Era il 2012 quando, dopo 5 anni di instancabili e variegate battaglie, pressoché quotidiane, i cattolici tradizionalisti veronesi riuscirono a liberare la chiesa e casa natale del co-patrono dai luterani. La ricordiamo come una delle battaglie vinte dal Santo, per la costanza e dedizione nella Fede e nell’Azione di molti di noi. Da allora, la chiesa è rimasta chiusa finché è stata concessa ad una associazione di promozione turistica.

SAN PIETRO MARTIRE, INQUISITORE UCCISO DAGLI ERETICI

SEVESO 1252, MORTE DI UN INQUISITORE

(Articolo di Massimo Trifirò, da La Padania del 29 agosto 2004)

La drammatica storia dell’agguato al frate domenicano veneto Pietro Rosini 
compiuto in Brianza da parte di alcuni eretici lombardi

1. IL DOMENICANO

Pietro Rosini, il domenicano che in seguito sarà martirizzato e rapidamente elevato agli onori degli altari, venne al mondo a Verona in un giorno imprecisato del 1206. 
La sua famiglia, come altre di qualche influenza nei territori settentrionali della Penisola, apparteneva, seppur non ne mostrasse la sfacciata evidenza,  alla setta dei catari, o manichei, specificatamente indicati col nome di Patarini, ovvero ad una delle forme ereticali cristiane maggiormente diffuse in quegli anni. 
Appare dunque paradossale, o forse determinato da una volontà superiore, che il successivo dipanarsi della sua esistenza si sia poi svolto all’insegna della più rigida ortodossia cattolica, e che addirittura Pietro ne sia poi divenuto un campione, uno strenuo difensore, qualcuno che pagò con la vita le sue ferme convinzioni religiose. 

Si narra comunque, a questo proposito, che il suo indirizzo di pensiero fosse già ben strutturato fin dalla più giovane età, al punto che una volta, e forse il ragazzo non aveva neppure sette anni, trovandosi a discutere con uno zio, lo contraddisse addirittura su un principio fondamentale della dottrina, a proposito dell’errore cataro sull’Entità reggitrice del Creato, che era unica e identificabile con Dio, e non dualistica come gli eretici professavano, divisa cioè tra il concetto di Bene e quello di Male, tra spirito e materia.
La predisposizione allo studio che Pietro aveva dimostrato fin da piccolissimo, favorirono che il padre si convincesse ad assecondarla, inviando perciò il figlio all’Università di Bologna per completare la propria formazione culturale. 
Fu quella l’occasione per imprimere una svolta definitiva alla sua vita, nel momento in cui, in quella città degli studi sotto la protezione di papa Innocenzo III, il giovane studente ebbe modo di venire in contatto con l’ambiente infiammato dallo zelo di Maestro Reginaldo e dei suoi Frati Predicatori, e soprattutto di conoscere personalmente il fondatore stesso dell’Ordine Domenicano appena approvato dalla Santa Sede, ovvero proprio quel Domenico di Guzman che in quel tempo, nel 1221, era ospite del convento di San Nicolò, in vista della preparazione del secondo Capitolo Generale dei propri seguaci. 
I due, che il destino poi accomunò nella gloria della santità, dunque si incontrarono, e a quel punto il più anziano raccolse dal nuovo adepto l’ormai convintissimo desiderio di dedicare la propria esistenza agli stessi ideali, e alla medesima lotta, che animava lo spirito battagliero dell’Ordine. 
A nulla poi valsero i doverosi tentativi del castigliano Domenico di raffreddare prudentemente una vocazione che poteva anche rivelarsi acerba, tramite la puntuale descrizione fatta al veronese della rinunce, dei dolori, delle fatiche, che il ruolo di predicatore comportava. Pietro, sempre più affascinato da quella personalità dirompente, in ultimo rispose di esserne comunque consapevole e pronto ad affrontarli, e allora venne abbracciato, e definitivamente accolto. 
Il noviziato durò in seguito ben nove anni, e fu condotto in modo esemplare, e addirittura rigido, mostrando giorno per giorno, ora per ora, sotto la guida del priore Ventura, l’amore del nuovo converso per lo studio intenso e ininterrotto, e per la preghiera e la contemplazione, che ogni notte rubavano diverse ore al suo meritato riposo. 
Prima di avviarsi sulle strade del mondo, a Pietro Rosini fu quindi riservata la sorte di far tesoro degli estremi insegnamenti di Domenico di Guzman, e di essere testimone diretto della sua morte, quando, tornando da Venezia, al termine di una delle tante visite alle sessanta case della Confraternita sparse in otto province, il Fondatore cedette alla consunzione e alla malattia, spegnendosi poi nella stanzetta disadorna del discepolo Frate Moneta, non avendo mai voluto egli stesso, per umiltà, possedere una cella propria.

Quando già era stato ordinato sacerdote, indossando il caratteristico saio bianco con il mantello nero, al nuovo religioso toccò poi di essere sottoposto ad una prova difficile, ad un’irridente sfida del Tentatore. Trovandosi a Como, e avendo avuto una concreta apparizione notturna delle sante martiri Agnese, Cecilia e Caterina d’Alessandria, così come gli era già capitato a Bologna durante il noviziato, Pietro venne infatti accusato da spiriti gretti di ricevere segretamente donne in convento, e spedito poi, per punizione e penitenza, nel lontano convento marchigiano di Jesi. 
Fu però là, dopo che il suo comportamento integerrimo aveva convinto i superiori a riesaminare il suo caso riconoscendone alla fine la completa innocenza, che nel 1229 lo raggiunse il decreto di piena reintegrazione nel ruolo di predicatore itinerante. 
Gregorio IX, il papa che era intanto succeduto ad Innocenzo, determinò perciò di inviarlo a Milano, città che allora rappresentava il cuore pulsante dell’eresia catara. 
Pietro vi giunse nel 1232, e si rese immediatamente conto di quale forza ed organizzazione possedessero i manichei, attestati specie all’interno delle potenti famiglie aristocratiche e grandi borghesi locali, come ad esempio quella dei Pacta da Giussano, che il sacerdote ritroverà poi sulla sua strada nel ruolo di attentatori alla propria vita. Non appariva perciò incomprensibile, dati tali radicamenti, che le stesse autorità municipali meneghine fossero, almeno tacitamente, favorevoli a che l’eresia continuasse ad allignare, e particolarmente perciò propensi a cercare di dissuadere ogni tentativo di restaurazione completa dell’ortodossia cattolica.

Pietro, trovandosi di fronte una situazione tanto complicata ed ostile, non si perse però affatto d’animo. L’investitura diretta di San Domenico era la sua forza, e intendeva perciò metterla a frutto. Posto il proprio quartier generale nel convento di Sant’Eustorgio, il domenicano, come prima azione, fondò quindi un’associazione di militanti, una “schola”, ovvero una vera propria “militia Christi” anti eretica, cui diede nome di “Società della Fede”. 
Non solo, perché il 17 settembre del 1233, ormai sicuro della consistenza di tali seguaci e della propria indomabile determinazione, riuscì ad imporre alla municipalità l’inserimento nello Statuto Comunale del decreto papale che intimava azioni concrete nei confronti di coloro che professavano apertamente dottrine non condivise. 
All’accettazione burocratica di questi principi di lotta senza alcun compromesso, seguirono poi i fatti concreti, e il conseguente parziale contenimento dello strapotere ereticale vigente, tanto che lo stesso Pontefice, in una missiva dell’11 dicembre di quel medesimo anno indirizzata all’Arcivescovo, doveva poi riconoscere e compiacersi dei risultati ottenuti dall’energico intervento di Pietro. Il quale peraltro, non ancora appagato, diede vita, sempre nel 132, ad un’ulteriore confraternita ispirata al culto mariano, in evidente contrapposizione alla concezione patarina che irrideva il dogma della verginità in “sede naturale” della madre di Cristo, e anzi sosteneva, con profondo pensiero e in tutta serietà, che caso mai la Madonna era stata “fecondata” dallo Spirito Santo attraverso un orecchio. Tale associazione, che era però di stampo dottrinale più che votata agli interventi concreti, si adoperò poi per un capillare impegno di predicazione e diffusione della corretta dottrina. In quest’ambito, è poi da ricordare l’episodio della “Vergine con le corna”, che comunque attesta l’avversione, del luogo e dell’epoca, all’opera di ripristino dell’ortodossia dei fedeli mariani. 
Si narra dunque che Pietro Rosini, mentre celebrava la Santa Messa in Sant’Eustorgio, si avvide che il demonio era penetrato in un’icona di Maria collocata sopra l’altare, e immediatamente quindi lo scacciò reggendo tra le dita un’Ostia consacrata.
Leggenda? Può darsi. Ma è segno comunque preciso di una certa “diabolica” ostilità al culto della Vergine che persisteva tra gli uomini di carne ed ossa, al punto che poi Vincenzo Foppa si ritenne in dovere di immortalare quel clima, e l’episodio stesso, dipingendo nella Cappella Portinari proprio una Maria dotata di inquietanti appendici luciferine, che ancora oggi è possibile vedere.

La travolgente volontà di ben operare di frà Pietro non si ridusse però soltanto al battagliero contenimento dei catari, ma ottenne invece importanti risultati rispetto addirittura alle conversioni sincere degli eretici. 
Ne è prova, ad esempio, la sostanziale scomparsa della comunità manichea di Concorezzo, dopo che il loro vescovo Desiderio, nel 1235, aveva rigettato il contenuto del “testo sacro” non ortodosso detto “La cena segreta”, e si era riavvicinato alle posizioni cattoliche. 
Oppure la ritrattazione dello studioso eretico Raniero Sacconi, il quale, dopo aver abiurato nel 145, si dedicò addirittura alla compilazione di una “Summa heresis”, compendio dottrinario cataro utilissimo alla confutazione da parte delle compagini che intendevano ostacolarne la diffusione. 
All’impegno di Pietro, valorizzato anche dalla nomina ad Inquisitore della Lombardia stabilita dal pontefice nel 1242, si associò poi quello dell’arcivescovo Leone da Perego, il quale infatti, stavolta unitamente ai governanti milanesi, si adoperò in maniera particolarmente efficace nella lotta anticatara.

Come aveva preannunciato Domenico di Guzman, la vita del frate che diffondeva la Parola di Cristo doveva improntarsi ad una grande mobilità sul territorio, e alle conseguenti improbe fatiche, per allargare il raggio d’influenza dell’insegnamento quanto più capillarmente possibile. Durante il neppure mezzo secolo della propria esistenza terrena, Pietro Rosini mantenne perciò fede a tale disposizione, visitando e soggiornando in innumerevoli località del Nord. Riuscendo perfino a promuovere la fondazione di due conventi di monache, nel 1240 il domenicano raggiunse quindi Asti, nel cui monastero venne nominato Priore, e l’anno seguente la città di Piacenza, nella quale s’adoperò con energia per instradare i frati e i novizi nello studio puntuale e ininterrotto delle Sacre Scritture. Non mancò poi di garantire la propria presenza di ormai acclamato predicatore dall’oratoria travolgente sia a Roma, che nelle Marche, che un po’ dappertutto in Romagna, e specificatamente a Rimini, nel 1249.
Assolutamente decisivo fu però il soggiorno a Firenze, cha data dal 1244. Nel capoluogo toscano avvenne infatti che i suoi infiammati sermoni, lanciati dal pulpito di Santa Maria Novella, entusiasmassero a tal punto i cittadini che l’autorità, opportunamente sollecitata dalla Società della Fede, si vide poi costretta ad allargare la piazza antistante, per permettere ad un numero maggiore di persone di assistervi agevolmente. 
Il supporto popolare ovviamente galvanizzò Rosini e il confratello fra’ Ruggero Calcagno, spingendoli quindi ad intensificare il già duro contrasto con gli eretici locali, in particolare con tali Baroni, imputati di concedere ospitalità ad importanti vescovi manichei. 
Né sortì in seguito addirittura un processo, una  condanna, e la conseguente avversione alla stessa, fino alla sua revoca, da parte dei maggiorenti fiorentini avversari di Pietro e della sua Società, in specie il podestà Pace da Pesamigola. 
Rosini però a quel punto non si diede certamente per sconfitto, provvedendo infatti ad iscrivere pari pari i suoi maggiori contestatori nell’elenco degli eretici, e appellandosi poi direttamente al popolo che lo supportava, il quale ottenne allora il sequestro dei beni dei rei e la demolizione dalle fondamenta delle loro dimore. Il domenicano ancora una volta perciò aveva vinto, contribuendo al riaffermarsi del cattolicesimo anche in quelle contrade. 
Ma, a proposito di popolo, e delle molte “leggende nere” fiorite in varie epoche intorno alla reazione cattolica all’eresia, fatta salva la giusta deprecazione per le esagerazioni dell’Inquisizione giustamente condannate dalla Storia, vale la pena a questo punto chiarire quale fosse davvero l’atteggiamento della gente comune rispetto a tali iniziative, cedendo la parola all’autorità indiscussa di Vittorio Messori, il celeberrimo saggista cattolico. 

In una polemica con Jacques Le Goff a proposito proprio di Pietro da Verona, sul quale lo storico francese avanza critiche nel suo “La civiltà dell1Occidente medioevale”, Messori infatti afferma che “l’inquisizione nasce non contro il popolo”, ma caso mai per rispondere efficacemente ad una sua precisa richiesta di salute, dato che l’eretico era considerato dalla gente come colui che propagandava malattie (ideologiche) mortali e inquinava l’ambiente (spirituale). “Per l’uomo comune l’eretico è il Grande Inquinatore, è il nemico della salvezza dell’anima, è colui che attira la punizione sulla comunità”, conclude quindi lo scrittore. 
Da parte della società, derivava perciò da una tale posizione il diritto legittimo alla difesa anche con i mezzi più intransigenti, pure se purtroppo talvolta avveniva che qualche fanatico ne travalicasse volentieri i limiti umanamente consentiti. 
Una civiltà strutturata in un certo modo, secolarmente condiviso, si vedeva cioè costretta a preservare la propria stessa sopravvivenza e identità, e lo faceva quindi con piena consapevolezza. 
I turbamenti del cuore dell’Illuminismo, i cui influssi sono tuttora riscontrabili, erano infatti ancora di là da venire, e perciò appare evidente che nessuno osasse allora sostenere, come invece accade oggi rispetto ad una programmata invasione di un’altra civiltà che intende cancellare la nostra, che i diritti degli altri sono sempre volterianamente sacrosanti ed intoccabili. Anche se magari costoro esplicitamente si dichiarano nemici mortali, che approfittano proprio della nostra debolezza, della legislazione liberale che noi stessi abbiamo conquistato a prezzo del sangue, nonché di una malintesa solidarietà, per ripromettersi in futuro di negarceli tutti con la violenza, a vantaggio esclusivo delle proprie arcaiche tradizioni che in seguito ci verrebbero inevitabilmente imposte.

Il 13 giugno 1251, sull’onda del successo fiorentino, il nuovo papa Innocenzo IV affidò a Pietro Rosini il compito di contrastare a Cremona l’influenza del vescovo cataro di Tolosa, Bernard Marty, che vi si era rifugiato per sfuggire all’invasione della sua terra da parte del cattolico re di Francia, dopo che, nel periodo di vacanza del pontificato, si erano verificati numerosi attacchi di eretici ai capisaldi papali, ivi compresi l’incendio della sede dell’Inquisizione e l’assassinio, il 28 maggio del 1242, di dieci suoi membri ad Avignone.
Quindi, nel corso del medesimo anno 1251, gli pervenne la nomina a priore del convento di Como e ad Inquisitore pontificio, sia di quella stessa città che del territorio di Milano. Saranno le ultime cariche ricoperte da Pietro da Verona.

La vita che il sacerdote conduceva, fin dall’insorgere della propria vocazione, era sempre stata improntata al rigore più estremo. L’uomo apparteneva cioè a quella sparuta schiera di coloro che, nell’Umanità di ogni tempo, pretendono ogni volta da sé molto di più di ciò che chiedono al prossimo. Salvo che per quello previsto dal rito quotidiano della Messa, Pietro si  asteneva infatti dal vino, e si limitava ad alimentarsi una sola volta al giorno, inghiottendo in fretta un piatto di verdure appena condite. Durante la giornata, come si è visto, si dedicava ad un’attività incessante, ma anche nelle ore notturne, non ancora pago, molto spesso il frate si levava dal suo giaciglio e, fino all’alba, si concentrava nella preghiera e nello studio. La predicazione, così come era avvenuto a Firenze, produceva poi in ogni luogo una reazione popolare entusiastica. 
Il suo avvento era sempre annunciato da un passa parola eccitato, e la figura del severo domenicano era poi accolta all’arrivo da canti, suoni di trombe e tamburi, e grida di giubilo. Non era poi infrequente che, proprio come accadeva al Maestro, frà Pietro si trovasse talvolta costretto ad avvicinarsi al palco dei suoi sermoni addirittura in lettiga, perché i fedeli, anche in modo talvolta pericoloso, lo stringevano sempre da presso, lo volevano toccare, e spesso giungevano perfino quasi a denudarlo completamente per accaparrarsi un lembo dell’abito monacale da conservare come reliquia. 
Queste manifestazioni di riconosciuta santità già in vita, corrisposero poi ad eventi effettivamente miracolosi, che dopo la sua scomparsa furono quindi puntualmente valutati e inscritti agli atti del processo canonico. 
Si constatarono infatti diversi casi di guarigioni altrimenti inspiegabili, la moltiplicazione improvvisa dell’olio del parroco di Cesena, e il perdurare assolutamente incomprensibile della limitata scorta di carne salata della quale si nutriva la squadra di operai addetti alla costruzione di un convento domenicano. 
Tra i tanti prodigi, le cronache riportano poi quello, non eclatante ma certamente efficace perché venne operato in pubblico, della scommessa fatta da Pietro con un manicheo sulla piazza di Sant’Eustorgio a Milano. Il cosiddetto “miracolo della nuvola”, che possiede tra l’altro un suo intrinseco valore poetico, si verificò nel momento in cui i due stavano disputando sotto il tormento di un sole a picco che li faceva quasi smaniare. Alla sprezzante sfida dell’eretico, che invitava l’avversario a chiedere al proprio Dio di inviare nel cielo completamente sgombro una nube che li riparasse, Pietro rispose accettando la provocazione, a patto però che il cataro, se l’evento si fosse davvero verificato, s’impegnasse ad abiurare seduta stante. La nuvola a quel punto spuntò rapidamente dall’orizzonte, e si collocò proprio allo zenith del piazzale affollato, non spostandosi poi di lì fino al termine dello scontro dottrinale. 
Un’altra volta, nel medesimo luogo, capitò poi a Pietro di incontrare ancora un manicheo, il quale, per porre in cattiva luce l’inquisitore e “dimostrare” che si trattava soltanto di un abile mistificatore, si finse infermo, chiedendo però a Rosini di guarirlo da ciò di cui non soffriva affatto. Cosa che naturalmente il frate s’impegnò puntualmente a fare, dopo che però aveva fatti miracolosamente invadere l’uomo da autentici e atroci dolori, e non prima d’aver raccolto il pentimento e l’abiura del mentitore, che a quel punto s’era affrettato a riconoscere la propria truffa e tutti quanti gli errori della sua vita precedente.

Oltre che di quello del prodigio, nell’ultima parte della propria esistenza, l’inquisitore fu anche gratificato del dono divino della profezia. Accadde infatti, ancora a Cesena nel 1252, che Pietro predicesse la propria fine per quello stesso anno, che la Romagna sarebbe stata presto in preda al flagello della guerra, e che il conflitto sarebbe stato condotto da uomini che avrebbero parlato un linguaggio incomprensibile per le popolazioni locali. 
Tutto ciò infatti puntualmente avvenne, sia per ciò che riguardava la sua morte che per l’invasione di truppe tedesche inviate dall’imperatore Federico II, in appoggio ai ghibellini contro i guelfi filo papali. 
In un’altra occasione, Rosini intravide chiaramente nel futuro, tre anni prima degli avvenimenti, il crollo della fortezza di Gattaedo presso Giussano, e la successiva esumazione dei corpi di due vescovi catari, le cui spoglie furono in seguito date alle fiamme. 
Né peraltro, sempre a proposito del termine della propria esistenza, il sacerdote mancò di illustrarne in anticipo le precise modalità, l’identità ideologica dei colpevoli, e perfino il luogo esatto nel quale sarebbe stato poi deposto il suo cadavere. E ciò si verificò più volte, anche nel corso della sera antecedente il suo ultimo giorno di vita. 
È quasi superfluo poi ricordare a questo punto che anche tali fenomeni servirono poi alle sedici società di eretici lombardi per preparare il terreno per una violenta reazione contro l’ingombrante Pietro, accusato d’essere fanatico, ipocrita, e addirittura un pericoloso stregone.

Adesso era ormai maturato il tempo per la messa in opera del complotto ai suoi danni. 
A metà del XIII secolo, la relativa indipendenza dei Comuni rispetto alle grandi aggregazioni di potere, l’Impero e il Papato, era già avviata al tramonto. Si andava perciò imponendo, sotto tali influssi, una maggiore rigidità dottrinale, la cui funzione, pur se non imposta artificiosamente, era quella di compattare la coscienza popolare in un unico e solido alveo, prescindendo dalla “tolleranza” verso gli eretici fino allora vigente in ambito municipale, nel quale ciò che davvero contava era soltanto l’ideologia della merce e del guadagno, da chiunque fosse poi sostenuta. 
In Lombardia, nella zona nella quale si verificheranno i successivi sanguinosi avvenimenti, dominavano molte potenti famiglie di fede catara, gelose sia dei loro possedimenti che della possibile, e temuta, interferenza degli inquisitori nella loro “autonomia”, ovvero nei loro affari. 
Tra essi, spiccavano certamente le dinastie dei Pacta, originari di Giussano, e dei Confalonieri, di Agliate. Entrambe infatti ebbero poi, con il consenso ed il sostegno dell’intera Pataria milanese, un ruolo decisivo nei fatti che portarono a morte l’inquisitore domenicano Pietro Rosini da Verona, all’età di soli quarantasei anni.
La dinamica di ciò che effettivamente avvenne è poi ben descritta negli atti del processo ai colpevoli, il quale, alla presenza dei frati Rainerio da Piacenza e Daniele dell’Ordine dei Predicatori, si tenne a Milano il 2 settembre del 1252. 

Era dunque accaduto che fra’ Pietro, in Como, aveva intimato ad un eretico contumace di presentarsi entro due settimane al Tribunale dell’Inquisizione di Milano per essere giudicato. Il termine sarebbe scaduto proprio il giorno seguente, e quindi il domenicano, dopo aver enunciato quelle profezie di morte di cui si è già detto, si era perciò messo in cammino dalla località lariana in direzione della grande città. Portava con sé il confratello Domenico, in un lungo viaggio a piedi per il quale sarebbe occorsa almeno un’intera giornata. Per compiere il proprio dovere, o per andare incontro ad un destino che era comunque stato già decretato, Rosini non aveva inoltre badato affatto alla febbre quartana che in quel momento lo stava divorando. Preannunciando per l’ennesima volta la propria dipartita dal mondo, aveva infatti dichiarato che comunque presto avrebbe riposato tranquillo nella basilica di San Simpliciano, che in seguito si rivelerà appunto il luogo della sua prima sepoltura. 
Era un sabato, e, con i due viaggiatori, si era aggregata un’altra coppia di frati, che era però previsto li dovessero abbandonare poco prima di arrivare a Milano, prendendo la via di un convento di Meda, alle porte della città. A quel tempo, in quella parte alta della Lombardia, i lunghi tratti tra gli scarsi luoghi abitati erano luoghi pressoché deserti, scarsamente vigilati, e coperti da boschi fitti, all’ombra dei quali era possibile, quasi impunemente, compiere ed occultare qualsiasi crimine. In più, non va dimenticato che l’inquisitore era un nemico in terra ostile, popolata di manichei, e che si muoveva a piedi e senza la scorta adatta a potere respingere un attacco.
Intanto, appunto questi irriducibili avversari stavano per definire gli ultimi ritocchi della loro nefasta impresa. Manfredo, della famiglia dei da Giussano si era infatti trovato, nella sua cittadina, con Stefano Confalonieri, e insieme, già ben determinati a sopprimere Pietro, si erano confidati, in Milano, con tale Guidotto da Sacchella, anch’egli appartenente alla Pataria. La combriccola si era successivamente recata da tale Giacomo della Glusa, il quale, nell’economia del complotto, doveva essere colui che sosteneva la parte del tesoriere. Era stato dunque richiesto denaro per pagare i sicari, e, il giorno dopo, i congiurati l’avevano puntualmente ottenuto, in un borsa sigillata, consegnata ad un certo Facio da Giussano, che conteneva una forte somma in lire di terzoli in denari grossi, corrispondente più o meno a tre decine di imperiali d’argento, simbolicamente appunto i trenta denari di Giuda Iscariota. 
A quel punto c’era però da determinare l’identità degli esecutori materiali. Sui loro precisi nominativi, le carte stesse del processo e le memorie del tempo per la verità divergono un po’, anche se tutte le testimonianze restringono poi il campo ad un ristretto numero di possibili protagonisti. Tra i potenziali assassini, probabilmente già conosciuti sulla piazza milanese per la loro sicura professionalità di criminali incalliti, si trovava certamente Albertino Porro, detto pomposamente il Magnifico. Un altro attore della vicenda era poi suo fratello Pietro, soprannominato l’Uccellatore, il quale, secondo le contrastanti versioni, o avrebbe agito direttamente, o sarebbe intervenuto in un secondo momento, semplicemente nella veste di colui che, a misfatto compiuto, si recava tranquillamente dai potenti per battere cassa. Il terzo uomo, citato più volte negli incartamenti, era invece un tale Carino da Balsamo, che, per complicare ulteriormente il quadro, o era una persona effettivamente esistente, di cui però in seguito non si troverà traccia in alcun documento anagrafico, oppure corrispondeva semplicemente al soprannome di Pietro Porro, o, per altre ipotesi meno attendibili, dello stesso “magnifico” Albertino.
In ogni modo, allertati, ricompensati, determinati, costoro, la mattina del 6 aprile 1252, si avviarono da Milano alla volta del bosco di Barlassina, e in specie della brughiera di Farga, nel territorio allora silvestre di Seveso, poco fuori dal capoluogo. E giunti là, si posero poi pazientemente in agguato, avendo la certezza, per precedenti spiate di certi catari lariani, o per il controllo diretto dello stesso Carino indirizzato da Manfredo da Giussano e da Stefano Confalonieri che si erano precedentemente portati sul lago per verificare con i loro occhi la situazione, che Pietro Rosini si era già mosso da Como, e doveva quindi necessariamente transitare per quegli specifici luoghi desertici.
E così infatti puntualmente avvenne. L’attesa era stata lunga e noiosa, il mezzogiorno di una giornata primaverile aveva fatto sudare i sicari sotto le cotte di maglia di ferro, ma il frate, anzi due, erano ormai alle viste, e stavano procedendo sereni incontro alla loro sorte di animali sacrificali, mentre cantavano la Sequenza “victimae paschali laudes”, ed erano quindi già pronti ad essere offerti in olocausto per la sopravvivenza dell’eresia manichea, e dei consistenti interessi che vi ruotavano attorno.
Carino da Balsamo, chiunque si celasse sotto questo nome, a quel punto scattò. Venne all’improvviso allo scoperto, uscendo di gran carriera dal fitto del bosco, e afferrò poi violentemente l’inquisitore per un braccio, trascinandolo quindi di forza di nuovo all’ombra dei rami. Là poi, con fredda determinazione, gli calò sulle spalle e sul cranio due terribili fendenti di falcastro, una sorta di coltellaccio diritto, a lama larga e punta quadrata. In quel momento Albertino, che in verità non si stava poi dimostrando tanto magnifico, fu però colto dal panico, e cominciò a fuggire urlando verso Meda, attirando su di sé l’attenzione dei contadini del circondario. Carino comunque non era certo individuo da lasciare a mezzo un lavoro per il quale era stato lautamente ricompensato. Scrollò infatti le spalle alla vista dell’altro complice che si era allontanato e, con rinnovata foga, si gettò poi anche su frà Domenico, l’accompagnatore di Pietro, abbandonando per il momento l’inquisitore ad agonizzare in mezzo alla vegetazione. Il destino di morte del povero fraticello fu poi dilazionato di poco.
L’accorrere dei campagnoli, attirati dalle urla di Albertino, per il momento lo salvarono, mettendo in fuga il sicario, anche se, per le ferite riportate, la vittima rese egualmente l’anima a Dio cinque giorni dopo l’agguato. In breve gli assassini, ormai circondati da quegli imprevisti soccorritori, vennero comunque catturati ed incatenati, mentre si approntava un carro coperto di fiori per trasportare in città le spoglie di Pietro, deceduto dopo una breve ma straziante agonia. Le stesse, con grande onore tributato da tutta la popolazione milanese, vennero in seguito deposte nella chiesa di San Simpliciano, come Rosini aveva previsto in vita, intanto che in città si andava scatenando una violenza reazione contro il podestà Pietro Avogadro, accusato di complicità con i malfattori, e successivamente salvato a stento dall’arcivescovo Leone da Perego. Il corpo del martire venne quindi seppellito a Sant’Eustorgio, la stessa sede del suo ufficio da inquisitore nel capoluogo, in un’arca in seguito scolpita, nel 1399, da Balduccio da Pisa, nel bel mezzo della rinascimentale cappella Portinari.

Il diretto assassino del frate, presumibilmente aiutato dalle potenti famiglie mandanti, riuscì poi a fuggire dalla prigione, ma il suo destino non doveva però più rivelarsi negli anni a venire ancora quello di sicario a contratto. Raggiunta fortunosamente la città di Forlì, l’uomo infatti chiese, ed ottenne, di essere ammesso come fratello laico in un convento di domenicani, per scontare per il resto della propria esistenza il peccato commesso con una severa penitenza. Come si è già ricordato, cinque mesi dopo, per gli altri complici, si tenne il processo, il quale comminò le condanne proprio in quel Sant’Eustorgio che era diventata l’estrema dimora della vittima.
Pietro Rosini da Verona, inquisitore e martire, venne poi elevato agli onori degli altari nel marzo del 1253, a neppure un anno dalla sua morte, a seguito delle istanze che Leone da Perego, numerosi aristocratici milanesi, e centinaia di fratelli domenicani, recarono a Sua Santità Innocenzo IV. Del nuovo eletto, testimoniò poi anche Caterina da Siena nei suoi celebri “Dialoghi”: “egli odiò l’eresia tanto da esser pronto a lasciarvi la vita. E mentre visse, sua cura continua fu quella di pregare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la verità e propagandando la fede senza alcun timore”.

2. IL SANGUE

La testa gli ronzava, e già avvertiva che la fiammella della vita stava rapidamente spegnendosi all’interno del suo corpo magrissimo, scavato e prosciugato da quasi mezzo secolo di penitenze, e dalle pene di un lavoro sempre compiuto senza risparmiarsi un solo momento.

In manus Tuas, Domine”.
Il delinquente aveva colpito dietro il collo, sull’arco della sua schiena curva. Poi, incerto che quella ferita potesse rivelarsi davvero mortale, si era accanito brutalmente contro la testa, sferrando un colpo duro, spietato, che certamente tra poco si sarebbe rivelato decisivo. Pietro, trascinato quasi di peso dal sentiero fin al riparo dei tronchi e della ramaglia vicina, aveva avuto modo di fissarlo per un momento in volto. Si trattava certamente di un assassino, ma, forse non casualmente, il male non aveva impresso nei suoi lineamenti i segni distintivi di un impossibile ravvedimento. Il frate domenicano, come aveva più volte profetizzato nei mesi e perfino nei giorni precedenti, si rendeva ben conto che stava per scoccare la sua ultima ora terrena. Non ebbe però neppure il tempo di provare paura. Era pronto. Era rassegnato. Si sentiva sufficientemente forte per affrontare il gran passo, per quanto possa mai esserlo, nonostante vi sia preparato, qualsiasi essere vivente che cessi di respirare, di godere della luce, di amare e di pensare, nella prospettiva imminente di venir scagliato nel buio.
Avrebbe pregato per chi lo stava uccidendo, decise mentre l’altro lo gettava a terra di schianto. 
Finché fosse stato in vita, avrebbe implorato la benevolenza di Dio su di lui. Ma poi, anche dopo il trapasso, in quel Paradiso nel quale aveva sempre fermamente creduto, si sarebbe adoperato perché l’Altissimo gli toccasse il cuore, avviandolo ad un felice destino di pentimento, di penitenza, di conversione.

In manus Tuas, Domine”.
Sanguinava. Il liquido caldo, grumoso, e d1intollerabile sentore acre, gli stava scivolando lentamente giù dal cranio squarciato, imbrattandogli le orecchie, il collo, e impregnando via via il terreno grasso del sottobosco proprio davanti ai suoi occhi, in quella posizione accasciata dalla quale ormai non riusciva più a risollevarsi. Il cervello, la lucidità di pensiero, stavano intanto evaporando, lasciandogli intatta soltanto la residua energia per recitare mentalmente le estreme preghiere, la formulazione dell1atto di dolore per un1esistenza comunque ben spesa, e l’invocazione di perdono alla quale in quel momento teneva più di ogni altra cosa.
Fra’ Domenico, povero innocente”.

Del criminale da cui era stato assalito, aveva saggiato la forza, la volontà indomabile di distruzione. Poi, avvertendo lo strazio della carne e dell1osso che si lacerava, che si frantumava sotto la mannaia, aveva colto il lampo sulla superficie della lama prima che calasse, un sottile fiotto di luce che era riuscito a penetrare tra la vegetazione fino ad illuminare per un istante lo strumento di morte. Quindi, era caduto all1improvviso il silenzio, e l1agitarsi, il sudore, le bestemmie, il respiro mozzo del sicario, erano cessati, perché probabilmente, mentre da qualche parte si udivano altre urla che il morente non riusciva a decifrare, il bandito si era allontanato per gettarsi contro il povero confratello che aveva avuto la sfortuna di accompagnarlo nel suo viaggio da Como.
Pietro da Verona, stringendo i denti per non perdere ancora coscienza, si concentrò e pregò quindi anche per lui, affidando l’anima di quella seconda, o forse terza, vittima alla clemenza dell1Onnipotente. Quindi, liberando a stento il braccio, che era rimasto imprigionato sotto il corpo caduto, lo allungò, dopo aver intinto il dito nella minuscola pozza di sangue, verso una pietra piatta, infossata nel terreno, e che a malapena spuntava tra le erbe, nel manto di aghi di pino, e in mezzo a qualche fiore stento che si piegava per bere i riflessi della luce lontana.

Credo in unum Deum”.
Aveva tracciato la pur breve scritta con crudele sforzo, passando più volte il dito insanguinato sulle lettere stente, contorte, dal segno impreciso, a causa della sofferenza che ormai gli aveva invaso tutte le membra, e per la confusione nella quale stava inabissandosi il suo indomito spirito. L’aveva vergata in modo approssimativo, ma, come ultimo atto della propria esistenza votata proprio a quel santo principio, era riuscito comunque a farlo, e ne era felice.
Credo
Credo che l’Uomo sia un essere fragile, nonostante tutta la sua arroganza, la prepotenza, la sicurezza tronfia dei principi sbagliati ai quali si arrende, il delitto cui si vota con troppa facilità.
Credo
Credo che dunque abbia bisogno di Dio, di una bussola certa durante la sua perigliosa navigazione attraverso i marosi del suo vivere breve, denso di dolori e di insoddisfazioni, di delusioni, di terrori e incertezze, di sfinitezze, di crimini e tradimenti, e di sangue fatto versare inutilmente.
Credo
E credo che compito di questo povero essere a due gambe che solca sfinito la crosta terrestre sia quello di difenderlo, questo Dio che lo difende. Sottraendolo agli attacchi della falsa dottrina. Combattendo chi lo vuole cancellare dal mondo. Orgogliosamente lottando perché altre fedi fallaci, altre civiltà ostili alla Sua parola, la tentazione di accontentarsi delle lusinghe del mondo, la debolezza di volerLo svendere per convenienza o viltà, non prevalgano, svuotando di senso il nostro essere vivi, temporaneamente esistenti, ma perennemente agognanti ad un altrove diverso, pieno, completo, di eterna mitezza e felicità.

Pietro Rosini ansimò. Era ormai la fine, se lo sentiva. Non udiva più un suono, non avvertiva più alcun movimento intorno a sé. Stava dando l1addio al mondo in una quiete infinita.
Con un ulteriore moto di volontà, quasi una sorta di estremo strappo muscolare, allora formulò l1ultima preghiera della sua breve vita.
In manus Tuas, Domine, commendo spiritum meum”.

Giacché lui era soltanto un niente che stava tornando al Padre, e che aveva bisogno di soccorso nel viaggio. Era un grumo di carne che era apparso fuggevolmente nel fluire della Storia, un essere forse da poco, ma che era almeno riuscito, per quel che poteva nella sua debolezza, a prendere le parti delle credenze sincere della propria gente, e a porsi, per quanto indegnamente, a fianco di Dio.

Pregò dunque, Pietro. E, subito dopo, la sua anima stanca si trovò immersa in un1oscurità impenetrabile e terrorizzante, al cui limite già s1intravedeva però un vivido, insostenibile, lampo di luce.