istituzionali del Regime del Mussolini dagli Stati totalitari del ‘900 (D. Fisichella, “Il totalitarismo. Un regime del nostro tempo”, Editore Pagine 2016). Culturalmente ed istituzionalmente, dunque, il Regime fascista sarebbe più affine al Salazarismo, al primo Falangismo cristiano spagnolo (1939-1957), al Governo di Vichy (“Dio, Autorità, Lavoro, Famiglia, Patria”), che ai differenti stati totalitari o ai regimi liberaldemocratici e capitalisti. Peraltro, Fisichella mostra con importanti dati statistici come il modernismo fascista fu in realtà un potente freno alla modernizzazione rivoluzionaria di natura americanistica, che finì invece per imperversare nella Germania Nazionalsocialista. Il regime lusitano, grazie ad Antonio Ferro, capo del Secretariado de Propaganda Nacional, e contro ogni reazionarismo, sperimentò anch’esso un modernismo temperato dai valori Tradizionali e dal “monumentalismo” neo-classicista. Salazar promosse infatti moderatamente manifestazioni di neorealismo e surrealismo, impose taluni caratteri formali e moderni nell’esposizione del Mondo Portoghese (1940) e lo stesso si potrebbe dire del Santuario di Fatima, eretto nel 1934-1938. Il Fisichella, di seguito, cita il fondamentale saggio di Marco Tarchi, “Partito unico e dinamica autoritaria”, per smentire il preteso carattere totalitario del fascismo (il centro di potere è lo Stato Fascista, di cui la Monarchia è garante, non il PNF) e dal diverso atteggiamento dello Stato fascista verso la Chiesa, tollerante sino al tentativo di assoluta armonia, rispetto a quello Nazionalsocialista, trae conclusioni che sembrano assai realiste e di buon senso. Quanto allo Stato lusitano, la definizione di Eliade: “forma cristiana di totalitarismo” basata sull’Amore, sul sacrificio, sull’umiltà, sulla rinuncia e sulla comunione nazionale ed imperiale è assai suggestiva e veridica, così come quella di Braga da Cruz che parla dello Stato Salazariano come di un “fascismo battezzato”.

Si spera, infine, di aver fornito dati che possano ben indicare non solo che è in effetti storicamente serio paragonare il Dottor Salazar al Duce, ma anche, che tra i suoi discepoli, se così si può definire lo Statista di Vimieiro, il Salazar fu l’unico che concretamente integrò e forse superò, in senso Contro-Rivoluzionario e fascista, la dottrina, l’insegnamento e l’azione del Duce di Predappio. Costoro furono certamente baluardo e scudo di fronte alla grande aggressione massonica, conciliarista e anticristiana del secolo passato (la più potente e sovvertitrice della storia umana). Cercheremo poi di vedere, nelle prossime parti, come l’americanismo, dopo il 1945, più che combattere il comunismo, abbia in realtà puntato alla “guerra ideologica” contro la Contro-Rivoluzione francese (OAS) e contro la Contro-rivoluzione lusitana di Salazar, suoi principali nemici, ideali, culturali e politici, dopo la caduta del Regime di Benito Mussolini al fine di distruggere totalmente la Tradizione cattolica, universale, apostolica e romana.

PARTE I http://www.agerecontra.it/?p=29989

PARTE II http://www.agerecontra.it/?p=30014

PARTE III http://www.agerecontra.it/?p=30031

APPROFONDIMENTO:  https://storicamente.org/serapiglia_estado_novo_portogallo_fascismo

6 Risposte

  • Si tratta di un lavoro eccellente, di cui attendo con sommo interesse le prossime puntate. Molto preziosi anche i suggerimenti bibliografici. A volte si è costretti, per spirito di ricerca, ad andare a tentoni (“Ibant obscuri sola sub nocte..). Capisco che il lavoro da svolgere è immenso, perché la storia reale è stata sepolta dai malloppi dei marxisti cui siamo stati oppressi e conculcati fino allo stordimento. Il singhiozzo del kathèkon Salazar è anche il nostro.. Ho notato in una delle scorse puntate che si accenna “en passant” a un’azione dei gesuiti nell’elezione di Roncalli. Si potrebbero avere chiarimenti a proposito? Credo che il conclave del 1958 sia un punto nodale della nostra storia. Tutte le volte che cerco di avventurarmici per aver lumi, torno a casa con le pive nel sacco. Si ha la netta sensazione che ci sia qualcosa che non torna, ma il busillis dove sta? La stessa sensazione mi invade davanti al consenso ultramaggioritario dei Padri concliari nei confronti del documento “Nostra Aetate”…si può davvero credere alla tesi dell’ingenuità dei presunti anti-progressisti?

  • Condivido pensiero di Enrico, veramente grande lavoro per la causa CRISTIANA E CATTOLICA, gia lo ho notato dopo la seconda parte. rIngrazio di nuovo sito
    ridimensiona molto anche certi pensieri di molti CATTOLICI sull’opera di questi GRANDI UOMINI di Dio e della Patria Mussolini Salazar Petain, (aggiungerei anche Franco Pavelic Vargas e Tiso per quanto siano forse un po diversi) pace eterna su di loro AVEMARIA

  • @Franco , purtroppo per molti cattolici il politico ideale è il peppone di don camillo .Dovremmo riflettere su questo.

  • @Enrico11: Riguardo l’elezioni del Roncalli, gli studi e le testimonianze più attendibili ci sembrano quelle di P.Villa, conosciuto personalmente, che ha ben documentato come la cerchia interna del Montini (compresi i gesuiti a lui legati) abbia portato all’elezioniedel Roncalli per cancellare deliberatamente ed eliminare tutte le conquiste morali e sociali del Pontificato di Eugenio Pacelli, in sostanza per eliminare la Tradizione cattolica dal mondo. Cristiano T. Gomes

  • Molte grazie, Cristiano, per la risposta. Tutto chiarissimo, tutto in piena luce. Ho letto ieri la sesta puntata..ce n’è di carne al fuoco, di spinosi problemi storiografici da ricollocare nell’alveo felice – per quanto doloroso – dell’obbiettività! Anche De Gaulle e il gollismo – una tentazione sempre rinascente per tutti gli antisinistrorsi – sono stati messi a posto: chapeau bas!
    Vorrei riportare ora un brano eloquente di un bel libretto scritto da Mario Tedeschi nel 1962, “I pericoli del Concilio”: “È voce corrente tra i vaticanisti che la sera del 28 ottobre 1958 il neoeletto Giovanni XXIII, rispondendo a chi gli chiedeva se avrebbe pronunziato un discorso, avrebbe detto: “Perché? Il nostro Predecessore ha già detto tutto”. Questa feroce battuta sintetizza in maniera molto efficace lo spirito totalmente ‘revisionistico’ che anima l’attuale Pontificato nei confronti di Pio XII e dell’opera Sua, al di là delle lodi e degli omaggi di convenienza; e gli amanti della cabala (il lettore perdoni il nostro continuo riferimento alla superstizione: essa conta molto, nel mondo di cui ci occupiamo), gli attenti seguaci d’ogni forma di presagio, dicevamo, hanno fedelmente annotato che nell’inverno del 1961, proprio dopo lo scambio di messaggi fra Krusciov e Giovanni XXIII, una bufera distrusse a Castelgandolfo tutti gli alberi della celebre passeggiata di Pio XII, e sradicò la pianta secolare alla cui ombra il Papa scomparso era solito trascorrere, lavorando, le lunghe ore dell’estate. Un viale di cemento corre, adesso, là dove un tempo i rami non lasciavano penetrare alcuno sguardo indiscreto, e Pio XII, in orgogliosa solitudine, combatteva la Sua crociata contro il comunismo. Si dirà che l’orgoglio è un peccato luciferino, e noi non ci azzardiamo a discutere di queste cose; certo è, però, che la voglia di combattere, anche a prezzo dell’impopolarità, allora non mancava.
    Papa Roncalli è uomo diverso, e già nell’ottobre del 1958 egli dimostrò come la pensava con qualcosa di molto più concreto d’una battaglia, e precisamente con i lunghi colloqui con il Cardinale Primate di Polonia, Wyszynski. Quello stesso Wyszynski che, avendo firmato con lo Stato comunista di Varsavia un concordato, si era visto costretto da Pio XII ad attendere fuori della porta il cappello rosso, e quindi aveva dovuto piegarsi a riceverlo mentre tutta la Chiesa Cattolica esaltava, quasi per farlo dimenticare, le figure di Stepinac e di Mindszenty. Due cardinali che adesso, per la legge dei contrasti, non vengono ricordati molto volentieri in Vaticano: specialmente il secondo, al quale si muove la grave accusa di non essere morto”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *