I Martiri di Castelfidardo / II parte

Risultati immagini per battaglia di CastelfidardoSegnalazione del Centro Studi Federici

Il 18 settembre ricorre l’anniversario della battaglia combattuta nel 1860 tra Loreto e Castelfidardo, che vide contrapposti l’esercito pontificio e l’armata sarda, ormai italiana. Ricordiamo gli eroi pontifici che si immolarono per la causa papale con delle commoventi citazioni tratte dall’opera in quattro volumi di Mons. Alberto Canestrari,: “L’anima di Pio IX quale si rivelò e fu compresa dai Santi” (Marino, Tipografia Santa Lucia, 1966). Mons. Canestri attinse le informazioni dal libro del marchese Anatole de Ségur: “I Martiri di Castelfidardo” (Parigi 1861).
 
MORTI DOPO LA BATTAGLIA.
I sopravvissuti a più lento spasimo per spegnersi nelle terre che il Papa perdeva. Dopo qualche nome dei caduti sul campo di battaglia, l’illustre raccoglitore del florilegio di questi Martiri passò ad edificare i lettori coi meravigliosi esempi di fortezza che offersero alcuni  di quelli che non spenti subito nel silenzio della morte, poterono con la voce del sangue far sentire ancora per qualche giorno la grandezza delle loro anime sui duri giacigli, altare di più tormentosa consumazione del loro olocausto. (Canestrari p.148)

 
(Casino Sciava 19.9.1860 ore 0,15) “Ferito mortalmente anche il gen. Pimodan, sul campo pontificio rimangono il gen. Recdelievre, il cap. Charrette ed il magg.Fuckmann, i quali in qualche modo cercano di prendere in mano la nuova caotica situazione”. George August Maria Elia de Rarecourt De La Valles marchese de Pimodan, nato da antica famiglia delle Argonne, segue gli studi classici presso i gesuiti di Friburgo, quindi entra nella scuola militare di St.Cyr e poi in quella di cavalleria di Wiener-Neustadt. Sottotenente dei cavalleggeri, combatte nella battaglia d’Italia sotto il generale Radetzky ed in quella di Ungheria (1848/49). E’ colonnello a 33 anni. Nel 1855 lascia la carriera militare e rientrato in Francia si da’ agli studi militari. Spinto da profondo sentimento religioso, accorre all’appello di Pio IX fra i volontari cattolici a difesa dei diritti della Santa sede. Si unisce alla colonna del gen. La Moricière.
De Pimodan è il principale protagonista del cruento scontro di Castelfidardo. Sull’altura di Monte Oro, quasi a mezzogiorno, alla testa dei carabinieri svizzeri, dei cacciatori indigeni e degli zuavi, Pimodan è ferito al volto e al braccio destro (una versione accreditata parla di un agente di Cavour infiltratosi nell’esercito pontificio, ndr). Egli impugna la spada con la sinistra, continuando a tenersi in prima fila a cavallo. Quando la battaglia volge al termine, Cialdini viene informato del ferimento di Pimodan e ordina al gen. Emilio Castelli, capitano addetto allo Stato Maggiore, di recarsi con un medico ed una ambulanza a ritirare il ferito e trasportarlo dentro gli accampamenti piemontesi. Il gen.Castelli si porta al trotto nella cascina indicata e lo trova invece in un’altra un po’ più lontana. I medici pontificio e piemontese riferiscono al gen. Castelli  che, essendo la ferita all’inguine molto grave e la palla rimasta nel corpo, se il generale venisse trasportato nell’ambulanza sopra una strada accidentata, dopo pochi passi sarebbe morto. Il gen.Castelli ordina quindi ad un caporale di un battaglione bersaglieri di portare invece una barella. Deposto sulla barella, il gen. Pimodan viene trasportato in un villino di campagna di Sciava e viene premurosamente assistito dai medici militari. De Pimodan fu operato il pomeriggio del 18 settembre da chirurghi dell’esercito sardo. Tra questi il dottor Viaroli, medico al XII battaglione bersaglieri. Nonostante l’operazione chirurgica, durante la quale fu estratta al De Pimodan la palla da bersagliere che lo aveva colpito a morte, De Pimodan non sopravvisse. Grato per il momentaneo sollievo, volle donare la sua sciabola al Viaroli, che successivamente la donò al museo dei bersaglieri a Porta Pia (Roma).
“Il generale Pimodan spirò mezz’ora dopo mezzanotte (fra le braccia del suo aiutante di campo Renneville), gli uomini che lo custodivano furono spediti al comandante degli avamposti. I parlamentari non vollero partire che questa mattina a giorno, per tema che i loro avamposti facessero fuoco addosso, e sotto scorta e con occhi bendati, si fecero accompagnare alla estrema linea degli avamposti. Il generale è chiuso nella camera, e si attendono ordini in proposito. Il maggiore Radicati.»
Alla mattina viene dato l’ordine di seppellire i morti dal gen. Avenati.  Una speciale cura si vuole usare per la salma del gen. Pimodan, ma non essendovi casse pronte lo si inuma mezzo vestito in una fossa a parte presso il villino dove è morto. L’unico riguardo che viene usato è quello di coprigli il volto marziale con delle tegole.  Cialdini, ignorando che la salma fosse già sotterrata, dà invece l’ordine di rendergli gli onori militari e di seppellirlo presso la chiesa della frazione Crocette. Verso le ore 14 il sottotenente Di Prampero deve assistere al suo disseppellimento e scortare la salma collocata sopra una barella fino alla Chiesa e presenziare alla nuova inumazione fatta con più ordine, cura e dignità. Più tardi i due aiutanti di campo del generale, il Principe de Ligne ed il Conte De Renneville, vengono a chiedere in nome della Marchesa De Pimodan, il corpo del valoroso soldato.
Il veterinario del tempo il dott. Alessio Fabi di Castelfidardo venne incaricato  della imbalsamazione. Il medico, prima di concludere la sua opera, provvide anche a tagliare un baffo del generale per reliquia da inviare ai parenti in Francia. Soleva in quei tempi tagliare alla donna morta una ciocca di capelli per ricordo ed all’uomo i baffi.  Il dottore provvide anche a far recapitare la preziosa scatoletta. Il corpo imbalsamato indi chiuso in una doppia cassa di zinco, viene consegnato agli aiutanti De Ligne e de Rannevile per essere trasportato a Roma. I piemontesi rendono questa volta gli onori militari generale francese. La salma parte il 25 settembre a piccole tappe. La cassa viene legata sull’imperiale, allo scoperto, di una carrozza a due cavalli. La salma giungerà a Roma il 30 e sarà accolta dai familiari e dalle massime autorità pontificie e verrà inumata nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. 
 
(20.9.1860). Edme Conte de Montagnac (Berry). Alle 6 di sera dei giorno 20 il conte Edmeto, ferito da una palla che attraverso il braccio era entrata nella parte superiore dell’addome, spirava incaricando un amico : «Dirai ai miei che io li ho molto amati!». (Canestrari p.148)
 
(23.9.1860.) Alphonse Ménard (Bordeaux). Passò ad aggiungersi ai compagni nella gloria del cielo cinque giorni dopo della battaglia: aveva diciannove anni. Lasciava il padre, la madre, una sorella e due fratelli ai quali con la rassegnazione e il sacrificio di non averli vicini otteneva la serenità in tanta amarezza. (Canestrari p.149)
 
(Basilica di Loreto 24.9.1860) Mizael (Misael) De Pas. Durante la notte tra il 16 e il 17 cade ferito Misael de Pas, che ha raggiunto il cap. Pallfy, ungherese, in una ricognizione. Il drappello è andato a constatare se il ponte del Musone era distrutto o custodito dai piemontesi. Trasportato a Loreto, la sera del 18 fu con gli altri feriti depositato nella Basilica stessa. Fra inauditi dolori si spense il pomeriggio del 24 ricoverato presso i Gesuiti nel palazzo Ilirico con un braccio fracassato per mancata amputazione. Come non si possa leggere senza lacrime le lettere che egli dettò e le dichiarazioni fatte prima di partire alla difesa del la Santa Sede, così è delle espressioni con cui accompagnava le sue sofferenze. Tra le altre: “Sono venuto qua per la Madonna!» Devoto di Maria era nato il giorno dell’Assunzione, colpito il giorno degli strazi dell’Addolorata; domandava di morire il giorno della Madonna della Mercede che in Iingua nostra vuoI dire della Misericordia. E fu in quel giorno che la Madonna lo esaudì e lo accolse (A.Canestrari, L’anima di Pio IX, vol III, 1966. p.143). 
 
– OSPEDALI DI OSIMO. Fu ordinato che i militari morti, a differenza di quel che si era ripreso a praticare, non si potessero seppellire in chiesa, ma si portassero a seppellire al Cimitero di San Giovanni (per  Guérin fu fatta eccezione, forse per il fatto che già godeva ammirazione per le sue rare virtù).  Vigeva ancora la vecchia mentalità che considerava quasi profanazione le necroscopie. C’è infatti, nel citato incartamento, una domanda (14-X-1860) del presidente Sinibaldi al Cardinale, per avere il permesso di far eseguire la necroscopia dello zuavo Parceveaux, e il rescritto favorevole del Cardinale in data del giorno dopo.
 
Nomi di zuavi morti. Non possiamo lasciare l’argomento senza citare i nomi degli zuavi qui curati e dei quali ci è stato conservato il ricordo dal Bresciani nell’opera citata. Essi sono:
 
(14.10.1860). Paul de Percevaux (Bretagne). Sottotenente zuavo 2 comp. Tre cugini erano entrati nell’armata pontificia; due vi lasciarono la vita, il terzo colpito alla fronte poté rimettersi e ritornare in patria a raccontare l’eroismo dei suoi di nazione e di famiglia. Un ricordo dei primi due! Paul nel cadere sul campo per una palla al petto che uscì dal fianco destro, esclamò: “Sono ucciso, ma fa lo stesso!” Visse fino alle due del pomeriggio del 14 ottobre: ventisei giorni! Morì all’Ospedale Vecchio il 14 ottobre. Nei momenti di pausa ai suoi dolori si mostrava allegro. Ebbe il conforto di abbracciare un suo fratello venuto a vederlo accorso al suo capezzale dal Castello di Tronjoly. A chi piangeva rimproverava: «Non è da Bretone piangere: non lasciamo questa sinistra impressione agli infermieri italiani ».
Di ventinove anni, aveva gustato la vita, ma nella più bella espressione che il mondo non può accogliere; unicamente la fede e la bontà sono in grado di farla gustare. Soltanto la sera prima di partire rivelò alla mamma quanto già aveva stabilito per chiederle la benedizione e la mamma approvò e lo benedì, piangendo. Fece testamento: «La mia anima a Dio, il mio corpo a Nostra Signora di Loreto, il mio cuore a mia madre!». Sull’esecutore celeste di questo testamento, San Michele portabandiera nella marcia dei Santi alla vita eterna, non è a dubitare; quaggiù l’esecuzione fu dal pari fedele; il corpo benedetto fu sepolto nella cappella sotterranea della basilica loretana; il cuore lo raccolse il fratello Luigi e lo portò preziosa reliquia alla mamma che lo baciò piangendo e ringraziando di aver dato un eletto di più all’esercito candidato dei Martiri. Quel cuore chiuso in un’urna fu poi deposto nella chiesa parrocchiale della famiglia di Paolo e sopra vi fu eretto un monumento. (Canestrari p.150.151).
 
(20.10.1860). Hyacinthe de Lanascol (Bretagne) da Quimper. Il cugino di Paolo de Percevaux, Giacinto contava qualche anno meno di lui. Le lusinghe della gioventù non gli avevano mai fatto crollare la fede profondamente insinuatagli dalla madre. Partì rinnovato nello spirito e infervorato per la causa del Papa. Ferito da tre pallottole e deceduto nell’ospedale di S. Marco. Morì assistito dalla madre e dal conte Russel suo zio, il 20 ottobre, pronunciando le parole: «Muoio contento; ho fatto il mio dovere ». Aveva venti anni. Nel combattimento i proiettili tre volte lo raggiunsero e gli lacerarono la gamba sinistra. Ad Osimo ebbe una consolazione anche più sentita del cugino Paolo: poté abbracciare la mamma. Per dodici giorni fu il figlio a prodigare alla mamma i segni del più tenero affetto; fu la mamma a ricambiarli e coraggiosamente a suggerirgli di ricevere l’olio santo. Con la mamma era venuta una sorella e a lei: «Io sto per andare in cielo, prenditi tu ben cura della mamma». Un istante dopo con la testa appoggiata ad una spalla della mamma le raccomandò: «Quando sarò morto non mi lascerai qui? Portami con te e mettimi nella tomba vicino all’altra mia sorella morta ». E ripeteva le giaculatorie: <Mio Dio, voglio la vostra volontà!». «Mio Dio non voglio amare che voi!». A un certo momento: «Sono stato ucciso!». E la mamma: «Si, per il Signore, per la Chiesa, per il suo onore, in sua difesa!». Era un’ora dopo mezzanotte del 20 ottobre. Aveva detto: «Sento che muoio! ». E la mamma: «Recitiamo il Te Deum che piaceva tanto a tuo padre!». A metà dell’inno di ringraziamento, con un sorriso, i suoi occhi si erano chiusi. (Canestrari pp.151.152)
 
OSSARIO CADUTI BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO 18/09/1860 (19.10.1860). Lanfranc Marchese de Beccary (Lorraine) Sergente. Tre proiettili lo colpirono alle gambe. Trasportato in una chiesa (forse quella delle Crocette o meglio di San Francesco) fu poi spedito ad Osimo sopra un cavallo con le ferite spasimanti e tra gli insulti della plebaglia. Spirò il 19 ottobre alle ore quattro di sera. De Beccary aveva inviato a Roma tra i volontari il tenero figlio. Lanfranco di poco più di sedici anni. Desiderava riaverlo poi ben istruito militare dalla formazione del Generale La Moricière. Lanfranc per un mese aveva dovuto sopportare ben altre pene: l’attesa vana dei suoi, chiamati con fanciullesca premura, la rapacità degli infermieri. Alle lacrime dei compagni rispondeva: “Ho fatto il sacrifizio della mia vita a Dio; Dio lo ha raccolto; non piangete!». I suoi genitori accorsi dalla Lorena non ebbero che ad abbracciare il suo cadavere, da dodici ore era morto! (Canestrari pp.148.149)
 
(27.9. o 28.10.1860) Rogatien Picou (Bretagne) de Nantes  seminarista .  Il piombo nemico gli trapassò la coscia destra. Il 27 settembre alle cinque di sera morì in Osimo per perdita di sangue dalla ferita. Nel trasportarlo fin là lo avevano spogliato della stessa uniforme e avvolto in una coperta, caricato su un carretto.
Un buon padre alla notizia della morte del figlio Rogatien poteva ben rievocare una storia di amarezze e di conforti alternata nella sua vita e conclusa in un pianto supremo. Il bambino a due anni aveva perduto la mamma; entrato in seminario, nell’apprendere la povertà in cui si dibatteva il genitore, credette più doveroso accorrere a sollevarlo. Un fratello di Rogatien era morto in Crimea. Ma all’appello per la difesa del Papa il generoso giovane aveva risposto: «Non ho beni di fortuna, non nobiltà di nascita, non talenti, non influenze nel mondo: non ho che il sangue e questo lo dono alla Chiesa e al Papa. Il titolo di soldato crociato mi fa invidia!».  (Canestrari p.p.149.150)
Altra versione: trovato sul campo, ferito a una coscia e coperto dalla sola camicia e perciò mezzo assiderato, fu raccolto dai piemontesi e portato anche lui a S. Leopardo: per mancanza di letti, lo si dovette deporre su un confessionale rovesciato, dove stette vario tempo. Cominciava già a camminare quando la ferita, che sembrava rimarginata, si riaprì; e il poveretto morì dissanguato, il 28 ottobre.
 
(30.10.1860) Giuseppe Guérin, compagno di seminario del Picou, di 22 anni, dovette vincere le resistenze dei genitori per potere arruolarsi. Era di una pietà singolare: e di un cuore così generoso verso i compagni che lungo le salite dell’Appennino arrivò a portare — egli mingherlino – fino a tre carabine per sollevare i più stanchi. E nelle tappe era sempre pronto a fasciare, a medicare, a custodire gli spedati e gli sfiniti. Era andato per due volte all’assalto della casa Sciava, quando fu ferito al petto: gli estrassero il proiettile di sotto l’omero sinistro. Fece scrivere da un amico alla madre, in latino: «Dille che muoio lietamente per la religione e per il Papa». Stette in Osimo dal 25 settembre al 30 ottobre, giorno in cui morì confortato più volte, oltre che dalla visita del Cardinale, dall’assistenza del Segretario di questi. Sentendosi venir meno, disse a chi gli era vicino: «Diciamo il Te Deum! ». Il suo corpo, prima sepolto in S. Gregorio, fu poi riportato in Vandea sua patria.
 
Arthur Conte de Chalus (Bretagne) di Nantes, rogaziano. A Castelfidardo fu mitragliato ad una coscia. Arturo precedette l’amico vicino di letto Guérin. Anch’esso da seminarista volle essere soldato del Papa. Sarebbe tema di un dramma sacro l’annunzio del suo proposito e la separazione dai suoi. In un’ultima stretta di cuore li saluta così: «Se non ci abbracceremo più su questa terra, lo faremo in cielo». E mossosi con le vetture fece questa preghiera: “Signore. vi ringrazio di avermi dato genitori così generosi nel lasciarmi; sono ben degni di avere in me un figlio Martire se a voi piacerà!”.
Morto in giorno imprecisato all’Orfanotrofio di S. Leopardo. Lontano da tutti i suoi. Trasportato ad Osimo ebbe vicino un atleta del suo valore, nobile di nascita e forte come lui: Giuseppe Guérin: patrioti si confortarono si sostennero indivisibilmente. Incantevoli le lettere scritte alla zia non con la rassegnazione, ma con la gioia di rinnovare l’offerta della sua giovane vita per il Papa, offerta già fatta prima di lasciare la Francia. Le ultime parole che ripeteva: «Son contento di morire! ».
Con la nobiltà nel sangue aveva ricevuto dalla mamma e dal padre perduti in tenera età, gli istinti di una delicata pietà religiosa ed umana. Tornato un giorno con la sorella dal pellegrinaggio a un santuario, le chiese: «Che cosa hai domandato per me al Signore? » «Una buona sposa» rispose essa « Ed io una santa morte » soggiunse il fratello. Un povero suo giardiniere deciso a partire tra i volontari dell’armata del La Moricière gli aveva detto: «Sarò contento di vedere il Papa, ricevere la sua benedizione, comunicarmi dalle sue mani e poi morire per lui. Così Dio mi accoglierà in Paradiso! ». Queste parole incoraggiarono meglio Arturo a partire. A Roma vide Pio IX e ne fu colpito talmente che scrisse alla zia: «Se i nemici del Papa lo avvicinassero e le sentissero, cambierebbero il linguaggio contro di lui! ». Ma il cuore dell’empio di quali indurimenti non è capace? (Canestrari p.p.152.153)
 
 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *