Zio Sam, l’Ipocrita dei Diritti Umani

di Paul Street

Zio Sam, l’Ipocrita dei Diritti Umani

Fonte: SakerItalia

Quest’anno ricorre il 70-esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani [in inglese]. Firmato dagli Stati Uniti e adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, il documento fu un grande e luminoso passo avanti nell’articolazione del modo in cui gli esseri umani potrebbero organizzare i loro sistemi sociali e politici in accordo agli ideali di democrazia e di civiltà.

Gli Stati Uniti hanno per lungo tempo maneggiato la Dichiarazione Universale (DU) come un’arma da brandire selettivamente contro i nemici ufficialmente designati. Ma sette decenni dopo aver firmato il documento (e averlo strombazzato), la società americana si trova in situazioni, raramente notate, di palese violazione dei principi chiave della dichiarazione.

Prendiamo il primo articolo della DU: “Tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e coscienza e devono agire in spirito di fratellanza con gli altri.”

Gli Stati Uniti ne sono molto lontani. Una persona nata nel 57% [in inglese] delle famiglie statunitensi, con meno di 1.000$  in risparmi, non godrà nemmeno lontanamente della stessa quantità di “dignità e diritti” di cui gode una nata nell’1% [in inglese]  in alto, che complessivamente possiede tanta ricchezza quanta ne possiede il 90% dei cittadini americani. L’accesso a mezzi fondamentali per il proprio comfort, dignità e libertà—come un’edilizia di qualità, un’istruzione qualificata, una forte rappresentanza legale, tempo libero, viaggi, sanità, cibo di qualità e divertimenti—è regolato dalla  distribuzione di ricchezza e di reddito volutamente impari negli Stati Uniti, la nazione più ferocemente iniqua tra tutte le “democrazie capitaliste” occidentali. Come la disgustosa cultura politica polarizzata alla quale si associa, l’estremo squilibrio socioeconomico della nazione non è coerente con i richiami alla coscienza e alla fratellanza.

L’articolo 2 della DU proclama, tra le altre cose, che ciascuno è titolare di diritti umani e libertà senza distinzione di “razza”, “colore” e “origine nazionale o sociale”. E anche qui, di nuovo, gli Stati Uniti sono in netto contrasto.

La ricchezza mediana dei bianchi è 12 volte più alta [in inglese] di quella mediana dei neri egli Stati Uniti—un riflesso della persistente discriminazione e segregazione a danno dei neri, costruita nelle strutture sociali e nelle istituzioni della nazione. Ciò riflette le grandi disparità razziali negli arresti, nei procedimenti giudiziari, nella rappresentanza legale. I neri e i latini costituiscono il 56% [in inglese] dei 2,2 milioni di persone incarcerate, nonostante contino all’incirca il 32% della popolazione degli Stati Uniti. Un adulto su tre, tra i maschi neri viene marchiato da una fedina penale rovinosa e inabilitante per la vita [in inglese]—una barriera critica per le opportunità e per la cittadinanza a pieno titolo (addirittura per il diritto al voto in molti stati USA) a numerosi livelli. Grazie alla guerra alla droga, mossa in modo differenziato sulla base della razza, uno su 10 tra i maschi neri trentenni è in stato di fermo o detenuto [in inglese] ogni giorno. Le percentuali di utilizzo delle droghe tra gli afroamericani e i bianchi sono simili, ma il tasso di incarcerazione degli afroamericani per reati connessi alla droga è quasi sei volte quello dei bianchi.

Milioni di lavoratori e di residenti immigrati irregolari non sono disposti a combattere per i loro “diritti umani universali” negli Stati Uniti perché temono ragionevolmente l’arresto e l’espulsione.

Il quarto articolo della DU dichiara. “Nessuno dovrà essere tratto in schiavitù o ridotto allo stato servile.” Centinaia di migliaia di prigionieri americani—i beni strumentali umani di oggi in grande maggioranza non bianchi costituiscono la materia prima per il gigantesco complesso carcerario-industriale dell’auto-proclamata Terra della Libertà—svolgono compiti lavorativi per compensi di livello esiguo o addirittura nulli. L’indicatore globale di schiavitù [in inglese] stima che negli Stati Uniti 57.000 persone siano vittime di trafficanti di esseri umani, la forma contemporanea di schiavitù, il contrabbando e la compravendita illegale di persone costrette a lavori forzati o allo sfruttamento sessuale.

Centinaia di milioni di americani, sulla carta liberi, sono de facto schiavi e servitori per i loro datori di lavoro (dai quali un assurdo numero di cittadini dipende per la copertura sanitaria), e per istituzioni finanziarie, compagnie assicurative, società di vendita al dettaglio, agenzie di credito, associazioni di proprietari, esattori di tasse governative, agenzie di gioco (comprese le lotterie di Stato), fornitori di assistenza sanitaria, legali e commercianti di droga.

Il quinto articolo della DU dice, “Nessuno sarà soggetto a tortura, né a trattamento o punizione crudele, inumano o degradante.” La tortura e trattamenti simili sono endemici in tutto il grande sistema carcerario degli Stati Uniti, il più grande di tutta la storia mondiale. Una forma particolarmente diffusa e scioccante di trattamento in questo sistema è la messa in isolamento—una punizione molto nota per causare gravi danni alla salute fisica e mentale delle sue vittime. La American Civil Liberties Union [in inglese] riferisce che:

Negli ultimi vent’anni, l’uso della messa in isolamento nelle strutture penitenziarie statunitensi ha visto un rapido aumento …44 stati e il governo federale hanno unità di massima sicurezza, in cui i prigionieri vengono trattenuti in isolamento estremo, spesso per anni, se non decenni. Si stima che ogni giorno in questo paese, oltre 80.000 persone siano trattenute in isolamento. Questo massiccio aumento nell’uso dell’isolamento è avvenuto a dispetto delle critiche di professionisti legali e medici, che hanno bollato la pratica come incostituzionale ed inumana.

Altre forme di tortura e di trattamento crudele e inumano che sono diffuse [in inglese] nel vasto arcipelago delle incarcerazioni di massa razzialmente sbilanciate, comprendono pestaggi diffusi, stupri, la pratica di ignorare le richieste di aiuto, il sovraffollamento, il sotto-finanziamento, la pratica di costringere i detenuti a combattere, la deidratazione, la denutrizione, la negazione delle cure mediche, l’esecuzione della pena di morte (con, a volte, esecuzioni fallite) e le docce ustionanti.

L’articolo 7 della DU proclama, “Tutti sono uguali davanti alla legge e sono titolari del diritto ad una protezione equa da parte della legge.”

Anche questo principio è violato troppo sfacciatamente nella pretesa patria e quartier generale della libertà globale e della democrazia. Molti americani hanno familiarità con il vecchio aforisma della classe operaia secondo cui “i soldi parlano e le stronzate camminano”—che significa che i pochi ricchi assumono avvocati molto costosi per incrementare le loro possibilità e il loro potere nei tribunali, mentre i cittadini medi se la cavano molto meno bene con meno risorse per pagare la rappresentanza legale. Non è uno scherzo. Come il candidato al governatorato della Georgia ed ex leader dell’opposizione del parlamento della Georgia Stacey Abrams [in inglese] ha notato lo scorso febbraio, le persone con i soldi “navigano elegantemente attraverso il sistema della giustizia penale e magari lo evitano del tutto,” ma i più poveri ne sono sopraffatti.

I capoccia di Wall Street che hanno tolto il lavoro a milioni di americani e hanno distrutto miliardi di dollari in risparmi perduti con le loro pratiche irresponsabili e spesso criminali sono sfuggiti all’incriminazione [in inglese] mentre le carceri della nazione sono cariche in modo sproporzionato di neri, ispanici e poveri che scontano lunghe pene per reati in confronto piccoli riguardanti la droga. Centinaia di migliaia di americani marciscono in cella prima della condanna per la semplice ragione che non dispongono delle risorse finanziarie per pagare la cauzione. Abrams riferisce, “La maggioranza dei georgiani incarcerati nelle prigioni locali non sono mai stati condannati per un crimine. Sono semplicemente troppo poveri per pagare la cauzione.”

Gli articoli nono e decimo della DU dicono che “nessuno dovrà essere soggetto ad arresto arbitrario, detenzione o esilio” e “Tutti hanno il diritto in piena equità a un’audizione pubblica da parte di un tribunale imparziale, nella determinazione dei propri diritti e dei propri obblighi e di qualunque incriminazione a proprio carico”

L’undicesimo articolo dice, “Chiunque accusato di un reato penale ha il diritto a essere ritenuto innocente finché non ne è dimostrata la colpevolezza secondo la legge in un processo pubblico nel quale goda di tutte le garanzie necessarie alla propria difesa.”

La “terra dei liberi” contravviene a questi principi cardine delle libertà civili senza il più piccolo segno di imbarazzo. Lo U.S. National Defense Authorization Act [Atto per l’Autorizzazione alla Difesa Nazionale] (NDAA) autorizza la detenzione militare a tempo indeterminato [in inglese], senza accusa o processo, di qualunque persona etichettata come “belligerante”—compresi i cittadini americani. Questa legislazione sovrascrive l’habeas corpus, il procedimento legale critico che impedisce al governo di incarcerarvi indefinitamente senza una giusta causa.

Per giunta, il governo federale ha usato l’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare (AUFM) dopo l’11 Settembre per giustificare l’uccisione diretta (senza processo o verdetto) di chiunque venga dichiarato un “nemico combattente” nella guerra globale al terrorismo. L’AUFM non sottostà a limiti geografici o temporali. I cittadini americani non ne sono esenti, né lo è il territorio degli Stati Uniti.

Nel frattempo, lo scorso gennaio, Il Washington Post ha riferito [in inglese], “Per il terzo anno consecutivo, la polizia [locale e statale degli USA] ha ucciso circa 1.000 persone in tutta la nazione. …” Gli omicidi di polizia, inflitti in maniera sproporzionata contro i poveri e le persone di colore, non sono altro che esecuzioni della pena di morte, senza processo o verdetto.

La presunzione di innocenza non impedisce che centinaia di migliaia di americani provino sulla propria pelle la tortura e la detenzione semplicemente perché non possono pagare la cauzione in attesa del processo.

Il 12 articolo della DU proclama, “Nessuno sarà soggetto a interferenza arbitraria nella propria privacy, famiglia, casa o corrispondenza.” E allora? Gli americani sono sottoposti a un vasto apparato di sorveglianza pubblico e privato che ha essenzialmente abolito la privacy in nome della “sicurezza nazionale.” Come riferisce la ACLU [in inglese]:

Numerose agenzie governative—tra cui l’NSA, l’FBI, il Department of Homeland Security, e le forze dell’ordine locali o statali—effettuano intrusioni  nelle comunicazioni private di cittadini innocenti, ammassano enormi database di chi chiamiamo e quando e catalogano “attività sospette” sulla base degli standard più vaghi. … Dati innocui alimentano liste di controllo rigonfie, con gravi conseguenze—individui innocenti si sono ritrovati interdetti dall’imbarco su aerei o sbarrato l’ingresso a certi tipi di lavoro, i conti correnti chiusi e ripetutamente interrogati dalle autorità. Una volta che l’informazione è nelle mani del governo, può essere estensivamente condivisa e conservata per anni, e le regole riguardanti la sua accessibilità e il suo uso possono essere cambiate completamente in segreto senza che il pubblico ne venga mai a conoscenza.

L’articolo 15 della DU dice, “Tutti hanno il diritto a una nazionalità” e “Nessuno deve essere privato del diritto a cambiare la propria nazionalità.” Milioni di immigranti “illegali” in fuga da paesi impoveriti e da regimi repressivi sostenuti dagli Stati Uniti sono gente senza stato, troppo spaventata dall’espulsione per dichiarare la propria cittadinanza estera o combattere per condizioni decenti negli USA. Non sono liberi di cambiare la propria nazionalità per diventare cittadini degli Stati Uniti.

Il diciannovesimo articolo della DU dichiara, “Tutti hanno diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto comprende la libertà di avere le proprie opinioni senza interferenza.” Questa è bella. Milioni di cittadini-sudditi degli Stati Uniti sanno molto bene che non possono scrivere o dire (o cantare o postare o marciare in nome di) quello che credono senza mettere a rischio le loro fonti di sostentamento per avere offeso o in qualche modo fatto preoccupare i propri datori di lavoro e le altre autorità. E negli Stati Uniti, dove l’assicurazione sanitaria è in modo assurdo fortemente legata al posto di lavoro, mettere a rischio l’occupazione di qualcuno mette in pericolo anche l’accesso per sé o per la propria famiglia al servizio sanitario.

La a libertà d’espressione è fortemente condizionata, a dir poco nella dimora nascosta e dispotica del posto di lavoro capitalista [in inglese], dove la maggior parte degli americani in età lavorativa passano la maggior parte delle loro ore diurne sotto la supervisione di un manager.

Perfino accademici di ruolo possono essere licenziati per aver espresso le proprie opinioni. L’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign ha licenziato il professore di ruolo Steven Salaita per i suoi tweet personali in cui aveva criticato gli omicidi di massa di Israele a Gaza nel 2014. Il prolifico autore radicale nativo americano Ward Churchill è stato licenziato dalla sua cattedra di ruolo su basi piuttosto dubbie a causa dei commenti politici che fece sugli attacchi terroristici dell’11 settembre.

L’articolo 20 della DU dice, “Ciascuno ha il diritto alla libertà di assemblea e associazione pacifica.”

Questi diritti sono fortemente condizionati negli Stati Uniti, in cui le assemblee pubbliche sono controllate mediante onerosi processi di autorizzazione e di tariffe e i raduni pacifici di protesta normalmente affrontano forze di polizia militarizzate che fanno arresti casuali, infiltrano le marce e gli incontri, bersagliano gli organizzatori, formulano false accuse contro chi protesta (e costruiscono fedine mortali) e malmenano i manifestanti. Numerosi stati controllati dai repubblicani hanno approvato provvedimenti che aumentano le pene per le proteste sull’onda delle manifestazioni che hanno accompagnato l’elezione e l’insediamento di Donald Trump.

I lavoratori vengono licenziati per aver provato ad organizzare sindacati negli Stati Uniti, in cui le leggi un tempo favorevoli ai sindacati sono state sbudellate.

Il 21-esimo articolo dichiara che “Tutti hanno il diritto di prendere parte al governo del proprio Paese, direttamente o tramite rappresentanti scelti liberamente. La volontà del popolo deve essere la base dell’autorità del governo; questa si esprimerà attraverso elezioni libere e periodiche che saranno a suffragio universale ed equo e si terranno tramite voto segreto o tramite equivalenti procedure di votazione libere.”

La realtà della politica statunitense si pone in sfacciata violazione di questo diritto umano universale. Come gli eminenti scienziati politici liberali Benjamin Page (Northwestern) e Marin Gilens (Princeton) hanno dimostrato l’anno scorso nel loro libro sapientemente informato, “Democracy in America?” [in inglese]:

Ci sono prove evidenti che i desideri degli americani medi hanno impatto piccolo se non nullo nella determinazione delle politiche del governo federale. Individui ricchi e gruppi di interesse organizzati—in special modo compagnie d’affari—hanno un’influenza politica molto maggiore. A un attento esame, è evidente che la maggior parte dell’elettorato è stata praticamente spodestata. …La volontà della maggioranza è spesso frustrata da chi è in grado di esercitare influenze ed è bene organizzato, costoro bloccano le proposte di politiche popolari e ottengono speciali favori per se stessi. … La maggioranza degli americani preferirebbero …programmi che creino posti di lavoro, aumentino i salari, aiutino i disoccupati, forniscano assistenza sanitaria universale, assicurino trattamenti pensionistici decorosi finanziando questi programmi con una tassazione progressiva. La maggior parte degli americani vorrebbe anche eliminare il “corporate welfare.” Eppure i ricchi gruppi di affaristi e i blocchi strutturali hanno bloccato nella maggior parte dei casi queste nuovo politiche [e programmi].

“Le elezioni da sole,” notano Page e Gilens, “non garantiscono la democrazia.” La maggioranza nell’opinione pubblica statunitense è stata regolarmente buggerata da un complesso mortale di forze nella politica della nazione, tra cui:

    • il potere di finanziamento delle campagne, di selezione dei candidati, di lobbying e di determinare i programmi da parte di individui ricchi, aziende e gruppi di interesse
    • L’influenza speciale sulle elezioni primarie degli attivisti di partito a tempo pieno
    • La composizione sproporzionatamente ricca, bianca e anziana dell’elettorato attivo (votante)
    • La manipolazione e restrizione dell’affluenza degli elettori
    • L’ampia diffusione di informazioni distraenti, confusionarie, ingannevoli, se non del tutto false
    • Istituzioni politiche assurdamente ed esplicitamente non rappresentative come il Collegio Elettorale, la Corte Suprema non elettiva, la sovra-rappresentazione della popolazione rurale, prevalentemente bianca nel Senato degli Stati Uniti e il controllo del mono-partito nella Camera dei “Rappresentanti”
    • La frammentazione dell’autorità nel governo
    • La proprietà dei media predominanti da parte delle grandi corporation, che presentano gli eventi contemporanei secondo i desideri e la visione del mondo dei veri padroni della nazione—la sua “non eletta dittatura del denaro”
    • Gli americani possono votare ma ciononostante è Mammona a regnare negli Stati Uniti, dove Page e Gilens scoprono che “le politiche governative … riflettono i desideri di quelli coi soldi, non i desideri dei milioni di cittadini ordinari che vanno ogni due anni al voto per scegliere ogni due anni tra candidati per incarichi federali pre-approvati e controllati dai soldi.

Non sapreste nulla di questa ed altre sfacciate violazione della DU (potete trovare altri testi sulle violazioni in patria degli articoli 22, 23, 24, 25, 27 e 28 sul mio sito web [in inglese]) leggendo l’ultimo “Rapporto sugli abusi degli stati sui diritti umani  [in inglese]” che il Dipartimento di Stato rilascia ogni anno. Oltre a due novità inquietanti—la cancellazione della maggior parte della precedente documentazione sui diritti delle donne e i diritti riproduttivi e la redazione del termine “Territori Occupati” dalla descrizione che nel rapporto si fa di Israele e dei suoi, beh, territori occupati—la rappresentazione nell’era Trump del documento annuale del Dipartimento di Stato (quello di quest’anno è il primo prodotto totalmente dal Dipartimento di Stato di Trump) scorre su quattro tracce familiari. Coerente con le precedenti versioni, manca di riconoscere il sostegno politico, economico e militare che da lungo tempo gli Stati Uniti forniscono ai governi i cui abusi sui diritti umani il rapporto menziona—come se Washington non avesse niente a che fare con loro.

Impariamo, per esempio che l’Arabia Saudita uccide civili in Yemen ed esegue “condanne a morte illegali, per delitti non necessariamente dei più gravi e senza il necessario giusto processo; la tortura; l’arresto e la detenzione arbitrari, anche degli avvocati” nel suo stesso territorio. Il rapporto non dice nulla riguardo al fatto che Washington considera il regime saudita come uno dei propri alleati più preziosi. O che equipaggia lo stato assoluto saudita (il cui principe della corona è stato recentemente ospitato da Donald Trump, che si è vantato durante la visita reale delle vendite di armi americane all’Arabia Saudita) con equipaggiamento militare letale per decine di miliardi. Né dice nulla riguardo alla diretta e scioccante abrogazione dei diritti umani in strutture come il loro orrendo campo di torture di Guantanamo Bay e il loro arci-criminale programma di guerra mediante “uccisioni mirate” (pena di morte senza processo) che Noam Chomsky ha definito [in inglese] “la più estesa campagna di terrorismo globale che il mondo abbia mai visto.”

Il mondo ha tutte le ragioni per rispondere al rapporto del Dipartimento di Stato con un’altra vecchia massima: “Non devi pisciarmi sulle scarpe e poi dirmi che piove.”

Il documento del rapporto sui Paesi continua la pratica di lunga data da parte degli Stati Uniti di critica selettiva, evidenziando le violazioni nelle nazioni rivali e nemiche rispetto a quelle delle nazioni alleate. Affidandosi soltanto a quanto scritto nel documento sugli stati, si penserebbe che a diritti umani non si stia meglio in Iran e a Cuba di quanto si stia in Arabia Saudita e in Honduras. Non sapreste mai che i Sauditi fanno sembrare l’Iran un bastione per le libertà civili, i diritti delle donne e la democrazia a confronto. O che i cubani ordinari godono di reddito garantito e accesso ai servizi sanitari e all’istruzione che non hanno pari nell’America Latina e specialmente negli stati che hanno governi di destra come l’Honduras, in cui un feroce regime di estrema destra è stato installato con un non trascurabile contributo degli USA nove anni fa.

Il rapporto del Dipartimento di Stato sottostima largamente la scala dei crimini dei sauditi, sostenuti ed equipaggiati dagli USA, in Yemen. Non dà nessun senso del fatto che la guerra statunitense saudita contro quella piccola nazione abbia creato lì una delle peggiori catastrofi umanitarie (a cui si è aggiunta l’esplosione di un’epidemia di massa di colera mortale) nella storia recente.

Nel presentare il rapporto, John Sullivan, in quel momento Segretario di Stato ad interim di Trump, ha individuato la Russia e la Cina come le principali “minacce alla stabilità globale,” affermando che il la loro storia di scarso rispetto dei diritti umani li pone nello stesso club crudele e malvagio di cui fanno parte Iran e Corea del Nord. Ci si potrebbe chiedere, dove dovremmo collocare alleati degli Stati Uniti come Arabia Saudita, Honduras, Egitto e Israele? Quest’ultimo ha recentemente sfacciatamente massacrato palestinesi disarmati che stavano protestando pacificamente ai suoi confini con Gaza, che fondamentalmente è una prigione a cielo aperto per i palestinesi, soggetta a un blocco feroce da parte di Israele ed Egitto dal 2007. E cosa diciamo di altri stati alleati degli USA, come le Filippine, il cui uomo forte Rodrigo Duterte, che ha ordinato omicidi di spacciatori e tossicodipendenti da parte di squadre della morte, è stato lodato da Trump per “aver fatto un lavoro incredibile sul problema della droga”?

Non è passato inosservato agli osservatori critici che l’amministrazione Trump, curiosamente ha designato i principali rivali strategici dell’Impero Americano—Cina, Russia, Iran e Corea del Nord—come i più grandi violatori di diritti umani.

Come al solito, l’ultimo rapporto globale del Dipartimento di Stato sui diritti umani ignora deliberatamente le conquiste in termini di diritti umani degli stati che si trovano dal lato sbagliato della divisione in amici e nemici che lo Zio Sam fa del mondo. Non ha niente da dire, per esempio delle notevoli conquiste di Cuba nella riduzione della povertà, nella sanità pubblica, nell’istruzione dei propri cittadini e nello sviluppo della propria economia a bassa impronta di carbonio che riduce il suo contributo al più grande dei problemi dei nostri tempi, il cui ingrandimento viene invece condotto dagli Stati Uniti: il cambiamento climatico antropogenico.

Per ultimo punto, ma non meno importante, la versione di quest’anno del rapporto non ha, come al solito, niente da dire riguardo agli scioccanti ed endemici abusi dei diritti umani perpetrati (in patria e all’estero) dagli Stati Uniti—il supposto “faro per il modo in cui dovrebbe vivere il mondo,” per citare l’ex Senatrice degli Stati Uniti Kay Bailey Hutchinson [in inglese] (attualmente rappresentante permanente di Trump per la NATO) in un discorso dell’autunno del 2002 a sostegno dell’autorizzazione da parte del congresso a George W. Bush affinché potesse portare avanti la criminale invasione dell’Iraq se lo avesse desiderato (come poi fece). Il “Rapporto sugli Abusi dei Diritti Umani negli Stati” si occupa di tutti i Paesi del pianeta tranne uno: la più potente nazione della terra, il quartier generale di un impero globale che non ha paralleli storici, che la maggior parte della popolazione che segue la politica ha, da tanto tempo e a ragione, identificato come la principale minaccia alla pace e alla stabilità sulla terra [in inglese]. Il rapporto si occupa di 194 Paesi, non parla soltanto dell’unica superpotenza del mondo, dimora del 4,4 % della popolazione mondiale ma  ma del 22 % dei detenuti [in inglese]—davvero un gran risultato per l’auto-proclamata patria e quartier generale della liberà e della democrazia globali.

Per quello che riguarda il Dipartimento di Stato, Washington e l’élite delle compagnie, della finanza e del potere imperiale, le violazioni della DU delineate all’inizio di quest’articolo (e nel mio testo supplementare linkato) appartengono al buco della memoria di George Orwell [in inglese], consistente nel principio secondo cui la storia è scritta da e per i vincitori e nella massima del Grande Fratello: “Chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato.”

Non è nulla di lontanamente nuovo o distintivo dell’era Trump. Gli Stati Uniti si vedono come una Città sulla Collina, inerentemente splendida e umanitaria, in grado di giudicare le altre nazioni, in particolare quelle che ritiene essere suoi rivali e nemici, mentre assegna a se stessa un pass gratuito “eccezionalista” perché, come ha spiegato una volta Madeleine Albright, Segretario di Stato di Bill Clinton, “Gli Stati Uniti sono buoni.” Non c’è modo che il loro rapporto sui diritti umani venga preso sul serio dai cittadini del mondo che conoscono il trito adagio “chi vive in una casa di vetro non dovrebbe lanciare sassi.”

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Articolo di Paul Street, pubblicato il 2 maggio 2018 su Truthdig.com
Traduzione in italiano a cura di Mario B. per Sakeritalia.it

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