Se anche la sinistra se ne accorge: “Il popolo si rivolta contro le élite”

di Matteo Carnieletto

Se anche la sinistra se ne accorge:  “Il popolo si rivolta contro le élite”

Fonte: Gli occhi della guerra

Si fa presto a dire che il populismo è il male assoluto. Una sorta di fascismo del nuovo millennio da estirpare. Certo, nei movimenti populisti di oggi ci sono punte di estremismo, a volte perfino di razzismo. Ma non si può comprendere come questi movimenti stiano avendo successo in tutto il mondo senza comprenderne le cause. Quelle più profonde e che hanno creato il malcontento nel popolo che poi va alle urne e decide chi premiare (o castigare).
In un’intervista a Il Manifesto, il noto attivista Noam Chomsky ha detto la sua, non risparmiando nessuno, soprattutto la sinistra americana: “Negli Usa molti lavoratori hanno votato per Obama, credendo nel suo messaggio di speranza e cambiamento, e quando sono stati rapidamente disillusi, hanno cercato qualcosa’altro. Questo è terreno fertile per demagoghi come Trump, che fine di essere la voce dei lavoratori mentre li indebolisce di volta in volta attraverso politiche antisindacali della sua amministrazione, che rappresenta l’ala più selvaggia del Partito Repubblicano”. Qui Chomsky ha ragione sulla prima parte, ma torto sulla seconda, dato che con Trump si è registrato il tasso più basso di disoccupati dal 2000. 
Ma il discorso di Chomsky fila anche quando parla dell’austerità e della Troika che hanno portato, grazie alla condiscendenza dei partiti tradizionali, “alla rabbia, alla frustrazione, alla paura e al capro espiatorio”. Ed è esattamente ciò che è successo dalla Brexit in poi. Quello contro l’Unione europea è stato innanzitutto un voto di protesta. Un voto contro vincoli più o meno assurdi. E lo stesso con Donald Trump, che ha rappresentato la rottura di anni di politicamente corretto. E pure il successo degli ultimi mesi della Lega in Italia. Basta dare un’occhiata ai tweet del suo leader, Matteo Salvini, per rendersi conto che raggiunge il maggior numero di “like” quando attacca Bruxelles.
Ma non solo. Tra poche ore sapremo i risultati del voto in Svezia. È in questa nazione, che per anni si è cullata nel sogno della socialdemocrazia, che qualcosa può cambiare. I sondaggi indicano l’ascesa dei Democratici Svedesi, un movimento populista che alcuni accusano di avere al suo interno frange vicine ai neonazi. Come mai? Perché il suo fondatore – Jimmie Akesson – è stato bravo a sfruttare i problemi reali del Paese: prima fra tutti la cattiva gestione del fenomeno migratorio. Negli ultimi cinque anni, infatti, oltre 160mila migrani avrebbero raggiunto la Svezia. E il sistema del welfare del Paese ne ha ovviamente risentito: “Non ci sono i numeri, nei bilanci, per offrire a tutti i cittadini stranieri le stesse tutele dei cittadini svedesi, così come è difficile la convivenza tra culture diametralmente differenti”, come abbiamo scritto su Gli Occhi della Guerra. E potremmo andare avanti con gli esempi, parlando dell’Ungheria di Viktor Orban o, addirittura, delle Filippine di Rodrigo Duterte, l’uomo solo che sfida pure Dio.
I populisti rappresentano una risposta sbagliata a delle domande giuste? Può essere. Ma continuare a chiudere gli occhi di fronte al malcontento nei confronti di Bruxelles significa concedere ai populisti la possibilità di governare per i prossimi cento anni.

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