di Matteo Castagna

Ho imparato ad apprezzare l’utilità ed imparare la complessità del giornalismo di inchiesta nel 2014, quindi non molto tempo fa. In questi anni ho capito tante cose. Soprattutto ho capito come funzionano certe dinamiche in Italia. Tra le tante, ho visto, letto e compreso come da un lato esista un’ antimafia di facciata, ipocrita e falsa, forse più collusa di altri, che specula su una presunta malavita per uno squallido lucro e per giochi di potere. Dall’altro ho conosciuto persone che amano la giustizia e con grande determinazione, coraggio, serietà intraprendono un lavoro duro, difficile e pieno di ostacoli che mi hanno insegnato che la malavita organizzata è un cancro per la società civile, ma che accanto ad essa, ancor peggiore è la mentalità mafiosa, con le modalità mafiose, in un clima omertoso da parte di chi, in ultima analisi, mangia allo stesso tavolo.

di Paolo Coltro

Per anni il Veneto ha lasciato campo libero a ‘ndrangheta, mafia e camorra. Ma senza l’aiuto di braccia e cervelli locali il tumore non avrebbe potuto attecchire

Ci sono, eccome. ‘Ndraghetisti, camorristi, mafiosi delle famiglie siciliane hanno sempre guardato con occhio interessato e ingordo il Veneto locomotiva d’Italia, che anche durante la crisi ha avuto un’economia tutt’altro che spenta. E ora che di nuovo il dinamismo riparte, diventa terra d’elezione per gli intrecci del malaffare criminale e soprattutto economico. Dopo aver invaso Lombardia, Piemonte, in parte l’Emilia Romagna, le mafie puntano, e non da oggi, sul Veneto: una new entry da conquistare. Lo testimoniano le intercettazioni telefoniche: «abbiamo Padova in mano», «qui c’è il Bengodi», affiorate nel lungo lavoro investigativo della Dia padovana che ha portato ai sedici arresti freschi freschi dell’operazione “Fiore reciso”.

E’ una storia che ha radici lontane. Comincia negli anni ’80, quando decine di mafiosi vengono spediti in soggiorno obbligato, lontano da casa sì, ma nel Veneto. All’epoca, ci furono proteste dei sindaci e delle popolazioni. Nel ’93 a Codognè (Treviso) l’arrivo della “vedova nera della camorra” Anna Mazza provocò le dimissioni del sindaco e la sollevazione del paese: le bruciarono il balcone di casa, la trasferirono. Con gli anni, l’assuefazione: nel 2012 si scopre che a Cadoneghe c’era il boss Antonino Duca solo perché muore lì, e abitava con il figlio. Oggi i sindaci del Veneto preferiscono respingere gli immigrati, mentre più di cento mafiosi hanno la residenza nei loro paeselli.

E’ solo una causa lontana, non decisiva ma importante. La molla vera dell’insediamento mafioso è il tessuto economico: ci sono i soldi, ci sono le imprese. Dove ci sono i soldi si vende la droga, ed è il primo step squisitamente criminale, delinquenza diretta. Negli anni scorsi Verona è stata trasformata nella capitale dello spaccio, i carichi di cocaina arrivavano e forse arrivano al porto di Marghera. La compresenza di ‘ndrangheta, mafia e camorra non provoca scontri e lotte sanguinose, c’è posto per tutti. I calabresigestiscono quasi in monopolio i traffici di stupefacenti, gli altri hanno le specialità della casa: in genere truffe per i camorristi, infiltrazione economica per i mafiosi. I campanelli d’allarme erano già campane a stormo all’inizio degli anni Duemila.

In quegli anni ogni tanto si arresta qualcuno, ma sembrano episodi. Daniela Bettera e Lara Peviani scrivono alla fine del 2012 sul sito web “paginauno”: «nella relazione del primo semestre 2011 della Dia, il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Pennisi spiega che in buona parte del Veneto, “per ragioni allo stato inspiegabili”, si è lasciato praticamente campo libero a organizzazioni di tipo diverso da quella calabrese». Appaiono quindi stridenti le parole del procuratore nazionale antimafia Pietro Grassopronunciate il 18 dicembre scorso durante un dibattito sulla mafia organizzato a Padova dall’associazione Nuova Frontiera: «Il Veneto – dice – è sotto il tiro della camorra, più che della mafia siciliana o ‘ndrangheta calabrese, ma la regione ha saputo mostrare “anticorpi”: qui si denunciano subito situazioni dubbie, la camorra o la mafia fa fatica ad attecchire. Nel Nord Est c’è un humus civico e sociale che finora ha evitato il radicamento di piccoli grandi boss».

Troppo ottimista, Pietro Grasso: scoppia in quei giorni il caso “Aspide”, l’organizzazione capeggiata da Mario Crisci che fa capire cosa fanno i mafiosi: attraverso l’usura mettono in ginocchio aziende in crisise ne appropriano con sistemi violenti ma coperti da un’apparente legalità, con il fattivo contributo di notai, avvocati, commercialisti. Erano 120 le aziende cadute nella rete malavitosa, epicentro Padova. Sempre nel 2012 chi vince l’appalto per la caserma dei carabinieri di Dueville? Gli Iannazzo di Lamezia Terme. Il mantra ufficiale che nel Veneto le mafie “non sono radicate” e “non sono strutturate” è duro a morire, se ne trovano tracce perfino nell’ultimo rapporto disponibile (fine 2016) della Direzione investigativa antimafia al Parlamento. La Dia peraltro lavora bene e si specializza: smaschera investimenti sospetti e collusioni con il ceto professionale locale.

Le mafie sono già al secondo step: il riciclaggio del denaro sporco. Comprano imprese, esercizi commerciali “puliti” (anche una lavanderia), bar e pizzerie, panifici, quote di società nelle quali siedono accanto ai veneti. Ci sono altri versanti di infiltrazione “legale”: gli appalti e soprattutto i subappalti. Qui si costruisce e si fanno strade e autostrade. Il movimento terra è la porta d’ingresso, il trasporto dei rifiuti un altro business, quasi sempre illegale. C’è chi si ricorda che i materiali nocivi finiti sotto la luccicante Valdastico sud arrivavano su camion partiti da Catanzaro. Gli affari immobiliari implicano la partecipazione dei veneti: cessioni di terreni, società, rapporti con le amministrazioni per le concessioni edilizie. Affiorano contatti con la politica, forse sporadici ma significativi: diceva Marco Giorlo, ex assessore allo sport a Verona: «i calabresi sono una macchina da voti». Erano i tempi in cui il vicesindaco Vito Giacino (poi condannato per concussione), sedeva alla tavola di Moreno Nicolis, imprenditore dell’acciaio, assieme al sindaco Flavio Tosi e ad Antonio Gualtieri, esponente della cosca calabrese dei Grande Aracri. Una cena con contorno di querela di Tosi a Report, peraltro archiviata.

La commistione tra mafie e affari legali si vede anche dal numero di interdittiveantimafia decise dalle prefetture. Il prefetto Salvatore Mulas a Verona ne firma dodici in un anno e mezzo, tra cui quella alla Nico.Fer di Nicolis. Laura Lega a Treviso cinque solo l’anno scorso. A Venezia Domenico Cuttaia mette all’angolo Antonio De Martino, originario di Lamezia Terme, con la sua Top Management gestore delle spiagge di Excelsior e Des Bains al Lido, e titolare di altre otto società.
Nell’ultimo anno e mezzo c’è stato uno stillicidio continuo di arresti nelle varie province venete e un bel numero di indagati, anche indigeni. Indagini, arresti, interdittive: tutte biopsie su di un corpo che si teme aggredito dal tumore. Perché, come scrive la Dia, «le propaggini venete dei sodalizi criminali assumono la forma di terminali di investimento e gestione del denaro». Lo dimostra il coinvolgimento del direttore della filiale di Vigonza dell’ex Banca Popolare di Vicenza. Che peraltro è solo un tassello di un mosaico ben più vasto.

Senza rapporti stabili  con i professionisti locali, i mafiosi dei livelli superiori (appalti, investimenti, società) farebbero poca strada, soprattutto sarebbero più identificabili. Braccia e cervelli veneti sono il ponte tra l’illegalità e la tanto agognata (finta) legalità. Sarebbe lungo il dibattito sulla “legalità debole”, che pare avere nel Veneto un nuovo territorio d’elezione. Fermiamoci, per ora, a quanto ha scritto il magistrato francese Jean de Maillard: «il vero problema non risiede in una supposta crescita dell’illegalità a detrimento della legalità, bensì in una crescente impossibilità a distinguere i due ambiti».

Fonte: https://www.vvox.it/2018/01/25/banchetto-veneto-delle-mafie-la-nostra-complicita/