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di Francesco Cancellato

Mentre il vertice di Meseberg tra Francia e Germania ha partorito compromessi al ribasso e dietrofront, l’Ungheria ha inserito in Costituzione il divieto di aiutare i migranti. Se questa era la finestra d’opportunità per salvare l’Unione, è già chiusa a doppia mandata

La rappresentazione plastica della crisi senza fine dell’europeismo ce lo regalano due eventi degli ultimi due giorni. All’angolo destro, Viktor Orban, primo ministro ungherese, che inserisce in Costituzione il divieto di accogliere i migranti e la pena di un anno di carcere per chi li aiuta, in quella che i media hanno definito come legge anti-Soros. All’angolo sinistro, in quella che dovrebbe essere l’opposizione culturale a Orban, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, che dal castello di Meseberg del loro vertice bilaterale sulla grande riforma dell’eurozona, se ne escono con una dichiarazione congiunta sui rimpatri dei richiedenti asilo nei Paesi di primo sbarco, cioè Italia e Grecia.

Fosse un gioco della Settimana Enigmistica diremmo “trova le differenze”.Se doveva essere una risposta a Budapest, la mossa franco-tedesca è l’assist perfetto a Matteo Salvini per replicare le politiche del suo maestro ungherese. E infatti, come da copione, ha già minacciato – pardon: fatto minacciare dal premier Conte -di disertare il vertice di domenica con Francia, Germania e Spagna e di chiudere le frontiere italiane, se Francia e Germania proveranno a imporre quel che hanno promesso.

Fossimo in Viktor Orban, Matteo Salvini, Marine Le Pen e compagnia euroscettica assortita ci staremmo fregando le mani: supercazzole come quelle di Meseberg sono infatti la miglior prova dell’inettitudine dei leader europeisti di risolvere i problemi del continente e dell’inefficacia del metodo intergovernativo, che Merkel continua a difendere in spregio a ogni ragionevolezza

Non è la prima volta che accade, nel giro di pochi giorni. La strana alleanza italo-ungherese nell’opporsi alla bozza di riforma del Regolamento di Dublino di qualche settimana fa, per quanto possa apparire paradossale – l’Italia ha più bisogno che mai della ridistribuzione dei richiedenti asilo su base continentale, l’Ungheria si oppone con tutte le sue forze – ha le sue ragioni. A meno che non pensiate che una riforma che entra in vigore tra dieci anni e che prevede una parziale redistribuzione dei migranti solo se gli sbarchi superano del 160% quelli dell’anno precedente sia un compromesso accettabile, ovviamente. E non, invece, l’ennesima attestazione che il metodo intergovernativo di gestione dell’Unione Europea è in grado di partorire solamente topolini inutili come questo.

Topolini come quelli usciti dal grande vertice del castello di Meseberg tra Francia e Germania, di martedì scorso. Che al netto di tutta la retorica di Emmanuel Macron sulla grande riforma d’Europa ha partorito, oltre al dietrofront sui richiedenti asilo, un bilancio europeo da “qualche decina di miliardi”, come dire una scoreggia nello spazio, e il rinvio sine die della garanzia europea sui depositi bancari. E questa, ricordiamolo, è l’ambiziosa bozza franco-tedesca che sarà proposta, e dovrà trovare l’approvazione di altri 17 Paesi molto meno ambiziosi. Auguri e figli maschi.

Fossimo in Viktor Orban, Matteo Salvini, Marine Le Pen e compagnia euroscettica assortita ci staremmo fregando le mani: supercazzole come quelle di Meseberg sono infatti la miglior prova dell’inettitudine dei leader europeisti di risolvere i problemi del continente e dell’inefficacia del metodo intergovernativo, che Merkel continua a difendere in spregio a ogni ragionevolezza, nel produrre decisioni che non siano il peggior compromesso al ribasso possibile. La pubblicità perfetta per un’altra idea d’Europa, ancora più debole rispetto agli Stati che la compongono, ancora meno solidale al suo interno, ancora più Fortezza rispetto a quanto non lo sia ora. Se questa – quella tra la Brexit e le elezioni europee del 28 maggio 2019 – era l’ultima occasione utile per completare l’Unione, la sconfitta è quasi certa. (…)