di Claudio Risé

Che bello, è ritornato il nemico

Fonte: Claudio Risé

Tira aria nuova. Lo provano le parole: quelle ripetute fino allo sfinimento decadono e tra lo stupore generale ne tornano di antiche. Più secche, irritanti, ma forse anche più vere. Per esempio torna in auge la parola nemico, detta così, senza tante storie. Come ha fatto Donald Trump da Helsinki, prima dell’incontro con Vladimir Putin, quando in un’intervista alla televisione americana Cbs ha detto: “Penso che l’Unione europea sia un nemico. Non lo credereste, ma gli europei sono dei nemici”. L’affermazione non è presentata come una questione personale, anche se il grande pupazzo gonfiato con un Trump-infante con pannolino e cellulare in mano, issato nel cielo per 16 mila sterline davanti al Parlamento di Londra con la benedizione del sindaco Sadiq Khan avrà di sicuro avuto la sua parte nella questione, e altrettanto i cortei anti Donald nelle strade di Helsinki da dove il Presidente ha rilasciato l’intervista. Ma Trump rassicura: i nemici esistono, non è uno scandalo, né una novità. Anzi: “non significa che sono cattivi”, ha continuato il presidente Usa. “Significa che sono in competizione con noi”. Ecco un’altra volta il bambino con il suo scandaloso grido che sta cambiando il mondo: il Re è nudo.

Non siamo tutti amici. Non facciamone però una tragedia. Era la storia che ci raccontavano prima che era una farsa. Subito interviene allora lo spiumacciato establishment europeo con le accorate smentite e ferme condanne, come da copione: il Presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk assicura che no! “Usa e Ue sono ottimi amici! Chiunque dica che sono nemici diffonde fake news”, brandendo il luogo comune più usato e usurato del momento per cercare di sistemare tutto. In realtà la fake new, durata fin troppo tempo, è quella che: “siamo tutti amici”. La novità assoluta è il ritorno in grande spolvero della categoria linguistica, affettiva e cognitiva dell’amico-nemico, che presiede da sempre alla vita umana, alle relazioni tra le persone, e naturalmente anche tra gli Stati. Ebbene sì: è vero che non ci vogliamo sempre bene; ma in ciò non c’è niente di male e non è il caso di farne chissà che storia. In genere, come dice il Puer Robustus Donald Trump è semplicemente perché “siamo in competizione”: meglio ammetterlo, piuttosto che truccare le carte.

Per esempio con Trattati commerciali truffa dove ad alcuni va benissimo, ad altri molto meno, e i produttori che non hanno voce in capitolo rischiano pesantemente, come quelli di certi formaggi di fossa, o il lardo di Colonnata, (frazione di Carrara), che però risulta prodotto anche in ben 12 regioni italiane, ma forse anche in Bulgaria, Romania e Croazia; appunto perché siamo tutti amici. L’espulsione della categoria amico-nemico dalla vita pubblica, da quella politica e dal pensiero del bravo cittadino è questione abbastanza recente, e nasce dal tentativo novecentesco di negare che ogni ordine nasce da un precedente conflitto, che va regolato. Non si tratta solo di buone maniere. Dire che ci vogliamo tutti bene, infatti, non è un fatto di educazione ma un programma culturale e antropologico fondato sulla falsificazione della realtà.

È il contrario del si, si, no, no cristiano, della dichiarazione di Gesù: “non sono venuto a portare la pace ma la spada”, simbolo della discriminazione tra bene e male, oltre che principio maschile. Si tratta di una questione centrale: il politicamente corretto non è solo la “semantica dell’eufemismo” presentata (molto meglio) nel libro di Nora Galli de Paratesi, ma il nuovo codice linguistico e dei rapporti umani sul quale fondare nuove leggi e regolamenti di convivenza, lontani dalla natura umana di cui ormai è perfino di cattivo gusto parlare. È lo strumento indispensabile a quell’indebolimento del soggetto umano e della sua personalità prodotto dal passaggio tardomoderno dalla decisione alla discussione, dall’azione al “discorso”, dall’amore per l’amico e l’ostilità per il nemico all’ indifferenza per entrambi e al ripiegamento su di sé e sui propri esclusivi interessi. È la politica e la morale del compromesso. Sono anche i parlamenti democratici come li ha descritti già un secolo fa il filosofo della scuola di Francoforte Walter Benjamin, notando che l’indecisione e il compromesso uccidevano ogni autentica speranza e contemporaneamente alimentavano una sotterranea e pericolosa rabbia e violenza. Queste riflessioni furono scritte negli anni in cui si preparavano i grandi totalitarismi che trasformarono poi l’indecisione permanente dei parlamenti democratici nelle dittature dello “Stato d’eccezione”. Servendosi di “purezze” ideali, generosità, diritto, solidarietà, eguaglianza, i dirigenti politici delle ultime versioni di mondialismo e globalizzazione, come già mostrava Carl Schmitt, hanno svuotato le categorie amico e nemico per imbrigliare i cittadini con i buoni sentimenti e così neutralizzarli, togliendo loro la capacità di decidere. I risultati ottenuti non invogliano a continuare. Da tutta questa gentilezza e amicizia sono infatti usciti i totalitarismi, due guerre mondiali, disordine e smarrimento diffuso, e un generale indebolimento del mondo occidentale.

Come evitare che la storia si ripeta? Uscire dalla falsificazione del “siamo ottimi amici”, dichiarando le diversità e anche i conflitti e ripristinando l’eterna categoria dell’amico-nemico forse non basterà, ma è un passo necessario per rimettere l’uomo naturale in contatto con l’uomo autenticamente sociale. Che non è il suddito ubbidiente e politicamente corretto ma colui che crede in ciò che fa, si appassiona, si mette in gioco nella realtà, anche arrabbiandosi. E dopo è contento o magari furibondo, comunque non nascosto dietro all’ambiguità, che fa perdere forza a lui, all’altro e alla società intera. Una posizione più franca nella relazione con gli altri non ha effetti solo sulla politica, ma su ogni aspetto dell’esperienza, a cominciare dalla vita affettiva e dalla sessualità. È il mistero, il fascino e anche l’inquietudine della differenza che suscita la passione per l’altro e quindi la generazione del nuovo (i bambini), che altrimenti terrorizza. L’energia della scoperta e della conquista che muove l’uomo verso la donna è strettamente imparentata con la dialettica amico-nemico.

La spinta che ci spinge verso l’altro è infatti la stessa nell’amore e nella guerra (come recita – tra gli altri un detto francese: ” à l’amour comme à la guerre”). In entrambi i casi la forza protagonista è Eros, un dio armato di arco e frecce, come ha ricordato anche Franco Fornari nei suoi studi sulla guerra, condotti spesso con pacifisti di livello internazionale. Se lo si dimentica si cade in quel “romanticismo meschino” (come lo chiamava Pierre Drieu de La Rochelle) cui si ispira non solo la cattiva letteratura ma anche la cattiva politica della modernità, che cerca di nascondere i propri conflitti di interesse dietro i buoni sentimenti. Una falsificazione che rende “debole” l’uomo e la donna di oggi (accontentando il “pensiero debole” teorizzato da Gianni Vattimo ), e finisce con lo spegnere l’Eros teso a generare bambini e mondi nuovi, per ripiegare sulla sessualità tecnicizzata, egoista e impaurita da ogni cambiamento, rinnovamento e dono di sé, come quella delle coppie “free child”, “libere da figli”, magistralmente raccontate da Borgonovo qualche giorno fa su “La Verità”.

L’irruente Trump, che al mattino restaura le categorie amico e nemico, piazzando l’ipocrita e educata Europa tra i nemici, e al pomeriggio chiude una guerra fredda (in atto dagli anni 50 del 900), cui neppure la fine dell’Unione sovietica era riuscita a porre termine, irrita e scandalizza le élites di potere. Ma (come notavano sia il profondo e delicato Walter Benjamin che il duro Carl Schmitt), di frivola superficialità e pesanti e ben celati interessi si può morire.