di Antonio Terrenzio

La caduta dei radical chic

Fonte: Conflitti e strategie

La sinistra perde anche l’ultimo feudo. In Toscana 10 comuni passano al centro-destra ed ormai tra le file del Partito democratico è caos.

La sinistra è al capolinea e si avvia ella definitiva estinzione.

Le polemiche violente che negli ultimi giorni sono state mosse da Roberto Saviano, il guru dell’antimafia approdato alla difesa delle Ong, non sono servite a scalfire il prestigio e la cavalcata della Lega.

Attacchi offensivi ed isterici hanno caratterizzato un po’ tutti gli elementi del main stream progressista.

Da Mentana, che commentando il censimento nei campi Rom, allarmava sul pericolo di un vago ritorno ai “rastrellamenti nazisti”, alla proposta demenziale di Orfini del PD, di schedare i fascisti.

Il solito mantra ossessivo, da caso psichiatrico, ha caratterizzato tutta la stampa e nazionale con le accuse rivolte al MdI di “inumanita’”, “xenofobia”, “fascismo”, per le politiche di freno ai traffici sui migranti e la chiusura dei porti voluta ed attuata da Matteo Salvini.

Un’orgia di stupidità collettiva di una sinistra che non fa altro che gridare al fascismo e al razzismo, pur di squalificare ogni minima azione di governo che sia orientata a riportare ordine sulla Penisola, invasa da centinaia di migliaia di disperati.

Moltissimo è stato scritto sulle ragioni del declino inesorabile della Sinistra italiana in tutte le sue gradazioni.

La lontananza dal mondo reale, l’abbraccio incondizionato e dogmatico al multiculturalismo, l’accettazione acritica delle leggi del libero mercato, hanno inesorabilmente scavato la fossa all’area politica peggiore vista negli ultimi decenni.

Convinzione di essere dalla parte giusta, sempre e comunque, incapacità di vedere come il tessuto socio-economico dell’Italia stesse cambiando, odio manifesto per ogni istanza popolare, sono le caratteristiche che accomunano i vertici e la base del Partito Democratico.

Hanno dovuto ingoiare la formazione di un governo identitario/populista, e sin da subito hanno iniziato a nicchiare, cercando di gettare  zizzania tra il partito di Di Maio e quello di Salvini.

Nemici di ogni cambiamento, responsabili di decenni di svendita ed umiliazione della sovranità nazionale.

Ora il Pd e la sinistra tutta sono passati dalla disfatta elettorale alla definitiva liquidazione.

E’ già si discute delle possibili cause, delle “divisioni”, dell’assenza di “leadership”. Tutto, meno che una radicale e sincera autocritica sulle ragioni di un fallimento culturale prima che elettorale.

Siamo di fronte ad un cambio di paradigma dove i vecchi concetti di destra e sinistra sono insufficienti a comprendere il cambio socio/politico delle masse. La sinistra fa ancora fatica ad assimilare perché’ grosse fette del suo elettorato si rivolgono ai partiti populisti. La Geografia elettorale parla chiaro, oramai il PD è praticamente condannato all’estinzione ed è troppo tardi per riconquistare un elettorato che ha preferito sostituire con i migranti ed altri marginali.

Giusta punizione per che si è creduto superiore disprezzando i ceti subalterni, ha etichettato qualsiasi proposta di riappropriazione di sovranità come populista, e non ha mai smesso di predicare “umanità’” e “accoglienza” dall’alto delle ville di Capalbio o dalle patetiche “tavolate multietniche”

Salvini e la Libia

Lasciate cadere le inutili polemiche sui Rom e la scorta a Saviano, il MdI si è recato il Libia per parlare con il Presidente Serraj e le autorità libiche per la creazione di “hot spot” ai confini esterni della paese e non in Italia, come invece vorrebbe Bruxelles. L’intento sarebbe fermare il traffico di vite umane che provengono dall’Africa sub-sahariana, arrestando il problema delle migrazioni illegali verso l’Europa. A tale visita era preceduta quella del premier Conte in sede UE, dove il PdC aveva ribadito la proposta italiana della creazione di “centri di accoglienza” in paesi di transito nel continente africano come Niger e Libia, appunto. Inoltre, ferma la volontà da parte del governo italiano di annullare gli accordi di Dublino e procedere ad una equa ripartizione delle quote di migranti tra i paesi dell’UE.

La politica estera italiana è radicalmente mutata con l’esecutivo giallo-verde e Roma ha sicuramente recuperato una posizione autorevole rispetto ai governi di marca PD.

La Francia di Macron è il principale nemico dell’Italia in sede europea. L’ipocrita leader di “En marche” ha definito “vomitevoli” le politiche di blocco dei flussi da parte del Governo Italiano e come “lebbra” il vento populista, con chiaro riferimento all’Italia. Immediata la risposta del nostro MdI che ha definito Macron più cattivo di Orban, nella ripartizioni delle quote migranti.

Ma la Libia, oltre ad essere cruciale per la questione dei flussi migratori, è anche al centro della disputa energetica tra Italia e Francia.

Ricordiamo che Macron approfittò dei giorni di vuoto governativo per recarsi a Tripoli e stabilire accordi con le varie fazioni libiche, per la “ricostruzione” del territorio.
I “cugini” sono decisi a cacciarci definitivamente dalla nostra ex colonia per mettere le mani sul petrolio libico ed estromettere l’ENI. Matteo Salvini ne è ben consapevole e ha già fissato un incontro per il prossimo Settembre, per discutere col governo libico di tali questioni e tutelare i nostri interessi petroliferi e commerciali.

Non solo la Cirenaica è al centro del nostro attrito coi francesi ma anche il Niger e la Tunisia, paesi di transito e formazione di gruppi jihadisti e fondamentali per la nostra sicurezza. In Nord Africa, la Francia ci è palesemente ostile e gioca sporco dal 2011.

Altro paese importantissimo per i nostri interessi nel Mediterraneo è l’Egitto di Al-Sisi, con il quale i nostri rapporti diplomatici sono entrati in crisi per il “caso Regeni”, anch’esso pedina di un progetto che mira ad estromettere l’ENI, dopo la scoperta del più grande giacimento petrolifero del Mediterraneo (lo Zohr), nei fondali adiacenti le coste egiziane.

Intanto giunge la notizia da parte di Matteo Salvini, sempre più protagonista di questo Governo a trazione leghista, di essere intenzionato a voler rimuovere le sanzioni alla Russia. Parole che non sono state precedute dai fatti, dato che anche l’Italia si è accodata all’UE nel loro rinnovo.

Sulla domanda in tema di veto in Consiglio UE, il leader del Carroccio ha opportunamente  passato la palla a Conte.
Le sanzioni alla Russia saranno il banco di prova per capire se l’attuale esecutivo M5S-Lega fa davvero sul serio.